Writer Officina Blog
Ultimi articoli
Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP, ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo già formattato che per la copertina.
Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
Home
Admin
Conc. Letterario
Magazine
Blog Autori
Biblioteca New
Biblioteca Gen.
Biblioteca Top
Autori

Recensioni
Inser. Estratti
@ contatti
Policy Privacy
Writer Officina
Autore: Franco Filiberto
Titolo: Guardami o ti uccido
Genere Giallo
Lettori 1
Guardami o ti uccido
Il commissario Pandolfi e l'altra metà del cielo.
Fece scorrere lentamente verso il basso il cursore e la musica andò pian piano sfumando.
«E anche questa notte va morendo, come è giusto che sia. Maghi, vampiri e streghe, lupi mannari e zombie, è il momento di lasciarvi, devo andare. Fra poco sorgerà il sole e io, come voi, devo ritirarmi nella mia tana. Un abbraccio dal vostro Ianus. A domani.»
La musica andò per alcuni secondi in crescendo e le note dei Pink Floyd riempirono l'aria.
Era la sigla che concludeva la trasmissione.
Ianus dette un'occhiata all'orologio appeso al muro sulla sua sinistra, vicino al vecchio manifesto dei Beatles in Abbey road, stese le gambe sotto il tavolo ed attese alcuni secondi, poi abbassò ancora la musica e con voce bassa e impostata mormorò:
«In realtà non c'è un lato oscuro nella luna... Di fatto, è tutta oscura.»
Poi ancora la musica di Eclipse in primo piano.
All that is gone
All that's to come
And everything under the sun is in tune
But the sun is eclipsed by the moon.
Ianus chiuse il microfono, si tolse la cuffia e armeggiò ancora sulla consolle, poi digitò qualcosa sul computer e la parte registrata delle trasmissioni andò in onda. Allargò le braccia e stese i muscoli indolenziti, poi si alzò, prese il casco e spense le luci.
Il buio era a tratti rischiarato dai led che guizzavano sulle apparecchiature come impulsi nervosi di un animale che si risveglia dal letargo e riprende a vivere. A lui piaceva pensare al grande potere che quel lavoro gli dava, alla magia che stringeva in pugno: da quella stanza un po' retrò dai muri ricoperti di gommapiuma, da quella selva di cavi e morsetti, le sue parole, la sua musica e i suoi pensieri attraversavano l'etere e giungevano ai suoi ascoltatori.
Il popolo delle tenebre.
Chiuse a chiave la porta, inserì l'allarme e uscì in strada.
Era ancora notte ma una luce pallida andava sbiadendo il cielo a est mettendo in risalto le sagome scure delle nuvole che facevano da sfondo ai palazzi che si assiepavano lungo la strada che portava alla zona industriale. Il rombo assordante di un camion squarciò il silenzio e andò a svanire lontano.
Ianus indossò il giubbotto di pelle e appoggiò il casco sul sedile della moto, poi tirò fuori dal taschino un piccolo registratore e lo rimise subito al suo posto chiudendo la cerniera.
Avviò la moto e partì adagio.
Il gran giorno. Tutto stava per iniziare.
La luna andò a nascondersi dietro le nuvole.

II

Aria di pioggia. L'ispettore Ida Niccolini alzò il bavero del giubbotto e si diresse verso la macchina. La sera precedente aveva fatto più tardi del solito e dover uscire a quell'ora incideva in negativo sul suo umore.
Aria di pioggia e odore di muffa, di asfalto bagnato e di gas di scarico.
Le quattro frecce dell'auto lampeggiarono quando Ida premette il pulsante del telecomando e, nonostante fosse almeno a trenta metri, avvertì distintamente il click delle sicure che si aprivano. La strada era deserta e avvolta da un silenzio inusuale. Ida sedette al posto di guida e aprì i finestrini per far uscire l'odore di fumo che ristagnava nell'abitacolo.
Ci sono momenti nei quali ci si sente gli unici abitanti della terra, momenti di solitudine che non preludono alla tristezza, anzi provocano un piacevole senso di pace.
Ida gustava questa sensazione seduta in auto a motore spento, respirava l'aria autunnale e si cullava in quel silenzio.
Una moto le passò accanto rombando, scalò le marce scoppiettando e curvò a sinistra verso la piazza, poi il rombo andò ad attenuarsi fino a svanire.
L'ispettore Serra era stato chiaro: “Fai con calma, ho già sistemato tutto ma se tu potessi darmi una mano con i testimoni, anzi con le testimoni, mi faresti un grosso piacere.” Aveva parlato di un ferimento in strada. La vittima era una donna, forse una prostituta. Non era un caso poi così infrequente.
Ida mise in moto e partì adagio.
Si sarebbe fermata al primo bar aperto a prendere un caffè, ma, nell'attesa, accese una sigaretta, aumentò l'andatura e curvò a destra verso il lungofiume.


Il commissario Pandolfi si svegliava presto ogni giorno, domenica compresa. Abitudine.
Bioritmi, aveva suggerito una sua amica, stress aveva sentenziato il dottor Avenzi. Quale che fosse la causa, a lui non dispiaceva svegliarsi presto e rimanere qualche minuto in più a letto per pensare alla giornata che stava per affrontare, per dare un minimo di ordine ai suoi impegni. Era per lui un modo per riflettere con calma in quel silenzio quasi magico che accompagna l'alba, un silenzio che contribuiva sensibilmente a distendere i nervi e a riconciliarsi col mondo.
Martedì, ebbe il tempo di pensare mentre il rumore assordante di vetri rotti arrivò dalla strada. Martedì, giorno che l'azienda incaricata dedicava allo svuotamento delle campane per la raccolta del vetro.
Il perché un'operazione così rumorosa fosse fatta a un'ora così antelucana era una domanda che ogni volta Pandolfi si poneva con un moto di stizza, domanda che rimaneva irrimediabilmente senza risposta.
Quando il camion del vetro si allontanò, il silenzio riprese possesso della strada, Pandolfi si alzò e mise la caffettiera sul fornello.
Bevve una tazzina di caffè bollente seduto al tavolo della cucina e ne riempì subito un'altra che sorbì a piccoli sorsi fumando la prima sigaretta della giornata.
Martedì. C'era un proverbio che sua nonna rammentava spesso, un detto popolare che relegava il martedì e il venerdì fra i giorni meno adatti per intraprendere viaggi e per iniziare opere artistiche. Per lui il martedì, almeno negli ultimi tempi, era il giorno dell'incontro con il questore.
E del vetro.
Quale fosse, delle due, la cosa che più gli rompeva i coglioni, era difficile a dirsi.
Fece una doccia e si versò ancora un fondo di tazza di caffè che bevve mentre si asciugava.
Decise che prima dell'incontro con il questore sarebbe passato dal commissariato.
Scese in strada e si avviò verso la macchina.

III

Quando Ida lo raggiunse, l'ispettore Serra era circondato da cinque o sei donne gesticolanti che i due agenti in divisa riuscivano a stento a tenere a bada.
L'imbarazzo del collega nel gestire la situazione la fece sorridere e si fermò per un attimo ad osservare il piccolo tumulto. Non distingueva bene le parole ma dai gesti si capiva che le donne stavano protestando animatamente.
Si avvicinò e salutò Serra con un cenno del capo, poi chiese senza rivolgersi a nessuno in particolare: «Si può sapere cos'è questo casino?»
«Non abbiamo fatto niente, che volete da noi?» chiese una stangona dai capelli biondo platino tagliati corti.
«Vogliamo mandarvi a casa al più presto e, possibilmente, senza passare dal commissariato» disse Ida, che aggiunse «Sempre che ce lo facciate fare.»
Il vociare di poco prima andò sfumando in qualche mormorio per poi spegnersi del tutto.
«Fammi un riassunto, dei dettagli parleremo poi con calma» disse Ida, rivolta a Serra.
«C'è poco da dire. Telefonata anonima, voce femminile. Quando siamo arrivati la donna era riversa a terra ma cosciente. Lividi sulla faccia e sulle braccia e sanguinava da un fianco, penso una ferita da coltello. Ora è in ospedale. Tutte queste signore erano qui ma non hanno visto niente... Abbiamo preso le generalità ma, per il resto, non gli si cava una parola di bocca!»
«Va bene, va bene, ho capito.»
«Chi di voi si trovava qui al momento del ferimento?» Domandò Ida, senza rivolgersi a nessuna in particolare.
Silenzio assoluto e sguardi persi nel nulla.
«Bene, vedo che l'unico modo è andare in commissariato e procedere con l'interrogatorio di ognuna di voi. Peccato, avrei preferito...»
«Io era qua, ma non visto niente, donna appoggiata a muro e poi scivolata a terra... ma io non sa di altro» disse una biondina piuttosto giovane e minuta, in bilico su due tacchi da vertigini.
«Nessuna di voi la conosce o l'aveva già vista?»
Ci fu un coro di no.
«Lei non di qua. Io sempre qua e mai vista altre sere. Mai» disse un'altra.
«Qualcuna di voi ha visto da dove veniva, se c'era qualcuno con lei, se è scesa da una macchina...»
Fu ancora la stangona a parlare: «Lei venuta da là. Poi appoggiata a muro...»
«...e poi è scivolata giù. Ho capito, ho capito» concluse la Niccolini.
Ida Niccolini, ispettore, era in polizia da molti anni e sapeva per esperienza che continuare non avrebbe aggiunto niente di rilevante alle loro informazioni. Si accertò che di ognuna fossero state prese le generalità complete poi disse: «Bene, signore. Per il momento abbiamo finito. Se a qualcuna venisse in mente qualche particolare in più potete trovarmi in ogni momento. Potete andare.»
«Non si farà viva nessuna» disse Serra avvicinandosi a Ida che osservava le donne che si allontanavano.
«Come si chiama quella?» chiese Ida, indicando l'unica del gruppo che stava da sola.
Iamo Serra consultò il suo cellulare: «Irina Ureche, rumena come le altre, in città da circa una ventina di giorni.»
«Lei non ci ha detto tutto.»
«Non ci ha detto niente!»
«Appunto. Secondo me sa qualcosa, ma con le altre vicino non parla. Vedremo. Andiamo a fare colazione, così mi dici qualcosa della vittima. A proposito si sa come se la passa?»
«Ancora non so niente. È andato Coli all'ospedale. Appena ci sono novità mi fa sapere.»
Ida scattò una foto del marciapiede e delle macchie di sangue, dette un ultimo sguardo intorno per vedere se le fosse sfuggito qualcosa, poi disse: «Andiamo, qui non possiamo fare altro.»
Franco Filiberto
Biblioteca
Acquista
Preferenze
Recensione
Contatto