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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Franco Arbore
Titolo: Accanto ai Nomi che Amava
Genere Romanzo
Lettori 2
Accanto ai Nomi che Amava
Ci sono famiglie che attraversano il tempo senza lasciare traccia.
E ce ne sono altre che, pur senza avere ricchezze, potere o importanza, riescono a sopravvivere dentro la memoria perché hanno saputo custodire qualcosa che il mondo moderno sta lentamente perdendo: l'amore reciproco.
Non un amore perfetto.
Non quello raccontato nelle favole.
Ma quello vero.
Fatto di sacrifici silenziosi, rinunce, fedeltà, perdono e responsabilità.
L'amore di chi resta accanto anche quando la vita colpisce duro.
L'amore di chi continua a sentirsi famiglia nonostante guerre, lutti, lontananze e cambiamenti che sembrano voler cancellare tutto.
Questa è la storia di una famiglia del Sud Italia attraversata da quasi un secolo di storia: la povertà contadina, le due guerre mondiali, il fascismo, la fame, il progresso, l'emigrazione, la fine della civiltà rurale.
Ma soprattutto questa è la storia di uomini e donne semplici che hanno cercato di restare umani dentro un mondo che cambiava troppo in fretta.
M'ba Donato, Pasquale, Carmela, Concetta, Addolorata, Felice, Raffaele, Teresa...
Persone comuni.
E proprio per questo straordinarie.
Perché certe vite insegnano che la vera grandezza non sta nel successo o nella fama, ma nella capacità di voler bene senza smettere mai di assumersi il peso degli altri.
Oggi, in un tempo dove tutto sembra più fragile, veloce e sostituibile perfino nei rapporti umani, questa storia vuole ricordare una verità semplice: nessuna famiglia sopravvive senza amore.
E nessun amore sopravvive senza sacrificio.
Questo romanzo non racconta eroi.
Racconta persone.
Persone semplici, nate in un mondo dove la vita era dura, il lavoro consumava il corpo e il destino spesso decideva senza chiedere permesso.
Uomini e donne che non avevano quasi nulla, se non la propria dignità e la propria famiglia.
Eppure, proprio in quella semplicità, c'era una ricchezza che oggi sembra diventata rarissima: il senso profondo dell'appartenersi.
Nel corso di queste pagine vedrete nascere amori, figli e speranze.
Vedrete giovani partire per guerre da cui molti non torneranno.
Vedrete madri consumarsi dal dolore e uomini imparare a nasconderlo dietro il silenzio.
Vedrete il tempo cambiare il mondo: le campagne svuotarsi, i mestieri sparire, le famiglie disperdersi nelle città, la modernità sostituire lentamente ogni cosa antica.
Ma sopra tutto questo rimarrà sempre una forza ostinata: l'amore familiare.
Un amore che in questa storia non è mai retorica.
È fatica quotidiana.
È pane condiviso.
È sacrificio.
È una sorella che affida i propri figli alla sorella prima di morire.
È una donna che cresce bambini non suoi come fossero propri.
È un uomo che continua a lavorare anche col corpo spezzato dalla guerra.
È una famiglia che, pur attraversando lutti devastanti, non smette mai di stringersi attorno ai più fragili.
Oggi viviamo in un tempo in cui l'amore sembra spesso diventato qualcosa di provvisorio, fragile, negoziabile.
Un sentimento che dura finché non pesa troppo.
L'egoismo, lentamente, ha insegnato agli uomini a difendere se stessi più che a custodire gli altri.
Per questo questa storia guarda indietro.
Non per nostalgia cieca del passato – che fu anche dolore, ingiustizia e sacrificio – ma per ricordare che esistono valori senza i quali nessuna società riesce davvero a restare umana.
La solidarietà.
La responsabilità.
Il rispetto.
La memoria.
E soprattutto la capacità di amare qualcuno più di se stessi.
Forse è proprio questo il cuore del romanzo: la convinzione che una vita non diventi importante per quello che possiede, ma per l'amore che lascia dietro di sé.
E se, arrivati all'ultima pagina, resterà nel lettore almeno il desiderio di voler bene un po' di più alla propria famiglia, allora questa storia avrà raggiunto il suo scopo.
Accanto ai nomi che amava
Romanzo
Capitolo I – La masseria di Saviliano
Nel 1912, a Saviliano, la terra non apparteneva a chi la lavorava.
Lo sapevano tutti, e nessuno lo diceva.
La masseria di Don Gregorio si stendeva larga sulla Murgia, tra pietre bianche e campi che d'estate si facevano gialli come il pane cotto troppo.
Intorno, muretti a secco disegnavano confini che gli uomini rispettavano più per abitudine che per legge, e ulivi antichi, contorti, sembravano vecchi seduti a guardare il tempo passare.
La giornata cominciava quando il cielo era ancora grigio.
La masseria si svegliava prima del sole.
Non c'era bisogno di orologi, né di campane.
Bastava il respiro della terra, quel chiarore incerto che s'insinuava tra i muri bassi e le stalle, e già qualcuno era in piedi.
Un rumore di secchi, uno scalpiccio di zoccoli, il cigolio lento di un portone: erano questi i segnali del giorno che cominciava.
La Murgia non faceva sconti a nessuno.
Era terra dura, pietra affiorante e vento che d'inverno tagliava la faccia e d'estate bruciava i pensieri.
Intorno a Saviliano, le campagne si stendevano larghe e silenziose, interrotte solo dai muretti a secco, costruiti pietra su pietra da mani che avevano imparato più a fare che a parlare.
La masseria di Don Gregorio stava lì, appena fuori dal paese, come un piccolo mondo chiuso in se stesso.
E il padrone, Don Gregorio, arrivava sempre più tardi.
Vecchio possidente, con la schiena ormai piegata più dagli anni che dal lavoro – che, in verità, non aveva mai conosciuto davvero – Don Gregorio compariva sull'aia quando il sole era già alto, accompagnato dal bastone e da una lentezza che imponeva rispetto.
Non alzava la voce, non ne aveva bisogno.
Bastava la sua presenza a ricordare a tutti di chi fosse quella terra.
Un portone largo, annerito dal tempo.
L'aia battuta: liscia per il passaggio continuo di uomini e animali.
Le stalle da un lato, la casa padronale dall'altro, e poco più in là, separate ma vicine, le abitazioni di chi quella terra la lavorava davvero.
Il giorno cominciava prima dell'alba.
M'ba Donato era già fuori: era sempre il primo.
Non usciva: compariva.
Come se la notte lo restituisse alla terra ogni mattina, senza bisogno di svegliarlo.
Alto, asciutto, con il volto scavato e gli occhi che non si perdevano mai in niente d'inutile.
Con mani dure e nodose, segnate da anni di lavoro che non avevano mai conosciuto tregua.
Si fermava sull'aia e guardava.
Parlava poco, ma quando parlava, gli altri ascoltavano.
Non per paura, ma perché sapevano che le sue parole non erano mai sprecate.
Era lui l'uomo di fiducia del padrone.
Era già fuori quando il cielo era ancora grigio, con il cappello calcato sulla testa, in bocca il sigaro ancora spento e il passo lento ma sicuro, di chi non ha mai avuto bisogno di correre.
Usciva di casa quando il cielo era ancora una promessa, e con la giacca pesante anche d'estate, perché l'aria del mattino sapeva essere traditrice.
Si fermava sempre nello stesso punto, al centro dell'aia, e guardava.
Le stalle, il pozzo, il forno, i carri.
Ogni cosa doveva essere al suo posto.
Non cercava qualcosa di preciso: controllava che tutto fosse al suo posto, che la masseria respirasse come doveva.
Contava, senza contare: le bestie, gli attrezzi, le porte chiuse bene, il silenzio giusto prima del lavoro.
Dopo, poco alla volta, la masseria si svegliava.
Dietro di lui, a distanza di rispetto, arrivava Pasquale.
Trentun anni, spalle larghe, mani già consumate come quelle del padre, ma con dentro ancora una forza diversa, più giovane.
Non parlava molto neanche lui, ma a differenza di m'ba Donato, ogni tanto sorrideva, soprattutto quando in casa si sentivano le voci delle figlie.
Non aveva bisogno di ordini: bastava uno sguardo tra lui e m'ba Donato per capire cosa c'era da fare.
Tra i due non passavano molte parole, ma non ne servivano.
«Oggi si va alla vigna», disse m'ba Donato, senza voltarsi.
Pasquale annuì.
Non serviva altro.
E già bastava.
Dalle stalle arrivavano i primi rumori: le vacche che si muovevano, il fiato caldo dei cavalli e delle pecore, desiderose di andare al pascolo, il raschiare della paglia.
Un garzone trascinava un secchio, un altro sistemava le briglie.
Il lavoro si distribuiva come sempre, senza bisogno di essere deciso ogni giorno.
Dentro casa, Assunta era già al lavoro.
La cucina era già viva.
Assunta, la moglie di m'ba Donato, stava al fuoco.
M'ba Donato e Assunta non si cercavano molto durante il giorno.
Ognuno nel suo posto, nel suo compito.
Ma bastava uno sguardo, una parola “breve”, per capirsi.
Non avevano bisogno di dirsi altro.
La vita, per loro, era già stata detta tutta.
E quello che restava... lo portavano insieme, senza bisogno di nominarlo.
La cucina della masseria non era solo per la sua famiglia; era il cuore caldo di tutti quelli che lavoravano nei campi: braccianti, garzoni, uomini di passaggio.
Una stanza grande, annerita dal fumo, con il camino sempre acceso e pentole che non conoscevano riposo.
La minestra, la pentola grande appesa, il profumo del pane riscaldato e della cicoria, qualche volta la carne – quando capitava – passavano tutti da lì.
Assunta si muoveva con gesti misurati, senza fretta ma senza pause; senza fare rumore, come se il lavoro fosse una preghiera.
Non alzava quasi mai la voce, eppure bastava uno sguardo per farsi capire.
Aveva imparato a dosare il sale come le parole: il giusto; mai di più.
Non cucinava solo per la sua famiglia: quella stanza era il cuore della masseria.
Gli uomini entravano, mangiavano, uscivano.
E lei restava lì, a reggere il ritmo di tutti.
Carmela, la moglie di Pasquale, le dava una mano, con movimenti rapidi e precisi.
Era una donna giovane ma già temprata, con lo sguardo basso e attento a non lasciare nulla indietro.
Carmela e Pasquale non erano una coppia che si raccontava.
Non avevano bisogno di dirsi “amore” per saperlo.
Lo vivevano nei gesti, nelle rinunce, nella fatica condivisa.
E forse era proprio questo il loro modo di amarsi: restare.
Sempre.
Dietro, un po' più lente, le due bambine.
Carmela era una donna pratica, senza fronzoli.
Aveva il viso segnato già prima del tempo, le mani sempre in movimento.
Nelle faccende si affrettava, anche se non ne capiva il motivo.
Aveva imparato a non aspettarsi niente di più di quello che la vita le dava, e forse per questo non si lamentava mai.
Gli uomini si dividevano i compiti.
Qualcuno legava i muli, altri caricavano i carri.
Il rumore del ferro, del legno, delle voci basse creava una musica che si ripeteva ogni giorno uguale.
Le voci s'intrecciavano, ma non c'era confusione: ognuno sapeva cosa fare.
Era una macchina antica, fatta di abitudini e di fatica, che andava avanti senza bisogno di essere spiegata.
M'ba Donato passava tra loro, fermandosi qua e là, controllando, correggendo, senza mai alzare la voce.
Bastava una parola, un cenno.
Quando gli uomini erano già nei campi, la masseria cambiava ritmo.
M'ba Donato entrava in cucina, si toglieva il cappello e lo poggiava sempre nello stesso punto.
Le donne sistemavano, pulivano, preparavano.
Le bambine, finite le piccole incombenze, venivano mandate fuori.
Fuori era libertà, ma non senza confini.
Correvano dietro alle galline, raccoglievano legna sottile, giocavano tra i muretti.
E ogni tanto si spingevano un po' più in là, verso la parte, dove la terra lasciava spazio a qualche albero basso, qualche quercia storta, qualche macchia di ombra.
Era lì che, nei giorni giusti, si cercavano i funghi.
Non era un passatempo, non davvero.
Era un modo per aggiungere qualcosa alla tavola.
Ma per le bambine era quasi una caccia segreta.
«Guarda lì», disse Concetta, accovacciandosi vicino a una pietra.
Addolorata si avvicinò piano, come se il fungo potesse scappare.
«È buono?»
Concetta lo guardò, seria, come aveva visto fare agli adulti.
«Sì. Questo sì.»
Lo raccolse con cura, pulendolo con le dita.
Erano momenti piccoli ma pieni.
Il sole che filtrava, il silenzio, il mondo che sembrava lontano.
Non sempre erano sole.
A volte, da lontano, si vedeva Ettore.
Aveva quattordici anni, vestito migliore degli altri, ma non abbastanza da sembrare davvero lontano.
Veniva spesso a girare nei campi, più per curiosità che per necessità.
Non parlava molto con le bambine.
Tuttavia capitava che si fermasse, osservasse.
Una volta si avvicinò.
«Quelli non li raccogliete», disse, indicando un gruppo poco più in là.
Concetta lo guardò.
«Perché?»
«Sono cattivi.»
Non spiegò altro.
E non serviva.
Addolorata si strinse alla sorella.
Concetta, invece, lo guardò ancora un momento, come per capire se fosse vero, o se lo stesse dicendo solo perché lui poteva.
Ettore accennò un mezzo sorriso e se ne andò.
Quel sorriso restò.
Non si sapeva, dove metterlo, ma restò.
I giorni passavano così: uno uguale all'altro eppure mai identico.
Il lavoro, il pane, il sole, la sera.
La sera era il momento in cui la masseria si raccoglieva.
Gli uomini tornavano stanchi, si sedevano sull'aia o vicino al muro caldo della giornata.
Qualcuno fumava, qualcuno parlava piano.
Si raccontavano cose semplici: il raccolto, il tempo, una bestia che non stava bene.
A volte si parlava anche di altro.
Di quello che si sentiva dire in paese.
Di tensioni lontane, di discorsi che arrivavano fino a lì senza farsi capire del tutto.
«Dicono che l'Italia si muove», affermò una sera un bracciante.
M'ba Donato, non rispose subito.
«L'Italia si muove sempre», disse poi.
«Vediamo dove.»
Pasquale guardò il padre, ma non aggiunse nulla.
Concetta ascoltava, seduta poco distante, con Addolorata appoggiata alla sua spalla.
Non capiva tutto, ma capiva abbastanza da sentire che qualcosa, fuori da quella masseria, stava cambiando.
Ettore, quella sera, non c'era.
Ma il suo posto, in qualche modo, si sentiva.
La notte scendeva lenta sulla Murgia.
Il vento si alzava leggero, portando odore di terra e di erba secca.
Le luci si spegnevano una dopo l'altra.
Restavano solo il buio e il respiro delle cose.
Tutto sembrava fermo.
E invece, senza rumore, il tempo aveva già cominciato a muoversi.
Un giorno come tanti, eppure diverso, arrivò senza annunciarsi.
Don Gregorio si presentò più presto del solito.
Non era solo.
Accanto a lui, il figlio Ettore aveva un'espressione nuova, più tesa.
Non salutò nessuno come faceva di solito.
Si fermò al centro dell'aia, aspettando che m'ba Donato si avvicinasse.
«Donato» disse il vecchio padrone, battendo leggermente il bastone a terra, «è tempo che il ragazzo cominci a prendersi le sue responsabilità.»
M'ba Donato abbassò appena il capo.
«Come comandate, Don Gregorio.»
Ettore fece un passo avanti, guardando gli uomini, poi la masseria, poi di nuovo il massaro.
«Voglio seguire il lavoro dei campi» disse, con una voce che cercava fermezza.
«Da vicino.»
M'ba Donato lo osservò per un istante più lungo del solito.
«La terra non si guarda, si fa» rispose.
Non era una sfida.
Era un avvertimento.
Ettore annuì, ma nei suoi occhi passò qualcosa che nessuno colse davvero.
Forse impazienza, forse orgoglio.
Forse qualcosa che la masseria, con il suo tempo lento, non avrebbe mai saputo contenere.
Quel giorno continuò come tutti gli altri.
Il sole salì, il lavoro avanzò, il pane venne spezzato e condiviso.
Carmela aiutava la suocera, Concetta e Addolorata portavano acqua agli uomini, e ogni cosa sembrava seguire un ordine antico, immutabile.
Eppure, senza che nessuno potesse dirlo, qualcosa si era mosso.
Come quando la terra, sotto, comincia a cedere appena, prima ancora che qualcuno se ne accorga.
La masseria restava lì, solida, ancorata al suo tempo.
Invece il tempo, piano, aveva già cominciato a cambiarla.
Un giorno, quando Don Gregorio arrivò, il lavoro era già avviato.
Il vecchio padrone si fece vedere sull'aia con il bastone e il passo lento.
Non salutò nessuno.
Non era necessario.
Dietro di lui, Ettore.
Diciassette anni, alto per la sua età, con un'aria che non si decideva ancora tra il ragazzo e l'uomo.
Indossava abiti più puliti degli altri, ma non eleganti.
Guardava tutto con attenzione, come se volesse imparare di più.
Ettore si fermò vicino al pozzo.
Concetta era lì, con il secchio.
Per un attimo, nessuno parlò.
«È pesante?» chiese lui.
Concetta lo guardò appena, poi fece spallucce.
«Si fa.»
Ettore accennò un sorriso, ma non disse altro.
Fu un momento breve, ma restò.
Sulla Murgia, i legami non nascevano con le parole.
I giorni passavano uguali, eppure diversi.
In primavera si andava nei campi a sistemare la terra, a togliere le pietre che tornavano sempre fuori, come se la terra non le volesse nascondere.
D'estate si mieteva, sotto un sole che piegava la schiena e svuotava la testa.
L'autunno portava l'uva, e con essa un po' di allegria: le mani sporche di mosto, le risate più facili.
E poi c'era l'inverno.
Quando il lavoro rallentava, ma non finiva mai.
Era allora che gli uomini, a volte, si spingevano verso le lame e i boschetti più lontani.
«Domani si andrà a funghi» disse Pasquale una sera, seduto accanto al fuoco.
Concetta alzò lo sguardo.
«Vengo pure io.»
Pasquale la guardò, poi guardò Carmela.
«Se sta vicino a me.»
La mattina dopo partirono presto.
La Murgia cambiava volto appena si lasciavano i campi aperti.
Tra le pietre e gli alberi bassi, il terreno si faceva più scuro, più umido.
Bisognava sapere dove mettere i piedi, dove guardare.
Pasquale camminava davanti, con il cesto.
Concetta dietro, attenta a ogni passo.
Addolorata restava più indietro, ma non si perdeva.
Ogni tanto raccoglieva qualcosa, più per imitare che per capire.
«Quelli no», disse Pasquale, indicando un fungo.
«Ti fanno male.»
Concetta annuì.
Imparava in fretta.
Ettore li raggiunse più tardi.
Non era obbligato a venire, ma veniva.
«Non li troverai mai se guardi così», disse Pasquale, senza cattiveria.
Ettore si chinò, toccò la terra.
«Allora insegnami.»
Pasquale non rispose subito.
Poi fece un cenno.
«Segui.»
Quel giorno tornarono con il cesto mezzo pieno.
Non era molto, ma bastava.
La sera, in cucina, mentre Assunta puliva i funghi e l'odore riempiva la stanza, Concetta raccontava a Carmela quello che aveva visto, come se fosse una cosa importante.
E Carmela ascoltava.
Gli anni scivolavano via così.
Senza fretta, senza promesse.
Nel 1915, quando si cominciò a parlare di guerra, alla masseria nessuno capì subito cosa volesse dire davvero.
Era una parola lontana.
Poi, piano, diventò vicina.
Gli uomini cominciarono a partire.
Partì anche Pasquale.
Capitolo II – m'ba Donato e Assunta
M'ba Donato non era un uomo che si faceva notare.
Eppure, quando c'era, si sentiva.
Aveva superato da poco i sessant'anni, ma il tempo, su di lui, non si era limitato a passare: si era fermato, lasciando segni profondi.
Il volto era scavato, la pelle scura di sole e vento, le mani grosse, dure, con le dita piegate come radici.
Non c'era parte del suo corpo che non parlasse di lavoro.
Anche il modo in cui stava fermo diceva fatica.
Camminava diritto, senza fretta.
Non perché potesse permetterselo, ma perché sapeva che la fretta non serve a chi conosce la terra.
Ogni passo era misurato, ogni gesto necessario.
Non sprecava energie, né parole.
Parlava poco.
E quando lo faceva, non alzava mai la voce.
Non ne aveva bisogno.
Bastava una frase, detta piano, per farsi capire.
Gli uomini lo rispettavano non per timore, ma perché sapevano che da lui non veniva mai nulla d'inutile.
Era il massaro.
L'uomo che teneva insieme il lavoro degli altri e la volontà del padrone.
Stava in mezzo, ma senza appartenere davvero a nessuno dei due mondi.
Non era padrone, ma neanche semplice contadino.
Era qualcosa di più difficile: uno che doveva far funzionare tutto, senza mai sbagliare.
E Donato, sbagliare, aveva imparato presto a non permetterselo.
Da giovane non era diverso nel corpo, ma lo era nello sguardo.
Più acceso, più rapido.
Aveva conosciuto la fatica presto, ancora ragazzo, quando già stava nei campi con gli uomini più grandi, senza chiedere sconti.
Non aveva avuto una vera giovinezza da ricordare: solo stagioni che si susseguivano, lavori che cambiavano, e un padrone dopo l'altro da servire.
Aveva imparato osservando.
I vecchi, i caporali, i fattori che venivano prima di lui.
Aveva visto chi si faceva rispettare e chi invece veniva aggirato.
E aveva capito che la forza non stava nel gridare, ma nel non lasciare spazio all'incertezza.
Quando Don Gregorio lo prese come uomo di fiducia, Donato era già quello che sarebbe rimasto per tutta la vita: uno che non si mette in mostra, ma che tiene tutto in piedi.
Di quel tempo gli era rimasta una cosa sola: la convinzione che la terra non perdona distrazioni.
E lui non se ne concedeva.
Assunta la conobbe senza cercarla.
Non fu un incontro da ricordare con parole grandi.
Nessuna promessa, nessun gesto che si potesse raccontare.
Si erano visti, più volte, nelle case, nelle campagne, nei giorni di festa.
Lei aiutava in cucina, lui stava fuori con gli uomini.
Si notarono piano.
Assunta parlava poco quanto lui, ma nei suoi gesti c'era una sicurezza che non aveva bisogno di essere mostrata.
Non rideva spesso, ma quando lo faceva era senza leggerezza.
Come se anche la gioia, per lei, dovesse avere un peso.
Donato la guardava di lato.
Non si avvicinava, non cercava occasione.
Ma la osservava mentre lavorava, mentre si muoveva tra le altre donne senza mai perdere il passo.
E capì, prima ancora di dirlo, che quella era una donna che non si sarebbe spezzata.
Si sposarono senza fare rumore.
Come si fanno le cose necessarie.
Non ci fu bisogno di parole tra loro.
Si riconobbero per quello che erano: due persone abituate a portare, più che a chiedere.
E da allora, andarono avanti così.
Ognuno nel proprio posto, senza invadere quello dell'altro.
Con la famiglia, Donato era lo stesso uomo che si vedeva fuori.
Non dava carezze, non cercava confidenze.
Ma c'era.
Sempre.
La mattina per primo, la sera per ultimo.
E in quella presenza continua c'era tutto quello che non diceva.
Guardava il figlio e le nipoti con attenzione, senza fermarsi troppo su di loro.
Non era uomo da dimostrazioni.
Eppure, se qualcosa non andava, lo vedeva subito.
Un gesto sbagliato.
Un silenzio diverso.
Uno sguardo che si fermava troppo a lungo.
E interveniva.
Senza spiegare.
Non alzava la voce, non cercava di convincere.
Bastava una parola.
E quella parola restava.
Perché detta da lui, non era mai solo una parola.
Era una misura.
Un limite.
Una direzione.
E nessuno, alla masseria, aveva bisogno di altro.
Assunta
Assunta, invece, non stava mai ferma.
Aveva qualche anno meno del marito, ma ne dimostrava altrettanti.
Non per stanchezza, ma per il peso delle giornate che non lasciavano spazio.
Il viso era segnato, ma non duro.
Negli occhi c'era una luce quieta, di chi ha imparato a non chiedere troppo e a tenere insieme quello che c'è.
Portava sempre abiti semplici.
Gonne lunghe, scure, spesso rammendate più volte, che le cadevano pesanti fino alle caviglie.
Sopra, una camicia chiara, consumata nei polsi, e un corpetto che stringeva il busto senza eleganza, ma con necessità.
Il grembiule era sempre legato in vita, macchiato di farina, di sugo, di lavoro.
Non lo toglieva quasi mai, come se fosse parte di lei.
Quando usciva di casa, si copriva il capo con un fazzoletto scuro, annodato dietro la nuca.
Non era solo per abitudine: era rispetto, pudore, appartenenza a un mondo dove le donne non si mostravano, ma si riconoscevano.
Le mani erano rovinate, segnate dall'acqua, dal fuoco, dal freddo.
Ma si muovevano con una precisione che non veniva dalla fretta, ma dall'esperienza.
Ogni gesto aveva un senso, ogni movimento una misura.
La cucina era il suo regno.
Non per scelta, ma per destino.
Si muoveva tra il fuoco, le pentole, il pane da impastare e le stoviglie da lavare con una sicurezza che non veniva dall'abitudine soltanto, ma da una conoscenza profonda di quel lavoro.
Sapeva quanto bastava per tutti, quando allungare, quando stringere.
Sapeva chi aveva bisogno di mangiare di più e chi di meno.
Non sbagliava quasi mai.
E quando sbagliava, non lo faceva vedere.
Parlava poco anche lei, ma a differenza di m'ba Donato, il suo silenzio non era distanza.
Era attenzione.
Ascoltava tutto, anche quello che non veniva detto.
E spesso capiva prima degli altri.
Con il figlio e le nipoti era diversa.
Non indulgente ma presente.
Non alzava la voce se non serviva.
Bastava uno sguardo, o una parola detta nel momento giusto.
Aveva un modo di stare accanto che non s'imponeva, ma si faceva sentire.
Con Concetta era più esigente.
Vedeva in lei qualcosa che riconosceva, e per questo non le concedeva distrazioni.
Le chiedeva di osservare, di imparare, di essere pronta.
Con Addolorata, invece, rallentava.
Non la forzava, ma la richiamava piano, come si fa con qualcosa che si può rompere.
Le dava tempo, anche quando non ce n'era.
Era lei che teneva insieme la casa.
Non solo il lavoro, ma gli umori, le paure, le attese.
Sapeva quando Carmela era più stanca del solito, anche se non lo diceva.
Capiva quando m'ba Donato aveva qualcosa per la testa, anche se taceva.
E quando le bambine cambiavano modo di stare, lei lo vedeva subito.
Non interveniva sempre.
Ma c'era.
La fede, per Assunta, non era parola.
Era abitudine.
Segnarsi al mattino, prima di iniziare.
Un gesto veloce, quasi distratto, ma mai dimenticato.
Una preghiera sussurrata mentre il pane lievitava, o mentre l'acqua bolliva.
Non chiedeva cose grandi.
Non faceva promesse.
Chiedeva che tutto andasse avanti.
La domenica, quando poteva, andava in chiesa.
Si sedeva sempre nello stesso posto, senza cercare gli altri.
Ascoltava, senza alzare mai lo sguardo troppo.
Non era una devozione fatta di slanci, ma di costanza.
Credeva.
Non perché qualcuno glielo avesse insegnato, ma perché non avrebbe saputo fare altrimenti.
La sera, quando tutto si fermava, restava spesso un momento in più vicino al fuoco.
Non per fare, ma per pensare.
Le mani ferme sul grembo, lo sguardo perso nella brace.
Non pregava ad alta voce.
Ma dentro di sé sì.
E in quelle preghiere silenziose c'era tutto quello che non poteva controllare: il figlio, la guerra, il tempo, la vita che prendeva strade senza chiedere.
Affidava.
Senza pretendere risposta.
Capitolo III – Concetta e Addolorata
Nel 1912 Concetta aveva dieci anni, ma non li portava tutti sul viso.
Negli occhi sì.
Erano azzurri, chiari, di un azzurro che non si vedeva spesso da quelle parti, e che a volte sembrava quasi troppo per quel mondo di terra e polvere.
Non erano occhi vivaci nel senso allegro del termine: erano attenti.
Fermi.
Come se cercassero sempre qualcosa da capire.
I capelli erano biondi, lunghi, difficili da tenere in ordine.
Carmela provava a raccoglierli, a intrecciarli, ma bastava poco perché si scompigliassero di nuovo.
Una ciocca ribelle, un ricciolo più ostinato degli altri, le cadeva sempre sull'occhio sinistro.
Lei non lo scostava quasi mai.
Se lo teneva lì, come se facesse parte del suo modo di stare al mondo.
Il viso era ancora quello di una bambina, con lineamenti non del tutto definiti.
Il naso piccolo, diritto, senza particolarità.
Le labbra sottili, che si aprivano raramente in un sorriso pieno.
Eppure, quando sorrideva – e a quell'età succedeva ancora – il viso cambiava.
S'illuminava.
Era un sorriso breve, mai rumoroso ma capace di restare.
Portava gonnelle lunghe, come tutte le bambine del tempo.
Gonne troppo grandi all'inizio, poi accorciate a mano, rattoppate, adattate a crescere con lei.
Sopra, una camicetta semplice, spesso larga sulle spalle, che Carmela sistemava ogni mattina senza troppa cura.
Non erano abiti fatti per essere belli, ma per durare.
E lei li portava senza farci caso.
Non si guardava, non si aggiustava.
Non aveva ancora imparato a vedersi.
C'era in lei qualcosa di vigile, come se fosse sempre un passo più avanti rispetto a quello che accadeva intorno.
Non parlava molto, e quando lo faceva, sceglieva parole essenziali, quasi adulte.
Ma guardava tutto.
Guardava le mani della madre mentre impastavano, senza mai fermarsi.
Guardava la nonna che si muoveva nella cucina come se conoscesse ogni cosa prima ancora di vederla.
Guardava il nonno entrare e uscire, silenzioso, come se la casa gli appartenesse senza bisogno di reclamarla.
Era una bambina che imparava senza chiedere.
Le bastava osservare.
Ogni gesto le restava dentro, come se lo mettesse da parte per un tempo futuro in cui le sarebbe servito.
Non aveva fretta, ma neanche leggerezza.
Era come se, senza saperlo, si stesse già preparando a qualcosa.
Quando Assunta la chiamava, non c'era bisogno di ripetere.
«Concè, porta l'acqua.»
Concetta prendeva il secchio e andava.
Senza rispondere, senza esitazioni.
Non per obbedienza soltanto, ma perché aveva già capito che in quella casa le cose si facevano prima di dirle due volte.
Aveva un modo di stare al mondo che non faceva rumore, ma che si faceva sentire.
E forse, proprio per questo, chi la osservava con attenzione capiva che quella bambina non sarebbe rimasta tale a lungo.
Addolorata, invece, sembrava appartenere a un tempo diverso.
Otto anni appena, più leggera nel corpo e nei pensieri.
Il viso era più rotondo rispetto a quello della sorella, ancora pienamente infantile.
La pelle chiara, facilmente arrossata dal sole e dal vento.
Gli occhi grandi, scuri, profondi, ma non fermi: si muovevano continuamente, come se seguissero qualcosa che gli altri non vedevano.
Non avevano la fermezza di quelli di Concetta.
Erano occhi che si perdevano.
I capelli, castano chiaro, morbidi e sottili, le cadevano sulle spalle senza ordine.
Carmela provava a sistemarli, a dividerli, a legarli, ma dopo poco tornavano liberi, con qualche ciocca che le si appiccicava alle guance o alla fronte.
Non c'era in lei nulla di composto.
Nemmeno nel modo di muoversi.
Camminava piano, con passi piccoli, a volte incerti, come se dovesse ogni volta ritrovare la direzione.
E quando si fermava, lo faceva davvero, senza fretta di riprendere.
Portava anche lei gonnelle lunghe, spesso quelle passate da Concetta, un po' adattate, un po' troppo larghe o troppo strette.
Le cadevano addosso senza forma, e lei non se ne accorgeva.
La camicetta, semplice, si sporcava facilmente, perché Addolorata non stava attenta a evitare il contatto con le cose.
Sembrava sempre un po' “dentro” e un po' “fuori” da quello che faceva.
Si fermava a guardare il fumo che saliva lento dal camino, come se volesse seguirlo fino a sparire.
Restava incantata davanti al riflesso del fuoco sulle pentole, o al pulviscolo che danzava nell'aria quando un raggio di sole entrava dalla porta.
Non era distrazione.
Era un modo diverso di vedere.
Come se il mondo, per lei, non fosse fatto solo di cose da fare, ma anche di cose da osservare.
Questo la rendeva più lenta.
Non pigra ma incerta.
Aveva bisogno di capire dopo, di arrivare un momento più tardi rispetto agli altri.
E in quel ritardo c'era tutta la sua fragilità.
Quando le parlavano, a volte non rispondeva subito.
Non per disobbedienza, ma perché doveva tornare da dove era stata con la testa.
E quando sorrideva, lo faceva all'improvviso.
Un sorriso pieno, aperto, che le illuminava tutto il viso, come se arrivasse da un posto semplice, senza pensieri.
Durava poco.
Eppure bastava.
Per questo guardava sempre Concetta.
La seguiva con gli occhi prima ancora che con i passi.
Quando la sorella si muoveva, lei la imitava, cercando in quei gesti una sicurezza che da sola non trovava.
Concetta era per lei una direzione.
Non detta, ma necessaria.
«Lola, muoviti», diceva Carmela, senza distogliere le mani dall'impasto.
Addolorata faceva un piccolo scatto, come se tornasse da lontano.
Poi si affrettava, raggiungeva la sorella, cercando di stare al passo.
Eppure, non sempre ci riusciva.
E Concetta, senza voltarsi, rallentava appena.
Di quel poco che bastava a non lasciarla indietro.
Franco Arbore
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