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Erri De Luca. Nato a Napoli nel 1950, ha scritto narrativa, teatro, traduzioni, poesia. Il nome, Erri, è la versione italiana di Harry, il nome dello zio. Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui”, è stato pubblicato in Italia nel 1989. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 30 lingue. Autodidatta in inglese, francese, swahili, russo, yiddish e ebraico antico, ha tradotto con metodo letterale alcune parti dell’Antico Testamento. Vive nella campagna romana dove ha piantato e continua a piantare alberi. Il suo ultimo libro è "A grandezza naturale", edito da Feltrinelli.
"Il destino di ogni uomo è un segreto sepolto nel silenzio" A pronunciare queste parole è Glenn Cooper, uno scrittore che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo e che ha un legame particolare con la storia Italiana. Il suo ultimo libro si intitola Clean - Tabula Rasa e racconta di una epidemia mondiale molto simile a quella che abbiamo appena vissuto.
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Fabula, trama e chiacchiere davanti al fuoco. Perché non proviamo a raccontare una storia come lo faremmo di notte, con degli sconosciuti, attorno a un fuoco? Perché non dimentichiamo le tecniche della fabula e dell'intreccio per trasformare la trama in una storia tatuata sulla pelle di chi legge o ascolta? È davvero così importante seguire uno schema e incanalarci nel modus operandi corrente?
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Liliana Tuozzo
Titolo: Racconti di ieri
Genere Racconti
Lettori 1176 9 13
Racconti di ieri
Giugno. L'aria tiepida carezza il mio viso, ora come allora, portando con sé una nota di dejà vu.
Invadente il sapore del tempo ritorna nell'aria, riporta i momenti già vissuti, quelli dimenticati e quelli sempre ricordati. Hanno di nuovo lo stesso sapore, lo stesso scenario: il sole di primavera, la prima camicetta leggera indossata, l'arrivo repentino dell'estate pervasa di frutti e di colori.
Tutto sembra uguale, eppure è diverso. Il tempo passa e va, resta solo il suo sapore a condire i nostri ricordi passati.
Anche allora era giugno, la natura risplendeva nel pieno del suo rigoglio.
Io camminavo lentamente godendo di tutto questo, mentre mi recavo a scuola. La mia adolescenza prorompeva, promettendo: sogni, illusioni, speranze, la mia storia era ancora tutta da scrivere e l'avrei fatto io.
La gioia di vivere della mia età era tutta intera, avevo solo voglia di divertirmi con le mie amiche, distendermi sulla spiaggia assolata; in questo periodo era magnifica, pressoché solitaria, tanto che si sentiva lo sciabordio delle onde e potevi immaginare di essere su un'isola deserta.
Percorrevo la solita strada. Stare all'aria aperta mi dava un senso di libertà e pensavo, con disappunto, che mi aspettavano lunghi pomeriggi da trascorrere dentro casa a studiare, a fine mese avrei dovuto sostenere gli esami di terza media.
Avvertivo il calore del sole sulle braccia attraverso la cotonina del grembiule mentre guardavo le vetrine già addobbate con capi estivi dai colori vivaci.
“Dovrò convincere mia madre a comprarmi quella camicetta rossa, è davvero carina” pensavo tra me.
Davanti a un'officina meccanica mi fermai, un forte odore di vernice era sparso nell'aria.
- C'è Katia? - chiesi.
Un giovane con indosso una tuta blu da lavoro mi sorrise. Era suo fratello.
Si avvicinò a una porta interna che conduceva al loro appartamento e chiamò a gran voce: - Katiaaa, c'è la tua amica. -
- Eccomi! Arrivo! -
Katia si precipitò di corsa per le scale. Arrivò giù rossa in volto, con i lunghi capelli che svolazzavano di qua e di là. Aveva dei bellissimi capelli, lisci, di colore castano dorato che portava con la riga al centro e le scendevano dietro le spalle in una massa voluminosa.
Affrettammo il passo, ci aspettavano le altre compagne di scuola che facevano parte del nostro gruppo. Poco dopo da una strada laterale arrivò Rita col suo casco di capelli ricci e il foulard “alla Lucio Battisti” annodato al collo.
- Ragazze ho una fame! Stamattina mi sono svegliata tardi e non ho fatto colazione, ci fermiamo a comprare qualcosa? -
- Certo! Fermiamoci in pasticceria! - dissi, non riuscendo a tenere a freno la mia golosità.
- Sbrighiamoci però, altrimenti le cugine se ne vanno - fece Katia.
Le cugine erano le due Fiorella Bisi, che avevano nome e cognome uguali. Per distinguerle i professori usavano dire Fiorella Bisi junior e senior, anche se la differenza d'età tra loro era di soli tre mesi. Fisicamente erano molto diverse. La junior era biondina, corpulenta, di media statura, noi la chiamavamo Flo. La senior era esile, alta, con capelli scuri all'egiziana e frangetta lunga che arrivava, quasi, a coprire i grossi occhiali quadrati.
Eravamo un gruppo molto affiatato, a volte studiavamo insieme e, benché fossimo in cinque, ci impegnavamo seriamente nello studio pur rimanendo comunque delle ragazzine vivaci.
La mia amica Rita, spesso, nel pomeriggio prendeva la “vespa 50” di suo fratello e insieme gironzolavamo nei dintorni. Lei guidava, io sedevo dietro con i capelli al vento; in quegli anni non era obbligatorio il casco.
Andavamo ai giardinetti e ci fermavamo al chiosco a comprare il gelato, poi era immancabile la selezione di dischi nel juke-box. I nostri preferiti erano quelli di Battisti, John Lennon e i Dik-Dik.
Lì ci raggiungeva il resto del gruppo.
Flo s'incantava a guardare un ragazzo con gli occhi verdi che veniva tutti i pomeriggi, comprava una bibita, selezionava un disco e poco dopo andava via con la sua moto.
Noi la prendevamo in giro, ma lei era tutta rapita, non badava a noi, restava a guardarlo fino a che si allontanava. Il bel tenebroso, invece, neanche la guardava. Di certo faceva solo finta di non averla notata, era impossibile non rimanere colpiti da lei, carina com'era, ma soprattutto era strano che non la avesse sentita, visto che lei non faceva altro che cicalare e la sua voce argentina esplodeva in scoppi di risa, attirando l'attenzione di tutti.
Avevamo ancora parecchi giorni davanti a noi, prima degli esami e i pomeriggi erano lunghi e afosi. Prima di cominciare a studiare facevamo una breve passeggiata di circa mezz'ora. Era l'unico svago che ci concedevamo.
La nostra meta era sempre la stessa: il boschetto con le panchine in pietra, dove sedevamo al fresco e il chiosco col juke-box per poter ascoltare la nostra musica preferita.
Nel bar poco distante, invece, non entravamo. Era frequentato da ragazzi più grandi che ci guardavano con sufficienza e che ci chiamavano: “infanti”.
Un pomeriggio, mentre mangiavamo un gelato, davanti al chiosco notammo due ragazzi: uno era biondino con un paio di occhiali scuri, l'altro era moro. Katia rimase colpita dal biondo e siccome Rita lo conosceva, era un suo lontano parente, insistemmo perché ce lo presentasse.
Il ragazzo disse di chiamarsi: Giò. Katia fantasticava sul suo nome.
“Si chiamerà Giovanni o forse Giordano.”
Quando andò via scoprimmo che si chiamava Eustorgio, ridemmo a crepapelle, per fortuna il ragazzo non era presente.
Il giorno dopo lo incontrammo di nuovo, disse che sapeva dipingere, anzi aveva realizzato dei disegni di “Elvis Presley” su mattonella che voleva mostrare a Katia.
Flo ogni volta che lui parlava non faceva altro che darmi gomitate per farmi ridere, mentre io cercavo di trattenermi.
Basta un nonnulla a quell'età, un semplice ammiccamento, una battuta banale, magari pure sciocca, per dare il via al divertimento e far scaturire spontaneamente risate scoscianti.
Il giorno dopo Gio' arrivò con la sua mattonella dipinta che regalò a Katia, dandosi un'aria di importanza. Noi eravamo distanti e potemmo osservare il capolavoro solo dopo che lui se ne fu andato.
Flo stava bevendo una coca-cola che le andò di traverso per il gran ridere, io non potei fare a meno di unirmi a lei.
- E questo sgorbio sarebbe Elvis? - disse Flo.
Katia apparve delusa, ma poi, grazie anche alle nostre canzonature, si rese conto di quanto quel dipinto fosse ridicolo e la mattonella finì nel primo bidone della spazzatura che incontrammo.
Spesso ci riunivamo a casa di Katia per studiare, nell'appartamento sito sopra l'officina meccanica. Un pomeriggio i suoi genitori non c'erano e il fratello era al lavoro, in un momento di pausa la nostra amica ci offrì del tè freddo e biscotti fatti in casa.
C'era un sole stupendo ed era proprio un peccato rimanere chiuse in casa. La voglia di studiare era poca, tutte guardavamo la finestra, bramose di libertà.
Fiorella, che era la mente del gruppo, a un certo punto esclamò: - Ragazze che noia! Sapete cosa stavo pensando? Perché domani non mariniamo la scuola e ce ne andiamo al mare? -
Flo rimase ferma con un biscotto in mano che stava addentando. Katia guardandola stupita disse: - Cosa? -
- Solo una piccola scappatella, ragazze, dopo di che esisterà solo lo studio - asserì Fiorella.
- Ma sì! Per una volta si può fare - concordò Rita.
- Mettiamo la proposta ai voti. Chi è con me alzi la mano! -
Flo e Katia alzarono la loro, io sentii soltanto che la mia si alzava, sollevata in aria da Rita, insieme alla sua.
- Bene! Vedo che siamo tutte d'accordo - disse compiaciuta il nostro capo e con un sorriso e aggiunse: - Sotto i vestiti indosseremo i costumi da bagno, le bibite e i panini li compreremo strada facendo. -
A questo punto, Katia chiese: - E per la giustifica a scuola come faremo? -
- Semplice, imitando la firma dei genitori - disse Fiorella.
Ci mettemmo all'opera, prima ricopiando ognuna la firma del proprio genitore dietro i vetri, poi cercando di rifarla nel miglior modo possibile.
Studiammo i particolari del piano, non ci sentivamo minimamente in colpa, era solo un'innocente evasione, la nostra adolescenza esigeva una parentesi di spensieratezza.
Il mattino seguente, ognuna di noi mise il costume sotto i vestiti e sopra infilò il grembiule nero, che le nostre insegnanti ci facevano indossare.
Passai a chiamare Katia, poi arrivò Rita col suo foulard svolazzante annodato al collo.
- Anche al mare lo porti? - accennai con fare scherzoso.
- Zitta! Se non lo avessi messo, mia madre si sarebbe insospettita - rispose Rita togliendo il foulard a fiori rossi, che ormai faceva parte del suo abbigliamento giornaliero.
Flo e Fiorella ci aspettavano più avanti.
- Sbrigatevi lumache! Altrimenti ci scoprono. -
Ci fermammo alla solita salumeria, dopo aver comprato panini e bibite imboccammo una strada secondaria con poche abitazioni e quindi ci inoltrammo lungo un viale alberato che conduceva al mare.
Una volta lontane da occhi indiscreti sfilammo il grembiule e lo riponemmo nelle cartelle.
- Dai Katia cantaci una canzone - disse Flo esortando la nostra amica. Lei cominciò con la sua bella voce a intonare una canzone nota, poi noi tutte facemmo il coro: - Acqua azzurra, acqua chiara, con le mani posso finalmente bere... -
La strada era deserta a quell'ora, c'eravamo solo noi con la nostra gioia di vivere. Un passante pedalando in bicicletta ci osservò con un sorriso, proseguendo nella direzione opposta alla nostra, verso il paese.
Arrivammo al mare. La giornata era bellissima, sedemmo sulla sabbia dorata, lasciando che i granelli leggeri ci scivolassero tra le dita poi stendemmo i nostri asciugamani e ci sdraiammo. Il sole caldo riscaldava la nostra pelle.
- Vorrei proprio sapere perché hanno inventato gli esami - esclamò Rita che all'improvviso era diventata pensierosa.
- Una noia mortale, ieri sera sono stata fino a tardi a studiare la Divina Commedia, poi magari all'esame mi domanderanno proprio quello che non ricordo bene. -
- Studiare è un nostro dovere, ci servirà per il futuro, ma adesso che siamo su questa magnifica spiaggia, non pensiamoci - disse Fiorella.
- Che ne dite di annegare i cattivi pensieri nell'acqua salata facendo un bel bagno? - aggiunse poi.
All'invito allettante un coro unanime acconsentì, esultando, solamente io e Flo che eravamo le più pigre non volevamo muoverci, ma visto che ci arrivavano addosso manciate di sabbia da ogni parte ci decidemmo.
L'acqua, limpida e fresca, era tonificante per i nostri corpi, ci sentimmo subito felici di essere lì.
Fatto il bagno, ci sdraiammo al sole. Le goccioline d'acqua brillavano sulla nostra pelle e dopo poco sparivano. Fiorella guardava il cielo, con occhi sognanti e aveva le braccia piegate sotto la testa.
- Non vi sembra di essere in paradiso ragazze? Ma ci pensate, chissà tra dieci o venti anni dove ci troveremo, cosa faremo, se saremo riuscite a realizzare i nostri sogni. In questo momento magico sono sicura di sì, diventerò una paladina della giustizia, sarò l'avvocato Fiorella Bisi. -
- Beata te! Hai una volontà ferrea e una parlantina adatta allo scopo, sicuramente riuscirai a realizzare i tuoi progetti. Anch'io ho un sogno nel cassetto: vorrei diventare pilota. A volte sogno di correre con un'auto velocissima, di fare le gare e mi viene la pelle d'oca, solo a pensarci... - disse Rita.
- Ecco cosa succede ad avere tre fratelli, si comporta anche lei come un maschiaccio - fece Flo ammiccando.
In effetti, i fratelli di Rita erano appassionati di corse, specialmente Gigi il maggiore, quello che lavorava come meccanico e non faceva che parlare di gare automobilistiche.
- E tu? - chiedemmo a Flo - Cosa vuoi fare da grande? -
Lei sgranò i suoi occhi azzurri e disse: - La ballerina! -
Liliana Tuozzo
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