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Autore: Anna Abate
Titolo: Focacce magiche e dove trovarle
Genere Narrativa
Lettori 159
Focacce magiche e dove trovarle

Racconti liguri

Mi hanno rubato i vestiti!
Aveva pronunciato la frase ad alta voce, oppure l'aveva soltanto urlata nella sua testa?
Martino si guardò attorno: la scogliera alla sua sinistra incombeva nera sulla sabbia fredda. A destra, una piccola foresta di alberi spogli lo osservava in silenzio: gli ombrelloni chiusi dei Bagni Medusa.
L'aria di settembre gli accarezzò la pelle bagnata: si strinse le braccia attorno al corpo, i peli ritti per il freddo, e tese l'orecchio: nel silenzio della notte, le onde si frangevano a intervalli regolari sulla battigia.
Un cane abbaiò lontano. Un'auto passò sull'Aurelia.
Non c'era nessuno. Soltanto lui. Nudo e bagnato sulla spiaggia senza più i vestiti.
La brezza salata gli riempì le narici e lo fece rabbrividire: si avvicinò alla scogliera e tastò con una mano alla ricerca di sassolini aguzzi: nudo come un verme, era il caso di fare attenzione a dove poggiava le sue parti più delicate. Si accucciò al riparo degli scogli, le ginocchia strette al petto.
Mi hanno rubato i vestiti.
Il vento era freddo, ma niente più di un'arietta notturna: non potevano essere volati via. Il posto era quello giusto: ricordava di averli lasciati al centro della spiaggetta, con un masso sopra per maggiore, illusoria sicurezza.
Il grosso sasso era ancora lì, illuminato dai lampioni della strada. Il mucchietto di vestiti, no. Non c'erano più nemmeno le scarpe, neppure mezzo calzino.
A volte, i momenti di emergenza ci richiamano alla memoria le cose più assurde e meno utili: a Martino venne in mente un vecchio film in bianco e nero che suo padre guardava e riguardava ogni volta su Rete 4, ridendo di gusto ad ogni replica.
- Mi hanno rubato i vestiti! - esclamava Don Camillo uscendo dal fiume in un pomeriggio afoso.
Forse, gli sembrava di ricordare, a Don Camillo un calzino lo avevano lasciato. E almeno gli era successo d'estate. E di giorno. Sempre una circostanza antipatica, per carità, ma meno disagevole. Meno a rischio polmonite.
Cercò di ricordare: il vecchio prete come si era tirato fuori d'impiccio? Gli pareva che alla fine avesse raggiunto a nuoto la casa di un collega, a cui aveva chiesto in prestito una tonaca.
Già, ma da chi poteva andare Martino a mezzanotte, a Cavi, a nuoto o non a nuoto?
Pensaci, qualcuno dev'esserci, si sforzò di concentrarsi mentre le goccioline gelide gli colavano giù per la schiena.
Un vociare sempre più vicino spezzò il debole filo dei suoi pensieri: qualcuno stava uscendo dal sottopasso. Con tutta la circospezione che gli era possibile, Martino saltellò senza far rumore sui ciottoli freddi, tornò a immergersi e diede qualche cauta bracciata per allontanarsi dalla riva.

I notturni invasori erano almeno una decina: a mollo nell'acqua salata, Martino ne indovinava le figure quando, all'uscita del sottopasso, la luce del lampione per un attimo li investiva. Le voci profonde di uomini fatti da poco, in cui persisteva qualche nota stridula, si mischiavano a risate e gridolini squillanti. A gruppetti di due o tre saltellavano giù dal gradino di cemento e affondavano i piedi nudi nella sabbia, le scarpe in mano: i ragazzi più alti, dalle spalle larghe, le ragazze più basse e minute.
A posto siamo, pensò Martino muovendo in tondo braccia e gambe senza fare mezzo schizzo.
Qualche metro più in là, all'asciutto, i ragazzi si erano seduti sui grossi ciottoli della spiaggia. Tintinnare di vetro, altre risate. Deboli bagliori iniziarono ad accendersi come tante piccole lucciole.
Oh belin, un rave party!
Martino proseguì a sguazzare circospetto: i ragazzi avevano portato alcol e droga, sicuro, e adesso sarebbero stati lì a ubriacarsi e a farsi le canne o chissà cosa fino alla mattina. E lui sarebbe morto assiderato. O magari non sarebbe morto, ma sarebbe riuscito a emergere dall'acqua solo all'alba. Sempre nudo, per forza. Lo avrebbe visto qualche pensionato che faceva la passeggiata mattutina con il cane o, peggio ancora, con un nipotino, e avrebbe chiamato i vigili. Che figura di merda.
Magari lo avrebbe visto la Lorella, la figlia di Mario dei Bagni Medusa. Era lei a chiudere lo stabilimento la sera e ad aprirlo la mattina, a volte la incontrava quando passeggiava sulla spiaggia. Gli era sempre piaciuta, ma non aveva mai tentato l'approccio. Se l'avesse sorpreso ad aggirarsi senza vestiti, con tutta la mercanzia di fuori tipo maniaco, quella velleità lì avrebbe anche potuto lasciarla perdere per sempre.
Un accordo di chitarra coprì le voci e le risate. Qualcuno applaudì. Qualcun altro tirò fuori una seconda chitarra e iniziò ad accordarla: il vento portava fino a Martino le stesse due o tre note, ripetute fino a trovare la giusta tensione della corda.
Una strimpellata decisa: uno, due accordi famigliari. I ragazzi presero a cantare, un po' stonati. La brezza della notte portò verso le onde le loro voci e la spensieratezza dei vent'anni. Forse quelli di Martino.
Le lunghe trecce, gli occhi azzurri e poi...
Martino sorrise e prese a canticchiare, forse nella sua testa, forse a mezza voce. L'acqua era sempre nera (oh mare nero, oh mare nero, oh mare ne...), ma adesso lo avvolgeva come una coperta tiepida. Si voltò a pancia in su, sperando che mettersi a fare il morto non si rivelasse profetico. Si lasciò cullare da quell'abbraccio liquido e forse si addormentò.

Lo risvegliò la carezza dell'alba.
Martino aprì gli occhi: aveva le ciglia rigide di sale. Si voltò su un fianco e i sassolini levigati gli scivolarono sotto il corpo intorpidito. Si guardò attorno: sopra di lui il cielo blu, da un lato le onde che si frangevano a qualche metro, dall'altro la spiaggia deserta. Era sempre nudo, ma non era affogato: era già qualcosa.
Provò ad alzarsi, facendo forza sulle braccia. Nel silenzio dell'alba, gli sembrava di sentire scricchiolare tutto il corpo: a cinquant'anni suonati, una notte a mollo di sicuro non gli aveva giovato.
Il grosso masso al centro della spiaggia era sempre lì, con accanto qualcosa, una macchia scura: forse i ragazzi avevano lasciato un asciugamano, magari delle bottiglie di birra. Strizzò gli occhi brucianti: sembravano proprio i suoi vestiti.
Incespicò fino al blocco di pietra: i suoi vestiti erano lì accanto, belli piegati, come se non si fossero mai mossi. Con le dita gocciolanti acchiappò un lembo della maglietta: era proprio la sua, una polo blu un po' stinta.
C'era tutto: la polo, i bermuda beige, gli slip bianchi, i sandali sgraziati da tedesco in vacanza. Mise una mano nella tasca dei pantaloni: portafoglio, chiavi, telefono. Era ancora tutto lì.
Si guardò attorno: l'arenile era deserto, gli ombrelloni dei Bagni Medusa ancora tutti chiusi, ma su nel bar intravide un movimento. Si infilò rapido le mutande e poi tutto il resto: gli indumenti si inzupparono all'istante, ma gli diedero una ritrovata, confortante sicurezza.
Ciabattando si avviò verso il sottopasso: il silenzio di quell'alba sul mare era rotto soltanto dalle grida dei gabbiani e dal ciaf ciaf dei suoi piedi bagnati nei sandali.

Dieci giorni più tardi

Martino scese dalla scogliera e si appoggiò a un masso per scrollare via un sassolino aguzzo dal sandalo. Si girò verso il mare e respirò il silenzio frizzante del mattino, il rumore salato delle onde. Dopo la sua recente avventura, prediligeva le prime ore dell'alba per le sue passeggiate sulla spiaggia: manimàn che gli venisse di nuovo la tentazione di farsi un bagnetto di mezzanotte.
Erano dieci giorni che pensava a quella notte, che la ripercorreva frammento per frammento, e la conclusione era sempre la stessa: o si era rincoglionito del tutto, e i vestiti non si erano mai mossi dalla spiaggia, o qualcuno glieli aveva sottratti e poi restituiti. Altre opzioni non ce n'erano.
Alzò lo sguardo verso il bar dei Bagni Medusa: appoggiato alla ringhiera azzurra sospesa sul mare intravide il braccio cotto dal sole di Mario. Un cappuccino, una sleppa di focaccia e due parole prima di tornare sui suoi passi non erano un'idea malvagia: se poi Mario fosse stato da solo, avrebbe potuto raccontargli la sua disavventura. Magari sapeva qualcosa.
Speriamo che non ci sia la Lorella, pensò. Erano cose delicate, preferiva parlarne con il padre da uomo a uomo.
Avanzando sui ciottoli ancora freddi si diresse verso la scala.

Anna Abate
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