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Autore: Silvia Devitofrancesco
Titolo: Dietro le apparenze
Genere Giallo
Lettori 142
Dietro le apparenze

L'uomo con passo fermo e deciso varca l'imponente cancello della villa della Signora, situata nel lussuoso quartiere Parioli da sempre residenza degli esponenti della Roma facoltosa. Un timido sole illumina appena il metallo facendolo brillare e il silenzio dell'alba è rotto solo dal canto degli uccellini sui rami degli alberi dell'immenso parco che circonda l'edificio. La figura maschile dal fisico ben scolpito, frutto di ore e ore di allenamenti, calpesta il viale d'accesso con fare cospiratorio. Guarda dritto davanti a sé senza vacillare nella sua decisione, stringendo tra le dita sudate un flacone di vetro. Apre la porta di servizio, quella porticina seminascosta dalla vegetazione stranamente non chiusa a chiave, e subito si trova all'interno della meravigliosa abitazione concepita dal suo genio architettonico. Caparbio e sicuro di sé, il Male conosce alla perfezione ogni angolo di quella casa comprese le zone sottoposte a videosorveglianza, che, per la buona riuscita del suo intento, dovrebbe evitare. Sale le scale poste accanto alle cucine e dopo aver controllato che non ci fosse nessuno nei paraggi, corre in direzione della grande porta di legno decorata in stile Liberty. Infila velocemente alla mano destra un guanto di lattice facendo attenzione a non rovesciare il prezioso contenuto del flacone e gira lentamente la maniglia della porta che poi richiude dolcemente alle sue spalle.
Un inebriante profumo di fiori penetra nelle sue narici mentre i suoi occhi si focalizzano sulla Signora immersa nel sonno. Indossa una splendida camicia da notte di raso bianco, sicuramente realizzata a mano da abili ricamatrici, e i suoi lunghi capelli di un particolarissimo biondo cenere sono acconciati in un elegante chignon. L'uomo le si avvicina quasi saltellando e la strattona con violenza. La signora Gemma sobbalza e apre la bocca per urlare, ma prontamente la mano sinistra dell'architetto le impedisce di compiere quest'azione. - Signora Gemma, sono io - le sussurra rassicurandola mentre con titubanza allontana la mano dalla sua bocca. - Cosa ci fai qui? Chi ti ha fatto entrare? Cosa vuoi da me a quest'ora? Devi essere fuori di te, sei sicuro di star bene? - domanda la donna tutto d'un fiato, travolta dall'ansia. - Desideravo vederla - replica l'architetto stando ben fermo in piedi con la mano destra inguantata nascosta nella tasca posteriore dei jeans a celare il flacone e la sinistra sollevata in un apparente posa casuale. - Non potresti tornare più tardi e prendere un appuntamento col mio assistente come fanno tutti? - continua la Signora - non tollero che la gente invada la mia privacy. Mi hai quasi fatto avere un infarto. Chi ti ha fatto entrare? - L'uomo finge di non aver udito la domanda e, inginocchiatosi ai piedi del letto, guardando la signora Gemma negli occhi esclama: - Mi perdoni, ho sbagliato a venire qui, ma talora la disperazione fa commettere sciocchezze - . - Ormai sei qui - taglia corto lei - cosa succede? - - Devo parlarle, signora Gemma. Si tratta di una faccenda importante, particolarmente delicata - ribatte l'architetto con un tono di voce apparentemente affabile sorridendo appena. - Per questa volta va bene, ti ascolto - concede la Signora, poi fa un attimo di pausa e torna a rivolgersi all'uomo: - Per cortesia, mi passeresti quel bicchiere d'acqua che è laggiù, sul mobile? - - Certo, signora Gemma. - Gli occhi dell'architetto s'illuminano. Il momento tanto atteso è giunto. È stato più facile del previsto, la fortuna è stata decisamente dalla sua parte. Con la mano destra afferra il bicchiere e lo porge alla donna sussurrando minaccioso: - Adesso lei eseguirà i miei ordini. Non provi a dire una sola parola, chiaro? - La donna, spaventata, annuisce. - Signora Gemma - esordisce baciandole la mano, - rammenta l'esistenza di una certa Laura Alberti? O forse dovrei dire Dafne? - All'udire quel nome la donna diviene paonazza. - Cosa le hai fatto? - mormora. - Bastardo, cosa le hai fatto? - Le sue unghie lunghissime smaltate di rosso si conficcano nella carne del Male, graffiandolo. - Nulla, signora, nulla, dopotutto non oserei mai farle del male. Sa, voglio essere sincero con lei, ho investigato sul suo conto, sono riuscito persino a parlare con l'unica persona che conosceva tutta la storia, cara signora Gemma. Lei nei confronti di Laura, giovane fotografa di una rivista femminile, non provava semplice amicizia o ammirazione. Lei sapeva tutto e non provi a negarlo, adesso. Per quale assurdo motivo, allora, l'ha aiutata nei suoi incarichi? Per - solidarietà - ? Non ci credo! - Fa una pausa a effetto e riprende: - Laura era entusiasta, provava attrazione nei suoi confronti, sentiva di somigliarle, chissà forse si stava avvicinando da sola alla verità e io non avrei mai potuto accettare che lei stesse male a causa sua - . Guardandola poi con sguardo furente conclude: - Lei che l'ha abbandonata! - Immediatamente apre il flacone e ne versa il contenuto nel bicchiere. - Non concluderai nulla con questo gesto. La mia abitazione è piena di telecamere. - L'architetto ride fragorosamente. - L'ho progettata io questa casa e conosco a memoria ogni dettaglio. Non sono poi così ingenuo! - Rivolge uno sguardo carico di disprezzo alla donna spaventata e senza smettere di sogghignare ordina: - Prenda foglio e penna e scriva ciò che sto per dettarle senza farmi perdere ulteriore tempo - . La donna obbedisce. Afferra il block notes che tiene sul comodino, impugna la penna d'oro e guarda negli occhi quell'uomo del quale un tempo aveva apprezzato l'intelligenza e la professionalità. Senza saperlo, aveva scelto il suo carnefice. Io, Gemma Bruschi, saluto questa vita. Grazie, mondo per avermi ospitata e grazie a quanti mi hanno amata. Addio. - Ora prenda il bicchiere e beva, si sbrighi. Le prometto che non soffrirà. Il veleno agisce all'istante. -
La signora Gemma osserva ogni dettaglio di quella stanza. Il letto d'ottone, l'armadio ricoperto di specchi fatti incastonare nelle ante appositamente per lei così da soddisfare la sua smania di vanità, i quadri, le foto racchiuse in eleganti cornici d'argento poste ordinatamente sul comò, immagini che la ritraggono giovane e bella con quei grandi e profondi occhi scuri che hanno imparato a conoscere il mondo e che lo osservavano con lo sguardo di chi ha raggiunto i propri scopi. In quelli ultimi istanti di vita, si rende conto di non aver realmente vissuto. Si è lasciata sedurre dal fascino della ricchezza e dal successo ma non ha compreso cosa significa davvero avere qualcuno che ti apprezza solo per chi sei e non per chi hai cercato di essere. Il Male la incita ad adempiere alla sua richiesta. Gemma alza gli occhi verso il soffitto color crema, con la mano destra stringe forte il bicchiere, poi lo porta alle labbra e ne beve il contenuto con un unico, ampio sorso. La mano sinistra, intanto, accarezza impercettibilmente il capo del suo assassino nuovamente inginocchiato ai piedi del suo letto, in un'ultima, macabra, adorazione.
PARTE I - QUALCHE TEMPO PRIMA
CAPITOLO I – UN NUOVO INCARICO
Il suono per nulla melodioso della sveglia mi riporta bruscamente alla realtà strappandomi al roseo mondo dei sogni. È lunedì mattina e il direttore della rivista Universo donna presso la quale lavoro come fotografa ha indetto una riunione in redazione. - Vi prego di essere tutti puntuali - ha raccomandato il dottor Bianchi lo scorso venerdì pomeriggio e ha aggiunto: - Ovviamente, Laura, queste parole valgono anche per lei - . L'ho guardato di sottecchi e ho lasciato la stanza senza salutarlo, consapevole di aver agito come una perfetta maleducata. Io il dottor Bianchi non riesco proprio a sopportarlo. È la tipica persona che ama fregiarsi del titolo che porta. Ha studiato, certo, ammiro la sua attività di giornalista e sicuramente dirigere una rivista è un lavoro di grande responsabilità, ma non riesce a essere un uomo empatico. Vive da solo in compagnia del suo cane in un appartamento oggettivamente troppo grande, una casa che gli fa tornare costantemente in mente i momenti trascorsi con la moglie e le figlie. È un uomo arido, il dottor Bianchi. La sua consorte ha preferito chiedere il divorzio piuttosto che vivere i giorni grigi della vecchiaia accanto al marito e le figlie hanno scelto carriere che le portano in giro per il mondo. Alla luce degli eventi, sono convinta che riversi la frustrazione e il male di vivere su di noi, povere creature costrette a obbedirgli.
Mi alzo dal letto e, sbadigliando, preparo la colazione, mentre Paolo, mio marito, col sorriso sulle labbra afferra la ventiquattrore pronto per recarsi al lavoro. - Buongiorno, amore, sorridi un po'. Oggi è una splendida giornata di sole. - - Paolo, è lunedì e mi aspetta la riunione con Bianchi. Non oso immaginare quale incarico mi affiderà questa volta. Quell'uomo, pur di vendere copie, sarebbe capace di organizzare un servizio fotografico con l'attore più popolare del momento direttamente sulla Luna! - Mio marito ride fragorosamente. Adoro la sua risata. Quella stessa risata che mi ha fatta innamorare di lui cinque anni fa. Una serata tra amici e, tac, Cupido ha lanciato la sua freccia. Paolo riusciva a farmi sentire il fulcro della sua esistenza corteggiandomi come solo un uomo d'altri tempi sa fare e io non potei fare altro che arrendermi tra le sue braccia. - A cosa pensi? - mi chiede dandomi un leggero bacio sul collo. - Al tuo corteggiamento. Sai, Paolo, grazie a te ho capito cosa significa amare. Sei riuscito a colmare la mancanza dell'affetto di una madre naturale. - Paolo mi abbraccia. Odora di dopobarba e di voglia di vivere. - Ora vado. Buon lavoro - mormoro sfiorandogli appena le labbra. Prima di uscire di casa, il mio sguardo si posa sulla cornice posta sul mobile del soggiorno nella quale è racchiusa la foto che ritrae me e i miei genitori il giorno delle mie nozze. Genitori adottivi, ci tengo a precisarlo. La mia prima infanzia l'ho trascorsa all'interno di un istituto nel cuore di Roma gestito da suore e novizie nel quale vivevano tutti i bambini che non avevano genitori che avessero potuto accudirli. In istituto tutti mi chiamavano Dafne poiché il giorno in cui quella "brava donna" mi abbandonò dinanzi al portone dell'edificio, indossavo una bavaglina sulla quale era ricamato a punto croce con fili di cotone rosa il nome - Dafne - . Ma non è finita qui! Ben sistemata tra le pieghe della coperta che mi avvolgeva si trovava una busta contenente una breve lettera firmata da mia madre accompagnata da una cospicua somma di denaro destinata a fronteggiare i bisogni dell'edificio e di quanti lo abitavano. Questo episodio, (tranne ovviamente il nome di quella donna così crudele), mi è stato rivelato qualche anno fa dalla mia amica suor Maria, l'unica tra le donne velate con la quale andavo d'accordo durante quei lunghi giorni di prigionia e alla quale sono ancora sinceramente affezionata. Ammetto di essere stata una bambina piuttosto problematica: prendevo in giro gli altri compagni, correvo per i corridoi e mi rifiutavo di recitare le preghiere poiché io non avevo alcun motivo di adorare un Dio che nei miei confronti non era stato affatto benevolo. Immagino quale sollievo sia stato per le suore quando finalmente fui adottata da una famiglia! Avevo sette anni e mezzo e avevo visto molti compagni uscire dal grande portone di legno pronti per iniziare una nuova vita accanto a due persone che da quel momento in poi avrebbero dovuto chiamare - mamma - e - papà - come se le esperienze di vita che avevano vissuto tra le mura dell'orfanotrofio si fossero potute cancellare con un colpo di spugna. Il giorno in cui la madre superiora mi annunciò che sarei potuta andare a casa con i miei genitori, piansi. Avevo desiderato quel momento con tutta me stessa e ora che esso era divenuto realtà ero sopraffatta dalla paura dell'ignoto. Non desideravo più lasciare l'orfanotrofio e, singhiozzando, mi strinsi forte all'abito monacale di suor Maria fino a quando i miei - nuovi - genitori, che vollero chiamarmi Laura, mi portarono via con la forza. Da bambina abitavo in una casa piuttosto grande a Tivoli, nelle vicinanze di Roma. I miei genitori non mi facevano mancare mai niente: avevo una camera tutta per me con un grande letto rosa, un armadio colmo di vestiti colorati, libri da leggere prima di addormentarmi e giocattoli che mi venivano regalati in ogni occasione. I signori Alberti, i quali dopo numerosi tentativi di fecondazione artificiale mai andati a buon fine avevano deciso di ricorrere all'adozione, facevano di tutto affinché fossi la regina delle loro vite. Seguivano con curiosità e amore ogni mia fase di crescita, cercavano di assecondare le mie passioni, mi spronavano a dare in ogni ambito il meglio di me, m'insegnavano a credere nei sogni e contemporaneamente ad apprezzare la bellezza della realtà. A proposito di realtà, penso guardando l'orologio, dannazione, è tardissimo!
Scendo velocemente le scale e mi dirigo verso la redazione. Il viso del dottor Bianchi fa capolino nella mia mente e istintivamente accelero. Percorro via Nazionale e mi fermo dinanzi a un elegante portone dorato. Entro, saluto con un leggero cenno della mano il portiere seduto nella sua guardiola e salgo le scale fino al quarto piano dello stabile. - Buongiorno - auguro educatamente entrando, ma tutti i miei colleghi sono in fibrillazione. La stanza sembra un forno e non solo a causa del caldo estivo che pur essendo ormai settembre non vuole abbandonare la città e arrendersi alla frizzante aria autunnale. La riunione sta per avere inizio e ognuno di noi si prepara a comparire davanti al sommo capo. Alle nove tutti ci alziamo all'unisono. C'è chi spegne il cellulare, chi si sistema la gonna del tailleur, o, ancora, chi si controlla il trucco e infine ci sono io che mi alzo dalla mia postazione computer sbadigliando, visibilmente annoiata. Come tanti robot ci dirigiamo in fila indiana verso la sala riunioni nella quale il dottor Bianchi ci attende in tutta la sua austerità. Prendiamo posto ed egli ci scruta come se fosse un lupo e noi tanti agnellini. A differenza dei miei colleghi che abbassano timidamente lo sguardo così da guardare il piano del grande tavolo di legno, io poso i miei occhi scuri sulla sua figura. Il direttore indossa un'orrenda cravatta giallo canarino che gli conferisce un'aria grottesca e non posso fare a meno di notare che ultimamente ha messo su qualche chiletto. Non appena apre la bocca, tutti siamo pronti a pendere dalle sue labbra.
- Buongiorno a tutti - augura educatamente. Ognuno di noi sussurra a sua volta un: - Buongiorno a lei, direttore - . Il dottor Bianchi si alza e camminando avanti e indietro per la stanza, illustra il lavoro necessario per realizzare il prossimo numero della - nostra rivista - . - Nonostante la forte crisi editoriale con la quale siamo costretti a convivere, Universo donna ha molti lettori i quali ripongono in noi grandi aspettative e noi abbiamo il dovere di non deluderli. - Noi tutti annuiamo compiaciuti. Il dottor Bianchi torna alla sua poltrona e afferra alcuni fogli che erano sparsi sul tavolo. - Il prossimo sarà un numero a dir poco strepitoso! - urla raggiante e dopo averci guardato uno per uno, prosegue: - Innanzitutto non dobbiamo dimenticare l'informazione, motivo per il quale verranno trattati gli eventi di cronaca accaduti in Italia e nel mondo, poi dedicheremo un approfondimento sul rapporto tra giovanissimi e social network, tema tanto caro alle povere madri disperate. Proseguiremo con un'ampia pagina dedicata alla moda, riguardo le tendenze e i must have della prossima stagione, mi raccomando soffermatevi sulla moda low cost così le nostre lettrici potranno avere consigli concreti. Date spazio anche alle novità cinematografiche, musicali ed editoriali, senza trascurare le raccolte di ricette. Infine Laura... - continua, indicandomi - lei si occuperà del servizio fotografico per la sezione Di scatto in scatto. Le chiedo di mettere le sue abilità al servizio della signora Gemma Bruschi. La regina dei salotti romani metterà all'asta, a fini benefici, alcuni suoi preziosi gioielli. Il suo compito, Laura, sarà quello di recarsi presso la sontuosa abitazione della Signora e immortalare alcuni momenti dell'asta. Mi raccomando, la signora Gemma desidera che emerga il suo essere solidale. - - Stia tranquillo, signor direttore - replico sorridendo falsamente. - La riunione è terminata. Da questo momento tutti a lavoro, cari colleghi, me compreso! - conclude con tono solenne. Ci alziamo e in rigorosa fila indiana usciamo silenziosamente dalla sala riunioni.

Silvia Devitofrancesco
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