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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Le 4 cicatrici
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Il nastro nero.
Il nastro di gomma nera avanzava a scatti verso la cassiera trasportando una piccola spesa traballante: latte, pane, tonno e una confezione di birre in lattina. L'impiegata del supermercato, una ragazza bionda dall'aria annoiata, passava i codici meccanicamente, senza mai alzare lo sguardo verso la donna che aspettava al banco. «Vuole la busta?» le chiese a un tratto, con un tono di voce piatto e inespressivo. «Sì, grazie.» «Ha la tessera?» «No.» «Diciotto e cinquanta. Contanti o carta?» «Contanti,» rispose Marta. La cassiera allungò la mano per prendere la banconota e per la prima volta alzò lo sguardo. Quando lo abbassò, era troppo tardi per fingere di non aver notato la profonda cicatrice che deturpava il lato sinistro del volto di Marta De Angelis. Marta non ebbe bisogno di interpretare quella scena, ci era abituata. Gli occhi di quella donna si erano posati dove cadeva lo sguardo di chiunque: sotto lo zigomo sinistro, dove la cicatrice partiva curva e profonda fino ad arrivare alle labbra, tagliandole in due. Il nastro avanzò nuovamente. Marta iniziò a imbustare la spesa mentre sul ripiano a fianco scivolavano gli acquisti di chi era stato in coda dopo di lei: pasta, surgelati, frutta... un flacone di Starwax. A quella vista Marta si bloccò. Rimase immobile un secondo, due, con la mano sospesa sulla busta. Come se il corpo sapesse già quello che la mente stava ancora cercando di ignorare. Poi il cuore le diede un colpo, e cominciò a correre. La vista le si annebbiò, le gambe sembrarono cederle e dovette appoggiarsi al bancone per non cadere. La cassiera si sporse in avanti, preoccupata: «Signora, si sente bene? Vuole un bicchiere d'acqua? Si vuole sedere?» Marta non rispose. La sua mente era altrove. La ragazza continuava a parlare, ma Marta afferrava solo brandelli di suono ovattato. Il passato la prese senza chiederle il permesso. MEMENTO
Due anni prima. La radio della volante aveva segnalato una lite domestica che rischiava di degenerare in via Podgora. Franco Mele, alla guida della Giulia, confermò che sarebbero arrivati sul posto in non più di due minuti. L'abitazione che cercavano era al secondo piano di un grosso edificio un tempo definito signorile ed ora popolato quasi esclusivamente da immigrati più o meno regolari. Gli occupanti dell'appartamento erano già noti alle forze dell'ordine. Lui, Rameta Berisha, di origini albanesi, era già stato arrestato più volte per maltrattamenti, ubriachezza molesta e piccoli reati. Lei, Diana Toma, lavorava da un paio di anni come operaia in una cooperativa specializzata in pulizie condominiali. La scalinata era ampia, come quella di tutti i palazzi signorili degli anni ‘60, ma i muri erano segnati da anni di traslochi e vite pressate. Sul pianerottolo c'era un fastidioso odore di sudore e di cucina speziata, probabilmente indiana, che levava il respiro a chi non v'era abituato. Due inquilini anziani, tra i pochi italiani rimasti ad abitare in quel condominio, in vestaglia e pigiama li aspettavano accanto alla porta del loro appartamento. Erano stati loro a dare l'allarme. «Sono lì...» disse la donna, indicando una porta in fondo al pianerottolo. Dall'appartamento arrivava forte e chiara la voce di Rameta, impastata d'alcol. «Puttana di merda, se non mi dici chi ti scopi al lavoro ti taglio la testa e la butto nel cesso!» La donna piangeva e chiedeva pietà con la voce spezzata. «Basta... ti prego Rameta... smettila... io non ho fatto niente, te lo giuro!» Marta iniziò a premere il campanello con insistenza. «Polizia. Aprite.» La risposta dell'albanese fu immediata, cruda, violenta: «Andare a fare in culo, bastardi, questa è casa mia e ci entra solo chi è invitato.» «Apri, Berisha,» ripeté Marta inasprendo i toni, «non ti conviene fare resistenza, hai già dei precedenti, non aggravare la tua posizione.» L'albanese rispose rabbioso: «Vattene troia, o ammazzo prima questa puttana e poi mi dedico a te.» Marta udì un rumore di trascinamento sul pavimento. Probabilmente Rameta stava spingendo qualcosa contro il battente. La porta vibrò e Marta capì che l'albanese si stava barricando. Si voltò appena verso Mele, un'occhiata sola. Mele capì e non fece domande. «Vado a prenderlo.» «Corri. E chiedi rinforzi.» Franco Mele scivolò verso l'ascensore. Marta restò con il campanello pressato sotto il dito cercando di rassicurare la donna che presto tutto sarebbe finito. Dopo un paio di minuti, che a Marta sembrarono un'eternità, Mele, con l'affanno che gli toglieva il respiro, uscì dall'ascensore con lo sfondaporta metallico tra le mani. La donna si lamentava e piangeva battendo sulla porta dall'interno. «Signora, si allontani dalla porta. Mi sente? Si sposti adesso.» Mele si mise davanti alla serratura. Marta si spostò di lato, schiena al muro, fuori linea. Posò il palmo sulla pittura ruvida. Mele tirò fiato una volta e colpì. Il primo colpo fece tremare la porta. Il secondo scardinò la serratura. Il terzo finalmente liberò il legno e la porta scappò in avanti ma si fermò subito contro il mobile appoggiato dietro. Mele infilò il piede nello spiraglio e spinse con la spalla finché non recuperò uno spazio sufficiente per entrare. L'odore di chiuso dell'appartamento li colpì come uno schiaffo. Dalla cucina arrivava una puzza acre di scarico intasato. L'uomo era nel corridoio, a gambe aperte, in atto di sfida. Quarantacinque anni, largo, canottiera macchiata, pantaloni della tuta, piedi nudi. Faccia gonfia e lucida. Occhi rossi che saltavano continuamente da Marta a Mele e poi alla moglie. Tra le mani una sedia da cucina, presa per lo schienale. La donna era a terra, piegata su sé stessa. Magra, maglietta larga scivolata su una spalla, pantaloncini blu, i capelli scuri appiccicati alle tempie per il sudore. Un livido viola sullo zigomo, labbro spaccato con sangue secco. Braccia alzate a proteggersi il viso. Quando vide Marta, la ragazza riuscì a dire solo: «Aiutami, ti prego, quello è pazzo, mi ammazza...» Marta si abbassò verso la donna. «Tranquilla, ti porto fuori.» Le prese il gomito. Sentì quanto era leggera, e quella leggerezza le fece impressione. Dietro, la voce di Mele tagliò l'aria. «Berisha, posa quella sedia e metti le mani dove posso vederle, non farmi incazzare. Non peggiorare la situazione.» L'albanese non gli lasciò nemmeno finire la frase e gli calò violentemente la sedia sulla fronte. Un colpo secco, sordo. Il sangue esplose dal sopracciglio dell'agente, oscurandogli la vista. Mele crollò a terra, le mani premute sul volto nel tentativo inutile di fermare l'emorragia. Marta scattò in piedi. Estrasse la pistola, ma lo spazio in cucina era un buco soffocante. Rameta era una furia: le lanciava addosso tutto ciò che afferrava — piatti, barattoli, posate. Poi, con un movimento fulmineo, l'albanese si girò verso il ripiano della cucina e afferrò un flacone di Starwax — soda caustica per scarichi. Marta non fece in tempo a capire cosa stesse succedendo. L'uomo allungò il braccio e la scaraventò con tutta la forza che aveva. Il liquido denso e scuro la investì in pieno, sul lato sinistro del volto, colando lento dalla tempia fino all'angolo della bocca. Marta portò istintivamente le mani al viso per pulirsi, ma le dita scivolarono su qualcosa di saponoso che iniziò immediatamente a friggere. Il freddo divenne presto fuoco. Un calore chimico, atroce, che scavava nella carne. Sentì la pelle sfrigolare: la soda caustica stava divorando i tessuti, trivellando verso l'osso. Marta urlò e cadde in ginocchio. La pistola batté sul pavimento, dimenticata. «Ben ti sta, puttana,» ringhiò Rameta, barcollando sopra di lei. Mele, pur accecato dal proprio sangue, riuscì a trascinarsi verso la collega. L'afferrò per le spalle, la sollevò a peso morto e le spinse la testa sotto il getto del lavello. L'acqua gelida colpì la ferita, ma il dolore era ormai una voragine aperta. Mentre i rinforzi facevano irruzione schiacciando Berisha al suolo, Marta sentiva solo il fragore dell'acqua e il suono della sua pelle che continuava a bruciare. Se per Mele l'incubo era finito in quell'istante, per Marta, invece, era appena incominciato. RITORNO AL PRESENTE
«Signora...?» La voce della cassiera rientrò. Marta era ancora alla cassa. La busta stretta al petto. «Tutto a posto, signorina, non si preoccupi, è stato solo un leggero capogiro,» mentì Marta senza voglia di dare spiegazioni. Uscì dal supermercato che pioveva, un imprevisto acquazzone estivo con la pioggia carica di sabbia che invece di lucidare le strade, creava una sottile e scivolosa fanghiglia che levava poesia ad ogni cosa. Le auto, passando senza rallentare, sollevavano schizzi di fango verso i malcapitati che imprecavano a mezza voce, gesticolando animatamente. Marta, incurante dell'acqua che la inzuppava dalla testa ai piedi, camminò senza fretta verso la sua vecchia Golf, parcheggiata poco distante. Aprì lo sportello, lanciò la spesa sul sedile passeggero e si lasciò cadere sul sedile a peso morto. Istintivamente portò la mano al cinturone, come per sistemarlo, ma era in borghese e non c'era nessun cinturone da sistemare. Mise le mani sul volante, stringendo la pelle consumata tra le dita intorpidite e sospirò. Poi girò la chiave nel quadro del cruscotto e il motore tossì prima di far sentire timidamente la sua voce. Quando Marta arrivò a casa, su via Dante, incrociò il signor Caruso, il suo dirimpettaio, che si apprestava a uscire. Probabilmente andava a cena dalla figlia sposata. Era vedovo, viveva solo, e quella era una prassi, probabilmente l'unica coccola della giornata. «Buonasera agente.» «Buonasera, signor Caruso.» La chiamavano tutti sempre così, “agente”, anche quando era in borghese, come se quell'abito fosse la sua pelle e, forse, anche per lei era così. Marta entrò con la busta al braccio. L'odore di casa era quello di sempre, cirmolo e viole, confortante, accogliente. Dario era in cucina, di spalle, davanti al fornello con una maglietta scura e i jeans logori che amava indossare nel tempo libero. Si muoveva con un'attenzione semplice, domestica, eppure trasudava la postura di chi per anni aveva calcato l'ingresso della Questura con la pistola nascosta sotto al giubbotto. Quando sentì la porta richiudersi, si voltò verso Marta e sorrise, quel sorriso che le scioglieva i muscoli e non aveva bisogno di parole. «Marito in cucina, che donna fortunata!» disse scherzosamente, levandosi il grembiule. Marta appoggiò la busta sul piano. «Lo sarei se tu sapessi cucinare davvero, ma il destino con me è stato crudele. Molto crudele.» Risero entrambi. Dario le prese la busta dalle mani senza farla sentire “aiutata”. Lo faceva e basta. Era una delle sue doti: trasformare la cura in un gesto normale. «Hai preso il latte?» «Sì.» «E le batterie?» Marta sospirò. «No.» Dario abbassò lo sguardo e scosse la testa con un sorriso, «Chi era la persona sfortunata tra noi due, donna? Vabbè, dopo le pile le prendo io dal tabaccaio.» Sul tavolo c'erano fogli dell'autoscuola, pennarelli, un quaderno con schemi e frecce. Da quando aveva lasciato la polizia, la sua vita era diventata più piccola nei luoghi e più larga nell'attesa. L'autoscuola di Raimondo, suo fratello maggiore, era a due passi da casa sua. Dario ci passava i pomeriggi come istruttore. La sua vita “pericolosa” era terminata da anni, ma la sua mente non riusciva a mandare giù l'immagine di Marta in strada, in una città dove la violenza non era l'eccezione, ma la regola. Marta prese una bottiglia d'acqua dal frigo e bevve due sorsi. Dario accese il gas e girò il sugo. Il cucchiaio contro la pentola fece un rumore pieno, di casa. «Che turno hai?» chiese Dario. «Serale, attacco alle 19.» Dario non commentò. Lo sapeva già. Però sentirlo detto ad alta voce gli faceva sempre un effetto fisico, quasi un colpo leggero sotto lo sterno. Marta lo osservò mentre cercava di restare normale. Dario aveva vent'anni di mestiere addosso e il corpo lo tradiva nei dettagli: le dita che tamburellavano appena sul manico del cucchiaio, il respiro che diventava più corto, la mandibola che si induriva. Era un uomo ancora forte, alto, spalle larghe, barba tenuta corta, occhi azzurri stanchi che avevano visto troppo e che però, con lei, tornavano caldi. Camminava con un accenno di cautela in un ginocchio, una conseguenza di anni di scale e corse, e di una vita passata a fare il duro con il cuore tenero. Marta appoggiò il bicchiere. Aveva intercettato il malessere di suo marito, la sua preoccupazione. «Non ricominciamo, Dario. Sono una poliziotta e continuerò ad esserlo. Non mi va di stare a casa ad accudire un brontolone prima del tempo.» Dario chiuse il gas. Si voltò e si avvicinò. Le sistemò una ciocca dietro l'orecchio, gesto semplice, intimo. «Io non ricomincio. Io...» Si fermò un attimo. «Io ci penso. È diverso.» Marta sentì il nodo salire e lo tenne giù. «Lo so.» Si erano sposati due anni dopo quella storia che aveva divorato tutti, Nemesi e Agorà. Si conoscevano da tempo, si erano sfiorati per anni senza prendersi, poi era successo in una sera di Natale, a casa di Aldo Manna: una cena rumorosa, bicchieri, battute, risate, e loro due che si erano ritrovati in cucina a lavare i piatti. Una frase detta a bassa voce, la mano di Dario che le aveva passato una spugna senza guardarla, e Marta che aveva capito, con una chiarezza improvvisa, che quell'uomo la desiderava. Il matrimonio era arrivato dopo, rapido, quasi improvviso. Un mese dopo... l'incidente. Marta non ci pensò a lungo. Le bastava sentire che Dario, in due anni, non l'aveva mai trattata con pietà. Non aveva mai cercato parole per “compensare”. Era rimasto desiderio, presenza, “normalità”. La faceva sentire ancora donna senza mai nominare quello che altri vedevano per primo e che non desideravano rivedere. Ma nel futuro di Marta la “normalità” avrebbe presto smesso di esistere. LA NUOVA DI CERIGNOLA
Cerignola, 20 luglio. Il covo della “Nuova di Cerignola” era un capolavoro di mimetismo nascosto tra i vigneti abbandonati di Contrada Torricelli. Esternamente appariva come un capannone in disuso: pile di elettrodomestici sventrati, montagne di copertoni esausti e carcasse di furgoni formavano un perimetro di degrado che scoraggiava chiunque dall'avvicinarsi. L'aria puzzava di gomma cotta e ruggine, un odore che ti entrava nelle narici come un dito. Ma dietro il finto portone di lamiera arrugginita si apriva una realtà da ingegneria militare. Il pavimento in resina epossidica grigia era pulito come una sala operatoria. Luci a LED bianche piovevano da soffitti alti, illuminando banchi da lavoro, ponti di sollevamento e scaffali pieni di pezzi di ricambio. Decine di auto di grande cilindrata erano state sventrate e smontate e ogni singolo pezzo era stato catalogato e immagazzinato, in quel capannone, pronto per essere venduto sul mercato nero. Al centro della sala, Domenico Fatone, detto ‘u Padreterne, se ne stava piantato come una colonna romana. Camicia bianca, maniche arrotolate su braccia spesse come travi, tatuaggi che raccontavano una storia che nessuno aveva il coraggio di chiedere. Nel salottino accanto, Pinuccio Malarazza, detto lo Zingaro, studiava con attenzione la Gazzetta dello Sport, sperando di trarre la giusta ispirazione per compilare il sistema da 120 euro che giocava ogni settimana da anni, senza aver mai vinto nulla. Peppino Cocco, detto il Sorcio per il suo aspetto viscido e minuto, gli dava il tormento ricordandogli che con tutti i soldi che aveva buttato con l'Enalotto si sarebbe potuto comprare il tabacchino dove andava a giocare la schedina e mettere la testa a posto. Tanto di calcio non capiva niente. Tanino Ronga, ‘u Lazzaridde, e Cecchino Rinaldi, ‘u Lardouse, invece, ammazzavano il tempo bevendo birra distanti l'uno dall'altro. Tanino non sopportava l'odore di Cecchino e Cecchino non sopportava la spocchia di Tanino. A poche decine di metri da loro, nel suo laboratorio, Salvatore Russo, il Salinaro, era impegnato a trafficare sui circuiti di una centralina elettronica. Il Padreterno batté le mani due volte. Il silenzio calò come una mannaia sui suoi uomini. Li guardò uno a uno, senza fretta. Poi parlò. «Ascoltatemi bene,» disse, «questa volta o facciamo il salto di qualità e ci sistemiamo per sempre, oppure ci scaviamo la fossa da soli.» Fatone si prese qualche secondo. Gli piaceva farli aspettare. «Tra pochi giorni passerà per Cerignola un blindato della Banca d'Italia. Non stiamo parlando di quattro stipendi e due sacchi di monete. Stiamo parlando di una cifra che, se va come deve andare, ci toglie il bisogno di rapinare per il resto della vita.» «Coipe de cazze,» rispose Cecchino ‘u Lardouse con una risatina isterica e con un'odiosa voce sottile che faceva a cazzotti con la sua mole. Grasso, unto, con i capelli incollati al cranio come alghe su uno scoglio, Cecchino Rinaldi aveva perennemente addosso quell'odore acre di sudore che precede le persone e rimane dopo che se ne sono andate. Cecchino rise finché la pancia non gli ballò tutta, e quella scossa gelatinosa che gli faceva salire la maglietta e scoprire la pancia fece storcere il naso a Tanino ‘u Lazzaridde che non sopportava né il suo olezzo e tantomeno la sua presenza. Tanino, trent'anni, vestito come se dovesse andare a cena fuori anche quando stava in un capannone, a dispetto della sua apparenza elegante, era cinico e crudele e non conosceva le buone maniere. Il Padreterno fulminò entrambi con lo sguardo e proseguì con i dettagli del caso. «La Banca d'Italia svuota il caveau di Bari. Cinquanta, forse sessanta milioni su un blindato che percorrerà l'A14 passando proprio sotto il nostro naso. Ci serviranno l'argianne a domicilio.» Lasciò che la cifra facesse il suo lavoro. Vide gli occhi dello Zingaro accendersi — capelli neri, pelle scura, mascella sempre un po' contratta, il tipo di uomo che non si rilassa mai del tutto nemmeno quando dorme — e poi riprese: «Ci sarà la scorta. Una o due auto. Dobbiamo agire ch'u cervidde.» «Che vu deice che l'ama fè ch'u cervidde, Padretè?» chiese lo Zingaro, toccandosi il mento con due dita. «Che dobbiamo fargli credere di essere poliziotti. Ci dobbiamo procurare una delle loro auto per fare il colpo.» Il Sorcio, piccolo, curvo, viscido, tanto insignificante quanto pericoloso, con la birra che navigava a mezz'aria, inarcò un sopracciglio. «Padretè, ma che ci dobbiamo fare con una macchina degli sbirri? Abbiamo sempre spaccato tutto alla solita maniera e mo' ci mettiamo a fare il carnevale?» Il Padreterno fece un passo avanti, dentro il suo spazio. «Chidde, se vedono una macchina con a bordo dei colleghi non si insospettiscono. Rallentano. Si lasciano superare. Quello è il momento che ci serve. La macchina della polizia sarà il nostro cavallo di Troia.» Si voltò verso la porta. Salvatore il Salinaro, il mago delle centraline, era comparso sulla soglia del laboratorio asciugandosi le mani sporche di olio sulla tuta. «Salinà. Ci serve una volante. Ce la dobbiamo fottere a Foggia. Senza un graffio.» «Padretè, ste ‘mmoine all'arte.» Il Sorcio abbassò lo sguardo e ingoiò il resto della birra insieme ai dubbi. «Padretè. Come dici tu, si fa.» «Bravo Sorcio, hai capito finalmente che pensare non è opera tua.» «E quanne l'ama arrubbè quessa màchene, Dumìneche?» chiese Tanino. «Dopodomani al massimo. Abbiamo poco tempo se vogliamo essere pronti in tempo per il colpo al blindato.» CAFFÈ AMARO
Foggia, 22 luglio, pomeriggio inoltrato. Il vapore della macchina del caffè riempiva la cucina, ma il silenzio tra Marta e Dario si era fatto più denso del liquido nelle tazzine. Erano le 18:30. Mezz'ora dopo, Marta avrebbe dovuto timbrare in Questura per il turno 19/24. Dario teneva lo sguardo fisso sul cucchiaino conficcato nella zuccheriera. «Ho sentito il Questore stamattina», esordì cercando di mantenere un tono casuale. Marta si bloccò con la mano sui bottoni della divisa, che stava finendo di chiudere. «Ah sì? E cosa voleva il Questore da un semplice istruttore di scuola guida?» «Voleva sapere come stai. E mi ha accennato che alla sezione investigativa si è liberato un posto. Coordinamento atti, un ufficio di concetto, orari regolari. Niente più notti, Marta. Niente più pericoli.» Marta si voltò lentamente. La luce della cappa della cucina illuminò crudamente la cicatrice che le attraversava la guancia, un solco biancastro e irregolare che partiva dallo zigomo e scendeva fino alla mascella, tirandole l'angolo della bocca spaccata in un'espressione di perenne sdegno. «Dario, smettila con questa storia,» disse lei con voce ferma. «Sappiamo entrambi che non ti ha chiamato lui. Sei stato tu a bussare alla sua porta. Hai usato i tuoi galloni da ex primo dirigente per spianarmi la strada verso un cimitero di scartoffie.» «È un ufficio prestigioso!» scattò lui, alzandosi. «Marta, sono passati due anni. Quel maledetto intervento ti ha già tolto abbastanza. Il Questore non può spostarti d'ufficio perché la CMO ti ha dichiarata idonea, ma lui vorrebbe vederti in un posto sicuro. E lo vorrei anch'io.» Marta rise, un suono amaro che le tese la pelle del viso. Si avvicinò allo specchio del corridoio. Il peso della Beretta sul fianco era l'unica cosa che la faceva sentire ancorata a terra. «Un posto sicuro? Vuoi dire un posto dove nessuno debba vedere la “sfregiata” della Volante 4?», disse, mentre infilava le manette nella fondina. «Ascoltami bene, Dario. Se vado alla Scientifica o all'Investigativa, io perdo tutto. Perdo l'indennità di ordine pubblico, perdo l'indennità di turno, perdo gli straordinari. Abbiamo un mutuo. Non ce lo possiamo permettere.» «Possiamo stringere la cinghia...» «No! Non è solo per i soldi, e lo sai», lo interruppe lei, voltandosi a guardarlo negli occhi, stavolta costringendolo a vedere ogni centimetro di quel tessuto cicatrizzato. «Quando salgo su quella pantera, io sono l'Assistente Capo Marta De Angelis. La gente per strada mi guarda e vede la Polizia. Alcuni hanno paura, altri hanno rispetto, ma nessuno mi compatisce. In ufficio, sarei solo quella “poverina” a cui è andata male. Sarei la tua ombra.» Dario fece per parlare, ma lei lo anticipò. «La strada è l'unico posto in cui questa faccia ha un senso. Mi fa sentire utile. Mi fa sentire importante. Se mi chiudi in un ufficio a protocollare denunce, io in sei mesi finisco in depressione o sotto psicofarmaci. È questo che vuoi?» Il silenzio tornò, più pesante di prima. Dario abbassò lo sguardo. Sapeva che aveva ragione, ma la paura di vederla uscire ogni sera era una ferita che, a differenza di quella di Marta, non accennava a rimarginarsi. Marta prese il “piatto”, il berretto rigido d'ordinanza, dal mobile all'ingresso e se lo sistemò con cura. Si guardò allo specchio un'ultima volta. La cicatrice era lì, un marchio di guerra che raccontava una storia di sopravvivenza, non di sconfitta. «Vado», disse secca. Uscì di casa senza voltarsi, il rumore dei suoi scarponcini operativi sulle scale era ritmato e sicuro. Dario rimase in cucina, ascoltando il motore della macchina di sua moglie che si accendeva in strada. Sapeva che finché Marta avesse avuto un turno da coprire, avrebbe avuto un motivo per non odiare quello che vedeva ogni mattina allo specchio. |
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