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Writer Officina
Autore: Paola Tassinari
Titolo: People
Genere Racconti
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People
Malipiero.

Malipiero, era nato un anno imprecisato alla fine dell'Ottocento, forse diceva lui era il 1899, o forse il 1909 e scoppiava a ridere, egli non conosceva la data della sua nascita; faceva parte di un mondo arcaico e pastorale, rozzo e rude, che non aveva nulla di poetico, nulla di caprette, erbette e pastorelle.
Malipiero non sapeva né leggere, né scrivere, e gli stava bene così.ipiero sapeva solo lavorare, dal mattino presto alla sera, sapeva usare bene il badile e la vanga, sapeva scarriolare con la carretta, riempendola e vuotandola senza sosta, già a dieci anni portava sacchi da 50 chili sulle spalle, almeno era quello che raccontava a noi ragazzini.
A Malipiero piaceva di più stare con i bambini che coi grandi, questi ultimi lo ritenevano un citrullo, e dopo che si era sposato dicevano che era diventato ancora più sciocco, così Malipiero raccontava le sue grandi gesta inframezzando le narrazioni con grandi risate, io che ero molto più scettica da bambina che oggi, non credevo nulla di ciò che raccontava ma mi piaceva un sacco ascoltarlo, era come ascoltare delle favole, invece poi da grande riscontrai che ciò che narrava erano fatti storici realmente accaduti anche se sembravano impossibili.
Malipiero avrebbe voluto stare come un'ostrica attaccata al suo scoglio, incollato alla sua famiglia di poveri braccianti, l'ultimo gradino della scala sociale, ma lui ci si trovava bene, viveva alla giornata accettando quello che veniva, così semplicemente senza angustiarsi, invece fu costretto a emigrare o meglio partì volenteroso e con molte speranze, per l'Africa, esattamente nella Libia.
Erano gli anni Trenta e l'Italia tentava di nuovo l'avventura coloniale, Mussolini aveva ordinato una vasta immigrazione di coloni italiani in Africa. Malipiero, rideva raccontando di un suo amico “testone rosso”, che aveva famiglia e aveva talmente tanta fame che “si sfogliavano le ossa”, che non partì perché non volle prendere la tessera del fascio, nonostante avesse visto i vantaggi che portava, Malipiero scuoteva il capo, se tieni famiglia devi abbassare la cresta, per loro, mica per te e questo non è un disonore.
L'amico di Malipiero proveniva non solo da una famiglia poverissima ma anche anarchica da generazioni, suo nonno era stato invischiato con la setta degli accoltellatori e più tardi qualcuno di loro aveva partecipato alla Settimana Rossa, questo faceva sì che se anche Mussolini in persona avesse a loro regalato la tessera fascista non solo l'avrebbero rifiutata ma gli avrebbero anche sputato in faccia.
Di questa famiglia in paese non si diceva il nome, pareva fosse un qualcosa di mitico, essere anarchici pareva fosse la cosa peggiore che potesse capitare nella vita, infatti la famiglia dell'amico di Malipiero non esisteva più, una parte emigrata, una parte morta in montagna con i partigiani e una parte scomparsa durante quello strano periodo del dopoguerra in cui c'erano state le spiate, le vendette, le legnate, gli incendi e anche le morti, ma per carità... sciaf!
Arrivava uno schiaffo dalla mamma che non ti dico, erano gli anni Settanta, purtroppo mia madre era restata nell'età della pietra, dell'ipocrisia, figuriamoci non poter parlare di cose successe ventanni prima e... sciaf!
Arrivava un altro schiaffo perché la mamma non voleva che le dicessi che era non solo vecchia, ma addirittura preistorica.
Fu Malipiero, che raccontò a noi bambini le storie che i grandi ritenevano indicibili, neanche da nominare, fu quando stava seduto su una sedia fuori di casa intento a sbucciare una mela col suo coltello a serramanico o a intagliare legnetti, insolitamente serio e solo, perché la moglie non stava bene, che ci parlò della Settimana Rossa e degli accoltellatori.
Malipiero indicandoci il suo coltello, raccontò che il Passatore, un famoso bandito sempre raffigurato con lo schioppone, in realtà usasse solo il coltello, che anche Mussolini portava il coltello in tasca, fu per quello che venne espulso dal collegio dei salesiani, a Faenza, per un colpo di saracca inferto ad un compagno.
Tutti i romagnoli portavano il coltello in tasca, perché l'onore era l'unica cosa che un uomo aveva e doveva essere difeso anche col sangue.
Malipiero sosteneva in modo deciso, che i romagnoli avevano il fuoco dentro, che Gaetano Bresci era di casa in Romagna, che il suo amico anarchico lo aveva visto e incontrato e gli aveva detto che era come un santo, o meglio un santo che era anche un martire, un uomo di parola. Gaetano Bresci era un anarchico che venne dall'America apposta per uccidere il re d'Italia Umberto I per vendicare l'uccisione nel 1898 di un centinaio di persone a Milano, in cui i soldati spararono contro le donne, gli uomini, i vecchi e i bambini che protestavano contro l'aumento del costo del grano.
Per quanto riguardava la setta degli accoltellatori, l'attività criminosa, che per gli anarchici era invece più che legittima, si svolse tra il 1865 e il 1871, culminò col processo, che ebbe vasta risonanza in tutto il Paese, istruito in città nel 1874 contro i 23 presunti accoltellatori, quasi tutti condannati.
Tredici reati di sangue, otto morti, sei feriti, centosette pugnalate inferte, una sola firma: quella della setta degli accoltellatori di Ravenna. Tutto cominciò a Ravenna una sera del 1865, in via delle Melarance dove spesso si incontravano chi annegava nel vino dell'Osteria della Grotta le amarezze sulla mancanza di lavoro e sulle incertezze del domani.
Tra di loro vi erano molti ex garibaldini, qualcuno aveva anche partecipato all'impresa dei Mille, delusi per l'Italia unita, ma monarchica.
La monarchia era una pillola amara che loro non riuscivano ad ingoiare.
Nelle osterie incitavano alla rivolta sostenendo che il Risorgimento era stato tradito e passarono dalle parole ai fatti, decisero di dare una lezione a quei “boia” che si arricchivano affamando la povera gente.
Colpirne uno per educarne cento dicevano.
La prima vittima fu il direttore della Banca Nazionale di Ravenna, poi dopo una serie di ferimenti con la saracca, il coltello da tasca romagnolo a lama dritta micidiale, ci scappò il primo morto, fu ucciso il procuratore del re.
Gli ambienti repubblicani vennero setacciati e gli arresti furono all'ordine del giorno, a mettere fine alla banda fu un delatore, un pentito diremmo oggi, il nonno dell'amico di Malipiero che era catalogato dai carabinieri come anarchico pericoloso scappò in America.
La Romagna era ai tempi terra di gruppi ribelli e indomabili, di accese passioni politiche.
La difesa dell'onore era un concetto tenuto in gran conto anche in ambienti popolari, laddove il sentirsi superiori dipendeva proprio dalla capacità di duellare. Molti romagnoli usavano come arma di difesa la saracca, la tenevano in tasca, assai diffusa dal XVII secolo ai primi del Novecento.
Per quanto riguardava la Settimana Rossa, fu un grande sciopero che per una volta tanto univa l'organizzazione operaia a quella contadina che insieme decisero per il fatidico sciopero del 9 giugno del 1914. Il comizio si tenne a Ravenna, diciottomila scioperanti, un numero eccezionale se si considera che la città e i suoi sobborghi non contavano più di ventimila anime.
Al termine del comizio si proclamò lo sciopero generale e minacciosi cortei iniziarono a creare un'atmosfera tumultuosa ed esaltata.
Si verificarono i primi gravi scontri, il prefetto ordinò di tenere al buio la città, mentre i paesi della campagna erano in subbuglio, anche il nostro paese, disse Malipiero, partecipò in massa, perché anche i moderati pensavano che fosse la rivoluzione di Marx che si stava attuando, quindi volevano tutti saltare sul carro del vincitore, così i paesani andarono tutti assieme a saccheggiare la Chiesa e le case comunali.
La mattina successiva si sparse la voce che tutta l'Italia fosse insorta coi romagnoli, e che la rivoluzione finalmente fosse in atto.
I rivoltosi bloccarono strade, incendiarono chiese.
A Mezzano denudarono un prete, la leggenda narra che fu portato in giro nudo per il paese in groppa ad un asino, tra il sollazzo generale.
A Godo si proclamò la Repubblica, i preti vennero bastonati, le chiese distrutte, i pali del telegrafo segati, i vagoni ferroviari rovesciati, sempre credendo e sbagliando che in tutta Italia si stesse combattendo.
Cavalleria e fanti corsi ad aiutare i carabinieri non bastavano, fu così che il prefetto passò il potere alle forze armate.
Il generale comandante la divisione di Ravenna mobilitò tutti gli uomini disponibili anche i cuochi e i furieri, pure la banda musicale, fece piazzare le mitragliatrici a tutte le porte di Ravenna e bloccò la città.
I rivoltosi delle campagne non avendo più ordini dal centro si acquietarono, ma ciò che più li calmò non furono le mitragliatrici o la mancanza di ordini dalla città, fu che si sparse la voce che in Italia nessuno si era sollevato e che i romagnoli erano i soli rivoluzionari, ci fu un fuggi e fuggi di qualcuno tra cui il padre dell'amico di Malipiero che era stato il capopolo, ma il grosso ritornò buono, buono nei ranghi.
Questi fatti Malipiero li aveva appresi dall'amico che essendo un anarchico era scostato da tutti, perché non si sa mai cosa ha in testa un anarchico quindi meglio non averci a che fare, Malipiero invece non si faceva di questi problemi, volentieri beveva un bicchiere in sua compagnia, d'altronde nessuno avrebbe arrestato Malipiero, perché era un po' trullo, un semplicione che non si rendeva conto di ciò che ascoltava.
Durante il fascismo l'anarchico era sinonimo di problemi, nel dopoguerra pure, negli anni Settanta ancora di più... che cavolo ancora a rompere!
Vi era invece un'avventura che Malipiero, aveva vissuto personalmente, raccontava di una notte in cui tranquillamente dormiva, era appena adolescente, allora abitava in un capanno a Porto Corsini, quando all'improvviso, sirene, urla, chi scappava di qua, chi di là, scontrandosi l'un l'altro, spari, boati, non si capiva nulla, chi diceva che c'erano gli austriaci con le corazzate, chi i cannoni.
- Ma tu avevi paura? -
Alla nostra solita domanda, Malipiero rispondeva:
- No, perché i più dicevano che la Guardia Marina non aveva capito nulla, che aveva scambiato un grosso tronco d'albero per una corazzata, solo dopo ho saputo che era un attacco austriaco della Grande Guerra, ma ormai era passato tutto. -
E noi... Buu, non credevamo a una sola parola e invece.
Alle 15.30 del 23 maggio 1915 fu consegnata al governo austriaco la dichiarazione di guerra da parte dell'Italia. Alle ore 3.20 del 24 maggio, mentre Porto Corsini era sprofondato nel sonno, alcune navi da guerra della flotta austro ungarica entrarono nel porto canale cogliendo di sorpresa i militari della base. La flotta era salpata da Pola a mezzanotte, era composta da quattro torpediniere, un incrociatore e un cacciatorpediniere. Quest'ultimo avrebbe dovuto affondare i mezzi navali militari nel porto per bloccare il transito nel canale che da Porto Corsini va a Ravenna. Colpì invece alcuni pescherecci, il faro, la stazione di salvataggio e varie abitazioni private, ci furono diversi feriti, anche tra i civili, e il primo morto di guerra.
Un'atra bellissima favola che raccontava Malipiero era il perché la Romagna si chiamava così.
Il toponimo Romagna risale al VI d. C. col significato di terra romana in contrapposizione all'Italia allora invasa dai barbari e dai Longobardi. In realtà i romani erano i bizantini, perché caduto l'impero romano occidentale, i romani per diritto erano gli abitanti di Costantinopoli, chiamata anche la Seconda Roma e non quelli della Città Eterna.
Caduto l'impero orientale nel 1453, la qualifica di impero romano, per eredità passò a Mosca, detta anche la Terza Roma.
Oggi seppur senza eredità genealogica, ma per supremazia la Quarta Roma potrebbe essere Washington o New York.
Malipiero invece raccontava che Roma, la grande capitale non doveva chiamarsi così, il suo nome doveva essere Romagna, cosa mai successe?
Romolo, il fondatore della città aveva appena scavato il solco delle fondamenta, ovvero il Pomerio, da questo episodio mitologico, i romani ebbero uno speciale riguardo per il Pomerio, considerato sacro, intoccabile, invalicabile e dove era vietato seppellire i morti o costruirvi.
Remo, il suo gemello, scavalcò le mura appena erette e Romolo, al colmo dell'ira, lo uccise aggiungendo queste parole di sfida:
- Così, d'ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura. -
Poi per nulla addolorato dalla morte del fratello fissò un palo nel terreno con un'insegna con su scritto Romagna, ribadendo con ciò che era solo terra di Romolo.
All'improvviso una voce tuonò:
- Non sei degno di chiamare la tua città Romagna, hai ucciso tuo fratello per tenerti tutto tu, hai infranto il dovere sacro dell'ospitalità tale nome lo darò a un altro luogo. -
Un fulmine dal cielo, lanciato da Giove, spezzò l'insegna, sulla quale rimase solo la parola Roma.
Questo raccontava Malipiero e poi soggiungeva, meglio che il toponimo Romagna, sinonimo di ospitalità, rimanga a noi, che noi ai forestieri offriamo vino e non acqua.
Malipiero non sapeva che il detto che si riconosce il confine tra l'Emilia e la Romagna dal fatto che i romagnoli al viandante offrono vino anziché acqua, risaliva alla guerra gotica del VI secolo, descritta dallo storico Procopio di Cesarea, situazione che aveva portato talmente tanta miseria che non c'era più neanche l'acqua da bere.
Malipiero partì volenteroso e con molte speranze per l'Africa, esattamente nella Libia, forse nel 1935 o forse era il 1936, con la tessera fascista in tasca.
Malipiero partì con la valigia di cartone legata alla meglio.
Gli piacque molto l'Africa, le donne erano molto belle e sorridenti, lui lavorava alla costruzione di una strada che non finiva mai.
Si stava bene, cibo abbondante, ma c'era un grosso problema, il caldo causava una gran dissenteria, non te ne liberavi proprio per niente.
A casa, nella campagna ravennate, la famiglia lo diede per disperso, egli in tre anni che stette via, non scrisse mai, anche se i famigliari si erano raccomandati, a braccia in croce, di rivolgersi a qualcuno che sapesse scrivere e gli avevano dato un cartoncino su cui il prete aveva scritto i dati di Malipiero e il suo indirizzo di casa.
Invece, dopo qualche anno ritornò.
Aveva perso il cartoncino con l'indirizzo, tutto qui.
Tornato a casa ricominciò il duro lavoro di bracciante, questa volta aiutato da una cooperativa rossa, così prese la tessera comunista e non l'abbandonò più.
Si sposò, ebbe un figlio, campò, la sua vita era tutta qui, diceva lui, mentre i ricordi dell'Africa erano intrisi di avventura e magia; raccontava che in Libia si mangiava bene, i neri erano gentili, lo trattavano come un signore e le donne nere erano stupende, tornite e lisce si donavano copiosamente, sarebbe rimasto, non lo fece perché la dissenteria lo tormentava.
Si rammaricava spesso di questa dissenteria che gli aveva impedito di restare là.
Rimasto vedovo e solo, il figlio emigrato in Germania, andò in pensione, egli credeva che gli fosse stata elargita grazie ai comunisti, perciò iniziò a portare sempre e solo una maglia rossa e ad affiggere una copia fresca di giornata dell'Unità, che non sapeva leggere ma era comunque la sua bibbia, alla porta di casa.
Salutista, si cibava dei prodotti del suo orto.
Il suo più grande successo, fu una vigna, nata spontaneamente dai suoi escrementi; infatti, svuotava metodicamente il pitale nell'orto, con grande sprezzo al vicinato, la sua cacca era oggetto nel paese di chiacchiere quasi fosse il suo orto fertilizzato dagli escrementi divini del re Sole.
Decise di risposarsi, rivolgendosi a un sensale, che organizzava pullman, che partivano per l'Abruzzo, carichi di uomini in cerca di donne che ritornavano poi ammogliati, altro che ratto delle Sabine bastava un sensale e le donne si trovavano facilmente.
Malipiero tornò con una sposa, tutta nera, gonnellone, camicia, calze e fazzolettone neri, ma dopo pochi mesi pure lei vestiva con la maglia rossa abbinata solitamente con una gonna a fiori gialli.
Ridenti, chiassosi ed allegri, gli sposi viaggiavano su un'Apecar, lui alla guida, lei seduta in poltrona sul cassone del veicolo; si spostavano così fra i vari paesini e in ognuno prendevano un bicchiere di vino rosso, mai bianco perché il colore bianco era quello della balena, cioè della democrazia cristiana.
Un giorno Malipiero prese la curva troppo stretta, l'Apecar si rovesciò e la moglie planò con la poltrona in fondo al dirupo, seduta e illesa... si gridò al miracolo.
Malipiero e sua moglie avevano sempre un sorriso per tutti e in paese erano un po' il simbolo di quello che non c'era più, quello che il progresso si era mangiato: la semplicità di essere sé stessi; erano molto amati dai bambini del luogo e anche se erano criticati dagli adulti, lo erano in modo bonario.
Poi la sposa morì per un tumore, lui intristì, non lo si vide più e non si seppe più nulla, di Malipiero restarono le sue storie, raccontate la sera nel bar.

Adamo

Adamo pensava di rimanere in compagnia solo della sua solitudine per sempre, ormai non si aspettava niente di più dalla vita, ma poi un giorno incontrò Viola.
Viola, era rimasta venti anni, tutti gli anni della sua giovinezza, in una clinica psichiatrica.
Poi era riuscita a venirne fuori, forse chissà con gli anni la pazzia era diminuita, comunque Viola ormai si era abituata a stare dentro l'ospedale e avrebbe anche fatto a meno di uscirne, cosa avrebbe fatto là fuori a quarant'anni suonati?
Andò a vivere col fratello, era una situazione temporanea e Viola si struggeva d'ansia, ma poi un giorno incontrò Adamo.
Si incontrarono al piccolo mercato di un piccolo paese, si guardarono fra gli stoccafissi e le aringhe appese; si presero per mano e si inoltrarono in aperta campagna, si amarono in un fosso, in mezzo a una vigna, così il primo giorno e senza dirsi una parola fecero all'amore fra le foglie secche dell'autunno.
Si sposarono nel giro di un mese per non essere in peccato carnale, negli anni Settanta c'era ancora chi credeva nella religione e Viola e Adamo volevano essere in regola col Padreterno.
Il loro matrimonio fece ridere le comari e i somari del paese dove abitavano, in realtà i due sposi non erano così sciocchi e trulli come i paesani credevano.
Viola, pretese dal fratello la sua parte di eredità, ottenne una casa colonica con un vasto terreno agricolo e un buon gruzzolo con cui si comprò una Fiat 128, con cui andava al mercato il venerdì mattina, assieme ad Adamo.
Quando ebbe dopo poco tempo un incidente a causa di una mancata precedenza, subito i paesani iniziarono a spettegolare.
- Ecco lo dicevamo, dare la patente a una mentecatta, ecco cosa succede, non è capace - e invece ebbe ragione Viola, la precedenza non l'aveva sbagliata lei, così ottenne un nuovo gruzzolo dall'assicurazione dell'altra auto, quella guidata dall'unico laureato del paese.
Grandi risate si facevano i paesani, cioè le comari e i somari (i somari erano i mariti delle comari, erano così chiamati dalle loro mogli intendendo che lavoravano come somari) per come vivevano nella fattoria Adamo e Viola.
Nella casa colonica Adamo e Viola vivevano come a loro piaceva.
Nei loro terreni non usavano veleni, né concimi, né potature alle viti o ai peschi e neanche attuavano la rotazione delle colture.
Tutto quello che nasceva nei loro terreni viveva, fossero querce, erbacce o grano.
L'erba non veniva tagliata, ma mangiata dai conigli, funzionava così: Viola fabbrica delle grandi ceste di vimine, i conigli venivano posti sotto queste ceste, queste ultime poste in mezzo al prato e poi opportunatamente spostate affinché i conigli-tosaerba lavorassero per tutta l'aia e i terreni... il metodo funzionava assai bene.
Gli animali, tanti ne avevano, galli e galline, oche e anatre e poi tanti gatti, forse venti o trenta e centinaia di criceti. Gli animali non si uccidevano, neanche una gallina per fare un buon brodo, neanche per carità si ammazzavano i topi e le mosche.
Oltre al tosaerba-coniglio avevano inventato un metodo per sgranare i fagioli, i piselli o il frumento: venivano distesi coi loro baccelli sul pavimento della cucina, camminandoci sopra si sgranavano, bastava poi spazzare il tutto e passarlo in una specie di vaglio.
Le comari e i somari ridevano non sapevano che Viola e Adamo erano i pionieri di un nuovo modo di vivere e il loro podere si trasformò in un'oasi incontaminata.
I bambini amavano quel luogo, i grandi molto meno.
Viola e Adamo vivevano felici, ma si sa la felicità non resiste a lungo, Viola dopo pochi anni si ammalò, un tumore se la portò via.
Adamo, solo si sentì sperduto, tuttavia ereditò parte del podere e parte della pensione di Viola, una grossa somma: Viola l'aveva sempre rifiutata, perché non voleva essere mantenuta dallo Stato, ora da morta lo Stato inviò il saldo e iniziò a versare la reversibilità ad Adamo.
Come va a finire questa storia?
Adamo viene adottato da uno straniero, una specie di guru indiano se lo portò via, così da un giorno all'altro, non si è mai capito se per affetto e comunione di ideali o per il piccolo capitale accumulato da Adamo.

Viola

Era una bella signorina coi guanti di pizzo, l'abito a fiori bianchi su fondo blu che le stringeva il vitino da vespa e la gonna a ruota che evidenziava le belle e snelle gambe calzate da decolté dal tacco alto, così andava vestita la domenica a messa, traballando e ondeggiando, osservata di sottecchi da uomini giovani e anche sposati e anziani e anche dal figlio del conte, che anche se ormai senza un quattrino era pur sempre di lombi altolocati.
Ma era debole di mente, a quindici anni ebbe le prime crisi di pianto e di rabbia, e si rivoltò al padre, così all'improvviso, mostrando i denti e graffiandogli il viso, al padre padrone di un tempo manco si alzava lo sguardo e così a sedici anni fu mandata lontano, fra i pazzi, i depressi, gli infelici, gli strani, passò tutto il resto della sua giovinezza tra mura grigie e si beccò anche un paio di elettroshock.
Poi a quarant'anni fu rilasciata, vent'anni là dentro, non avrebbe più voluto uscire, il mondo fuori le fa paura, lo sente veloce, rapido, pericoloso, si sente spaesata, intontita, un'incapace, il fratello la prende in casa, ma lei incontra Adamo e l'amore le dà forza, chiede e pretende la sua eredità.
Si sposa e va a vivere in una bella casa di campagna coi poderi di grano e di viti che coltiva senza pesticidi e senza togliere o estirpare nulla, ben presto diviene tutto un insieme di tralci, di erbacce e di campi che più che di grano son di papaveri.
Qui vive la vita che le piace, schernita e un poco derisa dal vicinato, dai paesani che scuotono la testa nel vedere sì terra grassa e fertile lasciata quasi incolta; Viola è avanti coi tempi, già dagli anni Settanta è antiscientifica come i no vax, i no global, i no tav, è per la natura libera e selvaggia, per l'agricoltura biodinamica che è basata sull'equilibrio fra spirito e materia, sulle teorie di Rudolf Steiner, cosa vuoi mai che sappiano i bifolchi di questo sperduto paese di campagna?
D'altronde neanche Viola sa chi sia Rudolf Steiner e cosa sia la biodinamica, lei lo è di per sé e anticipa le mode dei giorni nostri, le tocca così la disapprovazione degli altri, d'altronde Viola non sa cosa sia il buddismo o il namasté eppure lo è senza sapere chi sono Siddharta e il Buddha.
- Mangiare la carne spegne il seme della compassione, neanche una mosca o un moscerino si deve uccidere e neanche l'erba si deve estirpare - , così con le mani a preghiera e il capo abbassato, Viola è solita ammonire i bambini, che diversamente dai grandi accorrono alla sua casa, perché il cortile è pieno di galli e conigli e poi gatti selvatici e rinsecchiti e criceti e nidiate di topolini rosa confetto.
A questo proposito, cioè sulle nidiate di topi, occorre che narri un fatto... successe non si sa come che prese fuoco la stalla, dove Viola e Adamo per anni sino all'inverosimile avevano stipato di fieno, una montagna talmente compatta, che non uscivano fiamme ma emanava solo una gran quantità di fumo intenso. Arrivarono i pompieri e quando iniziarono a inondare la stalla coi getti di acqua, all'improvviso centinaia e centinaia di topi e topacci uscirono fuori correndo all'impazzata, lasciando gli astanti impietriti, persino i pompieri si bloccarono increduli. Il tutto finì coi vigili del fuoco che lavorarono ore e ore per tirare fuori il fieno dalla stalla, sembrava che il fumo non finisse mai, i sorci invece erano scomparsi, ma gli abitanti trovarono, dopo qualche giorno, le case invase dai topi.
Viola è buona, generosa, conosce le erbe, sa intrecciare il vimine ed ha una sua filosofia in cui non c'è posto né per preti e men che mai per lo Stato, soprattutto per lo Stato assistenziale.
Rifiuta la pensione, - datela a chi ne ha più bisogno. -
Per Viola se senti cantare la civetta per tre volte avrai un morto in casa, se il cane abbaia a lupo avrai una disgrazia, se la gallina fa il verso al gallo altra triste disgrazia, né di martedì né di venerdì si deve mai iniziare un lavoro o partire e altre simili superstizioni.
Dice che bisogna stare molto attenti che ci sono streghe malefiche che fanno atroci sortilegi, che la Romagna è terra di streghe che qui sono state bruciate e che quindi il loro spirito inquieto soppravvive e gira nell'aria e può entrare e impossessarsi della nostra anima, secondo lei sembra che a Rimini ci fosse un tempo il loro covo, la Vaccarina, la Foglia erano streghe che nel Medioevo erano in grado di evocare il demonio, in sembianze di caprone nero e che per questo furono bruciate.
La gente la critica, ma solo alle spalle, perché in fondo questa stregheria romagnola è esistita, è stata pure documentata da Michele Placucci, autore di uno dei più antichi “trattati antropologici” (1818), Usi e pregiudizj de' contadini della Romagna che la considera come una vecchia religione, qualcosa di più della magia e qualcosa di meno di una fede, queste superstizioni sarebbero delle rimanenze di una mitologia di spiriti, risalenti ai riti cultuali degli Etruschi o dei Romani e a questa stregheria seppur in fondo, in fondo, ma proprio in fondo, i paesani ci credevano ancora e se sentivano tre volte il canto della civetta o sognavano di perdere un dente, scrollavano le spalle ma stavano ansiosi perché la superstizione indicava un morto in famiglia.
Viola vive libera con Adamo, la sua vita, senza maschere, senza ipocrisia.
Ma non è destinata alla serenità, inizia a gonfiarsi, prima le gambe e poi la pancia, una pancia rotonda e prominente che pare che lei sia incinta.
Comincia a vagheggiare, dice che ha la pancia perché dentro le sta crescendo il Cristo Bianco.
Il Cristo Bianco salverà il mondo, dice.
Lo salverà dai periodi bui che stanno arrivando, che diceva sarebbero stati tremendi, e chissà il come o il perché citava Procopio, uno storico bizantino che ha scritto sulla guerra gotica e le sue conseguenze, così diceva che gli uomini sarebbero tornati a vivere sui monti, a macinare le ghiande delle querce come se fossero frumento, che ci sarebbe stato più vino che acqua, che per la fame si sarebbe diventati cannibali o si sarebbe mangiato l'erba nei fossi.
Era una corsa fra gli abitanti per conoscere queste bizzarrie, tutti i giorni si fiondavano a casa sua, per informarsi sulla sua salute, dicevano, ma poi ridevano, ridevano per le contumelie che lei diceva, qualcuno più serio le consigliava di andare dal medico.
Ma Viola ne ha avuto abbastanza dei medici durante la sua giovinezza, da quando è uscita dalle mura grigie, non ha più voluto a che fare coi dottori di nessuna Facoltà.
Finalmente qualcuno avvisa il medico condotto, il quale si reca a trovarla, senza neanche visitarla, subito la fa ricoverare in ospedale, chiamando lui stesso l'autoambulanza.
Il Cristo Bianco era un tumore, Viola non tornò più a casa.

Marinella

Marinella era una marmocchia che assomigliava al personaggio di Pippi Calzelunghe con i capelli quasi arancione legati in due trecce talmente strette che stavano aperte all'infuori e il viso coperto di lentiggini, ma diversamente dalla ragazzina che furoreggiava nella serie televisiva, che era un'artista della bugia e che raccontava frottole enormi, impertinente e sfrenata con tutti pure con la maestra o le vecchie zitelle benpensanti e tutte perbenino, Marinella era molto timida e non si sarebbe mai sognata di disobbedire, non solo alla mamma ma a chicchessia.
Negli Anni Sessanta-Settanta era poco più che una bimba, era nata in una famiglia contadina in cui il tempo sembrava fermo e immobile, scandito dalle stagioni, se c'erano gli asparagi e i ravanelli era primavera, se le pesche e le ciliegie era estate, se uva e semina era autunno, se c'era il povero maiale scannato e da raccogliere gli sterpi era inverno.
Unica finestra da cui vedere un po' di mondo era la scuola, che le piaceva molto, Marinella primeggiava su tutte le materie tranne che nella ginnastica che non le piaceva, lei amava solo lo sport.
Marinella aveva sempre creduto che lo sport fosse una parola molto affascinante ed esotica le avevano detto che era un termine inglese, lei pensava che non avesse niente a che fare con la faticosa ginnastica, lo sport era per lei esclusivamente il ciclismo e una bicicletta è una bicicletta è una bicicletta!
Tutto sommato Marinella non aveva tutti i torti in quanto ginnastica significa fare degli esercizi e addestrarsi mentre la parola sport inizialmente indicava divertimento gratuito, certo oggi non è così, con tutti i soldi che girano e la competizione selvaggia non è proprio così, ma l'antico significato sopravvive ancora nell'espressione “fare qualcosa per sport”.
Marinella amava le favole e a nove anni era sicura di aver trovato il principe azzurro: Alfredo che era il fratello della sua amica, figlio dei contadini vicini di casa e di campo, purtroppo vi erano dei problemi; le famiglie erano vicine ma fra di loro un divario incolmabile, quella di Marinella era democristiana e non mancava una messa o un rosario, mentre quella di Alfredo era dichiaratamente comunista e considerava la religione l'ignoranza e la sottomissione del popolo, inoltre la prima tifava Gino Bartali, solare e schietto campione di morale tradizionalista, la seconda sosteneva Fausto Coppi di idee libertine e sconce, per via della sua relazione con la Dama Bianca che era una donna sposata e soprattutto Coppi era filocomunista: il loro amore non avrebbe avuto scampo sarebbe stato contrastato come quello di Giulietta e Romeo.
Ma come era nata per Marinella la passione per il ciclismo?
Per prima cosa lei amava la sua bicicletta, quando il babbo le aveva detto che le avrebbe regalato la bicicletta lei non ci aveva creduto, era un sogno troppo, troppo bello, la bicicletta invece arrivò qualche mese dopo; inizialmente Marinella fu un po' delusa, la bici era di piccole dimensioni, le ruote soprattutto erano minuscole, suvvia non era una bicicletta seria.
Cercò di nascondere la delusione per non ferire il babbo, ma lui se ne accorse e disse che aveva comprato la Graziella su consiglio del rivenditore in quanto questa bici era una nuova moda, ed era elegante e sbarazzina, si piegava come una scatola così era possibile metterla nel bagagliaio della 1100 e Marinella avrebbe potuto pedalare anche a Punta Marina o in Campigna; la Graziella non sarebbe servita a Marinella come mezzo povero per andare al lavoro o alla scuola, ma per svago e diletto, la Graziella era “la Rolls Royce di Brigitte Bardot” così le disse il babbo senza riuscire a convincerla: cosa fossero la Rolls Royce e la Brigitte Bardot, Marinella non lo sapeva proprio, lei avrebbe voluto una bici importante come quella dei corridori, ma si adattò a quella che aveva e con la sua Graziella condivise anni felici.
Dunque la passione per il ciclismo era nata per via dell'amore per la bicicletta, che ancora oggi granitico resiste, ma anche per un altro motivo: la madre di Marinella non era una contadina ma una signorina con capelli lunghi, il colletto bianco inamidato e i guanti di pizzo che aveva sposato un bifolco, mettendosi contro la famiglia e rifiutando dei buoni partiti.
La mamma abitava da ragazza a Villanova di Forlì vicino alla casa di Ercole Baldini, che era stato uno dei più grandi corridori che l'Italia avesse mai avuto, la mamma ne parlava sempre con ammirazione: come di qualcuno che era magico, un miracolato, un eroe, come l'Ercole del mito, quello delle dodici fatiche... ciò si era impresso nella fervida mente di Marinella, lei avrebbe sposato un ciclista e lo aveva trovato in Alfredo.
Nel 1966, passò davanti alle case coloniche di Marinella e Alfredo il Giro d'Italia con addirittura il traguardo volante; da giorni non si parlava che di questo e si lavorò fianco a fianco per preparare il tutto, il paese non aveva i pochi soldi che servivano per il traguardo volante, così si autotassarono tutti e tutti lavorarono sodo.
Ciò che più rimase impresso a Marinella, furono le enormi scritte bianche sulla strada con dei nomi di ciclisti con a fianco delle “W”. Queste “W” le sembravano importanti, qualcosa di più che una semplice lettera, sicuramente significavano qualcosa di bello, le avevano detto che significavano “viva” e stavano per vittoria. Oltre alle “W” ci fu la requisizione di tutti i secchi e di altri contenitori che riempiti di acqua furono portati lungo la strada dove il giorno dopo sarebbero transitati i ciclisti.
- Ma a cosa servono tutti questi secchi pieni di acqua? - , chiese Marinella ad Alfredo.
- Il ciclismo è lo sport dei duri e dei tosti, si sta attaccati alla bicicletta per ore, anche la pipì si fa volante, ci si accalda e si suda molto e l'acqua serve per rinfrescarli, un bel secchio di acqua e quasi resuscitano. -
Il fatidico giorno arrivò e i ciclisti arrivarono come una massa di colore veloce e scattante: a Marinella parvero l'ondata dei tartari all'arrivo alla Fortezza Bastiani.
Marinella aveva da poco letto il Deserto dei tartari e pensava che Drogo il protagonista, avesse provato la sua stessa emozione all'arrivo dei ciclisti-tartari, d'altronde abitare in campagna era un po' come stare nel deserto isolati in una guarnigione.
Dunque, quando i corridori apparvero, gli uomini e i ragazzi iniziarono a gesticolare e a urlare come invasati, non le donne e le signorine che dovevano sempre rimanere composte, chi inneggiava a Bitossi, chi a Motta, lanciando secchi d'acqua e spingendo alle spalle alcuni ciclisti correndo per centinaia di metri.
Marinella era troppo piccola per ricordare altro, ma non era certa che i ciclisti fossero stati contenti delle secchiate, anche se Alfredo assicurava di sì.
Il ricordo del passaggio e del traguardo volante divenne un mito, anche perché poi il Giro non passò mai più da quel luogo.
Qualche mese dopo il passaggio del Giro, Marinella andando a casa del vicino per incontrare la sua amichetta, rimase a bocca aperta: davanti alla casa c'erano tre ragazzi di 13-14 anni con le fiammanti biciclette da corsa, vestiti con maglie gialle a mezze maniche e corti pantaloncini neri e il berretto in testa e uno di loro era Alfredo.
Oh! Quel berretto bianco con la visiera rialzata, così diverso dai cappelli di feltro, dai baschi e dalle berrette o dagli orribili cappelli di paglia alla Borsalino, sapeva di America, di Hollywood, il berretto qualificava il ciclista.
Marinella cadde innamorata, aveva trovato il suo principe, era giallo più che azzurro ma lei lo preferiva così, con la bicicletta al posto del cavallo.
Avrebbe voluto correre loro incontro, chiedere di farle provare il cappellino, ma era troppo emozionata e si nascose dietro l'angolo della casa, osservando avidamente i tre principi col cavallo d'acciaio e col berretto che al posto della piuma aveva la visiera, non esisteva niente di più bello di quei tre principi gialli.
Seppe poi da Alfredo che il berretto era indispensabile al ciclista perché proteggeva dal sudore, mentre la visiera serviva come antivento e come protezione solare e che non era così moderno come credeva.
Alfredo le spiegò che si era iscritto all'Associazione Sportiva Ciclistica Dilettantistica Rinascita.
La Rinascita era una società importante, fondata addirittura nel 1947, dalle cui file erano usciti corridori che avevano partecipato al Campionato del Mondo, con ottimi risultati, addirittura nel 1956 nelle fila della Società militava Arnaldo Pambianco di Bertinoro, chiamato Gabanì che in quell'anno arrivò secondo al Campionato Italiano e fu Maglia Azzurra Olimpica, passerà negli anni successivi al professionismo, vincendo tra l'altro un Giro d'Italia Professionisti. Negli anni seguenti una buona parte dei dilettanti della Rinascita entrò fra i corridori professionisti e nel 1960 la Rinascita vinse il Campionato Regionale, insomma Alfredo era in un buon team, aveva passione e gambe buone e un giorno avrebbe partecipato al Giro d'Italia, questo Marinella lo credeva fermamente ma...
Alfredo non la considerava per niente, era tutto smancerie per una grandona di sedici anni che portava la minigonna!
Marinella non se ne preoccupava, sarebbe cresciuta e se lo sarebbe preso, intanto stava sempre a bocca aperta ad ascoltare Alfredo che gli parlava di allenamenti, di dieta alimentare, di lotte e di volate per la vittoria; il lunedì mattina poi, molto presto era là a casa dei vicini a informarsi come era andata la gara ciclistica, le corse si tenevano la domenica mattina in giro per l'Italia; purtroppo Alfredo non vinse mai una gara, era sempre tra i primi nelle corse in pianura, ma sistematicamente cadeva sull'asfalto durante le volate per il traguardo, mentre nelle gare di montagna non riusciva a staccarsi dal gruppo e non arrivava mai coi primi: lui era un velocista e non uno scalatore.
Il lunedì aveva sempre le ginocchia sbucciate e martoriate a volte si vedeva la carne viva, Marinella era preoccupata per la sua incolumità ma Alfredo aveva una soglia del dolore molto alta e andava a fare gli allenamenti anche se infortunato.
Come finì?
Alfredo non divenne mai un campione, anche se rimase a lungo un ciclista dilettante, Marinella divenne una rosea quattordicenne femminista e rocchettara: Alfredo si accorse di lei, iniziò a farle la corte ma ora Marinella non era più appassionata di ciclismo, ora era innamorata del rock e di David Bowie e sdegnosa rifiutò i suoi approcci.
La Società Rinascita continuò coi suoi allori: nel 1970 la vittoria nel Campionato Italiano a squadre, nel 1971 la Società ebbe 53 vittorie su strada nella categoria dilettanti e 18 vittorie con la categoria Juniores, negli anni successivi, ebbe l'onore di avere fra i propri atleti Andrea Collinelli, Campione italiano e Campione olimpico inseguimento su pista e l'indimenticabile e sfortunato scalatore Marco Pantani che passato al professionismo vinse il Giro d'Italia e il Tour de France.

Romina

Romina si rimpinza di pasticcini, di gelati, di salatini, tutto quello che trova nella dispensa e nel frigorifero se lo ingurgita.
Si fa schifo, a quel corpo che urla dolore, Romina gli dà cibo, come si fa coi poppanti, quando piangono e gli si dà il biberon o il ciuccio intriso nel miele o nello zucchero.
Poi quando quella cosa feroce che è il suo stomaco sembra finalmente tacere, pieno di cibo all' inverosimile, le cade addosso una pesantezza enorme, una specie di stato comatoso la invade e sta fra il di qua e il di là sino a che finalmente arriva il torpore, una specie di oblio lamentoso che è preludio del sonno, ma prima che finalmente possa morire, morire col sonno, piange e pensa minuziosamente a ciò che era successo in un giorno luminoso di luglio, un giorno terso e dorato in cui il m'illumino d'immenso sembrava tangibile e sembrava impossibile che qualcosa di brutto potesse accadere.
Un anno prima era così sicura di sé, amata, sorridente e vincente.
Aveva una vita ricca di interessi, piena di volontà e di buoni propositi, studio, lavoro e poi amici che le facevano anche il filo, amiche e poi balli e viaggi, diciamo viaggetti perché Romina non aveva tante possibilità ma lei era contenta così, stava nel suo mondo semplice di paese e vi stava bene.
Romina era povera, ma la madre l'aveva tirata su come non lo fosse, i paesani dicevano che l'avesse viziata troppo, l'aveva fatta studiare e la lasciava viaggiare per il mondo così la ragazza non era né carne, né pesce, intendendo che non era come le altre ragazze di paese e ciò l'avrebbe resa inquieta e insoddisfatta, ma la madre non ci sentiva da quest'orecchio, lei nascondeva la sua fatica a Romina, faceva conto che tutto andasse bene, sempre pronta ad ascoltarla sempre sorridente, lei si sarebbe sacrificata sino all'osso, perché Romina non avesse la vita che aveva avuto lei, chiedeva che Dio desse sulle sue spalle tutti i pesi che sarebbero dovuti toccare a Romina, lei li avrebbe portati, era forte e Romina avrebbe fatto la vita dei film e delle favole.
Romina era orfana di padre, scomparso nella guerra in Russia, Lorenzina, la madre dopo aver lavorato come bracciante, un periodo terribile dove era costretta a fare anche la lavandaia per riuscire a mettere d'accordo il pranzo con la cena, allora non c'era la lavatrice, se c'era era la stessa cosa perché la mamma di Romina non se la sarebbe potuta comprare, così Lorenzina aveva sempre le mani gonfie e rosse per via che stavano sempre in acqua che era fredda, che quella calda era un lusso, poi aveva ottenuto un buon lavoro, per via del marito morto in guerra, le avevano dato un lavoro statale, era bidella nelle scuole elementari.
Lorenzina aveva avuto un'infanzia poverissima, era nata in una di quelle famiglie talmente povere che i genitori erano costretti a mandare i propri figli già dai 6-7 anni a lavorare presso la casa di un contadino più abbiente come garzone, che il più delle volte voleva dire lavorare dalla mattina presto fino a sera e poco cibo perché non ce n'era neanche dal contadino e se c'era il garzone era l'ultimo a mangiare. Erano ragazzini, era lavoro minorile, per tradizione, il giorno scelto per la loro partenza era il 25 marzo, i maschi lavoravano nei campi e nelle stalle, le femmine in casa con l'azdora.
Lorenzina siccome in famiglia erano in tanti, fu mandata in una casa colonica della campagna forlivese, aveva dieci anni, doveva lavorare sempre, continuamente rimproverata e se per caso le rimaneva un po' di tempo l'azdora le faceva lavare le zampe alle galline.
Lorenzina aveva paura delle galline perché la beccavano e un bel giorno non ce la fece più fece un fagotto con le sue poche cose e se ne andò di notte, fece venti chilometri a piedi, non ebbe mai paura, ritrovò la sua casa, la sua famiglia non ebbe il coraggio di rimandarla indietro.
Lorenzina a 17 anni si sposò, a 19 anni era già vedova.
Romina nascondeva le sue crisi alla madre, con lei si mostrava impegnata nello studio, nei divertimenti, nelle scampagnate, non voleva sapesse quanto stava male, non voleva deludere le fantasticherie che la madre aveva fatto su di lei.
Sogni che sembravano realizzati, sino a quel giorno, Romina aveva incontrato Gian Luigi e le parve di essere entrata in una favola, sino a quel giorno di luglio.
Romina rivedeva perfettamente quel giorno come in un film, era in un albergo, a Roma sull'Aventino, in una stanza tutta sfumata d'avorio, letto, divani, suppellettili, tutto color avorio-crema, il letto aveva una testata barocca in argentone e sopra vi era un tendaggio che culminava al centro con una corona e le tende velate ondeggiavano lasciando intravedere un balconcino rotondo invaso da edera, si sentiva una principessa e la mattina dopo si sarebbe sposata col suo principe azzurro.
Era solo un poco amareggiata perché la madre non l'aveva accompagnata a Roma, non se l'era sentita, non voleva mettere in imbarazzo la figlia o lo sposo, coi suoi modi rozzi e inadeguati... Romina comprendimi è anche per me, non voglio sentirmi inferiore.
Gian Luigi aveva subito accettato la decisione di Lorenzina e a Romina era dispiaciuto molto ma poi lo aveva assecondato e aveva detto alla madre che forse era meglio cosi, Romina sapeva che lo assecondava troppo, ma lo amava così tanto.
Inizialmente era stata un po' preoccupata dai modi snob di Gian Luigi, dall'atteggiamento da baronetto inglese, sufficiente con tutti, sempre con quella linea amara sulla bocca che pareva dire... fatti in là pezzente, ma Romina li aveva attribuiti ad una maschera, per difendersi da certi ambienti del tipo radical-chic che era solito frequentare, che quelli bene erano salati, tutti colti e perbenino ma taglienti come un rasoio.
Dunque in quella camera raffinata, Romina si trovava bene, molto bene, anche se viveva con la madre in una casa di campagna che era stata ammodernata, col risultato di avere i muri in pietra e le tapparelle verdi in plastica, un incrocio veramente bastardo e nel salotto-tinello al tavolo di formica verde erano stati appaiati due divani in finta pelle ancora e per sempre incellofanati, sua madre li riteneva talmente lussuosi e belli da tenerli protetti come fossero opere d'arte religiosa, nessuno poteva sedersi, tranne gli ospiti di riguardo, tipo lo zio avvocato quando veniva giù da Milano per andare a soggiornare al mare.
Romina era abituata per le vacanze e nei suoi viaggi ad andare al campeggio o negli ostelli, ma alla bellezza e all'armonia ci si abitua presto, così nella stanza si sentiva a suo agio.
Dopo la cena con le amiche, Gian Luigi era uscito con gli amici per l'addio al celibato, rientrando tutto quel candore e nitore l'aveva spaventata, si era trovata come in un abisso, l'ansia era arrivata all'improvviso, l'emozione la divorava, le mancava il respiro e il cuore sembrava smettere di battere, sussultando e tremando.
Si mise a letto, ma non chiuse occhio e alle cinque non potendone più, si era alzata, aveva dato una mancia al portiere e aveva chiesto un caffè; ed era uscita a passeggiare per una Roma deserta e splendida.
In giro non c'era anima viva, Romina decise di scendere al piano verso la Bocca della Verità, passeggiando pigramente in mezzo a giardini di rose di ogni colore, annusando profumi intensi si rilassò ed iniziò a sentirsi di nuovo alla grande, con passo spedito iniziò a cantare sottovoce... questo disco è il mio pensiero d'amore, per teee, per teii.
Ma poi iniziò a sentire una specie di bubbolio interno, fino a che a un certo punto sentì, dei dolori sempre più secchi all'addome, sempre più violenti, fece dietro front sperando di farcela a rientrare in albergo e allo stesso tempo si guardava attorno alla cerca di un bagno pubblico.
Si rese conto di essere lontana dall'albergo, bar o altri luoghi pubblici non se ne vedevano era l'alba ed in giro c'era solo lei e i dolori erano sempre più violenti, non l'avrebbe trattenuta che per pochi minuti, lo sapeva... che fare, che fare.
Era un vasto terreno aperto con solo rose e rose, un arbusto un po' più grande non c'era, non c'era, poi vide un vicolo, o meglio un muretto a cui stava appoggiato un piccolo cantiere di restauro con assi e mattoni, la decisione fu improvvisa, si abbassò, evacuò.
La più gran evacuazione della sua vita, Romina la guardava sbalordita una montagna di dieci centimetri di altezza e venti-trenta di larghezza, come aveva fatto tutta quella roba a stare dentro di lei?
Coprì il tutto con dei fogli di giornale, trovati lì in giro e si dileguò in fretta.
Frastornata, arrivò all'albergo, si mise sotto alla doccia, restandoci a lungo, l'acqua lavava lo sporco e contemporaneamente scivolava dalla sua mente l'imbarazzo per quello che le era capitato poco prima, assieme ad uno strano presentimento.
La cerimonia, il ricevimento, la notte, il viaggio di nozze fu un mosaico meraviglioso fatto di tessere perfette e luminose.
Dopo qualche mese, fu costretta ad aprire gli occhi, lei era stata per Gian Luigi un capriccio, un gioco nuovo di cui si era stancato assai presto, e lei era costretta a subire i suoi scatti d'insofferenza e soprattutto quella cinica piega della bocca e gli occhi sprezzanti quando la chiamava bifolca accusandola di avergli messo il cappio al collo, di aver usato le arti da donnaccia per abbindolarlo, di vergognarsi di lei e della sua stoltezza da gallina da cortile, che l'aia era il suo posto e il suo lavoro dare il becchime ai polli e forse neanche era capace di fare quello e poi le diceva che aveva un io smisurato... io, io, io, sei solo capace di dire così.
Romina, silenziosamente si era messa da parte, annichilita, con la fiducia in sé stessa annientata, non solo aveva perso l'amore, Gian Luigi le aveva tolto l'essenza di sé stessa, e ora divorava pasticcini per consolarsi.
Ogni tanto si chiedeva se la sua vita non potesse riprendere energia da quella gran deiezione che fece sull'Aventino, che ora vede in maniera diversa, il suo corpo sapeva già e aveva risposto in maniera eccellente, le aveva mostrato ciò che già lei sapeva ma non voleva vedere, ciò che aveva infilato nell'inconscio.
Era stata lei che non aveva ascoltato il suo corpo e lo aveva costretto a quella farsa di matrimonio, il corpo aveva risposto cosa ne pensava.
Da lì deve ripartire.
Il mio corpo mi vuole bene, io devo amarlo, egli è il contenitore ed ha importanza quanto il contenuto.
Domani, domani sarò di nuovo me stessa si dice Romina, realizzerò i sogni di mia madre, mentre finalmente si addormenta.

Gian Luigi

Inquieto, scontento, ma sicuro di sé.
Macina pensieri di grandezza.
Non sa bene cosa farà da grande, ma si sente un predestinato.
Ha tutto per riuscire nella vita: intelligenza, charme, possibilità, istruzione e soprattutto sa vivere nel mondo.
Alto, snello, capelli folti e neri, occhi nocciola con pagliuzze dorate che possono guardarti col più grande disprezzo o con la più grande soavità, un sorriso altero che può tramutarsi in disarmante come quello di un bambino, un'eleganza innata, veste con abiti di sartoria, con le camicie col suo nome ricamato in corsivo e scarpe fatte a mano, intelligente, molto intelligente, è diventato un avvocato e negli anni Settanta l'esserlo era ancora uno status.
Figlio unico di bottegai, da loro cresciuto nella bambagia, col tempo dall'essere orgogliosi del figlio erano passati ad esserne intimiditi, gli davano del lei e nei rari ritorni, Gian Luigi lavorava a Roma, di solito solo per Natale, prenotavano una suite nell'albergo migliore della città vicina, non sentendosi all'altezza di ospitarlo.
In uno di questi ritorni, fermandosi a prendere un caffè al bar del paese, Gian Luigi incontra Romina, un'affascinante ragazza naif.
Gian Luigi ricorda bene quel primo incontro, era entrato nella toilette del bar, vedendo che era un bagno alla turca disse... ma cos'è ‘sto porcile io non riesco a farla qui.
Uscendo si era quasi scontrato con Romina, che avendo sentito le sue parole e avendo visto la sua faccia disgustata si era messa a ridere, con le mani sulla pancia rideva a crepapelle: - Oh che bel principe sul pisello - disse, Gian Luigi sapeva bene come comportarsi in certi casi, occorreva far finta di non vedere né di sentire, ma la intravide e le piacque, le piacque subito.
Certo Romina è grezza, ha una bellezza provocante, una da una botta e via, ma lo stuzzica, perché non cade subito ai suoi piedi.
È così piena di sani principi obsoleti, così altera nella sua pochezza, non sa proprio vivere nel mondo di oggi, ma è così bella.
L'ha portata a Roma, i suoi amici avevano la bava alla bocca per la gnocca che si era trovato, ma erano pure incantanti dal suo non avere chili di fondotinta, dal suo essere così naturale, burrosa e tenera come una bambina cresciuta.
Ma Romina non cede, o meglio ceduto ha ceduto, ma ora Gian Luigi, che vuole sempre quello che non ha, vuole che sia ai suoi piedi senza limiti, ma Romina non si fida di lui, gli dice che il suo mondo è fatto di cose semplici, gli dice che lui non è adatto ai sacrifici di una vita normale, gli dice sesso sì, ma non vita in comune, questo mai, innamorarmi di te questo mai.
Questa poi, una mezzacalzetta come Romina lo rifiuta.
Incredibile Gian Luigi si è sacrificato, mangiando cibo casereccio, sbaciucchiando parenti rinsecchiti e ottusi, sopportando battute sceme e linguaggio truculento, lui, così fine.
Per cosa poi si è sacrificato.
L'ha sposata, con tanto di cerimonia in chiesa, anche la religione ha dovuto mandare giù, perché per Romina solo in Chiesa si era sposati per sempre e aveva preteso pure che facesse oltre alla Comunione, la Confessione, che cavolo quante cose aveva dovuto fare per lei.
E poi, le sue speranze svanite.
Aveva pensato che allontanandola dalla madre e dal paese, facendole conoscere la vita che conta, avrebbe capito come gira il mondo.
E ‘sta scema, gli dice che è lui che non vale un razzo, che la vita è fatta di piccole cose, che bisogna accontentarsi.
- Bisogna accontentarsi - dice la tonta, ma è proprio cretina, qua non è questione di accontentarsi, se non sei tu il primo ad agire, lo è l'altro, ‘sta scema di paese del volemose bene, quando l'altro ha sempre un coltello in tasca da infilarti nella schiena.
Per fortuna se ne è andata senza fare storie.
Gian Luigi scuote la testa, lui ci ha messo tutto sé stesso, per fare uscire dalla crisalide la farfalla.
È proprio vero che ad essere buoni ci si rimette sempre.

Fantasia

Dai racconti, credo che abbiate capito che descrivo le storie, viste attraverso i miei occhi, della gente che abitava nel mio paese d'origine, nella campagna ravennate, delle persone che mi hanno colpito e che non ho più visto da quando con la mia famiglia me ne sono andata verso la fine degli anni Settanta, cerco di narrare a volte immedesimandomi nelle persone a volte osservandole da fuori, a volte partecipando direttamente, altre ricostruendo i fatti attraverso il chiacchiericcio locale e il non detto, l'omissione che svela ciò che va tolto dal pettegolezzo, con l'intenzione di farvi entrare dentro, sono ormai fotografie ingiallite che spero siano come le foglie d'autunno che cadono e diventano humus, migliorando il terreno.
Di questa bambina, non conosco il nome, l'ho chiamata così Fantasia, e le ho voluto bene anche se lei non lo ha mai saputo e neppure lo saprà.
Tre sorelle, erano tre sorelle che abitavano accanto alla villa padronale della contessa.
Il paese aveva un paio di lussose dimore che risalivano al Settecento, costruite quando era di moda fare le vacanze in campagna, oggi invece le ville si fanno al mare o in montagna.
Dunque tre sorelle, due, cinque, otto anni, Fantasia era la più grande.
A Fantasia piaceva lo stare in bilico, amava la campagna che per lei era idilliaca, scorrazzava con la sua bici in mezzo ai campi, poi si distendeva sull'erba a cercare le cavallette oppure a cercare pesche, uva o ciliegie secondo la stagione, a questa calma dorata senza tempo né spazio Fantasia, quasi a voler esorcizzare uno spirito maligno che istintivamente sentiva avrebbe reso più avanti la sua vita un mondo patrigno, creava situazioni di pericolo, quasi per mettersi alla prova con le difficoltà future.
A Fantasia piaceva il confine, lo stare in bilico, aveva una specie di alchimia, uno strano fascino verso le chiavi, quelle chiavi di cui la mamma, prima di andare nei campi, si raccomandava non perdesse dopo aver chiuso bene la porta.
Proprio tale importanza, il fatto di non doverle perdere e anche per il fatto magico dell'aprire e del chiudere avevano per Fantasia qualcosa di ammaliante e così faceva in modo di perderle, non volontariamente, ma che il fatto accadesse da sé.
Perché poi Fantasia, che era ubbidiente sino al sacrificio, tentasse di perdere le chiavi di casa, disobbedendo alla mamma, era una cosa misteriosa pure questa.
Siccome Fantasia perdeva regolarmente le chiavi di casa, la madre vi legò un lungo nastro che Fantasia doveva infilarsi al collo, in questo modo era impossibile perderle.
Ma a Fantasia, come già detto, piaceva rischiare, così se le toglieva dal collo, le guardava affascinata, poi prendeva il nastro e lo roteava per un po', poi vinta dal desiderio lanciava il tutto come fosse una fionda, prima vicino e poi osando sempre più, lontano verso i campi coltivati.
Se le chiavi col nastro cadevano sull'erba medica o sulla stradina, bene, era facile che Fantasia le trovasse, ma poi lei alzava il tiro e le lanciava in mezzo ai cavoli o ai piselli e allora non le trovava più, e quando la mamma tornava col motorino dai campi, piangeva e diceva che non le avrebbe perse mai più, ma ambedue sapevano che non era vero.
Fantasia oltre al gioco delle chiavi ne aveva un altro, quello di fingere di morire, resisteva sino a che le sorelle spaventate non piangevano e correvano a cercare la mamma, allora resuscitava, perché Fantasia non era sicura che questo gioco piacesse alla mamma, c'era la probabilità che si prendesse qualche schiaffo.
Altro gioco che le piaceva tantissimo era lo stare in equilibrio con un solo piede sul predellino posteriore del carro, quando con quest'ultimo trainato dal trattore e guidato dal babbo, si andava in mezzo ai campi per raccogliere le cassette di pesche, già riempite la mattina presto, stava su quella specie di staffa con un piede solo facendo finta di cadere, sbilanciandosi sempre più e un giorno cadde per davvero.
Per fortuna si sbucciò solo i ginocchi e nulla più ma i genitori si spaventarono perché le sorelle dissero che Fantasia era solita cadere come morta, che era capitato più volte.
I genitori pensarono a degli svenimenti e molto preoccupati la portarono dal dottore.
Il medico condotto non ci capì niente, consigliò di portare la bambina da uno specialista, un neurologo.
Fantasia aveva un bel dire che lo faceva per gioco, che cadeva a terra perché fingeva di morire, la mamma e il babbo non le credettero.
La portarono infine da uno specialista famoso, il quale dopo una serie di esami, anche l'elettroencefalogramma, il nome spaventò molto Fantasia, in cui le misero delle mollette gelatinose che le impiastricciarono tutti i capelli, disse che era tutto a posto, in pratica non ci capì niente, ma disse: - Proviamo a toglierle l'appendicite - .
A quel tempo andava di moda togliere l'appendicite e le tonsille.
Così fu, che Fantasia, per troppa moda e per troppa fantasia, l'operazione dell'appendicite la subì per davvero.
Paola Tassinari
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