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Autore: Giuseppe Loda
Titolo: Quella scala che porta all'inferno
Genere Giallo
Lettori 118
Quella scala che porta all'inferno

Quale mistero nascondeva la scomparsa di monsignor Vincenzo Prasi, parroco di una delle parrocchie della città di Alba? Per quale motivo si era allontanato dalla chiesa senza avvisare la cameriera, che lo serviva amorevolmente da diversi anni?
Questo è il mistero che dovrà svelare il maresciallo Mirko Bonelli, comandante di un piccolo distretto di polizia, situato poco distante dalla chiesa dove viveva monsignor Vincenzo Prasi.
- Finalmente un caso importante - pensò il maresciallo Bonelli. Da quando era comandante di quel distretto, aveva indagato solamente su sporadici casi di furti d'auto.
Ma proprio quando il caso divenne più complicato, i suoi superiori gli inviarono l'ispettore Roberto Simoni, per prendere il comando dell'intera indagine.
Il maresciallo non gradì l'arrivo di quel giovane ispettore, che lo privava del comando del caso su cui stava indagando; ma, dopo averlo conosciuto, divenne suo amico e insieme, tra bui corridoi e tragici avvenimenti, cercarono di scoprire dove fosse finito il monsignore.
Quali altri misteri risolveranno durante le loro indagini, in quel buio sotterraneo che si dirama come una piovra sotto la città?
Da quando era giunto in quella città per indagare su alcuni misteriosi delitti, l'ispettore Roberto Simoni aveva trascorso più tempo nei corridoi di quel sotterraneo che in superficie, tralasciando il tempo trascorso insieme alla giovane donna di cui si era follemente innamorato.
Capitolo 1
Erano tre giorni che monsignor Vincenzo Prasi era scomparso dalla sua parrocchia, situata nella piccola città di Alba. Un allontanamento così lungo non si era mai verificato da quando, undici anni prima, monsignor Vincenzo aveva preso possesso di quella chiesa: una media struttura costruita verso la fine del Milleseicento dai fedeli e dedicata alla Vergine Maria, per essere sopravvissuti a una pericolosa epidemia.
Alba, invece, continuava a essere una ridente cittadina situata in una valle del Piemonte, dove si viveva abbastanza bene.
Monsignor Vincenzo si era già assentato in passato, avendo però cura di avvisare la signora Mina se doveva rimanere lontano più di due giorni. Mina era una donna dalla corporatura abbastanza robusta, che si occupava delle faccende domestiche e cucinava per il prete da quando era stato trasferito nella parrocchia. Proprio la signora Mina aveva informato il maresciallo del distretto di polizia che da tre giorni non aveva più notizie del parroco, e ne era preoccupata. Il maresciallo Mirko Bonelli, comandante della stazione, dopo aver ascoltato i timori della donna le consigliò di attendere ancora un paio di giorni prima di denunciare la scomparsa, affermando che, forse, monsignor Vincenzo si era dovuto allontanare per un impegno urgente e non aveva avuto il tempo di avvisarla. Chiese perciò alla signora Mina di ritornare a casa e informarlo se anche il giorno dopo il parroco non avesse fatto avere sue notizie. Erano trascorsi altri nove giorni da quando Mina aveva fatto ritorno alla stazione di polizia, ma di monsignor Vincenzo ancora nessuna notizia. Il maresciallo aveva nel frattempo diramato alcune foto del parroco per le ricerche, ma l'uomo sembrava letteralmente scomparso.
Nella parrocchia, dopo la scomparsa del prete, cominciarono a circolare delle strane voci. Alcuni sostenevano che si fosse allontanato con una misteriosa donna da poco giunta in città, vista spesso fermarsi a parlare con lui nei giorni prima della sua scomparsa. La donna, poi, visitava la chiesa in orari abbastanza discutibili. Anche lei era svanita nel nulla lo stesso giorno della scomparsa di monsignore.
Altri sostenevano che fosse venuto a conoscenza, durante le confessioni, di qualche fatto molto pericoloso e fosse stato per questo eliminato.
Il maresciallo Bonelli, però, era certo che si fosse allontanato dimenticandosi di avvisare la sua cameriera: a tutte quelle storie non dava molta importanza, convinto che, quando avesse ritrovato il prete, sarebbe stato lui stesso a spiegare per quale motivo fosse andato via senza avvisare.
Nel frattempo, per non far rimanere la parrocchia senza un parroco, il Vescovo aveva mandato per alcuni giorni don Alberto Rossi, un giovane prete che si sarebbe occupato dei fedeli nell'attesa del ritorno di monsignor Vincenzo.
Capitolo 2
Erano le nove di sera di un martedì di luglio. Il sole stava scendendo all'orizzonte, quando don Alberto chiese alla signora Mina come mai, sui banchi della chiesa, non ci fossero i libretti con i vari canti liturgici che i fedeli avrebbero dovuto cantare durante la messa.
Lei gli rispose che monsignor Vincenzo li aveva tolti, perché nessuno li guardava e, quando terminava la messa, lui doveva ogni volta infilarsi tra i banchi per raccoglierli da terra.
- Se non le dispiace vorrei rimetterli, perché vedo che durante la messa nessuno canta - disse don Alberto alla signora Mina.
- Per me può fare quello che vuole, io in questo posto non conto nulla. Sia per lei che per monsignor Vincenzo sono e sarò sempre solo una serva. -
- Non dica così, Mina, lei non è una serva, ma una persona di famiglia, poiché vedo che tutti le vogliono bene. Per favore, adesso mi potrebbe dire dove trovare i libri con i canti sacri? -
- L'ultima volta che li ho visti, monsignor Vincenzo li stava portando in una delle stanze nel sotterraneo della chiesa. -
- Se m'indica dove si trova la stanza, vado a prenderli. -
- Mi dispiace, ma il sotterraneo è molto grande, e ci sono numerose stanze. Io non saprei proprio in quale ha portato i libri. -
- Se mi dice dove si trova l'entrata del sotterraneo, vado io a cercarli. -
- Io le consiglierei di andare insieme a un'altra persona, non conoscendo il sotterraneo e i suoi numerosi corridoi potrebbe perdersi. -
- Mi vuole prendere in giro, vero? -
- Io non prendo in giro nessuno, era solamente un consiglio. -
- Non importa, Mina, mi dica per favore da dove posso scendere per cercare quei libri. -
- Beh... se proprio vuole andarci adesso, le indico la strada. -
Dopo aver percorso parte della canonica, entrarono in chiesa. La cameriera gli indicò una rientranza tra due colonnine, dove c'era una porta chiusa con un lucchetto. Aprì una nicchia sulla parete di fianco alla porta e prese una chiave, che poi consegnò al giovane parroco.
- Ecco, questa è la chiave del lucchetto, adesso può fare quello che vuole. Se crede che io venga a cercarla la sotto si sbaglia. La chiesa è abbastanza semplice da visitare, ma quello pare un labirinto. -
Poi Mina, dopo aver dato un ultimo sguardo a don Alberto, come per fargli capire che si stava cacciando in una brutta avventura, si allontanò.
Don Alberto, senza esitazione, tolse il lucchetto, poi lo mise insieme alla chiave nello spioncino. Dopo tutto quello che gli aveva detto la cameriera, era curioso di scoprire cosa avrebbe trovato oltre quella porta. Appena aprì, gli giunse al naso la classica puzza di chiuso.
Oltre la porta, una scala di legno conduceva in profondità, verso il buio. Solamente in quel momento riuscì a capire per quale motivo la signora Mina gli avesse sconsigliato di scendere da solo.
Dopo aver fatto quella scoperta, don Alberto pensò di rinunciare; ma, quando vide vicino alla porta un interruttore, lo fece scattare e il sotterraneo s'illuminò, così cambiò idea.
Dopo che il sotterraneo fu in parte illuminato, con l'animo un po' più sereno, si preparò a scendere. Sicuramente la cameriera aveva esagerato, la sotto non avrebbe corso alcun pericolo. Dopo avere recuperato i libriccini, sarebbe subito risalito per tranquillizzare la donna.
La scala, anche se gli sembrava piuttosto malridotta, sopportò bene il suo peso. Senza altri problemi, mise piede nel sotterraneo della chiesa.
Dopo aver osservato l'ambiente, rimase sorpreso: la signora Mina aveva ragione, il sotterraneo era molto più grande della chiesa. Davanti a lui c'era un corridoio del quale, a causa dell'oscurità, non riusciva a vedere neppure la fine.
La lampada che illuminava quella parte del sotterraneo era fissa, vicino alla scala dove era sceso; il resto era ancora al buio.
- Forse ci sono altre lampade - pensò.
Ma poi, quasi certo che monsignor Vincenzo non avesse fatto molta strada, e che avesse portato i libri in una delle prime stanze, decise di controllare la zona illuminata, partendo dalla porta a lui più vicina.
Mentre avanzava, notava che molte delle porte davano su altri corridoi laterali, alcuni dei quali minuscoli.
Raggiunta la prima porta del corridoio centrale, l'aprì senza esitare, con la speranza di trovare subito i libretti e risalire in fretta. Quel posto cominciava a dargli qualche problemino d'asma.
Don Alberto da qualche tempo soffriva di quella malattia e usava spesso un inalatore per respirare meglio. Purtroppo, in quel momento non l'aveva con sé.
Oltre ad alcuni sgabelli rotti, all'interno di quella stanza non trovò nient'altro, e neanche nella seconda stanza.
In compenso i due locali, a causa del cattivo odore e della malinconia che in genere pervade i luoghi chiusi, gli provocarono alcuni colpi di tosse.
Deluso per non essere ancora riuscito a trovare quello che cercava, raggiunse la terza stanza ed entrò.
Al suo interno, appoggiato alla parete laterale destra, c'era un vecchio armadio a due ante e due cassetti.
- Speriamo di trovare al suo interno questi benedetti libri - borbottò.
Si avvicinò e aprì con estrema cautela uno dei due cassetti: al suo interno, solamente una piccola croce di legno.
Aprì anche l'altro cassetto. All'interno c'era un po' di tutto, ma non i libri che cercava.
- Chissà dove li ha infilati, non poteva lasciarli in uno di questi cassetti? - sbuffò.
La magia di quel posto, però, pur creandogli qualche problema di salute, lo attraeva. Aveva qualcosa d'irreale, non riusciva nemmeno a decidere cosa fare; se continuare a cercare oppure ritornare il giorno dopo.
Dopo aver dato uno sguardo all'orologio e aver constatato che era la sotto da quasi due ore, si disse che, non vedendolo ritornare, la signora Mina si sarebbe preoccupata. Decise pertanto di ritornare nella canonica.
Percorrendo parte del corridoio come un fantasma, si avvicinò alla scala, ai quindici gradini che l'avrebbero riportato in chiesa: li aveva contati prima, quando era sceso.
Capitolo 3
Quando raggiunse la scala, don Alberto si fermò e cambiò idea. Oramai era lì, e decise che doveva assolutamente trovare quei libri. Sarebbe stata un'inutile perdita di tempo dover ritornare il giorno dopo.
Percorse nuovamente il corridoio illuminato per controllare le altre stanze; poi, se non avesse trovato quei libri, sarebbe risalito.
Dopo aver controllato diversi altri locali, ne fu ancora più deluso: aveva scoperto candelabri, vecchi ostensori, alcune pietre tombali con i nomi di benefattori, ma nemmeno l'ombra di quei benedetti libri. Quel posto però lo incuriosiva così tanto che avrebbe voluto rimanere ancora per vedere cos'altro avrebbe scovato. Gli sembrava di essere diventato un moderno Indiana Jones, sebbene un po' più tondo del protagonista del film!
Si avvicinò alla zona ancora al buio per cercare l'interruttore. Bastarono un paio di minuti e riuscì a individuarlo: una piastrina scura posta sul lato destro di una colonna. L'azionò e subito si accesero alcune lampade.
Rimase sorpreso quando vide che l'area illuminata era molto, molto più ampia di quella che aveva già controllato. Dopo aver constatato quanto fosse grande quel luogo, decise di lasciar perdere e ritornare il giorno dopo.
Aveva già mosso alcuni passi per ritornare alla scala, quando si fermò per la seconda volta. Era tanta la voglia di scoprire le meraviglie che sicuramente si trovavano in quel posto!
Quando poi notò lungo il corridoio centrale alcune porte non molto distanti che prima erano al buio, la sua curiosità aumentò, e decise di vedere cosa avrebbe scoperto al loro interno. Se non avesse trovato nulla d'interessante, avrebbe definitivamente abbandonato il sotterraneo.
Aprì la prima delle porte, quella più vicina. Come entrò, notò che la stanza era molto più grande di quelle che aveva visitato poco prima; al suo interno però non c'era nulla.
Si avvicinò a un'altra porta, sperando questa volta di avere qualche gradevole sorpresa, altrimenti sarebbe risalito e andato a dormire. Appena aprì quella seconda porta, uno strano odore gli arrivò sotto il naso, ma non era odore di muffa. Le lampade che illuminavano il corridoio filtravano solo in parte in quella stanza, ma riuscì ugualmente a vedere che in un angolo c'erano due manichini.
- Devono essere le statue di qualche santo che nel tempo si sono usurate e, perciò, sono state portate qui - pensò.
Tuttavia, per esserne certo, si avvicinò a controllare.
Stava per dare loro un calcio, per allontanare eventuali topi nascosti, ma il piede gli rimase sollevato a mezz'aria. Quelli non erano manichini! Erano due persone, due corpi uno accanto all'altro, morti da chissà quanto tempo!
Dopo quella sgradevole scoperta, il suo cuore aumentò paurosamente i battiti.
- Per tutti i santi! - gridò, agitando le mani sopra la testa, e iniziò a pregare.
Più veloce della luce, percorse il corridoio per raggiungere la scala che lo portò all'interno della chiesa, e subito dopo irruppe in cucina, dove la cameriera stava terminando le faccende domestiche. Vedendo entrare il prete di corsa e respirare con difficoltà, Mina scherzando gli disse: - Don Alberto, come mai così agitato? Non avrà per caso visto il diavolo! -
Lui le fece un segno con la mano: al momento non poteva parlare, gli mancava il fiato.
Mina sapeva che in quel caso gli doveva cercare l'inalatore per l'asma. Dopo aver rovistato all'interno di un paio di cassetti, finalmente lo trovò e glielo porse.
Dopo un paio di erogazioni del farmaco, don Alberto le poté raccontare ciò che aveva scoperto.
- È sicuro che non fossero dei manichini? - gli chiese la donna. - Un tempo, vicino all'altare maggiore all'interno della chiesa, si esibivano alcuni attori che usavano spesso dei manichini di dimensioni umane. -
- Mina, sono sicuro di avere visto bene: quelli non erano manichini, ma persone! -
- Don Alberto, adesso andiamo insieme a controllare. Poi, se sono veramente due persone, ma ne dubito, informeremo il maresciallo Bonelli. -
Anche se non era sua intenzione ritornare in quel posto, don Alberto venne spinto quasi a forza da Mina, che voleva andare personalmente a controllare. Le sembrava strano che qualcuno fosse riuscito a trasportare in quella stanza del sotterraneo dei cadaveri. Solamente lei e monsignor Vincenzo sapevano dove si trovava la chiave che apriva il lucchetto della porta per accedere al sotterraneo. Quando l'aveva consegnata a don Alberto, la chiave era ancora al suo posto.
Era sicura che quel giovane prete, trovandosi da solo in un posto tetro, si fosse talmente agitato da scambiare due manichini per dei cadaveri.
Soltanto quando raggiunse la stanza e controllò attentamente scoprì che don Alberto aveva visto bene: quelli non erano due manichini, ma due persone morte. Come fossero finite in quella stanza, era un mistero.
- Conosce queste persone? - chiese don Alberto alla cameriera.
Mina s'infilò gli occhiali che portava sempre con sé e si avvicinò. Le bastarono pochi secondi per riconoscere uno dei due cadaveri: era monsignor Vincenzo Prasi! L'altra persona era nascosta dal corpo del monsignore, così non riuscì a vedere chi fosse.
Pregando, lasciarono la stanza. Chiusero la porta per non inquinare l'area più di quello che avevano già fatto: quel luogo era oramai diventato la scena di un crimine.
La povera cameriera camminava lentamente e piangeva, mentre don Alberto l'accompagnava fuori dal sotterraneo. Dopo averla scortata in cucina le diede un bicchierino di liquore abbastanza forte, poi fece una telefonata alla stazione di polizia, per informarli di quello che aveva scoperto.
Bastarono pochi minuti al maresciallo Bonelli per raggiungere la chiesa insieme a un agente, e subito furono accompagnati da don Alberto nella stanza dei corpi.
Dopo aver controllato, il maresciallo chiese al prete di uscire. Era compito suo avvisare le autorità competenti, non sapendo ancora se classificarlo come omicidio-suicidio, oppure duplice delitto.

Giuseppe Loda
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