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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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I viaggi più pericolosi attraversano le terre quanto l'anima
Era l'alba, e il villaggio taceva, con i profili delle montagne che apparivano immobili, come in attesa. Le persiane erano chiuse, sprangate in una disperata quanto vana difesa. Nessun canto. Nessun movimento. Abdelhamid, il mugnaio, scese piano lungo il sentiero. Aveva trascorso la notte nascosto tra gli ulivi, da quando, verso mezzanotte, avevano cominciato a sentirsi raffiche secche e urla spezzate, rumore di passi, comandi gridati in arabo stretto che lui non capiva più. Aveva fatto appena in tempo ad allontanarsi e non era riuscito ad avvertire nessuno. Per fortuna la sua famiglia era già ad Algeri.
Si fermò all'ingresso della piazzetta. Davanti al portone del Comune giacevano, riversi, due uomini. Riconobbe il vecchio che raccoglieva le olive e uno dei ragazzi del quartiere, quello che lavorava al mercato di Blida. Più in là, davanti alla scuola, altri due corpi senza vita. Il direttore, colto nel sonno, e il giovane maestro di francese, colpito alla nuca.
Non avanzò oltre. Aveva visto già abbastanza e sapeva che in quelle ore i miliziani potevano ancora aggirarsi tra le case.
Un tempo la gente di quei monti viveva tra pecore e campi, e i problemi si limitavano alle stagioni, sempre più secche quelle estive. Si parlava di raccolti, di piogge, di feste. Ora, la sola voce che osava spezzare il silenzio era quella gracchiante delle radio clandestine, portate di notte dai ragazzi, che diffondevano notizie sussurrate: chi era morto, chi aveva tradito, chi non avrebbe visto l'alba. Le notti erano percorse dai camion dei soldati e dagli uomini senza volto.
Abdelhamid avanzava con il cuore pesante e le mani che tremavano. Era la terza volta in pochi mesi che i gruppi armati scendevano dai monti.
Ogni volta, portavano morte e avvertimenti.
Sul muro della moschea, una nuova scritta tracciata a carbone ammoniva: “Non servire gli infedeli. La giustizia di Allah non risparmia i traditori.”
Era la firma del GIA – Groupe Islamique Armé.
Abdelhamid guardava ora le finestre sprangate. Nessuno si mostrava. Nessuno avrebbe parlato. Tutti sapevano e tutti temevano. Da un anno, la paura governava le notti. Poche settimane prima, le radio clandestine avevano diffuso la notizia di un massacro a Oued Djer: sei notabili uccisi, case date alle fiamme. A Blida, la grande città più a nord, le cose non andavano meglio. Gli intellettuali fuggivano. Solo la settimana prima avevano ucciso un chirurgo e un avvocato.
I treni, quando partivano, viaggiavano semivuoti.
Anche ad Aïn Romana molti preparavano la fuga: chi sognava Marsiglia, chi Algeri. Ma partire non era semplice, le strade erano insicure. Ogni spostamento di notte era semplicemente una follia. Anche di giorno, i check point potevano tramutarsi in agguati.
La paura gli serrava la gola perché la guerra non era più lontana, era qui, tra le case. Era cominciata con l'annullamento delle elezioni vinte dal FIS, poi l'assassinio di Boudiaf, e il sangue aveva preso a scorrere. Da allora, nessuno aveva più dormito tranquillo.
Abdelhamid alzò gli occhi al cielo pallido.
La giornata stava cominciando.
Un'altra giornata sotto il segno della paura.
Tornò alla sua casa. La trovò con la porta divelta, i mobili a soqquadro, ma non era stata data alle fiamme e questo era già molto. Si sedette sul gradino della porta di casa a pensare.
Andrò via, questa volta o la prossima toccherà a me.
Questo pensò mentre il suo sguardo girava intorno guardando il disastro. Quanti erano morti e quanti erano ancora nascosti?
Poi ad uno ad uno anche altri cominciarono ad uscire dai loro nascondigli. Dopo qualche ora fu chiaro che l'attentato era rivolto solo verso poche persone, altrimenti sarebbero stati molti di più i cadaveri che avrebbero trovato.
Nello stesso momento Hocine guardava con un altro sguardo quella stessa immagine. Pensava: anche questa volta abbiamo colpito senza problemi. Impareranno, oh se impareranno. Si era nascosto in un vecchio pozzo abbandonato, avvertito in tempo dai suoi fratelli della GIA, aveva ascoltato tutto, al sicuro, perché di notte non era facile riconoscere gli amici dai nemici, i nemici di Allah, come li chiamavano.
Parigi, maggio 1997
Norbért era seduto sul sofà di finta pelle, in un mercoledì sera come altri, con un'inquietudine sottile che gli chiudeva lo stomaco. Irén non c'era. Decise di chiamare la madre, poi la sorella e infine l'amica italiana, ma da tutte ricevette solo risposte contraddittorie, evasive, a tratti irritate. Nessuno sembrava sapere dove fosse la sua compagna. Riappese la cornetta con il cuore ancora più in subbuglio. Cercò di imporsi la calma: “arriverà, come sempre”, si disse. Si alzò, scostò le tende: il viale alberato si stendeva quieto sotto le luci della sera. Parigi era lì, splendida come sempre, soprattutto di notte. L'aria di maggio era tiepida, ma quel vuoto oltre i vetri sembrava ancora più inquietante. “Ma dov'è? Non fa mai tardi”, pensava, scrutando la strada. Accese il televisore, cercando di passare il tempo e la sua ansia per la mancanza di Irén si placò un po' perché distratta dalle notizie che descrivevano la tragica situazione nella Repubblica Democratica del Congo, dove il giorno prima, Laurent–Désiré Kabila aveva rovesciato il dittatore Mobutu Sese Seko. Le immagini trasmesse gli offrirono un momentaneo sollievo: almeno per qualche minuto, l'ansia trovava altro su cui posarsi. Notizie simili avevano sempre un effetto potente su di lui. In certi momenti, Norbért si scopriva assalito da una fame quasi fisica di informazione, un bisogno urgente che travalicava il mezzo: radio, televisione, non faceva differenza. Ciò che contava era riuscire a farsi un'idea propria, un quadro nitido di quanto accadeva nel mondo – e quell'avvenimento, con la sua portata storica e il carico di incognite, non poteva che attrarlo e inquietarlo insieme. Il telegiornale proseguiva con notizie della guerra civile in Algeria, ormai in corso da anni. Norbért guardava senza distogliere gli occhi, ancora più attento. Le immagini mostravano una devastazione silenziosa. Le case sventrate, le porte divelte. Il giornalista stava dicendo: "A meno di un mese dalle elezioni legislative previste per il 5 giugno, il clima in Algeria si fa ogni giorno più teso. Mentre il governo promette il ritorno alla normalità, nelle campagne dilaga la paura
Nelle ultime 24 ore, nuovi attacchi hanno colpito villaggi isolati a sud di Blida e nella regione di Médéa, provocando decine di vittime tra i civili. Attacchi rapidi, spietati, avvenuti nel cuore della notte. Le autorità parlano di gruppi terroristici, ma la popolazione denuncia l'assenza totale di protezione”. Norbert guardava le immagini con occhi sbarrati. Il giornalista continuò: “Le immagini che arrivano da una delle località colpite mostrano case bruciate, resti di mobilio ancora fumanti e pozze di sangue all'ingresso di abitazioni senza più porte né finestre. Alcuni testimoni, con il volto coperto per paura di ritorsioni, raccontano di uomini armati arrivati a piedi, che hanno attaccato in silenzio, con armi bianche e fucili. Nessuno è intervenuto. Il numero delle vittime non è ancora ufficiale, ma secondo fonti locali si parla di almeno venti morti, tra cui donne e bambini. L'indignazione cresce, mentre molti si chiedono se votare, in queste condizioni, sia davvero possibile”. Così si concludeva il servizio. Norbert restò immobile. Le immagini scorrevano ancora, nella sua testa. Ancora attentati compiuti dalla GIA, ancora morti. Che senso aveva, annientare i propri fratelli, solo perché non vogliono combattere, solo perché non credono in uno stato islamico? Perché poi usare le armi? Le armi non sono state mai un veicolo di pace. La pace imposta con le armi non è mai stata duratura. Le tensioni vengono sempre a galla di nuovo, dopo mesi o anni. L'attenzione di Norbért crebbe ancora, insieme al suo malumore. Vedere ancora eccidi come quello gli faceva male. Il conflitto tra Algeria e Marocco sembrava peggiorare con il tempo, sin dalla chiusura delle frontiere per questioni politiche, qualche anno prima – un evento che, di fatto, aveva trasformato due popoli fratelli, musulmani, berberi e arabi, in nemici. Lui e Irén passavano spesso intere serate a discutere di argomenti come questi, sorseggiando un bicchiere di vino dopo il telegiornale. A volte, finito un notiziario, cambiavano canale per vederne un altro. Nessuno dei due riusciva a comprendere come dei pezzi di terra potessero valere più della vita di intere popolazioni. A loro sembrava solo l'ennesima corsa al potere, consumata sulla pelle dei più deboli. Cercava di smettere di guardare, ma come staccava lo sguardo da quelle immagini ricominciava l'ansia per la mancanza di Irén. Come uscirne? |
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