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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Luca Fantin
Titolo: Laguna morta
Genere Giallo
Lettori 1
Laguna morta
La notte era di quelle che sanno di sale e di ferro.
La laguna taceva, piatta come un vetro, e solo il rumore sordo dei remi rompeva il silenzio.
Una barca scura tagliava l'acqua a colpi rapidi, quasi rabbiosi. A bordo, due uomini. Uno remava, l'altro guardava indietro, verso la riva lontana, dove le luci di Venezia tremolavano come candele nel vento.
— Infame de merda! — gridò il primo, la voce roca, un accento della terraferma che tradiva l'agitazione. —I xe drio rivare!
Il secondo uomo non rispose. Le braccia ferme, la giacca bagnata gli incollava la schiena. Ogni altro colpo di remo era come una preghiera.
Dal buio alle loro spalle arrivò un suono metallico. Uno sparo. Poi un secondo. Le onde si incresparono, un colpo sordo sull'acqua. Il primo uomo imprecò, tirando fuori una torcia e illuminando il volto del compagno: freddo, pallido, gli occhi dilatati.
— Dài, fermate, xe tutto deciso ormai! —
Ma l'uomo non rispose. Aveva smesso di remare. Il sangue gli scendeva lungo il braccio, lento, mischiandosi all'acqua salmastra.
Un'ombra apparve tra i riflessi lunari: un'altra barca, più grande, con un motore spento, che si avvicinava silenziosa, come un predatore.
Il primo uomo afferrò un remo, deciso a difendersi. Ma non ebbe il tempo. Un urlo, un tonfo, e il remo gli sfuggì dalle mani, schizzando gocce rosse.
La torcia cadde in acqua, spegnendosi con un sibilo. Per un attimo tutto tacque, poi un rumore sordo: una bestemmia, un colpo secco, il corpo di qualcuno dentro la barca.
Quando la corrente riportò l'imbarcazione verso il molo, un'ora più tardi, aveva al proprio interno un carico di morte e un remo incastrato tra le assi, segnato da una macchia scura che il mare non riusciva a lavare via.
E da lontano, il rintocco cupo di San Giorgio sembrava voler contare i minuti di un segreto che la laguna avrebbe, ancora una volta, cercato di seppellire.
Il commissario Andrea Vianello se stava appoggià al davanzal del suo ufficio alla Questura, guardando la laguna che sotto quel cielo grigio pareva più piombo che acqua.
El ghe piaxeva quel momento prima de tuffarse dentro le carte, i rapporti, le denunce. Ma stavolta no ghe fu tempo. La porta se spalancò.
— Commissario, xe rivà na segnalazion da Cannaregio — disse l'ispettore Brugnaro, un omo robusto con la voce sempre mezza strozzà. — Una barca abbandonà, co dentro un corpo.
Vianello se girò lento, sospirando.
— Sempre cusì, no? Quando par che ghe sia quiete, ghe xe sempre ‘na rogna.
Arrivati sul posto, la barca ondeggiava piano, legà a un palo storto. Dentro, un omo sui cinquant'anni, vestì ben, la testa riversa su un remo insanguinà.
— Par un affar brutto, commissario — disse Brugnaro. — I testimoni dicon che la barca la xe comparsa stanote, nessun sa da ‘ndove.
Vianello se chinò sul cadavere, tirò su un sopracciglio e borbottò:
— Ma va là, cossa me tocca veder... No xe un ladro, questo. Xe un omo de affari. Guarda el vestito, guarda le man. Pure, senza calli.
Un vecio gondoliere che stava a guardar, se intromise:
— El gà el muso de quei che fa schei coi schei, no coi remi.
Vianello lo fissò un momento, poi sorrise sotto i baffi.
— Bravo, vecio, te ga più occhio de tanti polizioti.

La sera, nel suo appartamento a Santa Croce, el commissario se fece un'ombra de vino bianco e pensava. La voce del gondoliere ghe restava in testa. “Schei coi schei, no coi remi.”
Un affare de soldi, quindi.
Gli sembrò quasi di sentire la voce de suo padre, che da vivo ghe diceva:
— Andrea, ricordete: a Venezia i schei fa più danni de l'acqua alta.
Vianello rise piano. Poi alzò el bicchiere verso la finestra, dove la luna illuminava i canali.
— Bon, doman se comincia. E vedaremo se ‘sto morto el ne conta la so storia.



La mattina dopo, Vianello era già in piedi prima del sole. Si fece un caffè nero, forte come un ceffon, e uscì che la città stava ancora sbadigliando.
Santa Croce profumava de umido e alghe, e un paio di gabbiani urlava come vecchie comari.
Alla Questura lo aspettava Brugnaro, che pareva più stanco de un gondoliere dopo la Regata Storica.
— Commissario, xe rivà un fax da la banca. El morto, el se ciamava Vittorio Giacomelli, imprenditor immobiliare. Un che comprava palazzi mezo sfondai e i rivendeva come se fusse palazzi ducali.
Vianello strinse le labbra.
— Ah, un altro che voleva far schei coi schei.
— Eh, ma qua ghe xe de più. El nome del Giacomelli vien fora in un paio de inchieste su affari sporchi a Mestre.

Decisero de visitar la moglie. Casa loro era a due passi dal Fondaco dei Tedeschi, appartamento lussuoso, con le finestre che guardava al Canal Grande. La signora, elegante ma co' l'aria consumada, li fece entrar senza fiatare.
— Mio marito xe sempre stado un omo de affari, commissario. No sempre puliti, mi ve digo la verità, ma non meritava ‘na fine cusì.
Vianello la fissò co' occhio attento.
— Signora, mi ghe credo che la so vita la xe stada piena de rischi. Ma chi ghe podaria volerghe tanto mal?
Lei abbassò gli occhi, strinse le mani.
— Ghe xe gente potente, commissario... Se si parla troppo, se rischia de sparir.

Uscendo dal palazzo, Brugnaro sbottò:
— Me par che la ghe sappia ben più de quel che dise.
Vianello lo fermò sul ponte, guardando l'acqua scura che ciapava la luce del mattin.
— Brugnà, te lo digo in venessian: “No stà mai fidarte de chi te parla metà, parchè l'altra metà xe quella che conta.”
E mentre un vaporetto passava lento, Andrea Vianello capì che l'affare del Giacomelli no riguardava solo schei, ma pure potere, omertà e, forse, Venezia stessa.




Il commissario stava seduto in ufficio, il giornale piegato in due davanti a sé. Sul Gazzettino la notizia del corpo trovato a Cannaregio aveva già fatto il giro: “Imprenditore vittima di regolamento di conti?”.
Vianello scosse la testa.
— Sempre la stessa storia. I giornalisti scrive prima, e dopo xe noi che gavemo da sistemar i cocci.
Brugnaro entrò con una cartella sottobraccio.
— Commissario, i ghe gà trovà qualcosa sulla barca. Xe registrà a nome de una società fantasma con sede a Mestre, la “Venus Trading s.r.l.”.
— Venus Trading? — Vianello rise amaro. — E cossa commercia, ‘sta Venus? Aria fritta?
Brugnaro aprì la cartella.
— Ufficialmente “import-export de materiali edili”. Ma i bilanci xe un casino: soldi che entra e sparisse, fatture false... tutto odora de riciclaggio.
Vianello si alzò, prese la giacca e se la buttò in spalla.
— Andemo a Mestre. Là ghe xe sempre meno poesia e più verità.

A Mestre li accolse un panorama de capannoni e strade dritte, così diverse dalle calli storte di Venezia. La sede della “Venus Trading” era una porta serrata con un campanello che non funzionava. Un cartello arrugginito diceva “Chiuso per lavori”.
Un vicino, un tabaccaio curioso, li fermò:
— Commissari, se cerché quei qua, i xe sparii da settimane. Ma la notte, a volte, ghe vien su dei furgoni. Senza insegne, ghe scarica robe e ghe parte subito.
Vianello alzò un sopracciglio.
— Furgoni de note, società fantasma, barche abbandonà... Cossa te par, Brugnà?
— Che no xe roba da mato, commissario. Ghe xe dentro manovre grosse.

Tornati a Venezia, Vianello volle passare per Cannaregio, dove la barca era ancora sotto sequestro. La laguna a quell'ora del vespro pareva calma, ma l'acqua aveva quell'odore dolciastro che mette i brividi.
Un pescatore, che puliva le reti sul ponte vicino, lo chiamò:
— Xe mi che l'ho visto, commissario. Stanote, prima che calasse la marea, ghe xe passà un barchin senza luci. Tre omini dentro. I parlava forte, no sembrava veneziani. Uno de lori ghe gà urlà: “Muoviti, che ci aspettano a Marghera!”
Vianello si fermò, il vento gli portava la voce del pescatore come un segreto.
— Marghera, te dise?
— Sì, sì. E dopo poche ore, eccola qua, la barca fantasma co' el morto.
Il commissario tirò su il bavero della giacca.
— Bravo fiol, me ga dado più informazioni ti che tutti i fascicoli messi insieme.

Quella notte, Vianello non riuscì a dormir. Stava al balcone del suo appartamento a Santa Croce, col bicchiere in mano. Guardava il Canal che scintillava sotto la luna.
“Un morto che non xe un ladro, una società che non esiste, dei furgoni che gira a Mestre, e un barchin che vien a Marghera... Se ghe meto insieme i pezzi, me sa che qua no se parla più solo de schei. Forse ghe xe in ballo droga, o armi. O peggio.”
Il telefono squillò, rompendo il silenzio.
Dall'altra parte, la voce roca del questore:
— Commissario, te voio dir una roba chiara: stai attento. Sta indagine xe delicata. Troppo delicata. Ghe xe interessi alti, e se ti te movi male, te ritrovi a piedi nudi sul ponte senza ritorno.
Vianello non rispose subito. Guardò l'acqua, bevve un sorso, e infine disse:
— Questore, se ghe xe gente che pensa de far da paron in casa nostra, mi ghe digo solo ‘na roba: no i ga capì che Venezia la xe piccola, ma la memoria sua xe granda. E mi ghe farò cantare la laguna.
Riattaccò. E capì che l'indagine era appena iniziada.
Luca Fantin
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