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Autore: P. Sacchi
Titolo: Barber shop da Giorgio
Genere Narrativa
Lettori 154
Barber shop da Giorgio

ORE 08,33 - Giorgio, cinque minuti di ritardo. Lo vogliamo aprire il negozio che la gente ha fretta ? -
- Oh Marino, tanto vieni solo a leggere il giornale e poi mica sei un dipendente dell'INPS ? Che fretta dovrebbe avere un pensionato come te ? -
- Eh già, come se avessi niente da fare. Stamattina ho già portato l'Adele a fare le analisi all'ospedale e accompagnato mio nipote a scuola. Neanche il tempo di un caffè -
- Ma quale caffè Marino ! Il caffè fa male, ti alza la pressione e poi non dormi di notte. Un bel bicchiere di acqua calda e vai in bagno che è un piacere -
- Ecco proprio il Marino Buratti ci mancava stamattina - pensò Giorgio mentre si chinava a sollevare la saracinesca della bottega.
- Ce lo vuoi dare un po' di olio Giorgio ? Non senti che casino fa 'sta saracinesca ? - disse il Buratti - E poi oggi tutti i negozi hanno la saracinesca elettrica. Cosa aspetti a montarla anche tu ?.
- Buratti se non hai ancora fatto colazione, posso offrirti due belle fette di affari tuoi -
Giorgio salì i tre gradini, infilò le chiavi nella porta, la aprì e entrò nella bottega, accese la luce e si guardò attorno come fosse la prima volta che entrava in quel locale. Di fronte a lui le due poltrone da barbiere attorno alle quali avrebbe trascorso buona parte della sua giornata e il bancone con i due lavandini e un vasto campionario di forbici, pettini, spazzole. Sulla sinistra un divano a due posti e un mobile a vista ricolmo di flaconi, boccette, scatolette e altri contenitori dalle forme svariate che costituivano la normale dotazione del barbiere che si rispetti. Peccato che la maggior parte venisse utilizzata così di rado che era ormai diventata parte dell'arredamento e che fosse necessario cambiarne ogni tanto la disposizione per non dare l'impressione che fossero lì da troppo tempo.
Sulla destra, proprio di fronte alla vetrina i due divanetti di finta pelle vissuta sembravano ansiosi di ospitare i primi clienti della giornata.
Erano passati ventisette anni da quando Giorgio aveva rilevato la bottega dello zio Giuseppe che lo aveva accolto con sé al termine della scuola professionale frequentata con non troppo entusiasmo. A sedici anni si hanno tante idee ma per lo più confuse circa il proprio futuro e allora i suoi genitori avevano deciso per lui trovandogli quella che ritenevano una buona soluzione per un figlio che non si era mostrato incline allo studio ma piuttosto portato per le attività manuali. Senza averci dovuto pensare troppo a lungo lo avevano affidato allo zio Giuseppe, sposato con la zia Mafalda ma senza eredi, in modo che gli potesse insegnare i segreti del mestiere e un giorno, magari, lasciargli l'attività se Giorgio si fosse mostrato all'altezza.
In effetti le cose erano andate proprio secondo le aspettative dei genitori di Giorgio che, però, non erano riusciti a prevedere l'infarto che in una notte d'estate si era portato via lo zio Giuseppe all'età di soli cinquantaquattro anni.
A quel punto Giorgio non aveva avuto alternative. C'era una bottega da mandare avanti e la zia Mafalda aveva insistito così tanto perché Giorgio proseguisse l'attività nel ricordo del marito che non accettare avrebbe significato infliggerle una cocente delusione. Senza contare i suoi genitori che, ovviamente, avevano assicurato alla zia che avrebbe accettato.
All'epoca Giorgio aveva appena compiuto ventuno anni ed era l'unico a non essere pienamente convinto della soluzione che tutti gli stavano prospettando come fosse la grande occasione della sua vita. Sarà, ma con un posto in fabbrica avrebbe lavorato otto ore al giorno con a disposizione tutti i fine settimana da trascorrere con gli amici, mentre la bottega lo avrebbe impegnato ogni sabato sino a tarda ora.
Era pur sempre vero che a Giorgio l'atmosfera della bottega piaceva. Vi erano clienti di tutte le estrazioni sociali e dai mestieri più disparati: muratori, assicuratori, pensionati, negozianti, avvocati, autisti, impiegati, operai, maestri di scuola, ambulanti, qualche disoccupato di lunga data, sino al titolare di un'agenzia di pompe funebri che quando entrava in bottega, seminava il panico tra i presenti che, cercando di non farsi notare, infilavano le mani nei pantaloni alla ricerca di ogni sorta di amuleto, fisico e non.
Bastava un niente per scatenare una discussione animata alla quale tutti prendevano parte, ognuno con il proprio punto di vista, ognuno certo di avere la risposta o di conoscere la soluzione. Calcio e politica erano gli argomenti più gettonati, con il primo concentrato all'inizio e alla fine della settimana a ridosso delle giornate di campionato e il secondo che primeggiava il mercoledì e il giovedì.
Trovarsi seduti sulla poltrona del barbiere con il volto insaponato di schiuma o i capelli che cadevano sotto sforbiciate precise e inesorabili, sembrava autorizzare gli uomini ad intavolare una sorta di rapporto confidenziale con il barbiere che finiva per raccogliere confidenze, memorie, opinioni del cliente di turno. Una buona dose di sopportazione fa parte infatti del bagaglio del bravo barbiere che deve essere sempre pronto a prestare attenzione al proprio interlocutore, soprattutto dicendogli quello che questi si aspetta di sentirsi dire.
C'è chi è stato licenziato e chi è stufo di lavorare, chi deve perdere peso e chi vorrebbe ingrassare, chi non ce la fa più e chi non ce l'ha mai fatta, chi vorrebbe cambiare vita e chi è stato cambiato dalla vita, chi si è innamorato e chi non ha mai amato. C'è chi le spara troppo grosse e quello a cui le sparano, chi fa sempre festa e quello a cui fanno la festa, chi vorrebbe partire e non tornare più, chi vorrebbe voltare pagina senza aver mai letto un libro, chi se ne frega e lo fregano sempre, chi non vede anche se porta gli occhiali, chi mastica amaro e chi non mastica per niente.
All'inizio per Giorgio la bottega era una fonte di divertimento dove assistere a spettacoli gratuiti offerti dagli ignari clienti. Con il passare del tempo, però, gli spettacoli si erano trasformati dapprima in repliche sopportate con sempre meno entusiasmo, mentre ora apparivano solo noiose ripetizioni di qualcosa già visto e conosciuto che finivano con il provocare una leggera forma di irritazione.
Dopo così tanti anni di onesta professione il cliente preferito di Giorgio era diventato quello che taceva o al massimo spiccicava quattro parole di circostanza. Peccato fossero pochi. Ciò che Giorgio aveva notato era che l'avanzare dell'età pareva rendere le persone più ciarliere e per lui che aveva una clientela dove i pensionati prevalevano nettamente non era una buona notizia.
D'altronde il suo pareva un mestiere in via estinzione. Quando aveva rinnovato l'arredamento dei locali, dodici anni dopo aver rilevato la bottega dello zio, aveva voluto mantenere le due poltrone, nonostante lavorasse da solo e i pochi apprendisti che aveva trovato non fossero durati molto. Nonostante le esperienze negative era certo che un giorno avrebbe trovato un aiutante, un altro Giorgio desideroso di imparare il mestiere.
E invece il tempo era trascorso inesorabile e aveva emesso una sentenza inappellabile: il barbiere era un lavoro non più ambito. Andavano di moda i saloni di bellezza dove ti facevano manicure, pedicure, massaggi, depilazioni, lampade solari e i capelli li tagliavano fanciulle con una scollatura così generosa che gli sguardi non potevano ignorare quello che oscillava davanti agli occhi tra una sforbiciata e l'altra. Anche il nome era cambiato: non più barbiere, termine vetusto e fuori moda, ma - hair stylist - oppure - hair designer - come se un taglio di capelli o una sbarbata venissero meglio in inglese.
Giorgio sospirò, accese la radio, indossò la giacchetta azzurra, sistemò il colletto e si preparò ad un'altra giornata di lavoro mentre il Buratti si accomodava sul divanetto più lontano.

ORE 08,34 Il Buratti era un pensionato che aveva guidato gli autobus per una vita sino a che, una notte a fine turno nel rientrare in deposito, aveva omesso di dare la precedenza ad un tram che proveniva in senso contrario. Uno schianto spettacolare con l'autobus che si era ribaltato ad ostruire tutta la carreggiata e traffico interrotto per parecchie ore prima che l'intricato abbraccio tra i due mezzi fosse rimosso.
Erano dovuti intervenire i Vigili del Fuoco per estrarre il Buratti dall'abitacolo, il quale non aveva smesso di cantare neppure quando lo avevano caricato sull'ambulanza. Il suo tasso alcolico era risultato tre volte superiore alla soglia consentita e quando, dopo due mesi di ospedale, era stato in condizioni di riprendere il lavoro, era stato trasferito a fare il controllore su una tratta di provincia.
Era diventato il beniamino di tutti i pendolari quando questi avevano scoperto la sua passione per il vino e non mancavano di allungargli una bottiglia di rosso comprato al supermercato in periodo di sconti. In cambio il Buratti finiva col dimenticare di controllare abbonamenti e biglietti. Gli incassi sulla tratta subirono un drastico crollo. Il giorno in cui il Buratti non si presentò perché l'azienda lo aveva convocato per offrirgli un pensionamento anticipato, l'autobus arrivò a destinazione con un'ora di ritardo perché il nuovo controllore sanzionò praticamente tutti i passeggeri.
Erano ormai tre anni che tutte le mattine si presentava nella bottega di Giorgio per leggere il giornale e proseguire la sua mattina al bar dove, tra un bianchino e l'altro, tirava l'ora di pranzo. Qualcuno di buon cuore si offriva di riportarlo a casa dove sua moglie Adele lo accoglieva con uno sguardo rassegnato e accusatorio allo stesso tempo.
Il primo cliente era il Garavaglia, un ex idraulico, che non disdegnava di svolgere ancora piccoli lavoretti pagati, ovviamente, in nero. Era piccolo di statura, grassoccio e quasi completamente calvo e chi lo conosceva si guardava bene dal contraddirlo durante una discussione perché il Garavaglia sapeva tutto e non poteva accettare che vi fosse qualcuno che osasse mettere in discussione le sue teorie.
Per questo motivo si era fatto pochi amici e anche Giorgio avrebbe preferito perderlo come cliente piuttosto che ascoltare una delle sue filippiche che finivano regolarmente per irritare tutti gli altri presenti.
La moglie lo aveva sopportato per una decina di anni e poi si era rifatta una vita da un'altra parte. Ovviamente il Garavaglia sosteneva che fosse stato lui a porre fine al matrimonio per essere libero di frequentare le signore che richiedevano i suoi interventi come idraulico, non solo per motivi esclusivamente professionali. A sentire lui la maggior parte delle signore che vivevano in città non aveva saputo resistere al suo fascino e una volta, nella bottega del Giorgio, si era sfiorata la rissa con quello che il Garavaglia ignorava fosse il marito della signora di cui stava decantando le virtù.
Passi il Buratti, ma lui e il Garavaglia alle 08,30 del mattino non erano il modo migliore per cominciare la giornata.
Il Marino Buratti rivolse a Giorgio uno sguardo impaziente:
- Allora 'sto giornale ? Fammi vedere cosa è successo nel mondo. Devo essere informato altrimenti al bar faccio la figura del pollo -
A Giorgio non restava che allungargli il giornale così come lo aveva ritirato all'edicola, rassegnandosi a non essere il primo lettore e a ritrovarselo tutto spaginato dopo l'uso che ne avrebbe fatto il Buratti.
- E poi vedi di comprare anche il Corriere. Questo qua non è che mi piaccia più di tanto -
- Oh Marino, passi che vieni tutti i giorni a scroccarmi il giornale ma se vuoi il giornale che piace a te puoi sempre fare altri cento metri fino all'edicola e comprartelo. Poi quando l'hai letto me lo lasci qui così facciamo contenti anche altri clienti - Giorgio sottolineò la parola clienti per rimarcare come non considerasse tale chi si presentava solo per leggere il giornale.
Il Buratti borbottò qualcosa che non sfuggì al Garavaglia che si stava accomodando sulla poltrona per farsi dare quella che lui definiva una - spuntatina ai capelli - sotto lo sguardo rassegnato del Giorgio intento a cercare un modo per giustificare i dodici euro che gli avrebbe chiesto per il suo servizio visto che in testa gli restavano quattro peli in croce all'altezza delle tempie e sul retro della nuca, già così corti che accorciarli ancora di più avrebbe significato rasarli a zero.
- Guarda che il nostro figaro qua, ha ragione. Non puoi venire a rompere le balle tutte le mattine. Io invece oggi ho un sacco di cose da fare. Devo farmi bello perché alle 9 devo essere da una bella vedova che ha un problema con lo scarico del water. Già che ci sono darò una controllata se ha qualche altro problema. Oggi pomeriggio invece devo andare ad installare un box doccia da un altro cliente... -
Giorgio sospirò e provò la tentazione di commettere un lieve errore e provocargli un taglietto sull'orecchio. Niente di grave, chiaramente, ma abbastanza da metterlo a tacere per un po', sempre che fosse possibile.
Mentre la radio passava - Certe notti - di Ligabue la porta si aprì ed entrò un uomo distinto. Giorgio lo riconobbe subito. Era un impiegato comunale dell'ufficio tributi di circa cinquant'anni che si faceva apprezzare per la sua capacità di prendersi gioco del prossimo senza che il malcapitato di turno se ne rendesse conto.
- Buongiorno Pizzi, come va ? - lo salutò Giorgio senza interrompere il lavoro sulla testa del Garavaglia ma rivolgendogli un'occhiata nell'ampio specchio che aveva di fronte a sé.
Il Pizzi si tolse la giacca e si sedette nel divanetto vicino a quello occupato dal Buratti.
Subito Giorgio colse l'occasione per regalarsi un momento di buonumore.
- Allora Garavaglia cosa stavi dicendo del lavoretto che devi fare oggi pomeriggio ? Ma quanto ti rende installare un box doccia ? Beato te che puoi lavorare in nero.... - lo incalzò Giorgio rivolgendo un cenno intesa al nuovo entrato senza che il Garavaglia sospettasse qualcosa.
- Beh, sai com'è - iniziò il Garavaglia - vanno a comprare nei centri del fai da te e poi non sanno come a fare a metterli insieme. Si lasciano attrarre dai prezzi bassi ma poi non mettono in conto che montare un box doccia non è cosa da tutti. E così c'è sempre lavoro per chi ha voglia di mettersi in tasca qualcosa con cui arrotondare la pensione. Oggi ci metterò sicuramente tutto il pomeriggio e non è detto riesca a finire -
- Sì ma quanto ti rende ? - insistette Giorgio.
Il Garavaglia si impegnò in un rapido calcolo mentale allenato da tanti anni di attività in proprio:
- Se considero 5-6 ore di lavoro a 20 Euro l'una, alla fine fanno dai 100 ai 120 Euro -
- Ah però. Sai quanti capelli devo tagliere e quante barbe devo radere io prima di riuscire a mettere insieme 100 Euro netti ? -
- Perché sei uno sprovveduto che fa la ricevuta a tutti. Comincia a farne qualcuna di meno e vedrai quanti soldi in più ti restano a fine mese. D'altronde perché pagare le tasse ? Io ne ho pagate per tutta la vita e che fine hanno fatto i miei soldi ? Se li sono spartiti a Roma. Tutti uguali: destra, sinistra, centro. Basta mangiar soldi e della gente chi se ne frega. E se loro fregano me, io frego loro. Te capì barbé ? -
Giorgio ammiccò ancora in direzione del Pizzi che non attendeva altro.
- Buongiorno. Ho ascoltato il suo discorso e sarei lieto di poter approfondire l'argomento delle tasse con lei. Sa io faccio un lavoro dove ho molto a che dare con persone che manifestano le stesse problematiche che lei ha appena elencato - esordì il Pizzi ottenendo subito l'approvazione del Garavaglia il quale non aspettava altro che qualcuno gli desse la possibilità di lanciarsi in una delle sue dissertazioni.
- Mi fa piacere che lei la pensi come me. E' ora di finirla. Tasse su tasse e promesse mai mantenute. Ti dicono che ti hanno ridotto l'IRPEF, che avrai diritto al bonus, che ti daranno gli incentivi e di tutto e di più. Poi ti aumentano la luce, il gas, le tasse comunali e il costo è superiore a quello che ti hanno fatto risparmiare. Tutti delinquenti. Ti tolgono l'ICI sulla prima casa e ti mettono l'IMU, la TARI e la TASI. Tutti ladri. Dia retta a me. Dicono che l'evasione è uno dei problemi maggiori dell'Italia. Io invece dico: meno male che c'è chi non paga le tasse perché così fa girare un'economia che altrimenti non esisterebbe, perché stroncata dalle tasse. Guardi me: crede che potrei permettermi di venire qui tutte le settimane se non lavorassi in nero ? E invece mi metto in tasca quei 700-800 euro ogni mese che mi fanno tanto comodo -
- E lei che lavoro fa ? - concluse il Garavaglia, tutto soddisfatto di aver trovato qualcuno con il quale condividere i suoi ragionamenti.
Il suo interlocutore si alzò lentamente e gli tese la mano.
- Permetta che mi presenti. Luigi Pizzi. Sono un funzionario dell'Agenzia delle Entrate, sezione accertamenti -
I secondi che seguirono furono i più divertenti che Giorgio ricordasse da tempo.
Il Garavaglia divenne paonazzo in volto e cercò di ricambiare la stretta di mano iniziando ad agitarsi sotto il lenzuolo nel quale Giorgio lo aveva avvolto per il taglio. Probabilmente stava utilizzando la stessa abilità che gli serviva per calcolare i suoi compensi per determinare quante tasse avesse evaso. Il Buratti alzò ancora di più il giornale ma non riuscì a trattenere una sghignazzata soffocata. Giorgio invece dovette fare appello a tutto il suo autocontrollo per non prorompere in una sonora risata.
Il Pizzi rimase a fianco della poltrona con la mano tesa sino a quando la mano del Garavaglia fece la sua comparsa da sotto il lenzuolo. Il Garavaglia non aveva il coraggio di alzare gli occhi verso il suo interlocutore e pareva aver perso ogni briciola della baldanza che aveva messo in mostra sino a qualche istante prima.
- Sa, si fa così per dire. Tutti si lamentano delle tasse e anch'io non sono da meno, ma le garantisco che le ho sempre pagate. Talvolta mi piace spararle grosse e il lavoretto di oggi, in realtà, è a casa di mia figlia per cui non potrò chiedere di essere pagato - tentò di difendersi il Garavaglia che pareva essersi rimpicciolito sulla poltrona.
- Già, ma comunque non si preoccupi. Io non mi occupo di privati, ma solo di aziende di grandi dimensioni. In particolari delle filiali delle multinazionali dove non è inusuale che si trasferiscano utili da paesi con tassazione più alta a quelli con tassazione più bassa. Si chiama fenomeno del Transfer Price e se non stiamo molto attenti, in Italia rischiamo di rimetterci parecchi soldi - il Pizzi sembrava giganteggiare sul povero Garavaglia che tirò un sospiro di sollievo, fiutando lo scampato pericolo.
- Proprio così ! Le grandi aziende quelle sì che evadono. Un povero diavolo come me può evadere qualche centinaio di euro, mentre quelle fanno sparire i milioni. Dovete stargli addosso e fargli tirare fuori tutti i soldi che devono pagare - il Garavaglia sembrava essersi ringalluzzito con velocità direttamente proporzionale allo spavento sperimentato.
- Non si preoccupi, ma si ricordi che è dovere di tutti pagare le tasse nella giusta misura -
- Bravo, lei sì che parla bene. Se si candidasse a sindaco avrebbe sicuramente il mio voto - si affrettò ad aggiungere il Garavaglia.
- Ecco fatto. Che ne dici, tagliamo ancora un po' ? - Giorgio giunse in suo soccorso. In realtà come non vi era nulla da tagliare prima di iniziare, a maggior ragione, non vi era altro da sistemare.
- A posto Giorgio. Taglio perfetto - esclamò il Garavaglia, scattando dalla poltrona con agilità sorprendente, come se non aspettasse che di potersi congedare da una compagnia si era rivelata troppo ostica per consentirgli di recitare la solita parte.
- Quanto ti devo Giorgio ? E mi raccomando la ricevuta, eh. Non fare il furbo... -
Giorgio avvertì un urgente bisogno di controllare il soffitto e fece una smorfia che lasciava trasparire tutto il suo spirito di sopportazione. Liquidò il Garavaglia e invitò il signor Pizzi ad accomodarsi non prima di aver dato una ripulita per terra e aver voltato il cuscino della poltrona.
Non appena il Garavaglia fu uscito dalla bottega, i tre fecero fatica a non scoppiare a ridere sonoramente.
- Oggi spettacolo gratis, Marino. Non solo mi scrocchi il giornale, ma ti sei pure divertito - disse Giorgio.
- Se l'è proprio cercata quel fanfarone. Mi sa che passerà un po' di tempo prima che torni a farsi vedere da queste parti e mi sa che, prima di entrare, guarderà dentro per controllare se c'è il signor Pizzi. Ma è vero che lei lavora alle tasse ? - chiese il Marino che poco aveva da nascondere ma dopo quanto gli era accaduto con l'autobus diffidava di tutti coloro che portassero una divisa, dagli infermieri sino ai vigili del fuoco.
- Ma no. A me piace scherzare e ho capito subito che con quel tipo ci sarebbe stato da divertirsi. Io sono un impiegato comunale - gli rispose il Pizzi.
Al Marino Buratti quelli del comune non piacevano. In fin dei conti lui aveva guidato gli autobus per conto del comune e non si era mai rassegnato al fatto che un solo incidente in quasi quarant'anni di carriera potesse essergli costato il posto. Ovviamente aveva rimosso tutte le circostanze che avevano fatto sì che il suo autobus si trovasse sulla traiettoria del tram, ma questo poco importava.
- E' ora che vada. Sapete gli amici mi aspettano al bar e se non mi vedono arrivare si preoccupano. Ci vediamo domani, Giorgio e, mi raccomando, puntuale, neh ! - disse il buon Marino, alzandosi e dirigendosi verso la porta.
Nello stesso momento un ragazzino si accingeva ad entrare e, alla radio, il sax dei Quarterflash attaccava - Harden my heart -

P. Sacchi
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