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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Giampaolo Creazza
Titolo: Il tempo del banchiere
Genere Drammatico
Lettori 65
Il tempo del banchiere
Con gesti misurati svitò il cappuccio della sua penna stilografica. Sistemò la penna tra le dita e sembrò essere sul punto di firmare la voluminosa documentazione davanti a sé, ma si fermò. Tutto restò cristallizzato in un attimo immoto, sospeso nel tempo. Ebbe l'impressione che la realtà che lo circondava apparisse leggermente sfuocata, come se un velo leggero e impalpabile si fosse posato davanti ai suoi occhi. Il suo sguardo si focalizzò in modo involontario sul pennino d'oro della sua stilografica e li rimase fisso quasi incapace di reagire. La luce intensa del suo ufficio sembrava concentrarsi sulla punta tondeggiante del pennino che brillava, quasi fosse una piccola stella. Questo pensiero, totalmente astruso in quel contesto, lo divertì e per un attimo gli sfuggì una sorta di sorriso. La stella continuava a calamitare la sua attenzione e il suo sguardo era sempre lì, incurante di quanti lo circondavano. Notò che il riflesso non era fermo come avrebbe sperato, ma si muoveva in modo continuo sebbene con un'escursione brevissima. Un tremito che veniva dalla sua mano. Fece una smorfia involontaria. Questo non andava bene, voleva dire che non era padrone della situazione, cosa che lui odiava. Si domandò, nella frazione di un secondo, se la sua mano tremava per la tensione, l'emozione del momento o a causa della sua età ormai avanzata. Non volle rispondersi, in ogni caso la risposta non gli sarebbe piaciuta e non volle nemmeno considerare l'idea che il leggero velo davanti agli occhi fosse frutto di una certa emozione.
Ma che cosa stava facendo, perché stava firmando quelle carte? Ma era sicuro che doveva farlo? Una stanchezza che veniva da lontano per un momento lo sovrastò. Disse a se stesso che doveva farlo, che era giunto il momento! Troppe cose erano successe, troppo era cambiato attorno a lui, forse era cambiato anche lui... non aveva più l'energia per lottare quindi era meglio abbandonare. L'impalpabile velo davanti agli occhi sparì, forse quel breve momento di emozione era passato. La lucente stella che brillava sul pennino della sua stilografica si era spenta. Anche la sua mano sembrava essere tornata ferma. Alzò lo sguardo sui presenti, li passò rapidamente in rassegna. Uomini d'affari seri, inespressivi nella loro professionalità, attendevano che lui compisse le formalità contrattuali previste. Nessun coinvolgimento emotivo, per loro era una normale transazione commerciale. Per lui era diverso, stava per cedere una parte della sua vita, un pezzo della sua famiglia che ormai non aveva più. Il suo ufficio, rivestito di legno di rovere, sembrava avvolgerlo come sempre in un abbraccio protettivo, ma stranamente non avvertiva il calore che di solito gli procurava. Sembrava quasi che questo volesse confermargli l'imminente distacco. Intravide, in piedi alle sue spalle, la segretaria che, come un angelo custode biondo, nonostante la sua fragile figura, sembrava sovrastare la platea dei convenuti per proteggerlo. Provò un sottile senso di soddisfazione. Tra le poltroncine di pelle color rosso cupo, su cui erano sedute le altre persone, vide il grande quadro collocato davanti alla sua scrivania. Gli era sempre piaciuto, lo aveva scelto lui. Non tutti lo apprezzavano, a lui ciò era del tutto indifferente: un tramonto sereno che sovrastava un mare tranquillo e quasi invisibile, sulla linea dell'orizzonte, un piccolissimo veliero. Lo si poteva individuare solo se, sapendo che c'era, lo si andava a cercare. La tela, di quasi quattro metri quadri, era monotona nelle tinte, ma proprio per questo diceva che lo aiutava a rilassarsi. Quante volte, quando aveva dei pensieri, il suo sguardo si era posato su quelle onde immote e quante volte ne aveva tratto beneficio. Anche adesso il suo sguardo si posò lì e rimase impigliato nella schiuma biancastra sulla cresta delle onde. Si domandò perché tutto era andato in quel modo, perché il finale aveva assunto questa fisionomia così diversa da quella che aveva sempre sperato. Scosse impercettibilmente la testa in un involontario gesto di rimpianto. Ci pensò ancora un attimo... questo epilogo nasceva da lontano, molto lontano dal giorno che lui, probabilmente aveva considerato il più importante della sua vita professionale... focalizzò la sua attenzione. La stanza con i suoi presenti svanì, il passato era tornato presente e voleva aiutarlo a capire, voleva che lui si facesse una ragione di quanto stava accadendo.

19 Maggio 1969 – Lunedì.
La luce debole e incerta, che filtrava dalle serrande abbassate, non riusciva a rischiarare la stanza. Una penombra diffusa ricopriva mobili e oggetti. Il cavalier Clemente Poretti, si guardò attorno cercando di capire che ore fossero. Il respiro della moglie, al suo fianco, tranquillo e regolare confermava che stava ancora dormendo. Si girò nel letto per poter vedere meglio l'orologio che portava al polso. Si sforzò di mettere a fuoco la posizione delle due lancette fosforescenti che, con la loro luminosità verdastra, cercavano di lacerare il buio circostante. Se non si sbagliava, erano le quattro e dieci. Non era sicuro e avrebbe voluto accendere la luce per controllare. Il dubbio di poter svegliare Angela gli fece accantonare l'idea. Si rassegnò a restare nell'incertezza. Era sveglio, completamente sveglio. Era certo che, anche se si fosse sforzato, non sarebbe più riuscito ad addormentarsi. Una sottile ansia si era insinuata dentro di lui e lo stava avviluppando nelle sue infide spire. Era come se una gelida mano gli stesse artigliando lo stomaco e, con il passare del tempo, sembrava stringere sempre più forte. Non credeva possibile, alla sua età, essere ancora preda di queste emozioni. Si riavviò, con una mano, una ciocca di capelli grigi che gli stava scendendo sulla fronte e si diede dello stupido. Nella sua vita ne aveva viste tante e aveva superato tante difficoltà e ora non era in grado di affrontare tranquillamente uno dei giorni più belli e importanti della sua carriera professionale. Pensò che, probabilmente, stava invecchiando e che non aveva più i nervi saldi come una volta. Possibile che non fosse più in grado di dominare i propri sentimenti? Non poteva e non voleva rassegnarsi.
Fissò la sua attenzione sulla luce che gradualmente aumentava d'intensità. Salutò con sollievo l'imminente arrivo dell'alba. Era un po' patetico pensare all'alba che sorgeva in centro a Busto Arsizio, ma che cosa ci poteva fare, era la sua città e lì si era svolta tutta la sua vita e lì, probabilmente, un giorno sarebbe finita o, per lo meno, così sperava. S'impose di bandire simili pensieri, quel giorno proprio non era il caso. Il giorno dell'inaugurazione della nuova sede della sua banca non poteva essere assolutamente funestato da pensieri tristi. Quella sede l'aveva sognata, voluta, progettata e realizzata con immensi sacrifici. Adesso era diventata realtà, davanti agli occhi di tutti amici e non. Egli amava ripetere che in città e dintorni erano tutti suoi amici, tranne qualche piccola eccezione, comunque i non amici, non erano e non sarebbero mai stati dei nemici. Ora doveva godersi quel giorno tanto atteso, doveva assaporare ogni istante di quella giornata che sarebbe dovuta restare indelebilmente scolpita nella sua memoria e nella storia della città. Perché quella era e sarebbe stata la banca della sua città, ovviamente la banca per antonomasia. Cercò di convincersi che avrebbe assaporato una giornata di gioia e di gloria. Nonostante si sforzasse di mettere in evidenza tutta la positività di quel momento, quell'ansia subdola non era disposta ad abbandonarlo. Voleva convincersi di non conoscerne il motivo, ma sapeva perfettamente che stava mentendo a se stesso. Era certo che, in mezzo a tutta la gente che sarebbe intervenuta alla cerimonia d'inaugurazione, sarebbe stato solo. Si era sforzato di credere che la banca, la sua creatura, sarebbe bastata a colmare il vuoto generato da una moglie assente nella sua vita professionale e da dei figli mai nati.
Angela era sempre stata la sua fedele compagna, devota e premurosa, ma la sua salute cagionevole non le aveva mai permesso di essere quel punto di riferimento e di appoggio di cui lui avrebbe avuto bisogno. Il destino maligno non le aveva permesso di dargli quell'erede, che tanto aveva desiderato. Clemente non aveva mai smesso di volerle bene e avrebbe fatto qualsiasi cosa per lei. Nonostante Angela avesse promesso che il giorno dell'inaugurazione ci sarebbe stata a qualsiasi costo, egli sapeva che, anche questa volta, non ci sarebbe riuscita.
Più volte aveva sentito dire che dietro a un grande uomo c'è sempre una grande donna, purtroppo aveva dovuto ammettere che non era il suo caso. Aveva dovuto fare tutto da solo, non che ciò gli fosse pesato, sua moglie gli aveva dato quello che aveva potuto. Lui non si era mai lamentato di questo e nemmeno oggi lo avrebbe fatto. Guardò nuovamente l'orologio, forse non erano ancora le cinque. Il tempo sembrava procedere lentamente, più lentamente del solito. Questa sensazione lo colpiva nei rari momenti d'inattività. Smise di fare considerazioni astruse e si concentrò su quello che sarebbe successo quel giorno. Con la precisione quasi maniacale che accompagnava ogni sua azione, cominciò a stilare mentalmente il programma della giornata. Pianificò iniziative e appuntamenti in una sequenza logica e coerente. Ripensandoci bene, apportò un paio di aggiustamenti finché non fu del tutto soddisfatto.
Il suo vero cruccio non era l'organizzazione delle cose, questa attività gli risultava facile, bensì il dover parlare in pubblico. Questo era sempre stato un suo limite. Non che non sapesse che cosa dire, i concetti da esprimere gli erano sempre chiari, ma si era sempre reso conto che aveva difficoltà a esprimere in modo adeguato quello che aveva in testa. Era un uomo concreto, più incline all'azione che alle parole. La voce, poi, non gli era mai stata di grande aiuto, in molti dei casi si era rivelata inadeguata. L'età aveva contribuito a peggiorare la situazione, la voce aveva perso la nitidezza e il vigore giovanili, ora doveva accontentarsi di un tono più basso e di una dizione spesso impastata. Questo per lui non era mai stato un problema e anche quel giorno non lo sarebbe stato. Si rammaricò solo di non essere riuscito a preparare il testo del piccolo discorso che avrebbe dovuto pronunciare durante la cerimonia. Ci aveva provato, ma ogni cosa che aveva scritto non gli era piaciuta, o troppo banale o troppo trionfalistica ed epica. Non era riuscito a mettere nelle parole in modo adeguato quell'insieme, quel tumulto di sentimenti e sensazioni che convivevano nel suo animo. La sua segretaria resasi conto delle sue difficoltà di stesura dell'intervento gli aveva suggerito di dare a Marco Grampa, collega dell'ufficio legale dalla penna facile, tale incombenza. Era stato tentato dal suggerimento, ci aveva pensato, ma poi aveva deciso di non seguire tale consiglio, non se la sentiva proprio di utilizzare parole di altri. Si sarebbe sentito in imbarazzo e avrebbe avuto l'impressione di non essere credibile. Ora, però, il problema c'era. Mancavano poche ore e la situazione era sempre in stallo. Approfittando del tempo che gli restava prima di alzarsi, s'impose di concentrarsi e di delineare almeno per sommi capi gli argomenti da esporre. Le difficoltà incontrate in precedenza erano ancora tutte lì, proprio non riusciva a mettere a fuoco qualcosa d'importante da dire. Cancellò e azzerò tutte le ipotesi prese in esame e ricominciò da capo. Niente, il vuoto assoluto. Desistette, era inutile perdere tempo. Diede una scrollata di spalle, “chi se ne frega”, al momento opportuno qualcosa avrebbe detto. In casi del genere non si poteva far altro che improvvisare al momento e sperare in un piccolo aiuto della Divina Provvidenza. D'altra parte, in passato, se l'era sempre cavata, non era il caso di preoccuparsi proprio per quel giorno.
Si voltò e si rivoltò nel letto impaziente di alzarsi. Controllò nuovamente l'ora, mancavano ormai pochi minuti alle sei, il suo solito orario mattutino. Non tergiversò oltre. Premette il pulsante sulla sveglia affinché non suonasse. Sforzandosi di non far rumore si alzò. S'infilò la vestaglia e mosse i primi passi incerti nella stanza che nel frattempo si era rischiarata.
«Clemente, come mai ti sei già alzato? Hai qualche problema?» la flebile voce della donna lo raggiunse quando era già quasi fuori della stanza. Si volse verso di lei e, con voce pacata, le rispose:
«Stai tranquilla Angela, è il mio solito orario, tutto a posto. Non c'è alcun problema. Dormi che per te è ancora troppo presto. Prima di uscire verrò a salutarti. Non ti preoccupare.»”
«Grazie, caro, mi ero quasi spaventata.».
Nessuno aggiunse altro. L'uomo uscì dalla camera e si diresse in bagno. Sollevò la tapparella e guardò fuori. Viale Duca d'Aosta illuminata da un tiepido sole mattutino appariva quasi deserta. Si preannunciava una bella giornata. Sorrise compiaciuto, sperò fosse di buon augurio per gli impegni della giornata e per il futuro della banca.
Andò in cucina e anche lì aprì le tapparelle, non tollerava di vivere al buio. Con una certa lentezza si aggirò per la stanza con il preciso obiettivo di prepararsi il caffè, unica cosa che riusciva a sopportare il mattino prima del lavoro. La cucina era perfettamente pulita e in ordine, Rita, la loro cameriera non se ne andava la sera se prima non avesse sistemato tutto. Ormai la donna era come una persona di famiglia, erano anni che tutti i giorni arrivava verso le otto e trenta e se ne andava circa dodici ore dopo. Era entrata in casa loro poco più che ragazzina, l'avevano vista crescere e invecchiare con loro. Era lei che faceva andare avanti la casa e che aiutava Angela, specialmente quando non stava bene, circostanza abbastanza frequente. A un certo punto si era sposata, ma non era cambiato nulla. Anche lei non aveva mai avuto figli. Il cavalier Poretti e la moglie, in particolare, erano generosi con Rita, ma senza esagerare, lo spirito bustocco impediva loro di essere eccessivamente prodighi.
Presa la caffettiera, la svitò, aggiunse l'acqua, poi con gesti misurati cominciò a versare delle cucchiaiate dell'aromatica polvere marrone. Per lui era un rito, lento, misurato sempre uguale. La avvitò facendo una certa fatica, una volta era tutto diverso. Accese il gas e si sedette a tavola dopo aver posizionato davanti a sé una candida tazzina di porcellana e una zuccheriera dello stesso materiale e colore. Fermo, immoto con lo sguardo fisso nel vuoto si godeva quei pochi attimi di totale inattività. Non voleva pensare a nulla e non voleva concentrarsi sulla giornata che stava per iniziare. Restava passivo e lasciava che il peso degli anni, posandosi sulle sue spalle, lo sovrastasse con la sua sottile tristezza carica di nostalgia. Non gli sembrava possibile che il tempo fosse passato così in fretta e che a fronte di una mente ancora lucida, razionale e attiva il suo fisico non fosse più quello di una volta. Era quasi ridicolo pensare che si potesse sentire giovane dentro e vecchio fuori. Purtroppo questa era la realtà e non c'era nulla che si potesse fare per cambiare qualcosa. La sua mente stava per librarsi in voli pindarici quando il gorgogliare della caffettiera lo riportò prepotentemente al concreto. Scacciò i pensieri che si stavano affastellando su di lui e con gesti lenti e misurati si alzò.
Spense il gas, versò un'abbondante tazza di caffè e, sedendosi nuovamente, se la pose davanti. Aggiunse un cucchiaino di zucchero e cominciò a rigirare il liquido bollente. Il suo sguardo fu calamitato dal leggero vapore che, in ampie volute, si levava dalla tazza. Sarebbe rimasto lì ore a guardare i capricciosi disegni del vapore che si formavano e si trasformavano sotto i suoi occhi. Il suo innato senso del dovere non gli permise di perdere troppo tempo. Bevve il caffè.
Sistemò tazza e caffettiera nel lavandino e guardò l'ora. Era in perfetto orario. Uscì dalla cucina e si avviò nel lungo corridoio elegante diretto verso l'ingresso. I suoi passi quasi non facevano rumore sul lucido pavimento di marmo chiaro e non turbavano l'ovattata silenziosità dell'appartamento. Andò alla porta d'ingresso e l'aprì, sapeva che nel giro di qualche minuto sarebbe arrivato Giuseppe, come tutte le mattine. Era un'abitudine consolidata. Verso le sette, il barbiere apriva il portone dell'elegante palazzo, con la chiave che gli aveva dato il cavaliere, saliva con l'ascensore fino al quarto piano e aspettava che gli aprisse la porta. Non doveva suonare il campanello, Angela non poteva essere disturbata.
Quando Clemente Poretti aprì la porta, Giuseppe era già lì in attesa. L'uomo conosceva l'importanza di quel giorno e non sarebbe arrivato in ritardo per nessuna ragione al mondo. Il presidente con un sorriso bonario lo salutò:
«Ciao Giuseppe. Bravo, questa mattina sei quasi in anticipo. Vieni, vieni avanti ...»
Il barbiere, un uomo di mezza età, corporatura gracile e aria dimessa, scivolò all'interno dell'abitazione senza fare rumore. Con aria ossequiosa:
«Buongiorno, Cavaliere. Sapevo che oggi è un giorno importante per lei, pensavo che, magari, aveva bisogno di uscire prima di casa. Allora ... Sono arrivato prima ... Spero di non disturbare ...»
«No, no, hai fatto bene, ti ringrazio.»
Si diresse verso il soggiorno mentre Giuseppe recuperava i suoi attrezzi e quanto gli serviva per la rasatura del banchiere.
Poretti si sedette sulla solita sedia in attesa che il barbiere iniziasse il suo lavoro. Non ci volle molto, i preparativi erano fatti di gesti ormai consolidati e costanti, ripetuti da anni ogni mattina. Con mano sapiente creò un'abbondante schiuma candida sul viso del cavaliere, affilò quindi il rasoio. Quando accostò la lama al viso si sentì finalmente autorizzato a rompere il religioso silenzio che regnava nella stanza:
«Sa cavaliere, c'è una certa attesa in città per l'inaugurazione della nuova sede della sua banca. Tutti ne parlano... Sono curiosi di vedere anche com'è fatta dentro. Da fuori, il palazzo è bello... Piace... Però dentro? Si dice che ci siano cose moderne, all'avanguardia... Ci sarà un bel movimento questa mattina...».
Il barbiere aveva inserito il pilota automatico, le sue mani si muovevano sicure e precise come in un rituale mentre la sua voce sommessa e accattivante continuava a fare da sottofondo. Era così ogni mattina e come ogni mattina Clemente Poretti taceva con la scusa di non intralciare il lavoro dell'uomo. D'altra parte il rasoio affilato volteggiava molto velocemente sul suo viso. Non dovendo rispondere, non era nemmeno obbligato ad ascoltarlo, se non voleva. Poteva in tal modo filtrare il fiume di notizie e pettegolezzi che in quei pochi minuti gli venivano riferiti. Non tutto, però, era da buttare, alcune volte certe informazioni gli erano state utili.
Quella mattina si estraniò completamente, nulla di interessante, solo sciocchezze. Con piacere realizzò che stava quasi finendo. Dopo un'accurata passata di dopobarba si sentì libero, un certo sottile nervosismo gli impediva di stare fermo e lo spingeva a muoversi, ad agire, a fare qualcosa.
Giuseppe prima di riporre di suoi attrezzi chiese al cavalier Poretti, se vista la solennità della giornata, ritenesse opportuna una sistemazione anche dei capelli. Ringraziando rispose di no, riteneva fossero ancora sufficientemente in ordine. Quel giorno aveva fretta di andare, avrebbe rifiutato la proposta anche se i capelli fossero stati tre volte più lunghi. Il barbiere accettò di buon grado senza replicare, ovviamente; in nessun caso si sarebbe mai permesso di replicare. Finalmente silenzioso, riordinò il tutto e si apprestò ad andarsene.
Poretti lo guardò con riconoscenza e salutandolo gli diede appuntamento per il giorno successivo. Nonostante Giuseppe frequentasse da anni la casa del banchiere non aveva mai acquisito la minima confidenza con l'uomo. Egli non se la sentiva di esporsi, soprattutto perché il cavalier Poretti non gli aveva mai dato l'opportunità di ritenere possibile una riduzione delle distanze tra di loro. Il banchiere, in effetti, era sempre stato gentile, educato, disponibile ma lo aveva sempre trattato come un suo subordinato, nessuno spazio per diversi rapporti interpersonali. Questo però non gli pesava, riteneva che la distanza tra le due classi sociali imponesse un comportamento di questo genere.
Giunto sulla soglia, salutò e ritenne di aggiungere qualcosa:
«Arrivederci cavaliere, spero vada tutto bene. Le faccio tanti auguri, per l'inaugurazione di oggi e per il futuro della banca.»
Poretti lo guardò con aria paterna e gli rispose:
«Buona giornata anche a te Giuseppe. Ti ringrazio per gli auguri, speriamo che tutto possa andare per il meglio. A domani.»
La porta si richiuse, finalmente se n'era andato. Tanto gentile e disponibile, ma incapace di essere al passo con i tempi... Sembrava non sapere che fare gli auguri in quel modo non portavano bene. Non che fosse superstizioso, ma gli auguri fatti così... Proprio non andava. In questi casi, o si sta zitti o si usano quelle belle frasi, senza dubbio meno eleganti, in cui si tiravano in ballo animali come lupi o balene... Sperò che, comunque, non ci fossero complicazioni di sorta.
Tornò in camera, sua moglie stava dormendo ancora, sempre senza far rumore cominciò a vestirsi. Non aveva molta fantasia nell'abbigliamento ma, vista anche l'età, si vestiva quasi sempre nello stesso modo privilegiando abiti di taglio classico e di tinte scure. Quella mattina non fece eccezione. Indossò un abito intero doppiopetto di color grigio scuro, una camicia bianca e una cravatta dai colori cupi. Poteva essere una regimental, ma senza avere la classica nota di colore di questo genere di cravatte. Si sistemò con cura il distintivo, peculiare della onorificenza che gli era stata attribuita, si preparò quindi a uscire. Aveva fatto tutto senza quasi guardarsi allo specchio, non gli interessava molto vedere su di sé i segni del tempo che passava.
Guardò l'orologio, erano quasi le sette e trenta. Pensò fosse opportuno andare. Una volta per lui quell'orario era familiare, anzi, quando era all'inizio della sua attività a quell'ora era già in ufficio da un pezzo. Negli ultimi anni, gradualmente, aveva ritardato l'inizio del suo lavoro, si era orientato su un orario più umano... Si era allineato, almeno all'entrata, a quello dei suoi impiegati. Oggi no, doveva essere là prima di tutti perché doveva controllare che tutto fosse in ordine. Non poteva permettersi che il primo giorno della nuova sede ci fosse qualcosa fuori posto! Ritenne opportuno accelerare i tempi. Sistemò le ultime cose, mise in una tasca interna della giacca la penna stilografica e gli occhiali che usava per leggere, nell'altra il portafogli. Si sistemò nuovamente il nodo della cravatta, ora era pronto. Si avvicinò al letto in cui dormiva la moglie, si chinò leggermente verso di lei e la chiamò e voce bassa:
«Angela... Angela...»
La donna si destò, cercò di mettere a fuoco l'immagine del marito e con voce ancora assonnata gli si rivolse:
«Clemente... Sei già pronto? »
«Sì, cara ... Sto per uscire.»
«E' presto questa mattina... Però capisco. Sai, vorrei venire anch'io all'inaugurazione, a che ora è?»
«E' stata fissata per le undici. Se ce la fai a venire, fatti accompagnare da Rita, mi sentirei più tranquillo.»
«Va bene, allora ci vediamo. Buon lavoro.»
«Grazie, a più tardi...».
Sorrise con tenerezza perché sapeva che le faceva piacere; il suo, però, era un sorriso attraversato da un velo di pacata tristezza. Provava un dispiacere profondo per come continuavano a essere le condizioni della moglie. Purtroppo non era in grado di trovare una soluzione, nonostante avesse interpellato i migliori medici della zona. Si sentiva quasi responsabile di non riuscire a trovare la persona giusta e quindi cercava di compensare questa manchevolezza con una disponibilità anche maggiore del necessario. Sapeva per certo che quel giorno, nonostante i buoni propositi, non sarebbe mai riuscita a presenziare. Onestamente gli dispiaceva, ma non poteva fargliene una colpa. Uscì dalla stanza.
I suoi passi si ripercossero leggeri sul marmo del lungo corridoio d'ingresso. Giunto al termine aprì la porta blindata e uscì. Un tonfo sordo confermò la chiusura. Chiamò l'ascensore. Qualche istante dopo fu inghiottito dalla porta scorrevole che, con un sibilo sommesso, si chiuse alle sue spalle. Una rapida corsa silenziosa, poi un leggero sobbalzo gli confermò di essere giunto al piano terra.
Uscito dal portone una leggera brezza mattutina lo investì. Nonostante in città facesse fatica a manifestarsi, ebbe l'impressione che la primavera ormai fosse lì, ormai a portata di mano. Non era abituato a tenere in considerazione il cambiamento delle stagioni, per lui aveva un'importanza del tutto marginale. L'attività della banca non aveva un andamento di tipo stagionale, pertanto... La banca era la sua vita, l'unica cosa che contasse veramente. Tutto il resto era un corollario alla sua creatura, perché, nonostante qualcuno non fosse completamente d'accordo, quella banca l'aveva voluta, creata e sviluppata lui, giorno dopo giorno con infinito amore, dedizione e sacrifici. Non era questo, comunque, il momento per fare della retorica o delle auto celebrazioni. Doveva sbrigarsi, riteneva che la sua presenza, in quel momento, fosse indispensabile. Dopo pochi passi svoltò, superato l'angolo, imboccò i portici della Banca Commerciale Italiana. Il marmo dentro e fuori di quella banca e la sua consolidata fama non lo avevano mai messo in soggezione. Non soffriva di tali complessi, aveva sempre combattuto ad armi pari, consapevole della sua posizione all'interno del contesto cittadino. Dopo pochi passi, si trovò davanti al grande portone di ferro e vetro della Comit.
Ebbe un attimo di titubanza vedendo la propria immagine riflessa nella porta che, con quel particolare situazione di luminosità, fungeva da specchio. Si guardò come fosse la prima volta, cercando di ritrovare se stesso in quell'immagine. Gli risultava difficile, soprattutto perché quello che vedeva non corrispondeva a quello che avrebbe voluto vedere. La sua mente era agile, attenta e riusciva a elaborare sottili intuizioni su persone e cose. Più volte si era confrontato con dei giovani e, dal punto di vista intellettivo, spesso si era scoperto più brillante di loro. Ora non poteva accettare che un cervello come il suo potesse essere racchiuso e costretto nel corpo di un vecchio. Scosse malinconicamente la testa, “che peccato il tempo che passa!”
Diede un'altra occhiata di verifica, ma la situazione non era cambiata: altezza leggermente sotto la media, viso paffuto, sguardo attento anche se le evidenti borse sotto gli occhi, in parte, ne mortificavano l'intensità. I capelli grigio chiaro, tagliati abbastanza corti, gli conferivano un'aria veneranda che proprio non gli piaceva. Gli abiti, nonostante fossero curati dal suo sarto personale, non riuscivano a nascondere un fisico leggermente sovrappeso, d'altra parte alla sua età era comprensibile. Onestamente, non si piaceva molto. Queste sue riflessioni non erano, però, frutto di manie narcisistiche, ma solo constatazioni serene e oggettive di un decadimento fisico, lento e inesorabile. Probabilmente solo le persone poco sincere avrebbero detto che i segni dell'invecchiamento sono naturali e che, come tali, vanno accettati e apprezzati.
Riprese di buon passo e la sua figura sparì dal vetro, non era il caso di perdere tempo in sciocchezze simili. Superò il palazzo della Comit, superò le vecchie costruzioni adiacenti e si apprestò ad attraversare Piazza Garibaldi. Il traffico a quell'ora era ancora scarso, la città, così, gli piaceva di più. A metà della piazza, sulla destra, la sua attenzione fu attratta dallo scroscio dell'acqua. Guardò la fontana, notò con piacere che era in funzione, non sempre lo era, anzi, spesso era vuota e ciò gli dava un senso di tristezza. Gli piacque pensare e illudersi che l'amministrazione comunale l'avesse attivata per una forma di considerazione nei suoi confronti. In un giorno solenne e di festa come quello, la cornice cittadina attorno alla sua inaugurazione doveva essere all'altezza della situazione, quindi anche la fontana avrebbe dovuto fornire il proprio contributo.
Quasi involontariamente a metà della piazza si bloccò. Da quella posizione poteva abbracciare con lo sguardo l'intero palazzo che stava per diventare la sede della sua banca. Orgoglio e soddisfazione s'impadronirono di lui. Non c'era che dire, era una splendida costruzione che non poteva non dare lustro alla città. Dopo il primo colpo d'occhio, cercò di analizzare il palazzo disaggregandone le singole componenti. Maestosità ed eleganza erano sapientemente coniugate con un design moderno e accattivante. Alte colonne squadrate, a sostegno di portici altrettanto alti e ariosi, spingevano e alleggerivano una costruzione di cinque piani, altrimenti massiccia. Contornata da tre vie e, sul retro, da un cortile adibito a parcheggio poteva esibire la propria mole senza avere il condizionamento degli edifici circostanti. L'abbondante utilizzo di marmo, o materiale similare, aveva conferito all'insieme un'aria aristocratica. Dei cinque piani, tre erano stati riservati alla banca, i restanti adibiti ad abitazioni di prestigio.
Mosse un passo, si soffermo nuovamente, a considerare l'intelligente impostazione della facciata prospiciente via Milano. Gli architetti avevano evitato di lasciare tutta la facciata con le sole vetrine della banca, il risultato sarebbe stato deludente, come in casi analoghi, in effetti, i portici sarebbero risultati vuoti e poco frequentati. L'idea, a suo modo di vedere, era stata geniale, ai due lati dell'ingresso erano stati collocati due esercizi commerciali con elevata frequentazione: un bar e un'agenzia viaggi. Nel bar erano presenti già delle persone. La cosa che comunque lo inorgogliva in modo particolare era il nome della banca che spiccava con le sue lettere di bronzo sulla facciata chiara: Banca di Busto Arsizio. All'altezza del terzo piano, in corrispondenza degli uffici dei commessi, era stata esposta una bandiera italiana. Una leggera brezza la increspava e, a tratti, riusciva a farla dispiegare. Penso fosse realmente un bello spettacolo. Cercò di imprimersi nella mente l'immagine, gli sarebbe servito per ricordarla in futuro, se mai ci fossero stati dei momenti difficili. Si scosse da queste meditazioni e s'impose di procedere, senza interruzioni o indugi, fino in ufficio. Attraversò nuovamente e si trovò finalmente davanti alla grande porta d'ingresso della sua banca. Moderna, essenziale, nessuna concessione alle leziosità, intelaiature di metallo scuro, grandi superfici di vetro antisfondamento e maniglie di bronzo con lo stemma della banca. Appoggiò la mano, la maniglia era fredda, spinse, la porta era chiusa. Guardò all'interno, deserto e calma assoluta. Pensò non ci fosse nessuno. Probabilmente era il primo a essere giunto in ufficio, in questo caso avrebbe dovuto utilizzare la porta di servizio di cui aveva la chiave. Notò però che la cancellata formata da alti pali di metallo scuro, appena dietro la porta, era stata rimossa, ciò significava che qualcuno doveva essere presente. Suonò il campanello. Sentì in lontananza lo squillo che, probabilmente, risuonava negli uffici superiori. Si accinse ad aspettare. All'interno sentì il rumore dell'ascensore che entrava in funzione. Qualcuno a breve sarebbe arrivato. Le porte di acciaio satinato dell'ascensore si aprirono e spuntò un uomo. Mezza età, altezza media, robusto, capelli scuri lisci pettinati con una perfetta scrinatura sopra un simpatico viso tondeggiante. Uscito dall'ascensore si aggiustò la giacca della divisa color grigio scuro. Nonostante indossasse un abito intero, sopra una camicia azzurra e una cravatta blu, non riusciva ad apparire elegante. Un ché di incongruente traspariva dalla sua figura, poteva sembrare un contadino vestito con l'abito della festa, anche le sue mani grandi e forti avvaloravano questa prima impressione. Appariva disinvolto e per nulla stupito di vedere il presidente fuori dalla porta che aspettava di entrare. Di fronte alla porta dell'ascensore era posizionata una scrivania stretta e lunga di legno scuro con un piano di laminato nero. Sapeva dove cercare, si chinò e con facilità trovò il pulsante che avrebbe permesso di aprire la porta dalla serratura elettrica. Uno scatto metallico confermò l'apertura. Cercò di precipitarsi per aprire fisicamente la porta ma il cavalier Poretti era già dentro. Era Giovanni Fusi, l'uomo che aveva scelto come suo autista personale e, vista la fiducia che riponeva in lui, lo aveva messo anche a dirigere l'Ufficio Spedizioni, in cui lavoravano sei commessi. Cercò di rimediare con un saluto deferente:
«Buongiorno cavaliere, se avesse avuto un attimo di pazienza le avrei aperto la porta ...»
«Ciao Giovanni, non ti preoccupare. E' molto che sei arrivato? »
«Una mezzoretta cavaliere, volevo essere sicuro che tutto fosse a posto. Sapevo che sarebbe arrivato presto e ho pensato che se avesse avuto bisogno di me, era giusto essere qui. »
«Bravo, bravo... Hai fatto bene. Hai verificato tutto? »
«Sì, nessun problema. Siamo pronti...»
«Bene, allora portami la posta in arrivo, così comincio a guardarla.»
«Subito, provvedo subito. Desiderate altro?».
Giampaolo Creazza
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