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Erri De Luca. Nato a Napoli nel 1950, ha scritto narrativa, teatro, traduzioni, poesia. Il nome, Erri, è la versione italiana di Harry, il nome dello zio. Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui”, è stato pubblicato in Italia nel 1989. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 30 lingue. Autodidatta in inglese, francese, swahili, russo, yiddish e ebraico antico, ha tradotto con metodo letterale alcune parti dell’Antico Testamento. Vive nella campagna romana dove ha piantato e continua a piantare alberi. Il suo ultimo libro è "A grandezza naturale", edito da Feltrinelli.
Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d'inverno, Il purgatorio dell'angelo e Il pianto dell'alba (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero).
Lisa Ginzburg, figlia di Carlo Ginzburg e Anna Rossi-Doria, si è laureata in Filosofia presso la Sapienza di Roma e perfezionata alla Normale di Pisa. Nipote d'arte, tra i suoi lavori come traduttrice emerge L'imperatore Giuliano e l'arte della scrittura di Alexandre Kojève, e Pene d'amor perdute di William Shakespeare. Ha collaborato a giornali e riviste quali "Il Messaggero" e "Domus". Ha curato, con Cesare Garboli È difficile parlare di sé, conversazione a più voci condotta da Marino Sinibaldi. Il suo ultimo libro è Cara pace ed è tra i 12 finalisti del Premio Strega 2021.
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Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Autore: Paola Cingolani - Fabrizio Bozzini
Titolo: Così ti scrivo
Genere Romanzo
Lettori 2188 3 5
Così ti scrivo
"Mettiamola diversamente, cerchiamo di elevarci in volo per poter planare sulle faccende quotidiane come il tanto decantato uccello azzurro dei poeti.
Se non ci basta la fiducia, nell'attimo specifico, attingiamo dalla poesia o dalla letteratura. Cominciamo col dire che i sensibili hanno un quid in più, non una carenza.
Per tutta la vita in tanti mi hanno definita "troppo sensibile" o "troppo attenta" mentre io non li ho mai etichettati come "troppo superficiali". Però l'ho sospettato. Ho avuto più speranza di loro, evitando di giudicare, ho lasciato che comprendessero, senza mai salire sugli scranni, sono stata attenta e paziente. A cosa è servito?
A me: mi è stato utile per la serenità con la quale, adesso, dico di aver dato più di quanto ho ricevuto.
Preferisco sentirmi in credito, piuttosto che in debito. Sto meglio, molto meglio con la coscienza così, mi percepisco leggerissima. Di parole al vento, dette tanto perché una scusa bisogna pur averla, lascio siano loro a dirne. In alcuni casi affiora il vile "non detto" - caratteristica assai conveniente - tratto distintivo dell'essere pusillanime. [...]
(Paola)

[...] Paola, ti scrivo in questa giornata gelida di dicembre, ascoltando il rumore del crepitio della legna sul camino, mentre dalla finestra osservo i rami adorni di bianchi cristalli che – insieme alla nebbia – sembrano costituire la scenografia per l'entrata in scena del generale Inverno. In questa stanza siamo rimasti – in silenziosa attesa – io e i miei pensieri, quelli capaci di superare la muraglia di gocce in sospensione non solo con l'immaginazione, ma con il più potente strumento di comunicazione: le parole. Così, nel raggiungerti con le mie e in attesa delle tue, ti scrivo.
Sai, amica mia, un tempo la comunicazione era così, limitata a dei fogli di carta sui quali la penna non era caricata soltanto ad inchiostro, ma con una miscela esplosiva di bellezza e di emozioni. [...]
(Fabrizio)

[...] Il sorriso non è paragonabile a un boomerang. Il sorriso non fa eco, nemmeno è un frisbee: è un moto dell'animo, è spontaneo, naturale, non consulta l'agenda prima di palesarsi e non ci chiede un permesso speciale. Così come la malinconia e il pianto. [...]
(Paola)

[...] “Sono solo parole.” – disse la mente – “ Eppure le sento scorrere come il sangue nelle vene.” – rispose il cuore.
Carissima amica mia, leggo nelle tue parole quelle emozioni capaci di trasmettere il sentire in una condivisione ben distante dai numeri a cui la moderna comunicazione ci ha ormai, purtroppo, abituati.
Sono le “memorie del cuore”, quei ricordi che diventano di una bellezza infinita quando trovano vocaboli. Non tutto può avere voce, ma in queste tue lettere scorrono, ora libere, note che troppo spesso imprigioniamo nelle nostre profondità, protette da noi stessi e dal mondo intero. Un mondo a cui oggi abbiamo così facile accesso, basta una rete per connetterlo immediatamente e, al contempo, diventa capace di allontanarci dal senso, ben più importante, di ciò che realmente ci circonda.
Mi chiedevo cosa penserebbe Bauman di questa connessione, quale sarebbe il suo dire sulla capacità di relazione, così ampia e così amplificata nel suo fallimento?
Oggi passeggiavo sotto i portici del centro, con passo lento tra la velocità e la frenesia della gente. Tutti con il capo chinato su uno schermo remotamente animato da qualcosa o da qualcuno. Impegnati nel comunicare ogni cosa. Chissà se parlano di se stessi, delle emozioni o delle loro memorie del cuore, chissà se cercano opportunità di lavoro o d'amore?
Useranno in modo adeguato le parole? In questo “via vai” di persone senza volto, di solitudine tra la gente, c'è una musica triste che suona. Lì, seduto a terra su un cartone che racconta di umiltà nel raccogliere della moneta la falsa gloria e a proteggersi dal freddo della notte, c'è un artista che ha sfidato la sua vita e la sua storia.
Nessuno che si accorga delle flebili note e nemmeno del suo sguardo nascosto da un timido sorriso.
E' gelida la giornata, Paola. Ma, allontanandomi, sento più freddo dentro insieme all'eco di quelle note. Magari vedrò un video di quell'artista, o una foto fatta da un passante esperto di comunicazione digitale che, con scintillanti parole, ne farà strumento di interazione. Una nuova fallita smania di pubblicazione, condita con parole vuote e prive di cuore.
Così, tra il disinteresse e la falsa volontà della gente, ti scrivo. [...]
(Fabrizio)

[...] Caro Fabri, il buon Zygmunt Bauman ci ha lasciato una traccia che è la pietra miliare per costruire i rapporti tra persone. La comunicazione è una scienza esatta, del resto. Egli ci invita a ricordare come il cervello umano, possegga una quantità di memoria in base alla quale abbiamo tutti la possibilità di trattenere un certo numero di idee. Non possiamo andare oltre una gran quantità di persone, non abitano tutti la nostra mente, non si possono insinuare nell'umano pensiero i followers. Siamo esseri viventi e non macchine. Ogni individuo si interfaccia con coloro che percepisce vicini, su una lunghezza d'onda comune. Gli affetti si muovono per prossimità, del resto. Tu, ad esempio, alla parola affetto fai corrispondere nell'immediato le tue figlie, la tua famiglia e chi senti parte di quel circuito soltanto tuo. Riflettiamoci, è una grande fortuna: credo sia il solo modo per non dissolverci.
Anche io sento un gran freddo: paradossalmente non l'ho sentito uscendo col cane stamattina presto. Lo sento adesso, come e più d'ogni Natale.
Mi interrogo sul senso della vita, ma la risposta è più grande di me. Provo a guardarmi dentro e la riduco – quasi fosse un'equazione – ai minimi termini. Allora scopro quanto importanti possono diventare, soprattutto, le piccole cose.
Questo m'acquieta. Mi rivedo nelle annate scorse, so di aver dato molto e di aver lavorato senza tregua.
Probabilmente è giunta l'ora di rallentare, così, semplicemente perché vivere in accelerazione continua mi impedisce di assaporare proprio queste cose piccine, di afferrarle tutte.
Adesso ascolto più musica, leggo più libri, rido più che mai delle battute di mia figlia, ricordo, immagino, rifletto. Sai, amico mio, sono convinta che noi contiamo per il ricordo che gli altri conservano di noi. Così mi rinfranca la consapevolezza di essere stata amata e di riuscire ad amare, ancora, nel senso più nobile.
Rallegrarsi se un altro è felice, infondo, è una botta d'adrenalina: così non si presta quasi mai il fianco alla delusione. Sono da sempre inguaribile nel mio prendere e gettare il cuore oltre l'ostacolo, così ecco che ti scrivo anche io.
Quando vuoi tu, sappilo, io ci sono. Così come ci sei stato sempre tu per me, persino quando non eri tenuto.
Non possediamo una soluzione per ogni problema, ma siamo veri, è anche così che vanno le cose.

Tentare una, cento e mille volte.
Riprendere il fiato e tentare di
nuovo. Sapersi adeguare, saper
chiedere e aiutarsi nel capire. Senza
ossessioni, né pretese.
“Nankurunaisa” dice la filosofia
orientale: al momento giusto si
palesano le risposte alle domande
che oggi ti sembrano irrisolvibili.
Tutto arriva: ci vogliono grazia,
educazione e pazienza. Le cose
hanno una loro tempistica che non
possiamo gestire noi.

“Come mai, se il tempo non esiste,
noi siamo fatti su schema
temporale?”
(Cesare Pavese – Diari) [...]

(Paola)

[...] Credo ancora in quei valori di cui gli altri fanno solo parola. [...]
(Fabrizio)

[...] La gratitudine può anche essere allenata: se non è una dote che possediamo, dovremmo impararla tutti. Basterebbe un po' d'impegno. [...]
(Paola)

[...] “Chi vuol esser lieto sia: di doman non c'è certezza.” – scrisse così Lorenzo il Magnifico e credo che nulla di più vero, in letteratura, sia stato enunciato. Tutto ruota attorno alla nostra volontà, alla mediazione di quel conflitto primordiale che ci caratterizza. L'Essere che si ricerca altro non è che un instabile equilibrio di quel dualismo che ci condiziona e che troppo spesso viene manipolato – abilmente direi – dagli schemi o dalle gabbie in cui la società ci costringe. Un'aderenza imposta, a cui inevitabilmente ci si ribella. Un conflitto nel conflitto. Penso al messaggio celato dal celebre concittadino di Lorenzo, il “Sommo Poeta”, nella sua opera maggiore, La Divina Commedia. Lui stesso ci ha invitati alla continua ricerca della nascosta morale, o della giusta via, con i suoi versi. Mi convinco sempre di più del “cammino” che ognuno deve affrontare in questo Inferno in terra. Possediamo più vizi che virtù, li troviamo nella nostra quotidianità, ci sono peccati a cui ci accostiamo ed altri di cui ci circondiamo.
Li ritroviamo nella comunicazione stessa che assume i colori infernali del nero e delle rosse fiamme, in una deriva incontrollabile che vede il peggio nel fondo dello stesso lamento: il Cocito. Persone nemmeno degne d'essere, sepolte in quel ghiaccio che diventa habitat naturale per l'assenza di emozioni, non più degne delle parole.
Saranno forse queste le tentazioni? La presunzione dell'onnipotenza o dell'utopica onniscienza, anche negli scontri, più che nei confronti, delle interazioni digitali? Una miscela esplosiva e ben poco costruttiva. Non possiamo negare – a dire il vero – di essere un po' tutti “imbranati” – alcune volte inconsapevolmente – vittime inconsapevoli del desiderio di appagare il nostro ego e del volerci mostrare ben definiti e completamente risolti agli altrui occhi, più che a noi stessi.
“Il conflitto sta nella contraddizione.” – scrisse Hegel. Natura e libertà, immanenza e trascendenza stanno all'Essere e l'Essere esiste nel Tempo. Nel dualismo cosciente della ragione e incosciente delle emozioni, si collocano la contraddizione e il conflitto. Perciò “Il conflitto sta nell'Essere.”
Sai, amica mia, non ne sono immune nemmeno io ma, senza che questa voglia sembrare una giustificazione, diventa sempre più forte il desiderio di conoscenza e la curiosità dell'infinito in me, della poesia più profonda e dell'essere cullato da speciali onde anomale.
Vorrei tuffarmi in un maremoto di emozioni nel quale perdermi, tutto per poi imbattermi nella bellezza di parole ancora adesso ignote.
Così, nella speranza tu ne sia lieta, ti scrivo.
(Fabrizio)

[...] “Giudicare ed incolpare sono
diventati per noi una scomoda
natura.”
(Bertran Rosemberg Marshall – Le parole sono finestre oppure muri)

Le parole fanno rumore. Poche volte sono musica, troppe volte diventano proiettili e ci si trova come se fossimo in una guerra. I cecchini sparano per due soldi. Giuda – almeno – si diede il valore esiguo di trenta denari. Costa poco un traditore, ancor meno vale un mercenario. Scriviamoci, non sarà una nuova “Opera da tre soldi”, ma ci vuole anche un bel po' di coraggio per abbandonare ogni pudore e dirsene di santa ragione. Tanto non siamo, né mai saremo, esseri perfetti perché, a restare umani, viene la tentazione di essere felici, di gettare fiori senza spine sopra l'inferno, prima di camminarci scalzi. E' per questo che ti scrivo: perché non ho bisogno di una controfigura a darmi ragione.
La cosa che mi conforta è rapportarmi con chi si è arreso al fatto ovvio che, la sola certezza, è l'incerto. Di altro mi ammorbo, mi stanca tanto l'inutile, mi svilisce e mi svuota. Sorrido: secondo te è meno intelligente una spiegazione vana o un interlocutore completamente squinternato? Io sono per ritenere più sciocca la spiegazione vana. Ci si può pur provare – per carità divina – ma una volta inquadrata la situazione si è in un'altra dimensione. Si prosegue. Anche per questo mi piace che ci sia tu a leggere i miei pseudo sproloqui. Sono certa che mi risponderai sempre senza l'insensato timore di contrariarmi e, se dovesse servire, so che mi rimetteresti sulla strada giusta.

Tuonano i giudizi
in temporali strani
maremoti di parole
non c'è salvataggio

_ alcuni giurano
ma spergiurando _

tu osservi da lassù
la vastità del cielo
e ti diventa infinità
addizionata al mare

_ la tua potenza
sai di essere tu _

è quanto hai vissuto
a dimostrare per te

è quanto hai donato
a parlare senza lemmi

è quanto hai ricevuto
a definire una realtà

il tuo angolo di mare
non elargisce timori

_ e te lo coccoli ancora
lo sfiori delicatamente _

è quella sua completezza
l'abbraccio emozionante
a potertisi fare carezza.

Non vuoi più promesse
sei attratta dall'altrove

_ confidami una cosa
fingi almeno di dire _

se sai che tutto è niente
non puoi rammaricarti.

L'attrazione magnetica
per le distanze siderali
è ciò di cui sei fatta tu
è il tuo elemento vitale.
[...]
(Paola)

[...] “Il vero dialogo non impone mai un pensiero. Lo migliora.”

Hai ragione, Paola, le parole fanno sempre rumore, ma diventano musicali, purché scritte con passione. In questo nostro dialogo mi rendo conto di quanto, nel comunicare, nel farlo liberamente e sinceramente, ci si spogli di quella paura di doversi contenere con le espressioni. Sarebbe più facile, certo, se fosse solo uno scambio intelligente e basato su un confronto di conoscenze, ma addentrarsi nelle profondità e nell'intimità porta il dialogo ad un livello superiore. Abbandoniamo il puro nozionismo o la curiosità tipica del voler sapere per spingerci oltre quel limite di diffidenza, andiamo verso la persona, un passo, uno solo e avremo semplicemente superato persino la paura.
Che poi, a dire il vero, sembra così strano poterne parlare senza vincoli, trovare quella pace che esiste unicamente all'interno di una tempesta, quella perfetta. Noi, liberi dall'apparenza di un utopico perfezionismo, semplici esploratori dell'imperfezione dell'Essere nostro, nell'accettazione delle emozioni più molteplici. Non mi importa se mi contraddici e nemmeno importa a me contraddire un tuo pensiero.
E' che dobbiamo arrivare oltre il confronto, dove nulla si impone ma tutto si trasforma. Qualcuno potrebbe dire che facciamo filosofia spicciola. Sorrido anche io. Siamo tutti filosofi inconsapevoli, aderenti a qualcosa che è già stato scritto o, nella migliore delle ipotesi, rimodelliamo un pensiero che si plasma sulle nostre esperienze di vita, sull'unicità dell'anima alla quale diamo voce.

Così, mentre cala la notte e il mio spirito folle attende la Luna, ti scrivo.
(Fabrizio)

[...] La mia vita esiste fino a quando posso pensare di esserne protagonista. Quando si avvicinerà la mia fine, è semplice, sottolineerà ancora di più il mio aver vissuto. Diventerò un ricordo e lascerò le cose buone che ho trasmesso a chi si è relazionato con me. Probabilmente non vorranno ricordarmi in tantissimi? Ci sorrido di gusto. Se mi ponessi questo problema sarei molto stupida, tanto, alla fine, che senso avrebbe? Mi sembra di vederti girovagare con il libro sottomano, interrogandoti sul senso della vita. [...]
(Paola)
[...] “Il tramonto, a volte, cala sul cuore come una scure liberando pensieri. In attesa di un nuovo respiro che sia alba.”
Le 05.12 del mattino. Fisso per un attimo la sveglia prima di realizzare che è troppo presto per alzarmi, ma è l'ora giusta per godere dello spettacolo dell'alba con una tazza di caffè bollente tra le mani. La poltrona di vimini sul terrazzo, con i suoi cuscini bianchi, mi avvolge come in un tiepido abbraccio lasciando che il mio sguardo possa perdersi a est, lungo la linea dell'orizzonte.
Resto fermo così, in attesa di un inizio, di un nuovo ciclo, immobile davanti a uno spettacolo unico che si ripete ogni giorno.
Tutto ha un ciclo, penso, mentre le prime luci dipingono l'orizzonte con quelle sfumature di colori che troppo spesso ci perdiamo. Dormiamo, forse anche troppo. Ci alziamo con lentezza e iniziamo una serie di azioni ripetitive, come fossimo degli automi, fino al tramonto. Poi, scambiando tutto questo per la normalità, torniamo semplicemente a dormire e, proprio prima di abbandonarci tra le braccia di Morfeo, facciamo i conti con le nostre aspettative.
“Troppo alte? Molto spesso sì.”
Penso proprio che quello sia l'unico attimo di vera lucidità che abbiamo. L'attimo dei “buoni propositi” per il giorno dopo, per il domani, per la vita. Propositi che, chiaramente, vengono disillusi da noi stessi al primo suono della sveglia.
La nostra vita assomiglia molto a quella linea all'orizzonte. Un punto lontano, ma percepibile, come la speranza.
La vicina intanto è già all'opera con il suo continuo entrare e uscire dal terrazzo, come se volesse farsi notare. Appoggio il braccio sul lato della poltrona, apro la mano e mi copro il viso, per nascondermi. Di certo inizierebbe a parlarmi e, sinceramente, in questo momento non ne ho assolutamente voglia. Ogni mattina fa le stesse cose ma la più divertente è il suo continuo chiamare il gatto “Leone, Leone...” – lo ripete almeno una ventina di volte prima di rientrare. Mi ricorda il dialogo del signor Nakata con il gatto Otsuka sul libro Kafka sulla spiaggia di Haruki Murakami. Sorrido. Chissà cosa risponderebbe Leone alla sua padrona se lei, proprio come il signor Nakata, sapesse comprendere il linguaggio dei gatti. Probabilmente, se avesse lo stesso temperamento di Otsuka, da dietro una delle palme del giardino, intento a leccarsi i cuscinetti di una zampa prima di passarsela dalle orecchie fino ai baffi, le direbbe: “A parte che noi gatti i nomi non li ricordiamo, ma proprio Leone dovevi scegliere? Comunque adesso arrivo, con calma, non sono mica sordo. Voi umani avete troppa fretta in tutto e alla fine non capite quanto tempo perdete per non stringere nulla.”
Un gatto saggio Otsuka e probabilmente anche Leone che, mentre lo scruto con la coda dell'occhio, si avvia lentamente verso la ciotola di crocchette.
Sorseggio dalla mia enorme tazza di caffè fumante, accompagnato da una sigaretta che vorrei fosse spenta. La sola distrazione è una macchina che passa a rompere il silenzio, il mio sguardo va verso il sole che sorge e, immancabile, rifletto sull'unicità di alcuni pensieri.
Che poi, devo ammetterlo, taluni sono veri e propri interrogatori a cui manca solo una luce puntata.
Così, tra un sorso di caffè e l'altro, ascolto le domande e cerco le risposte – sorrido, perché trovo addirittura assurdo questo mio conflitto – come se potesse esistere una soluzione a qualsiasi quesito. La vera salvezza sarebbe non porsele nemmeno certe domande, lo so, ma se fosse così semplice controllare i pensieri, allora saremmo anche capaci di gestire le emozioni e invece ne siamo completamente succubi.

“Le persone e le emozioni
dovrebbero essere vissute e mai
subite.”

Vero. Tanto vero quanto inapplicato e inapplicabile. Escludiamo le rarità, ovviamente, escludiamo anche tutti quelli che pensano esistano la perfezione, la verità assoluta e l'amore eterno. Poveri illusi. Per assurdo sarebbero da ammirare, perché nel loro essere convinti del “tutto”, magari, certe domande non se le sono proprio mai poste.

La risposta ad ogni loro piccolo problema è chiaramente data dalla superficialità e da quel pizzico di arroganza che li contraddistingue dal resto dei comuni mortali.
La verità assoluta non esiste, ma volendo sposare un pensiero filosofico che ne pone l'esistenza oltre la morte, spero di dover aspettare ancora a lungo prima di scoprirla, o rendere giustizia alla mia. La cosa positiva, che mi rincuora persino, è che avrò materiale per cui ridere in eterno. Posseggo la consapevolezza secondo la quale tutto è relativo, certo.
Ma relativo a cosa?
Tutto ruota intorno alla paura e al nostro modo di subirla o di combatterla, affrontandola.
Dobbiamo fronteggiarla con le scelte, con le opinioni, con le supposizioni e quant'altro possa condizionare il nostro vivere. La verità stessa è un aspetto della paura: bisogna cercarla, accettarla, adattarla o rifiutarla per non essere aderenti, magari, a quella che gli altri spacciano per tale o che, in qualche modo, riesce a placare la nostra ansia.
Il caffè intanto è finito e la sigaretta, quella che non avrebbe dovuto accendersi, è diventata cenere. Ne preparo un altro, distraggo i pensieri e chiudo l'interrogatorio.

“L'amore vince la paura?”
Sì, ma solo quello vero.

Mi torna in mente una frase: “La verità è chiusa nelle memorie del cuore.” Il cuore custodisce e, al tempo stesso, imprigiona. Questa è la verità che non vogliamo accettare, o meglio, quella che non vogliamo liberare. L'essenza di ogni essere umano è composta di luci ed ombre che devono trovare un equilibrio. Precario, s'intende, anche perché, in caso contrario, saremmo perfettamente incapaci di quei gesti folli che ci fanno vivere in maniera profonda sentimenti ed emozioni. Allo stesso tempo però – al di sopra di questo conflitto con noi stessi, uomini in perenne ricerca di una soluzione – vogliamo ci sia qualcuno, un'anima affine, capace di completarci. Questa ricerca, inconsapevolmente, la facciamo ogni giorno, all'interno del cielo che va dall'alba al tramonto, prolungandolo, talvolta, nei nostri sogni.

Così, mentre albeggia anche la speranza, ti scrivo.
(Fabrizio)

Buongiorno, Fabrizio,
intanto ti dico che – proprio come succede a me – le tue nottate bianche, accompagnate da mega tazze di caffè nero e da spirali di fumo che si attorcigliano ai pensieri, fanno riflettere un bel po'. Sdrammatizzando immagino che avremmo dovuto scrivere “Le notti bianche” ma, magari nella prossima vita, se ci daranno del caffè buono e non zuccherato ne saremo capaci. Hai visto mai? Noi due siamo come i sospettati sbattuti in Questura, strizzati da interrogatori logoranti, hai ragione, solo – a farci confessare – c'è la nostra coscienza.
Ci dovremmo soprannominare “I due P M”.

Lasciando stare le mie battute, approfondiamo bene: ci potrebbe tornare utile.

“Il sognatore non è un uomo ma
una specie di essere neutro. Si
stabilisce prevalentemente in un
angolino inaccessibile, come se
volesse nascondersi perfino dalla
luce del giorno, e ogni volta che si
addentra nel suo angolino, vi
aderisce come la chiocciola al guscio,
e diventa simile a quell'animale
divertente chiamato tartaruga, che è
nello stesso tempo un animale e una
casa.”

(Fëdor Michajlovič Dostoevskij – Le notti bianche)

Avrei voluto risponderti prima, ma sono come la tua vicina: ho da fare con Leone e devo portarlo fuori al mattino presto. Si chiama così perché ha sul pedigree “Napoleone II”, è un cane speciale. Suo padre ha per nomignolo “Napo” e lui, a seguire, “Leone”. E' stato il cane più bello del mondo e – data la mini taglia ed il carattere tipici del Wirehaired Dachshund nano – mia figlia ha scelto con me questo nomignolo buffo quando aveva appena due mesi. I gatti sono più indipendenti, i cani invece sono legati alla persona che scelgono e che riconoscono quale riferimento. Ecco: sono il riferimento primo di una creatura meravigliosa la quale, dall'alto dei suoi venti centimetri, mi rallegra l'esistenza. Quando mi alzo devo correre con lui, non esiste tempo da spendere per trucco o parrucco. Non c'è vanità che regga: il mio nano dal cipiglio gigante vuole che usciamo perché, crescendo in questa famiglia, è me che ha scelto.

Il tempo – come dici tu – è una nostra maniera per regolare la quotidianità ma ci scappa. Diventando adulti e consapevoli impariamo a guardare con diffidenza ai calendari, alle agende, anche ai programmi prestabiliti. Il mio amato Eugenio Montale scrisse “Un imprevisto è la sola salvezza” e – davvero – ti auguro di poter fuggire, di rompere quella maglia della rete che attanaglia. Io lo faccio scientemente, appena posso. Ti raccomando, fallo anche tu.
Dovremmo evitare tutti di crederci degli scampati. Chi ne è convinto non si accorgerà mai di somigliare ad un ectoplasma. Non ci sono scampati nell'esistenza terrena.
Il calendario serve per rispondere alle esigenze lavorative. Le idee di uno spirito libero non possiamo metterle in agenda, i pensieri non sono programmabili. Nascono da un certo vissuto, si originano dal sentire. Bisogna essere persone dotate di quella forma di sensibilità estrema per avere una marcia in più. Quegli oracoli, quelle bocche della verità presunta, infondo, ci raccontano esclusivamente la loro. Sono nauseanti, strisciano per arrivare ad etichettarci: ci privano del sacrosanto diritto di essere autentici come siamo. Usano termini sibillini, luoghi comuni, ricatti morali mascherati da consigli benevoli.

Quanta gente ti domanda veramente cosa vuoi, pronta a rispettare qualsiasi tua risposta diretta? Praticamente nessuno: gli altri non corrono neanche il rischio di ascoltarti, di addivenire ad una sintesi con le idee differenti dalle loro.
Sono molto simili alla tua vicina: pensano di renderti felice velocemente dandoti due croccantini, come si farebbe con un gatto. Dimenticano persino che i felini sono specie libera, per eccellenza. A dispetto dei cani che – pur disponendo di un parco immenso – cercherebbero sempre la carezza del loro padrone, avvicinandosi ripetutamente alla porta della sua casa.
La verità è una dimensione parallela per ognuno e si snoda oltre le convinzioni, segue le storie personali dei singoli, è fatta di tutto e – al contempo – di nulla.
La poesia, per me, resta la sola maniera con la quale tentare di avvicinare un po' d'infinito.
Il sogno di qualcosa che splenda posso ancora accarezzarlo così.
Evitando giudizi e pulpiti, mi libero e mi libro più in alto.
A volte è come se quella forma di realtà più vicina alla logica fosse scomparsa, l'oggettività della massa è abdicata da tempo. Per questo mi sono consegnata volontariamente all'immaginario. Mi sono arruolata fra coloro che rifuggono i cecchini e hanno issato una gran bandiera bianca là, a sventolare.
Quella del nulla a pretendere, quella che inneggia alle cose meno appariscenti e considerate come dei granelli di sabbia.
Perché un granello di sabbia, secondo me, è potentissimo tanto che non lo puoi intaccare più, nemmeno con la punta di un ago.
Ho mutato la mia forma mentis, sono giunta alla conclusione che le scogliere – ieri, oggi e sempre – patiscono l'inutile condanna di dover fronteggiare le ondate peggiori senza mai poterne venire a capo.


Così, facendomi minuscola, ti scrivo, con il mio bassotto accoccolato sulle gambe e con una gran tazza di caffè amaro in mano.
Sai, trovo che sia molto comodo sbagliare, oltre che molto facile. La cosa complessa è sapersene accorgere evitando di replicare le offese, gli errori e le mancanze.
Sembra che a noi esseri umani costì tantissimo agire senza combinare guai, anche verso noi stessi. Poi, magari, siamo dei campioni se c'è da colpevolizzare l'altro.
Vediamo ovunque un nemico. Nessuno mai che si renda conto di come, anche per l'altro, il nemico potremmo essere solo noi.


“Quando sbagli chiedi scusa! Una
buona scusa è formata da tre parti:
“Mi dispiace”, “Era colpa mia”,
“Cosa posso fare per rimediare?”
La maggior parte della gente salta la
terza parte; è da questo che puoi capire
chi è sincero.”

(Randy Pausch – The Last Lecture: Achieving Your Childhood Dreams)

(Paola)


“Il tempo conosce bene il suo mestiere.
Si lascia usare come alibi, ti presenta l'infinito e poi, d'improvviso, ti lascia senza scampo tra le braccia dell'ultimo inganno.”
(Fabrizio)


Se dovessimo parlare del tempo, cara Paola, spogliandoci dell'ipocrisia e dei luoghi comuni, per prima cosa dovremmo accettare il fatto che ce ne sentiamo padroni quando, in realtà, ne siamo solo schiavi e, a volte, ribelli. Ne abbiamo una percezione differente a seconda del nostro umore, percezione che cambia addirittura tra la notte e il giorno, tutto in una sorta di scenario dove ci poniamo in equilibrio precario tra sogno e realtà.
Esiste forse il presente?
No, il presente non ha luogo, né spazio, è fuggevole e in continua, inesorabile evoluzione. Esiste ora, eppure ciò che ho appena scritto è già passato. Penso, inevitabilmente, a quell'impertinente “figuro” che ho creato, Il Re Inca, sempre controcorrente con le parole e ribelle al contempo, perché quella è la sua natura. Ti chiederai se me ne sia mai pentito, o abbia desiderato tornare indietro per evitare di dargli voce. Ti rispondo. Un giorno sì e l'altro pure. Ma esiste una condanna peggiore? Sì, aderire a ciò che non siamo per compiacere o per evitare il giudizio, rimanendo vittime della nostra paura, delle critiche o dell'inevitabile rimpianto.

E domani che faremo, quando il viaggio avrà termine, quando arriverà l'ultimo inganno? Mi chiedo ripetutamente come il pensare sia costantemente in contrasto con l'agire, come tutto e tutti ruotino attorno alla paura.
Sì, il peggior demone, la paura. Un inibitore della libertà di essere ciò che realmente siamo e, al tempo stesso, un acceleratore verso un conformismo che mira al materialismo sartriano: “Siamo ciò che realizziamo.”
La ragione, molto spesso, è solo un fardello che genera disequilibrio con la parte più vera di noi, quella di cui, amica mia, non resterà sufficiente memoria.

Così, come un ribelle in attesa dell'ultimo inganno, ti scrivo.

(Fabrizio)


“Che m'avesse scordata non fu grave,
la pena che provai fu relativa,
c'io fossi tale da essere scordata
fu ciò che più mi diede
avvilimento.”
(Emily Dickinson)


Amico mio, se pensassi a cosa potrebbe restare di me, direi il ricordo d'una testa testa di serie, caparbia, determinata, abituata a rifuggire il conformismo e il confronto impari con l'altrui giudizio. Ho una vera e propria idiosincrasia per coloro che sanno solo apporre le etichette alle persone e sono certa di non essere neppure paragonabile ad un barattolo di confettura.

Pochi si sono fatti capaci di questo e non immagini quanto mi siano cari. Non ho più voglia di dare spiegazioni. Non mi è piaciuto mai, però l'ho dovuto fare persino io.
C'è dell'altro: trovo sia inutile spiegare a chi non si incuriosisce da solo. Che si facciano domande, che provino a capire.

L'essere umano non è stanziale ma muta. Noi siamo le consapevolezze che guadagniamo e il sapere non è affatto mutuabile. Ci vuole impegno.
La conoscenza – a partire da noi stessi – richiede sforzi enormi. Decodificare il tempo è quanto di più paradossale ci sia. Un po' come per lo stolto che vorrebbe ipotecarlo.
Correrebbe inutilmente, all'infinito, restando comunque a mani completamente vuote.

Quel che è stato, non è. Questo momento termina già quando lo viviamo. Di ciò che potrebbe accadere – come dicevi all'inizio – non esiste certezza alcuna. Che cosa resterà di noi, se non la nostra individualità e il nostro spirito libero, scevro di quelle certezze granitiche che ci renderebbero simili a delle statue di sale? Viviamo il momento e non spendiamo energie inutilmente: il quotidiano è già complesso di suo.
Un approccio intelligente è quello di liberarsi da tante sovrastrutture. Gettiamo via tutte le zavorre.
Non ascolto più da anni chi mi vorrebbe spaventare, esorcizzo le mie paure perché gli errori di valutazione peggiori della mia vita li ho commessi tutti quando ero terrorizzata.
Il terrore paralizza mentre io, ad oggi, sono riuscita a considerarmi sin troppo dinamica.
Bisogna aver macinato tanta sofferenza per essere arrivati al coraggio. Al momento – se ho una sola consapevolezza – è che non mi sono ancora arresa, né ho intenzione di farlo.
Non sarei vera. Tutto questo mi supporta, da un lato, ma mi penalizza dall'altro.

Scoprire che sono una persona dotata di una forte individualità, in qualche strana maniera, spaventa chi mi si pone di fronte senza avermi ancora conosciuta.
Ammetto, anche candidamente, che questa è diventata la mia arma di difesa meglio studiata: mi fingo come mi vorrebbe l'altro, quando non sono rispettata per come sono io o vengo sottovalutata. Lascio che si convincano del mio scarso, scarsissimo intelletto.
Lo faccio per evitare inutili discussioni, inutili legami, lo faccio perché chi non mi apprezza s'allontani velocemente e senza questioni. Se percepisco qualcosa che mi mette a disagio, mi comporto da antipatica: sfuggo.
Lascio che sia, lascio andare. Quando arrivi a lasciar andare chi vuole tarparti le ali, il più delle volte, dopo riesci a spiccare qualche volo. Se non ci riesci resti là come un uccellino spiumato, rimani a sperare che ti lancino qualche mollica d'avanzo.

Così ti scrivo, perché meglio che avere le briciole altrui, io preferirei morire di fame.

(Paola)


Non tutto si misura.

“Dunque sia, come se nulla fosse
mai stato.

Un sogno che finisce e parole che
non avranno più voce.”

“E' un addio?”

“Gli addii, Luna, non esistono. Sono
solo ricordi silenti sulla melodia
dolce-amara delle memorie del
cuore.”

Questa mattina, in quel social che ormai amo definire “una fogna a cielo aperto”, dove un qualsiasi topo si crede un delfino, ho letto una cosa meravigliosa.
Forse questa continua selezione porta alla luce, piano piano, la bellezza dei pensieri e delle parole, donando speranza alla vera comunicazione. Il pensiero era semplice, l'immagine delle mani di un nonno che mettono la mancia in quelle di un bambino: “Tieni! E non dire a nessuno che te li ho dati.”
Quante volte l'ho sentita questa frase, quante volte l'ho vissuta questa scena. Oggi mi arriva con una intensità che non posso misurare. Penso a Pitagora: “Tutto è numero.”
No, per me non tutto è misurabile. L'unico metro che esiste per le emozioni è l'intuito nella sua indeterminabile unicità e insondabile conoscenza.
Quell'uomo, mio nonno, vive nella memoria del mio cuore in un modo straordinario e devastante. Lui, il vero gentiluomo. Avrei voluto essere come lui, ma credo che il mio cuore rattoppato e ricamato da quell'abile sarta che è la vita non ne sarà quasi all'altezza. Materiale usato, direi, disprezzato anche sul banco del più squallido mercato. Eppure batte, amica mia, e sente così tanto da portarmi, talvolta, alla follia.

Riverso parole su fogli senza bordi, oltre i limiti e gli schemi imposti perché, lo sai bene, trovo che lui sia davvero un magnifico scrittore di sentimenti. Impavido, null'altro potrebbe essere il cuore, resistente al pregiudizio, al giudizio e alle sentenze della gente. E, riguardo al tuo pensiero, devi sapere che non credo alla mutabilità dell'essere. Sono sempre più convinto che l'essere sia nascosto sotto uno strato di materiale superfluo che lo avvolge. Come diceva Michelangelo riferendosi alla sua opera scultorea: “La bellezza sta solo chiusa e nascosta in quel blocco di marmo.”

Così, tra queste meravigliose memorie, ti scrivo.
(Fabrizio)


“Il pregiudizio è una forma di
cattivo giudizio elargito
con assoluta gratuità.”

Sai, amico mio, non ci avrei creduto, ma sono arrivata al termine – e che termine – di un nuovo anno. Mi mancano le vecchie festività a casa di nonna, con i miei cugini e i nostri figli.
Mi mancano le risate e le botte di chitarra con il marito di mia cugina. Mi manca vedere mia madre meno esagitata: qui da me, ormai, sembriamo una clinica ortopedica specializzata, è tutto molto faticoso e molto triste.
Posso dire che non credo agli oroscopi ma, a fine anno, ne sbircio sempre uno a caso con tanta ironia: anche per il 2022 – previsioni alla mano – le stelle hanno deciso che, quelli del mio segno, daranno ben più di quanto riceveranno. Rido di gusto, io qui con il mio adorato tazzone pieno di caffè forte, una specialità (o intruglio) da intenditori.
Non c'è niente di più confortante della propria faccia pulita allo specchio, una pila di buoni libri (già, faccio tzundoku), qualcosa da dire e da dare, parole proprie, idee proprie, il bassotto più bello del mondo che dorme placido sulle tue gambe, la notte che si svela quale complice perfetta con una tazza ricolma di caffeina ed endorfine.

“Saturno, fatti avanti anche per il 2022, sei il benvenuto, ad oggi non sono più molte le cose che mi spaventano – dico la verità – mi sento proprio ottimista persino con te.”
No, non temo perché credo di avanzare più richieste di perdono inevase o scadute a mio vantaggio, di quante ne abbia concesse al mio prossimo.
Se ho avuto poco (e ho avuto davvero poco da alcuni) non l'ho neanche mai preteso ed è pur vero che non ho mai mentito, neppure se mi sono state raccontate balle plateali e patetiche. Macinando parole, in questi giorni, ho capito meglio un'altra cosa (sì, fino a quando non comprendo cerco di dipanare matasse intricate e mi metto in discussione, sono esigente con la verità, specie con la mia). Fare meglio non avrei potuto, fare peggio sì. Non solo. Quello che ho affermato e detto con mesi di netto anticipo è stato più che confermato, guarda caso, adesso. E, siccome il caso non esiste, cosa mi sarebbe successo?

Il mio pensiero, suppongo, la mia sincerità proverbiale – sebbene discussa – non si è smentita. Non la si è potuta annichilire.
Cosa sarà ora? Già, è una grande domanda, mi sembra opportuno consegnarla a questo nuovo anno, a Saturno, il solito bastian contrario e a Nettuno che, bontà sua, forse dovrebbe apparire leggermente favorevole a una donna di mare quale io sono.
Ridiamoci un pochino, l'ironia è comunque una condizione salvifica.
Questo dicono gli astri: staremo a vedere.
Io chiuderò anche le mie trasmissioni e ringrazierò tutti i lettori e gli amici blogger che mi seguono ogni volta. Riprenderò a breve. Siano tutti benedetti dalla sorte, allo stesso modo, ti raccomando, stammi tanto bene anche tu.

E' così che ti scrivo: prendi appunti e butta giù quel che ti viene in mente. Anche fosse un niente, tu dimmelo. Non perdiamo le nostre buone abitudini.


“Della notte so poco ma di me la
notte sembra sapere, e più ancora,
mi assiste come se mi amasse, mi
ammanta di stelle la coscienza.

Forse la notte è la vita e il sole la
morte.

Forse la notte è nulla e nulla le
nostre congetture nulla gli esseri
che la vivono.

Forse le parole sono l'unica cosa che
esiste nel vuoto enorme dei secoli
che ci graffiano l'anima coi ricordi.

Ma la notte conosce la miseria che
succhia il sangue e le idee.

Scaglia l'odio, la notte, sui nostri
sguardi che sa pieni di interessi, di
incontri mancati.

Ma accade che la notte, ne senta il
pianto nelle ossa.

Delira la sua lacrima immensa e
grida che qualcosa è partito per
sempre.

Un giorno torneremo a essere.”

(Alejandra Pizarnik – La figlia dell'insonnia)


(Paola)


Sono come un ramingo.

“Tu che leggi, cosa vuoi saperne
di me?

Quanto scrivo è solo una
infinitesima particella di ciò che
sono e il mio esistere è
assolutamente più grande di quello
che puoi immaginare.”

Questa sera mi sento lontano. In mezzo a tutte queste luci intermittenti è come se i miei pensieri fossero proiettati su Rigel, nella costellazione di Orione, giusto per ammirarne lo splendore. E' prepotente l'aspetto del Re e un po' meno il mio, tanto da credere ormai che l'unica vera saggezza sia la sua, quella di un sognatore ramingo che vaga oltre la mia stessa vita pratica. L'oroscopo mi ha sempre fatto ridere, più che i segni zodiacali conosco le costellazioni e alle affinità tra persone preferisco l'entropia. La stessa che troviamo nell'universo e che nasce dal caos, quell'energia vitale che si trasforma e trova un suo ordine per noi incomprensibile.
Il 2021 – devo ammetterlo – non è stato certo un anno meraviglioso, ma è stata pur sempre la mia vita. Passerà rapidamente, in questa continua ciclicità del tutto, per entrare in un nuovo cerchio a cui pensiamo basti dare un numero o, forse, alla ricerca di un segno zodiacale che ci permetta nuovamente di sognare. Sorrido, lasciamo da parte lo zodiaco: tanto né io, né tu ci crediamo. La meccanica quantistica e l'interazione della materia, quella grigia in particolare, sono irradiate da energia atomica e subatomica, come le emozioni, in una scala di elevazione che chiamerei speranza. Si riduce forse a questo l'oroscopo, o il firmamento, o l'universo intero e – dunque – l'uomo?
Dostoevskij, nei suoi celebri romanzi, si chiedeva se dio esistesse o fosse solo un'invenzione umana, ricordi?
Esistono, dunque, il “tutto” e il “nulla”, lo “zero” e “l'infinito” nel tempo, nell'amore o negli oroscopi?
Forse è più giusto pensare che l'universo giri intorno all'uomo, non tanto come materia ma come anima: questa è il vero motore d'ogni cosa.
Siamo inconsapevoli artefici del nostro destino, ma capaci di rendere il numero di un anno ad un semplice simbolo nel nostro cammino quotidiano.

Così, da una stella distante ma capace di brillare senza oroscopo, ti scrivo.
(Fabrizio)

Paola Cingolani - Fabrizio Bozzini
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