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Autore: Angelo Vertolli
Titolo: Caro amico Jack
Genere Noir
Lettori 130
Caro amico Jack

Apro gli occhi all'improvviso.
Mi basta uno sguardo all'orologio da pochi dollari sul mio polso per comprendere quanto sia tardi. Sono rammaricato, ho buttato un'altra giornata nella spazzatura. Mi domando ancora cosa ci fa una feccia immonda come me su questo pianeta. Mi odio con tutte le mie forze.
Un brontolio allo stomaco mi ricorda di avere saltato la cena. Sono furioso, mi domando quando tornerò il padrone della mia vita. Mi viene voglia di bruciare il divano, di farlo ardere insieme a tutta la casa, così la finisco di sprecare il mio tempo. Vivo un'esistenza vuota, sono un morto vivente che si aggira nel mondo senza uno scopo. Almeno loro vanno in cerca di cervelli, io invece posso soltanto fantasticare una vita diversa, un destino migliore per un uomo senza speranza.
Con molta fatica mi alzo dal divano e trascino le mie gambe fino al frigorifero. È vuoto, come sempre, allora decido di usci-re per andare a sfamarmi in qualche squallido pub della città. Lo farò in solitudine, come sono ormai abituato.
Entro nel mio locale preferito con quell'odore di legno vec-chio e il suo fascino retrò. È quasi vuoto e ne sono felice. Vedo giusto una coppietta che discute al primo tavolo sulla destra e un gruppo di ragazzi che schiamazzano in fondo alla sala. Passo davanti alla coppia e li fisso, da vero psicopatico. Loro non mi notano, sono troppo impegnati nel loro litigio. L'uomo do-vrebbe avere superato i cinquanta e indossa un abito marrone abbinato con una ridicola camicia gialla, mentre la donna, molto più giovane, avrà al massimo vent'anni. Lei sembra una docile studentessa con i capelli castani racchiusi in una treccia laterale e gli occhiali da intellettuale, ma il vestito particolarmente scollato la rende davvero sensuale. Quella non è la moglie e sicuramente nemmeno la figlia.
Mi siedo nei pressi del bancone e mi si avvicina la cameriera, una bionda con una camicia a quadri bianchi e rossi lasciata leggermente sbottonata per mostrare i prosperosi seni.
- Buonasera e bentornato - , mi parla con quell'aria maliziosa ed io mi sento in soggezione, ma non posso fare a meno di fis-sare i suoi seni. Mi piacciono da morire, ho voglia di palparli e di assaporarne il sapore. Immagino di annusarle la pelle, pro-fumata nonostante le fatiche del lavoro.
- Che cosa ordini? - mi domanda, vedendomi imbambolato.
- Un hamburger con bacon croccante e cipolle caramellate. Poi da bere vorrei... una birra rossa può andare - , fissandola negli occhi così azzurri da sembrare il mare che circonda le isole caraibiche.
- Va bene, arrivano subito - , mi sorride e si allontana, così io mi domando se adottasse quell'atteggiamento con tutti i clienti per ottenere una lauta mancia. Non credo di sbagliarmi.
Mentre attendo la cena, ripenso al sogno dell'altra notte e al fervore che ho provato da sveglio nel ricordare piacevolmente come avevo ammazzato quella ragazza. Molto strano, conti-nuavo ad affondare la lama in quell'inutile corpo, ma lei aveva gli occhi aperti e continuava a fissarmi.
- Ecco la tua cena - , quasi urlò la cameriera, interrompendo i miei pensieri. La fisso e la immagino che sanguina dal ventre mentre mi serve il mio hamburger fumante. Sono così catturato dai miei pensieri che nemmeno la ringrazio. Vorrei portarmela a letto e poi strapparle quel sorrisetto dalla faccia. Soltanto so-gni...
Affondo i denti in quest'ottimo hamburger e mando giù il boccone, accompagnandolo con un sorso di birra. Torno a ri-flettere sulla mia vita, priva di brio e di uno scopo da persegui-re. Sono soltanto un misero omuncolo in grado di sopravvivere a tutto questo schifo, in attesa che passi il tempo ed esaurisca la mia linfa vitale. In fin dei conti ognuno dovrebbe vivere facen-do tutto il possibile per stare bene, e se per provare sulla mia pelle quella mistica sensazione, io devo uccidere, allora lo farò. Se soltanto ne avessi il coraggio...
In un attimo mi ritrovo a camminare per le strade di questa splendida città, pieni di luci, delirio e spudorata eleganza. La mezzanotte è passata da un pezzo, ma nonostante tutto, nel centro della vita notturna si ascoltano persistenti schiamazzi. Persone di ogni razza o genere, in cerca di divertimento e spensieratezza, vagano per le strade, ridendo, scherzando, scattando fotografie e discutendo. Tra loro ci sono io, turbato e pensieroso, mentre provo a raggiungere la mia casa.
- Ehi caro, abbiamo percorso tutta questa strada in macchina per arrivare fino a qui e ancora non conosco il tuo nome - , la voce di una donna, musica estasiante, risuonava soavemente nelle mie orecchie. Una dolce sinfonia appartenente alla came-riera del mio pub preferito. Avevo finalmente trovato il corag-gio di chiederle di uscire.
- Il bello del gioco è non sapere nulla dell'altro - , le spiego senza nemmeno guardarla, poiché i miei occhi sono attratti dalla bellezza dell'alba innalzatesi sopra il blu del mare. Un ma-gnifico spettacolo da ammirare mentre me ne sto seduto como-damente sulla spiaggia. D'un tratto mi volto e rimango stupito, si è spogliata e mi guarda. Ha i capezzoli di un roseo chiaro, il ventre piatto e il sesso completamente depilato.
La penetro furiosamente.
Dopo avere raggiunto il piacere, lei si sdraia alla mia sinistra, con lo sguardo compiaciuto e soddisfatto di chi è alla continua ricerca di forti emozioni. A quel punto, mentre sollevo la schiena per tirarmi su i pantaloni, intravedo sulla mia destra un riflesso fra la sabbia. Una meravigliosa lama, egregiamente af-filata, mi sta chiamando. Allungo il braccio destro per raggiun-gerla e noto con piacere che la lama è di almeno dieci dita. Gli occhi mi brillano e con un movimento repentino balzo sopra di lei. Comincio ad affondare la lama nel suo ventre e il sangue m'innaffia la faccia, ma non mi fermo, continuo ad accoltellarla come un forsennato.
Apro gli occhi all'improvviso, mi sento scosso ed eccitato. Un altro bellissimo incubo...
Guardo l'ora e scopro che sono appena le otto del mattino. Mi alzo dal letto e corro nella sala da pranzo, dove apro il cas-setto delle posate e cerco con foga, lanciando a terra tutti gli oggetti inutili. Niente da fare, non è qui! Ho un'illuminazione. Guardo alla mia destra e corro come un pazzo verso il riposti-glio che è situato tra il bagno e la stanza da letto. Sulle scaffala-ture in fondo ci sono degli scatoloni, apro con foga quello con la scritta - cucina e altro - , poi ci rovisto dentro. Lo trovo, ho tra le mie mani un meraviglioso coltello di almeno dieci dita con il manico nero e il collarino in oro; è proprio quello del mio sogno. È stato lui a cercarmi, inseguendomi nei miei sogni. Hai fatto tanto chiasso per ricordarmi dove ti avevo nascosto. Tran-quillizzati, ti ho trovato e non ti abbandonerò mai più.
Lo avevo comprato almeno sei o sette anni fa in un negozio di antiquariato e oggetti usati a Harlem per circa cento dollari, ma non avendolo mai utilizzato, avevo dimenticato di posse-derlo. Sono sempre stato affascinato dalle cose vecchie e appa-rentemente inutili. Quel giorno passai casualmente davanti alla vetrina del curioso negozio ed entrai per dare un'occhiata, con-vinto che avrei trovato gli oggetti più bizzarri.
Il negozio aveva due scaffalature laterali, mentre al centro si trovavano delle panche di legno dove erano stati posizionati oggetti di ogni genere. Si passava da orologi di epoche passate, vasi di ceramica, utensili da cucina, fino ad arrivare a una se-quenza di teste modellate con la creta che avevano un qualcosa d'inquietante. Una in particolare ricordava un monaco buddista con una lunga lingua a punta. Ricordo ancora la voce del ven-ditore, un uomo con i capelli bianchi come la lana, molto alto e con la gobba.
- Cerchi qualcosa in particolare? Nel mio negozio puoi tro-vare davvero di tutto. -
- Niente in particolare. Sono stato sempre attratto da questi negozi e la curiosità mi ha portato qui dentro - , avevo detto, compiacendo il venditore innamorato della sua bottega e di tut-ti gli oggetti lì dentro.
- Hai visto la mia collezione di teste? Le ho fatte io, tutte a mano. Se sei interessato, sono in vendita anche quelle e posso farti un prezzo speciale. -
- Voglio giusto dare un'occhiata - , avevo detto, poco prima di trovarlo sul terzo ripiano della scaffalatura a sinistra.
Passando l'indice della mano sinistra sulla fredda lama, sen-to istaurarsi un collegamento emotivo e percepisco il desiderio nascosto di scaldarsi con tanto sangue caldo. Ti capisco amico mio venuto a cercarmi nei sogni e per questo esaudirò ogni tuo desiderio. Odo un sussurro di parole.
- Ho capito, vorresti un nome? Mi cogli davvero imprepara-to... dammi un momento per rifletterci amico mio. - Mi passano per la testa una miriade di nomi adatti, ma non sono convinto da nessuno di questi: Gelo, Dissanguatore, Iron, Klaus e altri. Poi l'illuminazione.
- Ho trovato il nome perfetto. Ti chiamerò Jack. -
Torno nel salotto, poso con estrema cura Jack sul tavolo e corro nuovamente nella stanza da letto, dove apro l'armadio. Recupero una borsa a tracolla e un paio di guanti di pelle, en-trambi neri. L'importanza di trovarsi in casa oggetti che non credevi utili.
Da anni non vado al Kingston Bar sulla Stanton, ma ricordo chiaramente che suonassero da sempre dell'ottima musica dal vivo. Una bella atmosfera in un luogo molto frequentato, dove perfino i turisti lo consideravano una tappa fissa. L'ultima volta c'ero stato con Michelle, una storiella che non durò nemmeno un mese. C'eravamo conosciuti per caso durante un pranzo ve-loce in un ristorante della città e avevamo condiviso un tavolo per via della calca nel ristorante. C'eravamo scambiati i numeri di telefono e poi c'eravamo frequentati per quasi un mese, fino a quando arrivò un messaggio inatteso. Mi dispiace, è stato di-vertente ma è meglio non vederci più. Non avevo nemmeno ri-sposto e da quel giorno non ci fummo mai più visti né sentiti.
L'interno del locale è piuttosto antico, ci sono pochi tavolini e vecchie sedie di legno sul lato destro, dove è anche collocato il bancone, un oggetto catapultato dal futuro, essendo di un ne-ro lucido con il piano di lavoro viola, mentre nella parte sinistra si trova un piccolo palco e la zona ballo. L'arredamento è molto spoglio se non per dei dischi da vinile posti in punti a caso e un jukebox del quale ho seri dubbi che funzioni ancora.
Muovendomi in direzione del barman percepisco il notevole affollamento, con persone scatenate che ballano sulle note di Beat on the Brat dei Ramones. All'entrata era presente una lo-candina che indicava l'esibizione nella serata di un gruppo chiamato The Invisible, che si sarebbe cimentato nelle cover dei più grandi successi dei Ramones. Il gruppo è composto da quattro ragazzi piuttosto giovani, avranno meno di trent'anni, e ne risalta all'occhio il cantante, un tipo con dei lunghi capelli rossi e la carnagione pallidissima.
- Che cosa prendi da bere? - mi domanda il barman, un ra-gazzo calvo, con una lunga barba e per l'occasione vestito con gilè e pantaloni aderenti, entrambi in pelle.
- Un Manhattan, grazie. -
- Ottima scelta. -
Appoggiato con la schiena in quell'angolo di mondo, co-mincio a sorseggiare il cocktail e nel frattempo osservo tra la folla per individuare chi sarà la fortunata. Sempre che si possa ritenere una fortuna quella di fare amicizia con il mio caro ami-co Jack.
Gli voglio bene, quindi prometto di non fermarlo, qualsiasi atto volesse compiere.
Sento un brivido percuotermi e trasalire dallo stomaco, arri-vandomi fino alla gola. La tensione mi bracca, ma pensare a cosa accadrà in questa normalissima serata primaverile, mi su-scita un sorriso e un'eccitazione profonda.
La serata trascorre tranquilla, fino a quando la mia attenzio-ne è richiamata da una coppia che sta litigando chissà per quali futili problemi. Se davvero capissero quanto è dura la vita, non la sprecherebbero in quel modo così inadeguato. L'uomo è un moro con la barba incolta ed è vestito con una camicia celeste e un pantalone marrone, mentre la donna ha i capelli castani rac-colti in una coda e indossa una maglietta rossa. Il litigio si ani-ma ancora di più e noto delle lacrime fluire sul viso della donna. L'insensibile uomo si gira e abbandona il locale, lasciandola da sola in preda al pianto.
Le passo vicino come un perfetto sconosciuto mentre è ap-poggiata allo sportello della sua macchina. Sta fumando una si-garetta. Ha il volto ancora rigato dalle lacrime e il trucco tal-mente sfatto da farle sembrare il viso una maschera di carnevale mal riuscita.
Poco prima l'avevo fissata mentre s'incamminava fuori dal locale e poi mi ero mosso con passo deciso, tenendomi sempre a debita distanza per evitare di essere notato. Dopo averla os-servata cambiare un paio di strade, prima a destra e poi a sini-stra, mi sono ritrovato qui.
La guardo spassionatamente, fino a quando mi fingo interes-sato alla sua attuale situazione. Una donna in difficoltà va sem-pre aiutata. - Va tutto bene? Le serve aiuto? -
La mia voce che s'insinua nella notte la fa sobbalzare. Non mi aveva notato, era probabilmente persa nei meandri della sua mente a riflettere su questa nottata infame. - Che cosa vuoi? - urla per farmi capire che non vuole essere importunata nel bel mezzo di quel doloroso momento.
- In realtà niente - , gli spiego, mostrando uno sguardo ram-maricato, nella speranza di guadagnare la sua fiducia.
- Allora lasciami in pace, non sono problemi tuoi. -
Niente, il primo tentativo ha inesorabilmente fallito. Non mi arrendo, dopotutto era prevedibile quel modo scontroso di rap-portarsi verso uno sconosciuto. - Scusami, non volevo essere indiscreto. Ti ho visto da sola in questo stato e mi sono preoc-cupato - , la vedo abbassare gli occhi, come se provasse vergo-gna a farsi vedere in quello stato, - ascoltami... io non vado via fino a quando non mi garantisci di stare bene e di riuscire a metterti alla guida. -
- Cosa t'importa se io stasera dovessi andare a schiantarmi da qualche parte. Fammi un piacere, continua per la tua strada e lasciami in pace. -
- Non sono un indovino ma non mi ci vuole molto a capire il motivo del tuo dolore. Ci sono passato poco tempo fa, quando mi ha mollato come se fossi un abito vecchio da buttare nell'immondizia e ho avuto la sensazione che il mondo mi crol-lasse addosso - , gli dico e noto un momento di distensione sul suo volto, come se in realtà avesse una gran voglia di sfogarsi e far trapelare tutta la struggente amarezza in lei.
- Scusami.... forse mi sarei fermata anch'io a chiedere se andasse tutto bene - , mi guarda negli occhi e compone una frase che mi agita, - ho un dubbio. -
- Quale? - domando, sperando che non mi abbia visto nel lo-cale.
- Sei davvero un indovino? - e scoppia una piccola risata di-stensiva da parte di entrambi. Soltanto allora sento di avere in-franto il muro eretto verso questo sconosciuto passategli per caso accanto in questa sciagurata nottata primaverile.
- Ce la fai ad arrivare a casa oppure abiti lontano da qui? -
- Sì, penso di farcela. La strada non è molta, superato il Wil-liamsburg Bridge e dopo avere percorso un paio di miglia sono a casa. -
- Davvero? Guarda il caso probabilmente abitiamo vicino. Io sto tra la quarta e la Bedford. -
- Diciamo che da quelle parti ci passo... -
- Se non sono troppo invasivo, potresti lasciarmi dall'altra parte del ponte? Almeno evito di chiamare un taxi. -
- Io posso anche accompagnarti, però una cosa. -
- Dimmi? -
- Mi prometti di non essere un maniaco? - lo dice scherzan-do, è evidente. Vorrei sapere cosa farebbe se le dicessi di averla vista al Kingston per poi seguirla fin qui.
- Lo prometto - , gli dico, proponendo un sorriso rassicurante. Poverina, non può sapere che sono con il mio caro amico Jack. Sono felice, perché finalmente la mia vita sta per avere un sen-so.
Mi accomodo nella sua macchina e quando apro la borsetta, rimango abbagliato dal sorriso spietato e affilato del mio amico. La trafiggo con un fendente, appena sotto la gola.
È bellissimo!
Il sangue comincia a spillare ovunque, anche sul parabrezza. Non mi fermo, continuo a colpire efferatamente prima sul petto e poi sullo stomaco. Quando riesco a fermare quel pazzo scate-nato di Jack, nella macchina c'è un lago di sangue.

Angelo Vertolli
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