Writer Officina Blog
Ultimi articoli
Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP, ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo già formattato che per la copertina.
Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
Home
Admin
Conc. Letterario
Magazine
Blog Autori
Biblioteca New
Biblioteca Gen.
Biblioteca Top
Autori

Recensioni
Inser. Estratti
@ contatti
Policy Privacy
Writer Officina
Autore: Carla Tommasone
Titolo: Il cacciatore di luce
Genere Romanzo
Lettori 71
Il cacciatore di luce
Un risveglio doloroso e agghiacciante.

L'uomo sollevò le palpebre e un dolore lancinante, intenso e affilato come la punta di un trapano che gli penetrasse nel cervello, si irradiò nel suo capo lasciandolo senza fiato.
Richiuse immediatamente gli occhi e inspirò adagio, il timore che persino un respiro più profondo potesse riacutizzare quella feroce sciabolata di cui ancora percepiva l'eco nella testa, a indurlo a serrare fortemente le palpebre.
Pian piano il dolore si attenuò e provò a riaprire gli occhi.
Era ancora in uno stato di intensa sofferenza, però, almeno, non percepiva più la punta lacerante del trapano, ma un male diffuso che non si localizzava solo nel capo, bensì, in tutto il corpo.
Sì, effettivamente la testa pareva fosse sul punto di scoppiare come un melone fermentato e il resto, non era di certo in uno stato di benessere.
Provò a passare in rassegna ogni arto, ogni muscolo per cercare di stabilire cosa e in che misura dolesse, tuttavia, era troppo intento a capire dove fosse, via via che gli occhi si aprivano nel buio, per eseguire il controllo sul proprio corpo dolorante. Ma il buio non era proprio tale.
La prima percezione fu il tanfo di pesce marcio che permeava nelle narici a sensibilizzarlo, poi, focalizzò l'attenzione sullo spazio esiguo e sul pianale rigido su cui era disteso e sballottato.
Non senza dolore provò a porsi seduto.
Era all'interno di un furgoncino in movimento a giudicare dai sobbalzi del mezzo. I finestrini erano oscurati con una scura pellicola adesiva ma, in qualche modo, un po' di luce filtrava dagli angoli non ben coperti, permettendo un debole chiarore che gli consentiva di vedere cosa lo circondasse e stabilire dove fosse.
Individuò anche un trolley e una borsa ventiquattrore, oltre a un pila di cassette di plastica dalle quali emanava il puzzo di pesce marcescente.
Un sussulto ulteriore del mezzo lo fece gemere.
Si portò una mano al capo dolente e sobbalzò quando le dita incaute sfiorarono un bitorzolo umidiccio.
Ritirò la mano e si osservò le dita sporche di quello che gli parve essere sangue un po' rappreso.
Un brivido gli corse giù per la schiena e un senso d'angoscia cominciò a impadronirsi di lui.
Che ci faceva là? Perché lo avevano colpito e spinto in quel mezzo? Cosa volevano da lui? Chi? Chi avrebbe potuto volergli far del male?
Frugò nella memoria in cerca di una risposta ma il vuoto totale dilagò nella sua mente facendogli sbarrare gli occhi per l'orrore.
Non ricordava assolutamente nulla! Né chi fosse, né come fosse arrivato in quel furgone, né cosa stesse facendo prima che qualcuno lo colpisse o dove abitasse, niente, nella sua mente c'era il vuoto completo che sembrava fermentare di ricordi compressi e schiacciati.
Provò a inspirare per allontanare il panico che voleva sopraffarlo ma ogni respiro più profondo accentuava il dolore al capo, trasmettendogli stilettate che si ripercuotevano in ogni terminazione.
Non importava chi fosse e perché fosse stato rinchiuso in quel furgoncino puzzolente, non contava che al momento non ricordasse nulla. No, non doveva lasciarsi sopraffare dal panico e dall'orrore per quella consapevolezza. Ciò che interessava era che qualcuno lo avesse caricato sul furgone contro la sua volontà, per ostacolare la quale, lo avesse colpito tramortendolo e che quindi, lo avesse sequestrato.
Era quello che contava, che ora costatava con mano e con sofferenza e di certo, non avrebbe permesso che i piani di chi aveva architettato quell'aggressione ai suoi danni si evolvessero senza vendere cara la pelle, ragionò consapevole che il furgone si fosse ormai fermato già da qualche secondo. Il silenzio era assoluto e assordante ma non copriva il fischio fastidioso che sibilava nelle sue orecchie. Tuttavia, non era certo che quella silenziosità fosse dovuta al fatto che le pareti di quel furgone erano insonorizzate. Sospettava che si fossero fermati in un luogo solitario e tranquillo.
Realizzò che di lì a poco il portellone posteriore si sarebbe aperto e che qualcuno lo avrebbe tirato giù per, quantomeno, rinchiuderlo da qualche parte e non poteva permetterlo. No, non avrebbe consentito che lo privassero della libertà, qualunque fossero le intenzioni degli uomini che lo avevano rinchiuso nel furgone.
E di certo, quella era la sua unica possibilità per darsi alla fuga e doveva approfittare della sorpresa per avere la meglio sul suo sequestratore ed era ininfluente che stesse così male, che la testa pareva volesse scoppiare, che gli occhi bruciavano, che dubitava che le gambe lo avrebbero sorretto, che forse non avrebbe avuto neanche la forza per scagliarsi su chi sarebbe comparso di lì a qualche attimo ad aprire il portellone.
No, non era di interesse tutto quello, nell'immediato. Doveva considerare le priorità e la priorità in quel frangente era solo provare a scappare per garantirsi la libertà e doveva agire subito! Si disse percependo i rumori fuori del furgone.
Balzò in piedi restando un po' chino a causa del tetto basso e afferrò rapido la ventiquattrore vicino ai suoi piedi.
Un rumore metallico gli segnalò che qualcuno armeggiava con la maniglia del portellone, poi una lama di luce grigia penetrò all'interno del vano. Strinse gli occhi pronto allo scatto, mentre il battente si apriva maggiormente. Fu fulmineo a scagliare la borsa contro chi si apprestava alla completa apertura. Il malcapitato centrato in piano emise un singulto roco e barcollò all'indietro cadendo in una pozza di fango. Aveva un passamontagna sul viso.
Non perse tempo a stabilire chi fosse quel tipo, se fosse armato e quanti altri ce ne fossero pronti a fermarlo. Con un balzo si scagliò giù dal furgone e cominciò a correre.
Gli occhi brucianti studiarono il circondario e individuarono subito la macchia di alberi verso la quale dirigersi e, nonostante avesse temuto di non riuscire a tenersi in piedi, scopriva con sorpresa che il suo corpo rispondeva perfettamente, che il rapido ritmo imposto alle sue gambe era facile da perseguire, che il respiro si era subito uniformato al movimento delle gambe consentendogli di filare via, verso il bosco, ad altissima velocità. Doveva essere un uomo in una perfetta forma fisica e abituato al movimento, ragionò con sollievo saltando abilmente larghe pozze di fango.
Avrebbe voluto volgersi per guardare alle sue spalle ma quella mossa lo avrebbe rallentato, pertanto, non si girò, nonostante fosse consapevole dell'agitazione dell'uomo che aveva colpito con la borsa, che ora urlava e chiamava a raccolta il suo o, i suoi complici.
Doveva raggiungere il bosco e nascondersi.
Chiese di più alle sue gambe e la corsa divenne estenuante.
Era avvolto da una luce grigia, l'aria era saturata di goccioline di pioggia, i piedi affondavano in tratti di terreno un po' melmosi, eppure, non gli era mai parso più bello correre libero come il vento, per quel che ne sapeva, anche se era difficile stabilire come lo sapesse.
Un flash si aprì nella mente e si vide correre in condizioni atmosferiche simili a quelle del momento, sul sentiero di un parco cittadino e, in tutto il grigiore che lo circondava, a un tratto, individuò una luce, una luce calda e rassicurante, sebbene fosse opaca e lontana. Poi l'immagine sparì e nella sua mente tornò a stazionare un raggelante vuoto, ma non aveva tempo per ragionarci e lasciarsi terrorizzare dall'assoluta mancanza di ricordi.
Erano almeno due gli uomini che affannavano dietro le sue spalle, smadonnando, urlando e intimandogli di fermarsi, minacciando di sparargli ma, giacché non lo avevano ancora fatto, forse il loro intento non era ucciderlo.
Era sfibrante quella corsa ma non poteva fermarsi, non quando mancava così poco. Con un ultimo balzo s'inoltrò nel boschetto e cominciò a zigzagare tra gli alteri e gli arbusti addentrandosi sempre più nella macchia verde, certo che via via che avanzava, diventava meno visibile ai suoi inseguitori.
Corse ancora a perdifiato nonostante i polmoni bruciassero e chiedessero pietà.
Scavalcò sassi e dirupi incurante degli arbusti che gli graffiavano il viso e le mani, saltò pozze d'acqua e rigagnoli insensibile agli schizzi d'acqua, ignorando il suo corpo sfinito che chiedeva una tregua e costringendolo ad un ulteriore sforzo. Doveva essere bene allenato per continuare con quel ritmo ma le voci dei suoi inseguitori cominciavano ad affievolirsi e non doveva perdere il suo vantaggio.
Corse ancora inoltrandosi sempre più nel bosco e a un tratto il terreno friabile cedette sotto ai suoi piedi. Si ritrovò sommerso dal terreno umido ma anche riparato in una sorta di antro, coperto dalle radici di un grosso pioppo rimasto miracolosamente in piedi nonostante la mancanza di solide fondamenta e si rese conto di aver trovato il nascondiglio perfetto.
Si cosparse maggiormente di terra, si acquattò e attese, respirando velocemente, cercando di controllare il battito impazzito del suo cuore.
C'era silenzio attorno a lui. Udiva solo il rumore del proprio respiro roco che non riusciva a tacitare e, in sottofondo, lo sgocciolio della pioggia. Le voci degli inseguitori erano lontane e pian piano si spensero e nella luce grigia di quel bosco solitario, fu solo qualche scoiattolo che si mosse nelle sue immediate vicinanze.

La metà

Non sapeva quanto tempo fosse rimasto nascosto, se avesse dormito o se fosse svenuto sfibrato dalla corsa o se, semplicemente, si fosse assentato nel vuoto che permeava la sua mente, ma fu il freddo a ridestarlo dal suo torpore, il freddo che era penetrato fin nelle ossa e che lo costringeva a battere i denti.
Era sommerso di terreno umido, i piedi erano a mollo in scarpe inzuppate.
Si mosse cauto costatando che ogni movimento gli costava dolore e fatica.
C'era silenzio attorno a lui, interrotto dai rumori del bosco; rami che scricchiolavano o si spezzavano, foglie che frusciavano, sgocciolii d'acqua e qualche lontano richiamo di beccacce o gufi. Con le mani si sgrullò il terreno che aveva indosso cercando anche di ripulirsi il viso e i capelli ma, essendo umido era difficile tirarlo via. Doveva essere uno spettacolo raccapricciante, così sporco e arruffato.
Aveva bisogno di una doccia ma ... che doveva fare?
Il punto, certo.
Cercò di frugare nella sua memoria, immobile e concentrato, ignorando il dolore persistente al capo, gli occhi brucianti e il senso di nausea che lo opprimeva.
Qualcosa fluttuava evanescente nella sua testa, figure di fantasmi sfumati senza volto e sembravano ruotare intorno a un faro lontanissimo il cui fascio di luce giallo e sbiadito sembrava voler bucare le nebbie che stazionavano nella sua testa.
Niente, per il momento non ricordava niente che lo riguardasse, ma forse, poteva capire chi fosse si disse cominciando a frugarsi frenetico nelle tasche dei jeans.
Aveva la consapevolezza dei documenti di riconoscimento e sperò di recarne qualcuno indosso.
No, non c'erano documenti, né un telefono cellulare ma solo un bigliettino che dispiegò con dita sporche e tremanti.

Fai buon viaggio amore mio e mi raccomando, non impiegarci un'eternità a tornare da me perché abbiamo molti progetti da realizzare.
Ti amo
J.

J.? E chi era J? Jenny, Jessica, Jane? Era la sua donna? E lui l'amava? Sicuramente, perché già solo leggendo quel breve messaggio il calore si era diffuso in lui attenuando anche il senso di nausea. Portò il bigliettino al naso e cercò di inspirarne l'odore ma aveva solo il sentore di muschio umido.
Lo ripiegò e lo infilò di nuovo nella tasca. Stava perdendo tempo e a giudicare dal cielo dovevano essere le ...
Qualcosa si aprì nella sua mente come un obiettivo che fosse scattato lasciandogli intravedere una mano che si muoveva per prendere fogli e documenti da infilare in una borsa e il polso era ben visibile.
Si concentrò sul flash della sua mente e seppe che aveva indossato un orologio, un orologio che ora non aveva più.
Ansimando più per il male che gli comprimeva il capo che per la fatica, cominciò a frugare nel terreno intorno a lui, spostando torba rami e cumuli di foglie e poi lo vide, e con il ritrovamento di quel suo oggetto personale gli parve quasi di aver ritrovato se stesso.
Lo raccolse con dita tremanti, lo ripulì alla bell'e meglio e verificò che funzionasse.
L'orologio era in funzione e le lancette segnavano le quindici e quaranta, perciò, aveva ancora poche ore di luce a disposizione, poi sarebbe stato buio e ancora più freddo e lui doveva trovare un riparo.
Tornò a frugarsi nella tasche e in una anteriore dei jeans rinvenne alcune banconote, poche, ma sufficienti a prendere una camera in qualche hotel, ammesso che ne trovasse uno nei dintorni e che lo ospitassero, visto il suo aspetto e la mancanza di documenti.
Sicuramente la borsa portadocumenti che aveva scagliato indosso a quel tipo doveva essere stata la sua, come il trolley del resto, e doveva aver contenuto ogni suo documento, compreso il telefono.
Avrebbe dovuto portarla con sé e non scagliarla via, già, ma in quel caso non avrebbe potuto godere di quei pochi secondi che gli avevano permesso la fuga.
Tremando di freddo e di malessere rigirò l'orologio che ancora stringeva in mano e osservò nella fioca luce di quella giornata grigia, se c'erano incisioni sulla cassa e il cuore mancò un battito quando vide gli intagli.
Alla mia metà
Daniele
Aggrottò la fronte.
Quell'orologio glielo aveva regalato la sua metà? Un certo Daniele? Questo voleva dire che era gay? E quella J. che affermava di amarlo?
Cazzo, continuava a brancolare nel buio.
Si picchiò rabbioso la fronte, come se in quel modo avesse potuto sgrullarsi il cervello e farsi tornare la memoria, ma ne ricevette solo fitte dolorose e lancinanti che scatenarono di nuovo la nausea, poi, con un sospiro di afflizione, controllò che la chiusura dell'orologio funzionasse e lo rimise sul polso. Doveva predisporre alla svelta un piano e doveva muoversi prima che congelasse.
Il tremore che lo pervadeva non era un buon segno.
Dunque, poteva cercare di ritornare da dove era venuto, nella speranza che la sua borsa fosse rimasta dove l'aveva lanciata e che potesse recuperarla, anche se ne dubitava. Però, valeva la pena verificare.
Non credeva di imbattersi ancora nei suoi sequestratori. Di certo, vista la sua fuga, non si aspettavano che tornasse indietro e, certamente, non c'erano sentinelle nei paraggi del luogo in cui era arrivato chiuso nel furgone ma, probabilmente, c'era la casa in cui presumibilmente lo avrebbero nascosto e poteva anche darsi che ora quella casa fosse vuota.
Forse, verificata la perdita della loro preda, gli aguzzini erano tornati da dove erano venuti.
Sì, okay, allora aveva deciso e doveva muoversi perché non era facile ritrovare la strada e se fosse subentrato il buio avrebbe avuto ancora meno speranze di capire da dove era arrivato.
Un conato improvviso e violento, lo spinse a chinarsi per vomitare bile e muco. Si pulì la bocca col dorso della mano e chiuse momentaneamente gli occhi per alleviarne il bruciore.
Dopo si mosse con cautela per ritrovare la strada percorsa, attento a verificare che ogni passaggio fosse quello giusto, tornando indietro quando non rinveniva foglie schiacciate, orme o rametti spezzati intorno a lui.
Sentiva freddo, aveva sete e forse anche fame, era stanco e dolorante. La nausea non lo abbandonava, la testa pulsava, il bernoccolo sul capo bruciava e sembrava fermentare di ora in ora, anche una caviglia doleva e gli occhi erano sicuramente infiammati e gli sembrava che sulla superficie delle cornee vi fosse carta vetrata, eppure, doveva ignorare tutto quello e ritrovare urgentemente il luogo da cui era iniziata la sua fuga sperando che ci fosse una casa o un qualsiasi riparo e che fosse disabitato.
Ormai non c'era quasi più luce e se fosse rimasto tutta la notte in quel bosco a congelare, ignorava cosa ne sarebbe stato di lui.
Andando avanti e poi tornando indietro, riconoscendo tratti di percorso con rigagnoli o zone cespugliose, ignorando completamente dove dirigersi in una macchia di alberi più fitta, alla fine, quasi completamente al buio sedette su un masso, sfibrato, la disperazione pronta a sopraffarlo.
No, no, non doveva cedere, non doveva lasciarsi vincere dalla paura, dalla sofferenza fisica e dall'incertezza sul suo futuro. E se si fosse fermato sarebbe congelato sicuramente.
Dove doveva andare? Chi lo poteva guidare? Quella tale J. o quel Daniele? Chi doveva pregare?
La mano si mosse involontaria verso la tasca posteriore dei jeans, verso quel bigliettino di amore e speranza che una donna gli aveva consegnato e il cuore gli si colmò di dolcezza.
Gli occhi s'inumidirono offrendo sollievo alle cornee irritate.
J. è te che devo pregare? Aiutami a trovare la strada, ti prego.
... «Stai tranquilla amore mio, tornerò presto. Tu aspettami.» ...
Era lui che parlava bisbigliando contro una fronte liscia, stringendo un corpo morbido, caldo, ricco di un'essenza così calda e invitante che avrebbe voluto penetrare all'istante nel cuore di quella donna.
... «Certo che ti aspetto ... da qui all'eternità.» ...
Aveva risposto la donna stringendosi a lui.
Dunque, lei lo avrebbe aspettato fino all'eternità?
Sorrise amaro. Si augurava che non ci impiegasse così tanto a tornare da lei, alla normalità della sua vita e a ritrovare se stesso.
Allora J. ti prego, dammi un segno, dammi qualcosa a cui affidarmi perché, se non ...
Interruppe il pensiero colpito dalla luce che spioveva tra i rami degli alberi. Finalmente le nuvole si erano un po' aperte lasciando risplendere una luna piena e luminosa che sembrava tracciare un sentiero tra i fusti che lo circondavano.
Si alzò risoluto, e marciò senza alcuna esitazione dirigendosi verso il sentiero che la luce tracciava.
Grazie J., grazie amore e ti prego, resta con me, pensò avvertendo un po' di calore inondargli le membra intirizzite.
Da quel momento in avanti avrebbe sempre seguito una fonte di luce, si ripromise, ovunque lo avesse condotto.
Carla Tommasone
Biblioteca
Acquista
Preferenze
Recensione
Contatto