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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Manuela Stangoni
Titolo: Pacem Nutrio
Genere Distopico
Lettori 546 12 16
Pacem Nutrio
Settore viola.

Quel giorno, non so bene cosa, mi aveva fatto rimbalzare nella mente l'immagine di lei più e più volte. Avessi avuto almeno una foto, insomma, qualcosa che la raffigurasse. Per vederla ancora una volta, per specchiarmici dentro e osservare se le somigliavo.
Allungai il passo, volevo arrivare a casa.
Per qualche ragione sentivo dentro me il desiderio di tentare una corsa. Peccato non riuscirci.
Peccato!
Quando lei era ancora con me, mi spronava a correre più forte che potevo, e io ce la mettevo tutta per non deluderla. Per farle vedere quanto ero brava nonostante la fatica fosse immensa.
Con un fiatone ingiustificato arrivai di fronte alla porta di casa, l'aprii spingendola e appena dentro, mi ripiegai su me stessa. Soffocai il rumore del mio ansimare mettendomi una mano davanti alla bocca. Ero andata troppo veloce. Quando ripresi fiato, chiusi la porta dietro di me ed entrai nella mia camera. Rimasi per alcuni istanti in piedi, ferma, immobile. Poi, aprii le ante dell'armadio e iniziai a cercare... a cercare di vederla nelle cose in cui di lei era rimasta l'impronta.

La volontà di vivere assolve l'uomo dal peccato di esistere.

Ed eccola comparire.
Questa frase, che spesso leggevo e rileggevo, era la citazione che un anonimo, forse dell'antica Grecia, aveva lasciato al mondo, dimenticando di apporre in fondo al suo pensiero, la firma. E a lei, mia madre, non era sfuggita. Dopo averla trovarla in un vecchio libro l'aveva trascritta.
Ero più piccola allora, tuttavia rammentavo quel momento. Lei che si apprestava ad appenderla in camera mia, ma ben nascosta, dentro l'armadio, insieme alle altre. Mentre lo faceva mi spiegava quanto fosse importante leggere e conoscere più cose possibile.

Conoscere è il primo passo verso la libertà.

Questo mi diceva spesso, ma aggiungeva sempre che nessuno doveva sapere che ero a conoscenza di certe cose... cose che lei mi insegnava, di cui lei mi parlava.
Mi incoraggiava invitandomi a sforzarmi il più possibile di ricordarle, e io cercavo di fare come mi diceva anche se la mia mente faticava e mi sembrava tutto insensato.
Allora amavo mia madre, anche se era... strana.
E quella sera, in cui condivise con me questa frase alla quale spesso mi aggrappavo nel tentativo di ritrovarla, si comportò più stranamente del solito.
Ricordo che la osservavo piena di sconcerto mentre con una fretta insolita e per me impossibile da attuare, afferrava i libri da lei nascosti sotto le plance di parquet.
Li prendeva e me li mostrava ad uno ad uno. Li sfogliava parlandomi e spiegandomi cose; troppe cose, e così rapidamente che non riuscivo ad afferrarne alcuna.
Nel contempo io, la guardavo e mi domandavo come facesse ad essere così forte e così svelta nei movimenti. Io, non ci riuscivo.
Ricordo che infine aveva riposto ogni cosa e sistemato le plance di parquet fissandole una all'altra per bene. Poi, vi aveva fatto cadere sopra il vecchio tappeto.
In ginocchio e con le mani appoggiate a terra mi sembrò un animale feroce quando sollevò la testa e posò il suo sguardo di un nero profondo su di me. Ecco, quello lo ricordavo proprio bene: era severo e deciso. Feci persino un passo indietro a causa dello spavento.
Sembrava alienata, come impazzita. E io ne ebbi quasi paura. Ma poi si alzò in piedi e mi abbracciò. Era di nuovo lei.
Aura! Ricordati che questo è il nostro segreto, nessuno deve venirne a co-noscenze. Hai capito? Neppure papà!
A quel punto avevo annuito, come tutte le volte precedenti del resto; e ogni cosa finì per risultarmi sempre più insensata e incom-prensibile.
Lo sguardo da folle le era sparito dal volto, ma un timore insano mi aveva invasa quando vidi Lia sfilarsi gli indumenti viola e indossare una maglia e un pantalone attillati di colore nero. Aveva raccolto i suoi lunghi capelli neri in una treccia, ma non solo, erano sistemati in una maniera diversa. Poi si era calzata dietro la schiena uno zaino. Mi aveva guardata fissa negli occhi, aveva posato le sue labbra sulla mia fronte e detto che sarebbe andata a respirare un po' di vento.
Da dove fosse sbucata tutta quella roba non mi venne mai dato di saperlo.
E mai lo seppi.
Dopo quella sera, non la vidi più.
Di lei mi restò ben poco, e quasi nulla di buono: notti senza sogni, domande prive di risposte, le mie urla silenziose, ricordi confusi, pesanti lacrime sul cuore.
Ogni tanto per accorciare le distanze ricordavo il nostro tempo. Lei che nascondeva libri sotto il pavimento e mi invitava a leggerli ogni volta che potevo; lei che mi raccontava della sua generazione, quelli dall'era della tecnologia avanzata, che però adesso la aberravano; e poi le corse senza fiato. Ma solo io ero senza fiato.
Con enfasi e trasporto mi portava in un mondo che non capivo se fosse esistito realmente o se fosse frutto della sua fantasia... follia.
Già! Pura follia!
Non poteva essere diversamente visto che dove vivevo, nel settore viola, non vi era nulla di tutto questo. Il grigio troneggiava su strade e palazzi, l'ignoranza veniva promulgata come elemento necessario per una vita pacifica e felice. L'utilità della scuola era promossa unicamente in quanto luogo d'iniziazione al nostro nuovo mondo e concezione di vivere.
La confusione in me era il minimo visti i messaggi contraddittori.
Forse era una fortuna che Lia Beat non ci fosse più.
Credo!
L'istruzione non aveva portato nulla di buono. Lo dicevano tutti, e quindi: lettura, scrittura e conoscenza non erano più necessarie.
Lia, infrangendo le regole, mi aveva insegnato a leggere e a scrivere; ma di nascosto naturalmente, e mi ripeteva continuamente quanto tutto ciò fosse importante, perché il mondo in cui aveva vissuto lei era bellissimo e io dovevo saperlo.
Ricordo che in quei momenti, la ascoltavo e le ubbidivo. Volevo farla contenta, perché anche se era pazza, lei, era pur sempre mia madre. Perciò, come una bimba ode una fiaba, la ascoltavo, ancora e ancora; e quale sforzo mi richiedeva ascoltare, capire e memorizzare, come del resto camminare, vestirmi, lavarmi.
Probabilmente era questo il motivo della sua insistenza nel ripetermi tutto più volte. Voleva che pian piano le sue parole le facessi mie.
Da questo, con il tempo, avevo compreso che, o mia madre aveva conservato una memoria completa dei fatti del passato mentre tutti gli altri in modo sfuocato, approssimativo; oppure si stava inventando tutto.
Per questo motivo alla fine avevo optato per la seconda opzione e quindi per la pazzia.
Lia mi parlava continuamente del mondo e di come ci si viveva prima della grande esplosione. Prima che venisse approntata la costruzione del nostro nuovo stato: Dazzling.
A governarlo vi era il Chiarificatore, il nostro capo supremo, e la sua cerchia di Consiglieri. Erano stati loro a ritenere fondamentale, per non ricadere nello stesso errore e orrore del passato, mantenere la popolazione nell'ignoranza.
Meno si conosceva e meno possibilità di sbagliare avremmo avuto.
L'obiettivo era la pace.
Non a caso erano queste le uniche parole che sapevamo leggere e scrivere: Pacem Nutrio, mantenere la pace.
Queste due parole erano scritte ovunque: nei vagoni che portavano cibo e vestiario, sui flaconi del cibo, all'ingresso della scuola e anche in alcune abitazioni: quelle di maggior riferimento.
Noi giovani venivamo cresciuti con frasi che ci inducevano a credere che meglio di così non eravamo stati mai e i vecchi rafforzavano quest'idea poiché affermavano di non ricordare nulla del passato e di non conoscere niente più di noi.
I libri erano stati bruciati o consegnati alle autorità quindi non avevamo alcuna traccia di ciò che era stato.
Chi ci governava manteneva una pace perfetta e noi ne eravamo felici.
In mezzo a tutto questo, Lia, mia madre, scriveva frasi e le ap-piccicava nelle pareti interne del mio misero armadio. Per non scordarle; o forse, perché sperava che io le imparassi a memoria, come lei.
Riguardo ai libri, c'era poco da dire, era così rischioso tenerli, che tutti li avevano consegnati alle autorità.
Come avesse fatto mia madre ad averne così tanti, lo ignoravo, e perché si fosse dannata ad insegnarmi a leggere e scrivere, pure. Tutto ciò era contro le regole, ma sembrava che a lei non importasse. Si sincerava però che io non ne facessi parola con nessuno, neppure con papà.
Era proprio pazza... Peggio per me, pensavo spesso.

Era passato tanto tempo da quella sera in cui era andata via, ma non era stato sufficiente per dimenticarla. Alcuni ricordi si erano come disciolti, e torcendosi e girandosi si erano fatti strada; così facendo, erano scivolati attraverso gli anni e ora che ero più grande si erano ricompattati, riprendendo forma.
Non m'importa nulla di te, mi ripetevo.
Ma mentivo a me stessa e lo sapevo bene.
Quel dolore, di tanto in tanto, si rifaceva vivo e mi masticava il cuore. Sparava senza tregua sangue e ricordi al mio cervello. Sangue e ricordi... per questo mi ripetevo che non mi importava nulla di lei. Cercavo di convincermi.
Degli aforismi da lei appesi pazientemente all'interno dell'armadio, era rimasto solo lo spazio più chiaro che occupavano in precedenza. Io, li avevo strappati tutti: tutti tranne uno. Ma poi mi ero sentita in colpa e allora avevo raccolto ogni brandello, ogni angolo di foglio; li avevo appallottolati e cacciati sotto le plance di parquet. Insieme ai libri.
Solo quella frase avevo lasciato appesa. Quella non ero riuscita a staccarla, come d'altro canto, non potevo fare a meno di soffermarmi a leggerla.
E non certo per il suo significato. Io, quella frase, la odiavo.
Manuela Stangoni
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