|
Writer Officina Blog
|

Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
|
|
|
|
|
|
Conc. Letterario
|
|
|
|
Magazine
|
|
|
|
Blog Autori
|
|
|
|
Biblioteca New
|
|
|
|
Biblioteca Gen.
|
|
|
|
Biblioteca Top
|
|
|
|
Autori
|
|
|
|
Recensioni
|
|
|
|
Inser. Estratti
|
|
|
|
@ contatti
|
|
|
Policy Privacy
|
|
Sipario 2
|
Pranzo.
Sembravano una famiglia felice. Ridevano di gusto davanti a un'abbondante porzione di trippa, il piatto preferito di Ottavio. In realtà erano appena tornate da un funerale e tutto lo strazio e le lacrime della mattinata avevano lasciato il posto a quella strana, inconfessabile euforia che assale i vivi quando la lapide viene sigillata. «E quella volta che Diego è rimasto per tutta la lezione di sci con la cacca nei pantaloni?» esordì Sandra roteando il calice. «Su, Paola, racconta che mamma non lo sa.» «No, meglio di no. È imbarazzante,» si schernì Paola, con lo sguardo basso, le dita che tormentavano il tovagliolo. «Ma dai, è divertente!» «Beh, sì, in effetti è divertente, anche se lì per lì volevo morire. Dunque, vado a prendere i bimbi alla fine della lezione e la maestra mi dice che Mia è bravissima, chiude le curve, ha acquisito sicurezza, tutto perfetto. Diego invece l'aveva visto svagato, perso nel suo mondo. Andiamo a mangiare i panini in baita e sento questa puzza tremenda, ma non riesco a capire da dove venga.» «E che hai fatto?» l'interruppe Sandra. Le brillavano gli occhi, smaniosa di appropriarsi della scena, pronta a correggere, a esagerare. «Alla fine, sollevo Diego per metterlo sul davanzale e lì capisco. Gli chiedo se deve andare in bagno e lui annuisce candido. Beh, non potete capire. La cacca gli arrivava a metà schiena e scendeva sulle cosce. Per non interrompere la lezione se l'era fatta nella tuta.» Paola gesticolava ora, i freni inibitori erano allentati non dall'alcool, ma dallo stress. «Avevo solo delle salviette umidificate, ma avrei avuto bisogno di un tubo da giardino.» «Fantastico!» Sandra rise sguaiatamente. «Certo al mare sarebbe stato più semplice solo con il costume.» «Fammi dire che ancora non ho finito. Sono rimasta chiusa mezz'ora in quel buco di gabinetto, senza appigli dove poter appoggiare le cose, con gli scarponi da sci ai piedi, tutta sudata perché avevo ancora la giacca da neve. La gente fuori batteva sulla porta urlando di sbrigarmi perché non potevo tenere occupato il bagno per tutto quel tempo. Ho buttato nel cestino mutande e calzamaglia. Gli ho rimesso la tuta a pelle dopo averlo pulito meglio che potevo. Un inferno. Sono uscita devastata.» Le due sorelle avevano le lacrime agli occhi, la mamma, che in genere non si concedeva mai alla risata e dispensava sorrisi con parsimonia, sembrava divertita. Il padre, pace all'anima sua, probabilmente sorrideva dall'alto. O dal basso, chissà. Era stato un bravo cristiano, Ottavio. Dedito alla famiglia. Una vita dietro le quinte, a servire e aiutare. Unico uomo in una famiglia di donne, aveva imparato l'arte dell'invisibilità per evitare conflitti. Aveva lavorato sodo, senza far mancare nulla, e ora le tre donne brindavano alla sua memoria, ai suoi sacrifici e alla sua “devozione”, mangiando frattaglie. Le sorelle non potevano essere più diverse. Paola, la bionda, non toccava vino. Era spontanea e la sua freschezza lasciava trasparire una grazia delicata, accentuata dai lievi gesti delle dita che l'aiutavano a sistemare i lunghi capelli dietro le orecchie. Quella narrazione scatologica era stata una valvola di sfogo necessaria: la morte del padre l'aveva svuotata, facendo cedere i freni inibitori ed emergere una fragilità quasi infantile. Sandra, la mora, era già al terzo bicchiere di rosso. Rideva troppo forte e occupava troppo spazio. Il tipo di donna con cui ti siedi volentieri a parlare per un'ora, ma non per due. Stucchevole, tossica a lunghe esposizioni. Una persona da prendere a piccole dosi. La madre, Romilde, ripuliva il piatto con metodo. Donna severa e precisa. Una roccaforte di principi rigidi e giudizi silenziosi, capace di mettere in soggezione chiunque. Pagarono il conto lasciando una lauta mancia. Era giunta l'ora di tornare alle loro vite. Romilde in una casa improvvisamente silenziosa. Un mausoleo troppo grande per lei, con quel carico di ricordi che sanno essere opprimenti se non affrontati con la giusta dose di accettazione. Paola dai suoi figli e da Stefano, marito ironico e rassicurante. Avevano un mutuo che mordeva le caviglie, ma si amavano. Erano felici, in quel modo precario e onesto delle famiglie normali. Sandra, più piccola di Paola di sei anni, tornava nel suo castello dorato. Ad attenderla c'era Daniel, il self-made man della finanza, tronfio e fedifrago. Aveva divorziato dopo che la figlia era stata arrestata per spaccio di droga e taccheggio, scegliendo poi Sandra come regina sterile di un impero fondato sui soldi e sull'assenza. Tutte e tre le donne rientrarono nelle loro case piene di ansie e timori. Cosa sarebbe successo ora che Ottavio non era più con loro? Si abbracciarono prima di separarsi. Per quanti pensieri avessero, nessuna di loro avrebbe mai immaginato che quello sarebbe stato il loro ultimo abbraccio.
Sepoltura (qualche ora prima)
«Signò, il nome di suo marito lo vuole al centro o di lato?» L'operaio indicò la lastra di marmo. «Io, se lei è d'accordo, lo piazzerei qua. Così, un domani, se dobbiamo aggiungere qualcun altro, abbiamo già lo spazio. Si risparmia.» Paola aveva sempre trovato surreali le conversazioni all'interno di un cimitero. Trovava oscena quella burocrazia della morte, quella gestione degli spazi vuoti in attesa di nuovi inquilini. Tacque, fissandosi la punta delle scarpe. Romilde, pragmatica fino al midollo, annuì gravemente: ottimizzare lo spazio era un dovere anche nell'aldilà. Fu Sandra a intervenire, la voce incrinata dal fastidio più che dal dolore: «Non si disturbi, noi ci faremo cremare. Non vogliamo affollamenti su quella lapide, grazie.» Le operazioni di sepoltura procedettero con la lentezza di un cantiere edile. Corde, argani e il cigolio metallico di un montacarichi. Ottavio venne stoccato al quarto piano, nell'attico rovesciato di quel condominio di anime. Paola si astrasse dalle operazioni di interramento e tornò con la mente all'omelia del prete. È sempre difficile dare consolazione a chi resta, ma quel giovane ministro di Dio era riuscito a impacchettare il lutto in un concetto digeribile: il “Passaggio”. La nostra vita è un tramite verso la luce di Dio. Niente pena, solo un anticipo sulla tabella di marcia verso la verità eterna. Aveva funzionato. Mia aveva pregato per il nonno. Il suo primo lutto. Non sapeva ancora come definire questa mancanza. Diego, invece, era troppo piccolo per comprendere appieno l'irreversibilità insita nel concetto di “per sempre” o di “mai più”. A entrambi i bimbi era stato risparmiato lo spettacolo dell'argano ed erano tornati a casa con il padre. Laggiù nel loculo riposava ciò che restava di Ottavio. Un assedio lento e inesorabile da parte della SLA aveva aggravato un quadro clinico complesso, già minato da una galoppante demenza senile. Paola andò con il ricordo ancora più indietro nel tempo, ripensando a quegli ultimi terribili mesi, durante i quali le trincee delle sorelle si erano delineate con ferocia. Lei aveva gestito con pazienza gli aspetti pratici: la spesa, i pannoloni o le visite mediche. Sandra si era occupata dell'immagine: le grandi manovre, i bonifici, l'organizzazione delle ricorrenze e la prenotazione delle vacanze. Data la passione per l'arte di Ottavio, Sandra comprava spesso biglietti per i musei più importanti di Roma. Pur vivendo a Parigi, riusciva a organizzare tour storici per il papà. Lo trattava non come un malato terminale, ma come un turista VIP un po' smemorato. Aveva imposto una badante, nonostante le barricate alzate da Romilde, che lo accompagnava ovunque. “Solo il meglio per papà”, amava spesso ripetere. Paola scuoteva la testa, esasperata: «Sandra, papà ha bisogno di riposo, non di Caravaggio. Non sa nemmeno chi siamo, figurati se riconosce un quadro.» «Tu lo vorresti chiudere in un ospizio e buttare la chiave!» l'accusava Sandra. «I soldi ci sono, perché non fargli godere gli ultimi momenti?» Per Sandra il denaro era l'antibiotico universale. La sua visione ottimistica, quasi prepotente, affascinava tutti. Era facile farsi contagiare dal suo entusiasmo, credere che un conto in banca potesse arginare il decadimento neuronale. Ma la realtà non accetta bustarelle. Sandra aveva sottovalutato la potenza devastante della malattia finché, durante una visita ai Musei Vaticani, Ottavio si era disancorato dalla realtà, perdendo tutti i punti di riferimento. «Signò, noi qui abbiamo quasi finito.» La voce burbera dell'operaio la riportò solo per un attimo al presente. Durante il percorso verso l'uscita, in quel lento attraversamento dei viali alberati che le avrebbe condotte verso un fumante piatto di trippa, Paola si isolò di nuovo, andando con la mente ai giorni del ricovero.
Ricovero (un mese prima)
«Quella lì è pazza!» La voce della moglie era una frustata nel buio del salotto. Stefano si riscosse dal torpore, evidentemente la serie tv che aveva deciso di seguire non era molto avvincente. «Eh? A chi ti riferisci, scusa? «A mia sorella. A chi sennò? Tu dimmi come si può continuare a far finta di niente. Papà è un disabile, ha bisogno di un infermiere, non di una guida turistica.» «Tesoro, la conosci, decide sempre tutto lei e se provi a contraddirla ti mangia la faccia.» «Sì, ma non lo vede che papà fuori casa è confuso? Torna da quei suoi tour sempre più stanco. Lo sta ammazzando di fatica. Io davvero sono senza parole.» «Dai, non essere severa,» provò a mediare lui. «Credo che Sandra sia in buona fede, anche se spesso dimostra di essere fuori dalla realtà. Vive a Parigi e questo non le permette di toccare con mano la gravità della situazione.» Stefano si sbagliava. La buona fede, in certi casi, è più pericolosa della malvagità. Quel giorno, ai Musei Vaticani, il filo si spezzò. La badante, vinta da un'urgenza fisiologica, commise l'errore fatale. «Signor Ottavio, si accomodi qui, torno subito, non si muova» e lo fece accomodare su uno dei divanetti liberi nella sala adiacente ai servizi. Ma i vecchi, come i bambini, tendono a dimenticarsi dei comandi e a far di testa loro. Ottavio si alzò. Il museo divenne un caleidoscopio di marmi e luci e lui guardò le sculture con aria sognante. Si lasciò trasportare da un senso d'indefinita vaghezza, da una nebbia dorata che cancellava i nomi, i volti, la strada di casa, rendendolo al tempo stesso sereno e confuso. Imboccò l'uscita mescolandosi alla folla, un fantasma tra i turisti, e si lasciò inghiottire dal ventre di Roma. In quel giro senza meta, durato tre ore circa, prima del suo ritrovamento su una panchina, lo spirito di Ottavio evaporò. Quello che la mattina era un ottantaduenne malato ma presente, diventò un guscio vuoto. Non parlava, non camminava, non capiva. L'ambulanza portò via un corpo, ma l'uomo era rimasto da qualche parte tra la Cappella Sistina e l'asfalto rovente. Paola avvertì un brivido freddo quando ricevette la notizia. La notte prima aveva sognato proprio quello: suo padre trasformato in statua, una reliquia di marmo che Sandra trascinava da una sala all'altra, cercando la luce migliore per esporlo. Un incubo premonitore. Decise che non avrebbe mai perdonato tutto questo alla sorella. Sandra, invece, passò al contrattacco. Solo lei poteva gestire l'emergenza, non certo Paola che era isterica e non aiutava, sapeva solo piangere. Ottavio fu rimbalzato dall'ospedale a una struttura di lunga degenza per malati terminali. L'ultima curva era ormai prossima e il capolinea visibile. Era chiaro a tutti che non avrebbe resistito a lungo. Di fronte a quel corpo inerte le tre donne reagirono in maniera differente seguendo ognuna la loro natura, svelando il vero volto dietro la maschera familiare. Romilde, lungimirante, guardò al futuro. Mentre il marito rantolava, lei iniziò a spostare capitali trasferendo poco alla volta tutte le somme sul suo conto personale. Era sempre stata una donna attaccata alle cose più che alle persone, perché riversare amore sugli oggetti non era complicato. Le persone non fanno altro che chiedere e, alla fine, ti deludono. Gli oggetti invece ti restituiscono tutto il loro fascino e la loro bellezza, riempiono la tua vita senza farti domande, non pretendono, se non una lucidata ogni tanto. Gli oggetti sono incapaci di ferire e, soprattutto, sono fermi. L'immobilità delle cose: quella è la perfezione cui deve tendere un essere umano. Per questo non sopportava avere gente in giro per casa, men che meno i nipoti, perché i bambini spostano le cose, le cambiano di posto, mescolano elementi che invece necessitano di staticità. La casa-museo, quello è l'obiettivo: una casa perfetta e pulita. “Ogni cosa al suo posto e un posto per ogni cosa”. Paola si chiuse nel suo mondo fatto di bambole. Aveva un negozietto vintage di Barbie. Ancora innervosita dalle azioni di Sandra che avevano fatto precipitare la situazione, evitò contatti con lei. A suo modo di vedere, il padre era stato una vittima di due donne dispotiche che lo avevano usato per anni e che ora ne spremevano le ultime gocce. «Non le importa niente di papà» sibilavano le altre due, convinte che Paola volesse fuggire dalle responsabilità, dalla trafila burocratica che sarebbe inevitabilmente seguita all'ormai prossima dipartita di Ottavio. In realtà Paola andava a trovare Ottavio di nascosto, in orari assurdi per non incontrarle. Soffriva in silenzio. Si sedeva accanto al letto, stringendogli la mano inerte. A volte lui rispondeva con un impercettibile movimento delle dita. Il silenzio di Ottavio divenne anche il silenzio di Paola, era il loro codice segreto. Lei seguì il padre in questo percorso di avvicinamento solitario alla morte, lontana dalle sceneggiate dei parenti. Sandra, invece, occupò il palcoscenico. Era un vulcano di idee confuse, un generale che urlava ordini contraddittori che mandavano in confusione anche lei. In quanto ricco manager d'azienda era abituata a comandare. Disprezzava l'immobilismo di Paola. Il dolore, per lei, era una performance, doveva essere drammatico, visibile. Raccontava a tutti la tragedia, ricamando sui dettagli, dipingendosi come l'unica eroina in una famiglia di inetti. Questo tris esplosivo si mescolò in modo inaspettato portando, nei giorni a venire, a un'insana alleanza volta a colpire la più debole delle tre. Romilde e Sandra, la madre avara e la figlia narcisista, trovarono un terreno comune. La scintilla che appiccò l'incendio fu un foglio, un banale foglio A4, anonimo, privo di valore, se non fosse stato per quelle poche righe vergate sopra. Poche righe con il potere di una bomba a grappolo. Un semplice foglio di carta, a volte, può distruggere una famiglia. |
|
Biblioteca

|
Acquista

|
Preferenze
|
Recensione
|
Contatto
|
|
|
|
|