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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Antonio Mauceri
Titolo: Fino alla fine del tempo
Genere Romanzo
Lettori 20 1 2
Fino alla fine del tempo
Di spalle, gli porse sul petto i capelli scomposti, destrutturati dall'ondeggiare dei loro giovani corpi, intrappolati nel vortice di poche note sparse nella brezza di un imbrunire di estive reminiscenze. Poi, un passo per volta, annodandosi le dita e
scambiandosi il sapore della bocca, proseguirono a volteggiare su pentagrammi di sensualità solenne.
«Come siamo arrivati qui?» fu ciò che seppe dire, Lei, in quel turbinio di istinti carnali e umani.
«Qui è dove la ascolto tutte le sere.»
«Da dove proviene?» e gli idratò il collo con il sudore della fronte, recuperando molecole di fiato.
«Mi piace pensare che ciascuna finestra qui intorno sia quella giusta.»
Gli si adagiò ancora, di schiena, delineando sulle labbra un riso e accostando le palpebre, imprimendo ai suoi fianchi un'erotica oscillazione e lasciandosi serrare da una morsa di arti maschili e ansanti.
«Puoi farla ricominciare?» fece Lei, deturpandosi il volto di una smorfia di disappunto, una volta che il disco esalò le sue ultime note.
«Ricomincerà domani.»
Si sciolsero dai loro nodi di carne e sedettero ancora ansimanti sulla gradinata che ne aveva raccolto le movenze e i gemiti.
E fu notte.
Per loro.
Per la severa terra di Sicilia.
E per gli anfratti della città barocca.
«Domani... e fino alla fine del tempo.»

NEURONE

Lenta si dissolveva, la figura di Anna. La sua Anna. Così come si dissipa la nube stanca e vuota, quando domata è la sete delle arse terre del Sud. Svaniva, per sempre, dalla notte fattasi giorno nel tempo del sogno.
Era bella, Anna, ancora. Ne trattenne a fatica l'attimo in cui le labbra brunite e calde cedettero all'angosciosa rivelazione: «Qui è bellissimo!»
Fu lì che si destò dal torpore del sonno e si rivelò dolente al ricordo. Era novembre, da due giorni. E quel novembre l'uomo lo avvertì giacente di fianco a sé, sullo stesso letto fradicio e disfatto. Tra le foglie agonizzanti, la stagione del
pianto raccoglieva le sue membra avvizzite dal tempo, e così la ragione. Ma di Anna... di sua moglie Anna si ricordava.
Ancora.
L'aveva sposata a Catania nell'estate del 1964, e fu nella Basilica della Collegiata che se ne dispose il sacramento e l'unione. Lì, poco lontano dal ginepraio dei vicoli della città vecchia. Lì, nell'estasi della rievocazione dei lieti anni universitari.
Eppure, l'allora novizio professor De Rosa fu di provinciale appartenenza. Di quella provincialità tutta italica delle contrade bislacche e dei borghi di montagna, laddove la bramosia del sostentare l'acume e l'ingegno discordava con la
dinamicità muscolare e operaia dei corpi laboriosi e usurati della piccola gente. Fu lì, tra le borgate montane iblee — così remote alle sue smanie di conoscenza — che il primo aprile del 1935 venne alla luce Antonino De Rosa. Di quei natali si
curarono la madre, Concetta Alagona, e la mammana Lucia Russo, al civico 7 di Ronco Cicerone a Palazzolo Acreide, nella casa dei nonni materni.
Si destò, dunque. Piacevole, dalle veneziane antiche e chiarissime, si districava un tepore di primavera. Sebbene fosse novembre da due giorni.
Si lasciò alle spalle la stanza da letto e percorse il lungo corridoio, levando lo sguardo ancora debolmente sopito alle polverose collezioni pendenti dalle pareti.
«Il caffè è in tavola.»
La voce femminile si levò vigorosa e indefinita da una delle stanze di villa De Rosa.
«Prima che lo dimentichi... è arrivata una busta per te. La trovi nello studio, sopra la scrivania.»
Antonino si curò di ringraziare la donna, alzando nella medesima misura il tono della voce. Poi assaporò a sorsi lenti e regolari il caffè amaro. Solo dopo lasciò la cucina e ripercorse il lungo corridoio, arrestando il passo a metà della sua
lunghezza e varcando la soglia del suo studio. Scorse il plico sulla scrivania e si sedette, indossando gli occhiali da presbite e scandendo a bassa voce: «Alla cortese attenzione dell'illustrissimo professor Antonino De Rosa.»
Staccò delicatamente il sigillo postale e cavò dalla grande busta giallo paglierino un manoscritto accuratamente rilegato, facendo scivolare accidentalmente un foglio sulle maioliche blu del pavimento. Si chinò per raccoglierlo, lo dispiegò
e assaporò un certo piacevole gusto alla vista della ricerca￾tissima grafia con la quale era scritta una fugace lettera di presentazione:

Illustrissimo Professor De Rosa,
voglia perdonare l'invadenza di un vecchio pazzo la cui unica consolazione
a questa vita sarebbe poter sapere che scrivere della propria storia sia valso
almeno lo sforzo compiuto per raccontarla.
Qualora volesse... 055-87910907

Adagiò la lettera sulla scrivania, prese tra le mani il manoscritto e passò oltre la prima pagina bianca. L'altra facciata rivelò il titolo dell'opera e il nome dell'autore.

La danza muta, Salvatore Raciti

Il pendolo alla parete lunga della stanza, appeso frontalmente rispetto alla scrivania, rintoccò le dieci del mattino. Era novembre, da due giorni, e il treno delle 13:35 in partenza dalla stazione di Siracusa — destinazione Milano Centrale — aveva uno scompartimento letto prenotato a suo nome. Di quel viaggio, peraltro, Antonino De Rosa non si era curato fin dal risveglio. Fu merito della sollecita, consueta e premurosa voce femminile — che stavolta pareva levarsi da un punto ben più lontano e indeterminato della villa — se riuscì ad accelera￾re le personali operazioni di preparazione. Non prima, però, di aver riposto grossolanamente il manoscritto e la laconica lettera all'interno della grande busta.
Si era convinto a concedersi quella lettura nel tempo del viaggio, cosciente che le venti ore a bordo del treno notte, in un modo o nell'altro, sarebbero dovute scorrere.

SINAPSI

Dei treni notte poteva ancora sentire l'esalazione degli odori — senza mai tuttavia averne conosciuto la vera radice — il fascino antico delle stazioni indistinguibili, le figure ombrose della notte stravaccate sulle panche al coperto delle pensiline
fasciste. Dei treni notte subiva il romanticismo degli incontri anonimi, degli intrecci che sarebbero potuti essere e che mai furono. Di ciò tratteneva il ricordo più limpido, dei capistazione impettiti che sentenziavano il muoversi ferroso e
stridulo dei convogli e delle locomotive diesel del secondo dopoguerra. Era affascinato, ancora, dallo spettacolo dei fiochi agglomerati urbani lucani inerpicati tra le montagne maestose, che squarciavano gli orizzonti tenebrosi delle ore tarde, prostrati alla seduzione delle traversate tutte italiche delle gen￾ti del Sud. Dei treni notte, e dei suoi alacri visitatori, sapeva che l'Italia tutta ne aveva tratto profitto negli anni fertili della ribalta e della ricostruzione. Era per questo che dei treni notte sapeva di potersi fidare.
Antonino De Rosa aveva preso posto nel suo scomparto. Il cuccettista si era offerto di aiutarlo a sistemare il bagaglio — ridotto all'essenziale — nel vano superiore della cabina letto. Antonino aveva declinato, preferendo tenere vicino a sé gli effetti personali e quanto di indispensabile per la prosecuzione del viaggio: tra le altre cose, i suoi occhiali e il manoscritto di quel tale Salvatore Raciti. Non gli sarebbe dispiaciuto condurre il viaggio in solitaria, ma sapeva bene quanto fosse improbabile. Per questo auspicava almeno un compagno di viaggio discreto e silenzioso.
Antonino De Rosa era salito sul treno notte in partenza dalla stazione di Siracusa — destinazione Milano Centrale — alle 13:27 del secondo giorno del mese di novembre dell'anno 2005. Aveva settant'anni, da sette mesi. In quegli ultimi minuti di stasi del lungo convoglio, calò il finestrino della sua cabina e si sporse a respirare un po' d'aria buona, osservando il flusso degli ultimi viaggiatori in procinto di salire a bordo. Mancavano otto minuti alla partenza.

«Andrà bene?»
«Vedrai che andrà bene, pupetta.»
«Prima o poi mi chiamerai col mio nome?»
«Sono sicura che un giorno non potrò farne a meno...»
Aveva provato un senso di gradevole tenerezza nell'udire le quasi impercettibili parole che due donne — l'una giovanissima in piedi sulla banchina attigua al treno, l'altra sopra i suoi robusti gradini d'accesso — si erano scambiate con rara
amorevolezza, nel fragore di quel chiassoso vociare. Avevano suggellato il loro arrivederci avvolgendosi in un delicato abbraccio, pochi attimi prima che il convoglio richiudesse le porte al mondo e muovesse la sua mole verso le stazioni
successive, separandole per i giorni a venire. Antonino richiuse celermente il finestrino e si mosse verso la porta scorrevole della cabina letto. La curiosità di sapere se la donna avrebbe viaggiato nel suo scompartimento fu subito
appagata allorché goffamente — nell'oltrepassare di corsa la soglia d'ingresso della sua cabina — incespicò sul bagaglio di lei che si apprestava ad entrare.
«Può perdonare un vecchio imbranato?»
«Solo se è in grado di aiutare una povera quarantenne alle prese con una stupida valigia!»
Prontamente, Antonino trascinò il bagaglio della donna dentro lo scompartimento. Non lo trovò particolarmente pesante, ma l'esagerato ingombro ne impediva un agevole e coordinato spostamento.
«Vuole che glielo riponga su?»
«La ringrazio, ma preferisco tenere le mie cose a portata di mano.»
“Saggia decisione” pensò, e la invitò ad accomodarsi dove preferiva, scusandosi ancora per il piccolo incidente.
Sedettero, l'uno di fronte all'altra, nell'usuale imbarazzo di chi è consapevole della forzata condivisione degli spazi vitali, che si sarebbe protratta inevitabilmente per le venti ore successive. Rimasero prigionieri di un silenzio che ad Antonino parve
lunghissimo e che fu interrotto, per il conforto di entrambi, dal sopraggiungere del capotreno per il controllo dei biglietti.
«Come mia madre...»
«Prego?»
«Si chiama Maria, come mia madre... così l'ha appena identificata il capotreno.» Fu il modo più naturale di riprendere il dialogo.
«E pensa sia un bel nome?»
«È un nome importante...»
Si raccolse tra le spalle, traendo da quel gesto il coraggio di proseguire: «Era sua figlia la ragazza alla stazione?»
«Cosa glielo fa pensare?»
«Beh... il suo vezzeggiativo è inequivocabile!»
Maria sorrise e annuì, riconoscendo la validità di quella deduzione.
«Lei, invece? Dov'è diretto?»
«Vado a Milano a trovare i miei figli, sono anni che non li vedo. E lei?»
«Anch'io vado a Milano, insegno in una scuola di provincia.»
Il treno era giunto alla stazione di Augusta. Arrivò in perfetto orario, alle 13:58. Nei due minuti di fermata, il vagone si riempì di una coppia di turisti stranieri, che si sistemarono nello scomparto accanto.
«Mm... francesi!»
«Che orecchio arguto, Maria! Posso chiamarla per nome?»
«Pose-le sur le lit!, lui ha detto così... certo che può chiamarmi per nome!»
«Insegnante di lingue, dunque?»
«Lingua inglese in una scuola media, per l'esattezza.»
«Eh, ma questi sono francesi!»
«Avevo ottimi voti in tutte le materie...»
Antonino abbozzò un sorriso e si voltò verso il finestrino. Il treno aveva appena ripreso il suo incedere, lambendo lo Io￾nio con la sua andatura lenta e regolare e scandendo il ritmo del suo passo sui giunti delle rotaie.
«Come si chiama?»
Antonino si riscosse dagli attimi di torpore in cui gli era fuggita la mente, ipnotizzato dalla sublimazione degli scenari che fluivano nostalgici e inesorabili al di là dei finestrini ser￾rati del treno in corsa.
«Chi?»
«Come chi? Lei! Come si chiama?»
«Mi perdoni... Antonino, Antonino De Rosa.»
«E cosa fa nella vita, Antonino?»
«Adesso sono in pensione, ma ho insegnato anch'io... materie umanistiche.»
«Pensi che combinazione!»
Il convoglio penetrava l'entroterra siciliano, muovendosi verso la stazione di Lentini e serpeggiando tra i campi di papaveri e gli agrumeti verdeggianti, bucando gli odori delle terre dissodate e fruttifere.
«Come mai in Sicilia, Maria? Se posso chiederle...»
«Per mia figlia... vive qui con il padre. Siamo separati, ma manteniamo un rapporto. Abbiamo trascorso qualche giorno insieme prima che ricominciasse l'università. Lei? È sposato?»
«No. Cioè... lo ero, ma se n'è andata molti anni fa.»
«Mi dispiace molto.»
«Sono passati tanti anni.»
«Quindi vive da solo?»
«C'è chi si occupa di me...»
Antonio Mauceri
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