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Autore: Fabio Valentino Tipa
Titolo: L'Algoritmo
Genere Giallo
Lettori 181
L'Algoritmo

L'ultima alba.

Eccola, è arrivata! Ed è una bellissima giornata.
Aaron sapeva che quella a cui stava assistendo sarebbe stata, probabilmente, la sua ultima alba.
Ogni volta si stupiva della gamma di colori che la natura sapeva esprimere e che il suo occhio riusciva a percepire. Sfumature di colori a volte impercettibili a cui un uomo, ovviamente, non sarebbe riuscito a dare un nome. Si sa, gli uomini conoscono tre o quattro colori al massimo.
La luce del sole che ancora non riusciva a fare capolino si specchiava sulle acque paludose che ormai inondavano metà del territorio circostante e forniva uno spettacolo che lo lasciava costantemente a bocca aperta.
Da quando il livello del mare si era innalzato di un metro le terre, una volta luogo di infanzia e di giochi, erano diventate delle vaste paludi.
Dopo aver fatto colazione, si vestì con calma e cominciò a sistemare gli appunti sparsi per la scrivania. Aveva una lezione da tenere e non voleva mostrarsi impreparato.
Ormai il sole si era già sollevato e le atmosfere rossastre tipiche dell'alba avevano lasciato il posto ad un bagliore quasi accecante che balenava dalle paludi dai colori cangianti.
- 20 gradi...freschetto oggi per essere dicembre - , esclamò guardando il grande monitor a muro posto sopra la scrivania.
Prese il suo smartphone e lanciò l'app mySchool. Sul grande Monitor le vistose notifiche variopinte delle news lasciarono il posto ad una nuova grande finestra grigia e molto più anonima.
Gli apparve la sua classe, ma l'ora di insegnamento precedente non era ancora terminata. Così dette uno sguardo veloce alla chat, per verificare che tutti i suoi alunni fossero già on-line. Come al solito mancava Martin, ma Aaron sapeva che sarebbe entrato nella chat del corso in ritardo, farfugliando una delle sue solite scuse.
Aaron era un geologo, ma ormai la geologia era una scienza utile solo per l'insegnamento, quasi una sorta di memoria storica di ciò che era accaduto e che si vorrebbe non accadesse nuovamente.
Un vecchio proverbio cinese dice che una calamità naturale tornerà a colpire solo quando la precedente sarà dimenticata. Dimenticare, già...
Come dimenticare qualcosa che era ogni giorno sotto gli occhi di tutti? I cambiamenti climatici avevano ridisegnato il paesaggio e soprattutto il modo di vivere.
Nessuno poteva contrastare la forza della natura. Gli appelli degli scienziati dell'epoca erano caduti del vuoto. Le mobilitazioni di massa degli allora giovani studenti avevano risvegliato le coscienze, ma non avevano incantato la classe politica ammaliata dai profitti delle multinazionali. Con il tempo la mobilitazione aveva lasciato il posto alla rassegnazione.
La stessa rassegnazione che aveva portato Aaron ad accettare il posto di insegnante di scienze della terra e delle acque presso l'istituto tecnico provinciale.
Era stato consulente del governo durante le emergenze, avendo sviluppato modelli matematici per la gestione dei flussi delle acque per le continue alluvioni a causa del clima.
E sulla parete era presente in bellavista una pergamena incorniciata, mostrante l'encomio solenne ricevuto dal capo dello stato per il proprio contributo alla gestione delle emergenze.

- Al dottor Aaron Workmann. Motivazione: Evidenziando spiccate capacità professionali al servizio delle comunità locali, contribuiva alla comprensione degli effetti climatici e alla modellazione di risposte concrete per il salvataggio delle nostre città. Il capo dello stato -

Una firma praticamente illeggibile ed un timbro rossastro davano maggiore enfasi allo stesso encomio.
Aveva mantenuto molte relazioni con il governo centrale a cui aveva strappato la promessa di una cattedra all'università statale. Ma poi, come spesso accade, la cattedra gli era stata soffiata da un consulente più giovane. La riconoscenza era rimasta incorniciata all'interno di quella pergamena, lasciando il posto al rancore che covava verso quegli stessi politici che se dapprima lo avevano osannato e ringraziato, successivamente gli avevano voltato le spalle. Non tutti però. Qualche amico fidato era rimasto e gli aveva fatto avere un posto di lavoro.
Non un gran posto, ma che comunque gli permetteva il sostentamento e contemporaneamente l'isolamento che prediligeva proprio a causa della scarsa fiducia verso gli altri.
Come per le relazioni sociali buona parte della didattica veniva effettuata a distanza e i contatti ridotti al minimo indispensabile.
In luoghi dove era diventato sempre più difficile spostarsi in maniera agevole, sottrarsi al contatto umano significava anche evitare il contagio di malattie che in passato si erano diffuse rapidamente da una parte all'altra del globo.
Aaron terminò le lezioni, si accertò della disconnessione di tutti i suoi studenti con una vena di disprezzo verso quelle nuove generazioni che conoscevano poco il passato ma pretendevano di dominare il futuro e che forse lo avrebbero ricordato con superficialità il giorno della sua morte. Ma nonostante sapesse a cosa andasse incontro, sperò che quel giorno fosse ancora molto lontano.
Pensò che le lezioni di oggi erano state più estenuanti del solito, ma forse era soltanto la tensione che si andava accumulando di ora in ora.
Così fece la cosa che più lo rilassava. Entrò nella chat Virtual Friends, la chat usata per le relazioni di amicizia virtuali. Aaron non amava il contatto fisico e tollerava a malapena quello verbale, prediligendo le relazioni virtuali a quelle reali. E sul mondo virtuale era pieno di amici.
Vide che molti dei suoi contatti erano online, così cominciò a scrivere messaggi. Discuteva anche per ore sugli argomenti più disparati, ma preferiva scagliarsi contro chi ancora sottovalutava la potenza della natura.
Con lo scorrere del tempo si rese conto che le discussioni non avevano sortito l'effetto sperato. L'ansia era ancora lì, a ricordargli che il giorno avrebbe potuto essere davvero l'ultimo. Per cui decise di uscire. Ma non per incontrare qualcuno. Aveva solo bisogno di prendere aria.
Aaron viveva nella zona periferica della città, uno di quei quartieri popolari che erano stati lasciati al degrado più assoluto. Molti dei suoi abitanti erano invecchiati vedendo la linea di costa avanzare e devastare il paesaggio in maniera irreversibile, così chi era riuscito si era trasferito in zone più abitabili della città. E anche i giovani che avevano lasciato le proprie famiglie per intraprendere gli studi non erano più tornati. Le abitazioni rimaste libere erano state occupate abusivamente da chi una abitazione non poteva permettersela. Ma non erano giovani coppie o migranti, ma anziani che avevano perso la propria casa e che con la misera pensione non avevano certo la possibilità di stabilirsi altrove.
Il quartiere delle paludi. Difficilmente ci si capitava per caso. Bisognava arrivarci appositamente prendendo l'unica strada rimasta e strappata alle acque. L'unica via di accesso era stata risparmiata in quanto costituiva il vecchio argine del fiume che un tempo divideva in due la città e che adesso divideva la zona paludosa dal centro abitato.
Aaron percorse la strada fino al punto dove una volta sorgeva il vecchio ponte e si fermò a guardare verso il mare che si scorgeva in lontananza. L'alternarsi di terra e acqua rendeva quel luogo unico e il ricordo di come si presentava anni prima rendeva Aaron perplesso. Non capiva se il fatto che la natura si era ripresa violentemente le terre fosse una tragedia oppure una conquista. Ovviamente una tragedia dal punto di vista umano, per gli enormi danni economici che con le sue ricerche aveva provato a contrastare. Ma anche una conquista della natura che aveva preteso con forza le terre che aveva temporaneamente prestato all'uomo e che si era ripresa con gli interessi. E la cosa non lo aveva affatto sorpreso.
L'acqua così essenziale per la vita era diventata motivo di distruzione. Ed il passaggio alternato delle maree continuava a rosicchiare terra coltivata ai poveri contadini che erano costretti a difendere i propri appezzamenti in questa estenuante lotta tra uomo e mare. Lotta ovviamente impari, come mostrato dai segni evidenti di sconfitta identificati da ruderi e casolari circondati dalle paludi.
E un piccolo edificio sacro posto all'incrocio restava a memoria perenne del fatto che neanche le preghiere erano servite ad arginare l'incedere delle acque del mare.
Si avvicinò ad osservarlo da vicino, come faceva ogni volta che riusciva a spingersi così lontano durante le sue passeggiate solitarie. Rimaneva sempre colpito dalle piccole statue poste all'interno.
- Una volta mostravano la potenza di Dio sulla terra a chi entrava in città mentre adesso osservano immobili la disfatta dell'uomo - , pensò a voce alta Aaron.
Poi si girò a guardare l'orizzonte. Il sole cominciava la sua veloce discesa tipica della stagione invernale, così riprese la via del ritorno. L'aria umida gli aveva rinfrescato le idee.
Rientrato a casa si premurò di accostare le tendine perché la luce del sole che stava per tramontare, riflettendosi sulle acque, lanciava dei bagliori accecanti verso l'interno del suo studio.
- Non c'è più tempo devo assolutamente mandare questa mail - , disse sedendosi nuovamente sulla sua scrivania. Scrisse una mail e ne programmò l'invio per l'ora successiva.
- Adesso non resta che aspettare. -
Guardò fuori dalla finestra e pensò che forse il momento della resa dei conti era arrivato. Si guardò allo specchio per darsi coraggio. Il suo sguardo indugiò su ogni singola ruga della fronte, quasi a ricordarsi di ogni singolo giorno passato ad invecchiare su questa terra, luogo che forse avrebbe lasciato per sempre. Aaron non era credente, ma sperava che qualcuno lassù tralasciasse questo piccolo particolare, se veramente aveva a cuore, come si va dicendo da migliaia di anni, ogni piccolo mattoncino di vita che anima il pianeta.
Contava sul fatto che la sua dipartita prematura avrebbe spalancato la porta a nuove vite. Che i suoi atomi sparsi per la terra avrebbero contribuito ad originare chissà quanti organismi, piante, fiori.
Odiava pensare che un giorno sarebbe diventato concime per le piante, ma forse il pensiero che anche dopo la morte avrebbe contribuito a creare della vita gli fece sperare in qualche entità superiore. Gli balenò l'idea che, forse, dopo la morte avrebbe potuto trasformarsi in qualcosa di bello. Avrebbe potuto essere una gocciolina d'acqua sospesa in un giorno di pioggia che genera un arcobaleno, oppure nettare che api operose avrebbero custodito gelosamente nel proprio alveare. Ecco, questa era la sua visione di paradiso, diventare parte di qualcosa di straordinario: i suoi piccoli mattoncini come una miriade di atomi e molecole capaci di generare infinite possibilità utili ad altri organismi viventi per continuare a loro volta la propria esistenza.
- Nulla si crea e nulla si distrugge - , pensò, in bilico tra scienza e fede.
L'idea che lui stesso potesse trasformarsi in altro gli fece pensare che probabilmente tutto era già stato previsto fin dall'inizio, che forse un creatore c'era stato e che avesse previsto tutto dandoci una spinta verso la nostra evoluzione, per poi lasciarci soli con la nostra religione. E forse la religione altro non è che una sorta di memoria storica che Dio ci ha lasciato prima di allontanarsi per preoccuparsi di un altro mondo, in qualche altra sperduta regione dell'universo. E Dio probabilmente non è riuscito a spiegarsi tanto bene se esistono religioni diverse che lo dipingono in maniera totalmente differente.
- Forse siamo più utili dopo la morte, poiché siamo capaci a far crescere e proliferare invece che fare del male o addirittura uccidere - , fu il suo ultimo pensiero mentre abbandonava la sua immagine al di là dello specchio.
Si mise i guanti e prese dal cassetto della scrivania una piccola scatolina. Aprì il flacone che era all'interno e con il contagocce versò una piccola parte del liquido contenuto su un pezzo di cotone idrofilo. Poi aprì la porta di casa e appoggiò il pezzo di cotone umido sul pulsante dell'ascensore che portava al suo piano. Adesso era veramente pronto.
Spense le luci di casa e si nascose dentro l'armadio a muro posto accanto alla porta d'ingresso, in attesa di conoscere il proprio destino.
Non attese molto, dopo una ventina di minuti sentì armeggiare la porta che si aprì lentamente.
Dalle fessure dell'armadio intravide una luce, quella di una torcia, che si muoveva furtivamente per la casa. Fu assalito da un brivido lungo la schiena e la paura di dover vivere i suoi ultimi istanti chiuso dentro un armadio a respirare odore di naftalina lo rattristò.
Era quello l'odore della morte? Avrebbe preferito un profumo di fiori di primavera, ma non aveva mai comprato un deodorante per armadi, ed in quel preciso istante se ne pentì amaramente.
Quando udì che i rumori si erano allontanati, sbirciò dalla fessura e notò che la luce della torcia si soffermava nel suo studio. Si rasserenò e decise che quello era il momento giusto.
Uscì dall'armadio molto lentamente, l'adrenalina scacciò le sue paure rendendolo pronto ad affrontare la situazione. Raggiunse lo studio e vide un'ombra che indugiava con la torcia su alcuni documenti che aveva lasciato in bella vista al centro della scrivania.
- Ti stavo aspettando, Jason. -

Fabio Valentino Tipa
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