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Autore: Agnese Messina
Titolo: L'ultimo canto della fenice
Genere Narrativa
Lettori 217
L'ultimo canto della fenice

All'età di 16 anni Antea prese a frequentare lo studio di un anziano pittore veneto, trasferitosi in Sicilia da qualche anno per - cogliere i colori e la luce del mediterraneo nelle mie tele - , diceva.
Antea era una pittrice aggraziata e vivace. I suoi soggetti possedevano le linee perfette e armoniche del classicismo; i temi utopici di quell'idealismo romantico della sua età, si riflettevano lucidamente sulle sue tele.
Nello studio del vecchio - Sior Bortolo - si era creato un ambiente davvero piacevole, un'atmosfera allegra e accogliente che rinfrancava i sensi e stimolava la creatività: un gruppetto di circa otto studenti si ritrovava un giorno a settimana nella bottega spaziosa e luminosa, nonostante si trovasse al piano terra di un piccolo palazzo al centro della città.
Si riunivano tutti nel salone dai mobili scuri, chiacchieravano aspettando che il gruppo fosse completo e, dopo aver discusso di qualche particolare stile e sciolto qualche dubbio, si dileguavano nei diversi ambienti del laboratorio: chi in giardino, chi in salotto, chi in un angolo della cucina davanti a una teiera o a un vaso di frutta.
Sior Bortolo era per quei ragazzini un po' un padre, un po' un maestro, un po' un nonno; rappresentava la buona vecchia figura dell'anziano pittore, bonario ed eccentrico, colmo di cultura e originalità, bizzarro e geniale.
Amava circondarsi di studenti promettenti e dotati di talento, ragazzini brillanti e con il dono innato dell'arte.
Sior Bortolo aveva vissuto una vita movimentata e turbolenta, rispettando tutti i canoni dell'artista di successo. Uomo di bell'aspetto e di grande ingegno, poeta e pittore dall'animo raffinatissimo, aveva vissuto una giovinezza attiva e vivace, una maturità appassionata e mondana, circondato dall'élite veneziana, le belle donne e le avventure amorose, i lussuosi salotti, lo scintillio delle gallerie d'arte, la gloria del successo e la fatica dei pomeriggi umidi nella mansarda veneta, circondato dall'acre odore delle vernici.
Aveva tentato di abbozzare una famiglia, una moglie, dei figli, ma tutto era fallito.
Com'era prevedibile, si ritrovava solo e vecchio, in compagnia della propria fama e dei propri studenti.
Pochi anni prima aveva formulato una delle solite bizzarre idee, e si era trasferito in Sicilia; ma questo proposito, a differenza degli altri, lo aveva mantenuto per più di un soffio di vento.
Ora che aveva trovato quell'ambiente gioviale e caldo della bella isola, adesso che la sua triste casa era piena di giovani talenti, piccole anime che si affidavano a lui, cuori ribelli e creativi quanto il suo, non li avrebbe più lasciati.
Spesso si fermavano un po' più a lungo tutti insieme; Sior Bortolo offriva loro un tè e qualche pasticcino e i ragazzini si intrattenevano con lui, chiacchieravano insieme, raccontavano aneddoti e chiedevano consigli al vecchio saggio, esperto del mondo. Lui si dilettava a propinare pareri e opinioni, a discutere di ogni genere di argomento.
Avevano classe, stile e ingegno, quei suoi studenti; del resto, Sior Bortolo amava circondarsi di persone brillanti.
Disdegnava, invece, quel mediocre di suo figlio. Con quelle sue assurde manie dello spettacolo, le bravate, e la innata febbre per il denaro; era proprio la copia esatta di sua madre, gretto e volgare, mediocremente borghese e privo di ogni vena artistica o creativa.
Lo aveva cresciuto con cura e amore, cercando di trasmettergli i valori dell'arte, dei sentimenti, comunicandogli la propria cultura, le proprie esperienze. Tuttavia, già all'età di tredici anni, si era rivelato assetato esclusivamente di denaro e di basse ribellioni: alla Venere di Botticelli preferiva le veline, alla Divina Commedia giornaletti di basso rango, all'arte lo sballo. Non era presente in lui alcuna traccia del paterno amore per la bellezza, per l'arte e per la conoscenza.
Era identico alla madre.
Proprio come sua madre, se n'era andato di casa quando si era reso conto che il denaro del padre non era sufficiente a soddisfare tutti i suoi capricci.

Giorgio amava le tele dipinte dalla sua piccola Antea.
Teneva in camera tutti i graziosi omaggi che la ragazzina aveva dipinto per lui in quei quattro anni d'amore.
Antea credeva molto nella loro storia, si sentiva protetta, sicura sotto le ali di quel rapporto duraturo; rendendosi ogni giorno più amabile e accomodante, festeggiò i propri diciotto anni accanto al suo ragazzo.
Ma quell'inverno maledetto, quel gelido, insolito inverno siciliano, umido e ventoso, tutto cambiò.
Era un fosco pomeriggio di dicembre e Antea doveva recarsi, come ogni martedì, al laboratorio di Sior Bortolo.
Si era da poco patentata, e quando Giorgio aveva altri impegni e non poteva accompagnarla, con determinazione e autonomia si avventurava tra le vie impervie e trafficate del centro.
Quel giorno Giorgio aveva un'importante partita di basket, sport che praticava assiduamente e con passione; Antea si lasciò inglobare dall'atmosfera grigia e opprimente di dicembre, chiuse con un tonfo lo sportello metallico della sua auto e si avviò verso lo studio del pittore. Durante il tragitto la sua mente vagava nella giungla della propria giornata e dei propri pensieri: elencava le materie scolastiche del giorno seguente, riflettendo sui compiti che avrebbe dovuto completare al suo rientro, ripensava agli impegni presi con Giorgio e si chiedeva come stesse procedendo la partita di cui tanto avevano discusso per tutta la settimana. Poi, riportava idealmente lo sguardo ai suoi lavori allo studio, alla tela alla quale stava lavorando e che aveva lasciato in sospeso. Progettava le idee per completarla, dipingendo tra i propri pensieri i movimenti e i colori che si prometteva di usare, come se davvero l'azione si svolgesse in quel preciso istante.
Persa nei propri pensieri, conduceva l'auto tra i viali e le strade, ponendo attenzione in modo meccanico agli altri veicoli; non notava gli alberi spogli che sfilavano lungo il finestrino, gli uccelli pigri e infreddoliti che becchettavano sui rami nudi, gli alti palazzi che si stagliavano nella luce perlacea del pomeriggio come enormi giganti feriti, immobili, incatenati al terreno con i loro colori spenti e sbiaditi e i tagli disuguali delle finestre illuminati flebilmente.
Antea parcheggiò la propria auto e si avviò per la stradina che conduceva allo studio di Sior Bortolo, serena e distratta quanto è permesso a chi compie un'azione abituale.
Salutò il maestro e i pochi ragazzi in anticipo e si adagiò accanto a essi sui soffici cuscini delle poltrone del salotto barocco; ascoltava pigramente Daniel, il più piccolo del gruppo, imprecare gesticolando contro un'ingiustizia subita la mattina da una professoressa, e perdeva i propri pensieri tra le modulazioni della voce del ragazzino, ora acuta e agitata, ora cupa e grave, quando il campanello trillò.
Era un suono strano, perfetto, secco, quasi timido.
Quando gli studenti giungevano all'uscio del pittore, coinvolti già dall'atmosfera frizzante e leggera della casa, usavano suonare il campanello in modo particolare: chi intonava una musichetta, chi pigiava ritmicamente sul pulsante, chi suonava a lungo. Vi era insomma una sorta di linguaggio, di familiarità nei loro squilli, che rendeva invece quel suono appena echeggiato nell'atrio insolito, freddo, estraneo, come una voce mai sentita che attraversa all'improvviso la tavola imbandita in una domenica di festa.
Antea si risvegliò da quel torpore che le cullava i sensi e il suo cuore ebbe un piccolo tuffo, senza un reale motivo.
Sior Bortolo drizzò appena il capo, poi sorrise.
- Dev'essere il nuovo studente - cantilenò alzandosi in piedi. Dirigendosi verso l'ingresso, si accinse a dischiudere l'uscio.
I sensi di Antea si mescolarono nel suo cuore, senza più logica né ordine; non vedeva con gli occhi, non sentiva con le orecchie, percepiva con tutto il proprio corpo, con ogni centimetro della pelle, una sensazione di gioia ed estasi confusa.
Un bel ragazzo, alto, magro e aggraziato, era immobile sotto la cornice della porta, come una posa plastica di un dipinto. Il suo bel viso dalla carnagione chiara risplendeva alla luce del salotto e un rossore diffuso e delicato colorava la pelle sugli zigomi e sulle guance.
Due profondi occhi grigi, di un colore indefinibile come - chiaro - o - scuro - , fissavano Sior Bortolo con timidezza, celati appena sotto le ciocche di capelli color dell'oro, sparse disordinatamente sulla fronte, che conferivano a quel ragazzo un'aria di docile ribellione, come il quadro di una battaglia che, pur dinamico e cruento, sia stato progettato con calma in ogni suo dettaglio, per lungo tempo, dal suo creatore.
- Dio mio, Ares! - esclamò Antea scattando in piedi in un istante.
Era molto diverso dal tredicenne compagno di classe che ricordava, ma inconsciamente sapeva con certezza che era proprio lui.
- Vedo che non per tutti sei una novità - sorrise Sior Bortolo facendo accomodare il nuovo arrivato nella sala, sotto gli sguardi curiosi di tutti i presenti.
- A... Antea?! - esitò lui in risposta, ma un bel sorriso già tradiva l'iniziale titubanza.
Per un lungo istante i loro occhi si fissarono, i loro sguardi si intrecciarono, quanto i loro ricordi, in un groviglio di emozioni, immagini, palpiti.
Si sedettero vicini sull'ampio divano e raccontarono agli altri come si fossero conosciuti.
Antea volle presentare Ares ai compagni; raccontò di lui come di se stessa: dati di nascita, carattere, gusti e passioni. Tutto le giungeva alle labbra con estrema facilità, come se una porticina di un archivio segreto fosse appena stata aperta. Parlava con tale entusiasmo, con voce tanto accorata e familiare, che Ares arrossiva appena sentendo gli sguardi dei ragazzi scrutarlo nel profondo, tenendo gli occhi fissi sull'amica con discreta commozione.
Tutti stettero ad ascoltare con interesse. Seguì poi il giro di nomi, le presentazioni e qualche raccomandazione iniziale di Sior Bortolo, com'era solito quando giungeva un nuovo allievo.
Conclusa l'accoglienza, allo scoccare del categorico - bando alle ciance - del maestro, tutti si disposero in lungo e in largo per il laboratorio, affaccendandosi nei propri lavori. Sior Bortolo impose ad Antea di completare un paesaggio che aveva lasciato in sospeso qualche mese addietro, e che adesso giaceva sul cavalletto a ridosso della vetrata sul giardino; Ares fu invitato a dipingere un soggetto a piacere per provare la mano, ma mantenendosi rigorosamente in cucina, dal lato opposto della veranda.
Così, pensava il vecchio pittore, avrebbe evitato distrazioni per quei due giovani, vivaci, studenti. Aveva molte più rughe ed esperienza, e sapeva bene come nel campo dell'arte, mescolare il cuore ai pennelli poteva rivelarsi pericolosamente affascinante.
E non si sbagliava.
Erano appena scoccate le 20:00 e la sera umida e scura avvolgeva le case e premeva sulle finestre; gli studenti si congedavano l'uno dopo l'altro, rivolgendo ancora un saluto al nuovo studente, intento a rifinire gli ultimi tocchi dorati del corno di uno splendido unicorno, che pascolava fiero in un bosco illuminato e fresco.
- Splendido lavoro, ragazzo! - esclamò Sior Bortolo strabuzzando gli occhi e stendendo le labbra in un piccolo sorriso: - Credo che andremo molto d'accordo, hai una mano eccezionale! - continuò. Si diresse, poi, verso Antea, tre stanze distante, la quale con pigrizia intingeva la punta del pennello nel liquido denso di una boccetta.
- Ares ha finito, signorina - gridò dal salotto Sior Bortolo con palese ironia.
Antea andò a sciacquarsi le mani, ripose i tubetti, immerse i pennelli nell'acquaragia e si avviò verso il salotto; c'era un luccichio nei suoi occhi, un rossore sul viso, che la facevano assomigliare a una bimba, fresca e delicata, con la felicità e la purezza dei giorni dell'asilo.
Salutò Sior Bortolo con poche parole, come non era solita fare, e attese sull'uscio che anche Ares fosse pronto a lasciare lo studio.
Si immersero insieme nell'aria fredda e pungente della sera, stringendosi ben bene nei cappotti e allacciando strette le sciarpe alla gola; poi, Ares si bloccò e fece per cambiare strada voltandosi verso Antea per salutarla.
- Io aspetto l'autobus - gridò sotto la sciarpa; la sua voce suonava bassa e cupa, ovattata dalla lana e dall'umidità serale.
- Vuoi scherzare? Ho la macchina posteggiata a pochi passi da qui, ti accompagno - rispose Antea, quasi offesa dalla mancata richiesta dell'amico.
Ares tentennò appena, frenato da un iniziale impeto di insolita formalità, ma finì per accettare.
Il viaggio in macchina fu gradevole: chiacchierarono, risero, ricordarono e si raccontarono gli anni in cui erano stati separati. Antea ascoltava serena, spensierata, nella disposizione di spirito che solo le dolci novità sanno dare. Non pensava ai compiti per il giorno seguente, né alle consegne in sospeso, né ai problemi di ogni giorno. Non pensava neanche alla partita di Giorgio, al suo ginocchio che aveva fatto i capricci negli ultimi tempi e che oggi alla partita avrebbe potuto dar problemi.
Non pensava a nulla.
Quando giunsero all'abitazione di Ares ed egli la invitò a restare a cena, Antea accettò volentieri, immersa in quell'atmosfera allucinata che l'avvolgeva; chiamò casa per avvisare che avrebbe cenato fuori, e sedette nel salotto insieme ad Ares, in attesa che i membri della famiglia si mettessero in tiro per quella visita inaspettata.
Non parlavano.
Antea si guardava intorno con occhi limpidi, nuovi; nella sua mente i vecchi pensieri vorticavano così velocemente da farsi piccoli piccoli, fino a lasciar abbastanza spazio a ciò che le veniva adesso proposto, mescolando il vecchio e il nuovo in un cocktail inebriante.
Era una casa sfarzosa, ricca, arredata con gusto classico come poche ormai se ne potevano vedere: i pavimenti erano coperti da sontuosi tappeti rigorosamente in tinta alla tappezzeria e all'ambiente circostante, le pareti splendevano di carte da parati dai colori pieni e caldi, dal porpora, al blu intenso, al viola scuro. Il salotto era illuminato da un bel lampadario in cristallo che dominava la stanza dal centro di un alto soffitto a volta, le pareti erano tappezzate da splendidi quadri in diversi stili, sotto i quali spiccava una raffinata carta vellutata di un magenta intenso. Sul caminetto, un enorme arazzo cinese dalle tinte brillanti sulla seta lucida raffigurava dei cavalli selvatici in una prateria luminosa. L'interesse di Antea cadde, tuttavia, su una pittura vicina, prospiciente la grande vetrata che portava alla terrazza: era una scena di caccia alla volpe, una delle più belle che Antea avesse mai visto nei suoi quattro anni di appassionato studio dell'arte.
Quel curioso accostamento di opere, l'arazzo cinese e la caccia alla volpe inglese, conferivano a quel salotto un eclettismo mondano, come un'anziana signora che indossi in una sola serata tutti i capi preziosi collezionati durante la sua lunga vita.
Dalla cucina si spandeva un chiacchiericcio continuo, e un odore di cibo delicato si insinuava nel salotto dalle fessure delle porte chiuse, unendosi allo scoppiettio sordo della legna che ardeva lenta nel camino.
Quando tutti scesero dalle loro stanze e si unirono ai due giovani, fu una vera festa.
I genitori di Ares ricordavano la piccola Antea e non smettevano di complimentarsi per come fosse cresciuta bene, per quanto fosse rimasta graziosa come un tempo; la tempestavano di domande su di lei e sui suoi genitori, ricordando la vecchia e allegra amicizia con quest'ultimi, e Antea rispondeva con garbo e cortesia a tante attenzioni.
Anche la sorella maggiore di Ares, Rachele, ricordava bene la piccola Antea: durante le scuole medie spesso Rachele andava a prendere il fratellino e, non di rado, accompagnava anche l'amichetta.
Carlo invece, qualche anno più piccolo, nutriva una profonda simpatia per quella ragazza con la quale a volte giocava da piccolino, la quale lo faceva sempre ridere tanto.
Antea si trovò avvolta in un'atmosfera tiepida e accogliente, che una come lei, figlia unica di genitori sempre in giro per lavoro, non aveva mai avuto.
Era come stare nell'Eden, in un angolo felice della terra isolato dal grigiore dell'esterno.
Al momento di mettersi a tavola per la cena, Antea chiese di poter andare a lavarsi le mani e Ares si offrì di accompagnarla.
- Hai del dorato sulle dita - puntualizzò Antea con un sorrisino dispettoso, osservando le belle mani dell'amico ricoperte dalla vernice luccicante.
- Beh anche tu! - rispose indispettito Ares, mordicchiandosi il labbro. Poi, afferrò la mano destra di Antea, facendola scintillare sotto la lampada; si guardarono a lungo e il grigio degli occhi dell'uno si perse per un attimo nel verde degli altri. D'un tratto, entrambi scoppiarono in una risata sonora, genuina, proprio come quando erano piccoli.
- Corno di unicorno, esemplare maschio, specie rara - declamò Ares imitando a perfezione il tono del loro vecchio professore di scienze, mentre mostrava entrambe le mani in tono solenne.
- Tramonto sul mare, completato dopo tre mesi di riposo, stile impressionismo - rispose lei, tentando anch'essa un tono particolare, senza però potersi trattenersi dal ridere.
La serata proseguì in allegria: mangiarono, parlarono, scherzarono, e ogni cura e attenzione fu riservata a quell'ospite tanto apprezzata; fu perfino aperto il vino buono.
Sul tardi Antea prese la macchina e, dopo mille raccomandazioni e premure, tornò a casa.

Agnese Messina
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