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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Il ragazzo cinese
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Diego.
All'età di cinque anni Diego Mangialardo aveva chiesto a Babbo Natale una pistola. Una pistola vera. Gli serviva per uccidere suo padre che la sera prima lo aveva picchiato con la fibbia della cintura. Adesso Diego di anni ne aveva sedici, e suo padre, un boss della mala foggiana, non solo era ancora vivo, ma continuava a picchiarlo con la stessa violenza ogni volta che se ne presentava l'occasione. Diego lo odiava con tutto sé stesso. Presto sarebbe stato lui il boss, ma certi ruoli non si conquistano per merito o per diritto divino, si conquistano con la spietatezza, con la crudeltà. Si conquistano facendo paura e lui si sentiva pronto e voleva farlo sapere al mondo. Non c'era un alito di vento e faceva molto caldo. Nonostante l'aria condizionata le tapparelle restavano abbassate quasi del tutto anche in pieno giorno per tenere fuori gli accecanti raggi del sole. La stanza di Diego, alle undici e venti era ancora in penombra. Sul pavimento c'erano una felpa nera, due paia di jeans, una busta di patatine vuota e una maglietta arrotolata su sé stessa come uno straccio. Sul mobile basso, sotto la tv, c'erano la console, un joystick, un posacenere di vetro pieno di mozziconi di sigarette e un paio di cuffie. Diego era seduto in mezzo al letto, a torso nudo, con il lenzuolo buttato sulle gambe. Aveva un iPhone in mano e stava guardando il video che Lorenzo aveva postato la sera prima sul profilo degli Hunters. Durava quarantasette secondi. Nel video un ragazzino con la felpa rossa piangeva. «Ridammelo, ti prego. Se lo perdo mio padre mi ammazza.» «Quante storie per un telefono cinese da cento euro.» Milo lo teneva alto, fuori portata. «Sei un poveraccio. Dillo che sei un pezzente di merda. Dillo.» Il ragazzino scuoteva la testa. Milo gli mollò uno schiaffo dietro la nuca. «Dillo.» Quello apriva la bocca e non usciva niente, ingoiava aria. «Dagliene un altro, così ritrova la voce, 'sto coglione,» aggiunse Lorenzo. Il ragazzino lo disse con la saliva che gli colava agli angoli della bocca. «Sono un pezzente di merda.» Lorenzo iniziò a ridere e l'immagine nel video sobbalzava a tempo con le risate. Milo lasciò cadere il telefono sull'asfalto e ci salì sopra, una volta, due, finché il vetro non si spaccò. Il video finiva lì, sul ragazzino che si chinava a raccogliere i pezzi. Diego guardò le visualizzazioni. Quasi diecimila. Stavano andando forte. La porta della stanza era chiusa e dal piano di sotto arrivavano suoni ovattati: rumore di stoviglie, la voce della madre che impartiva ordini con un tono che non ammetteva repliche e quella della domestica che rispondeva sempre “sì, signora” con un leggero accento straniero. Poi il fruscio della porta della veranda che si apriva e si richiudeva. Awa bussò alla porta della sua stanza. «La signora dice se scendi a fare colazione.» Diego non la degnò di uno sguardo. «La signora dice pure che tuo padre è giù.» «E quindi?» Lei esitò appena. «Dice di non farlo aspettare.» Diego le lanciò uno sguardo cattivo. «Ha detto proprio così o l'hai aggiunto tu?» Awa abbassò gli occhi. «Ha detto che è giù.» «Appunto.» Lei annuì e si avviò verso le scale. Diego la seguì con lo sguardo finché sparì nel corridoio. Poi si alzò. Aprì l'armadio e tirò fuori una maglietta bianca, un paio di pantaloni neri e un marsupio. Sul ripiano basso, tra una scatola di scarpe e due felpe piegate male, c'era una cintura di cuoio marrone. La vide e la spinse più in fondo con il piede. Mentre si infilava la maglietta, si guardò di sfuggita nello specchio dell'armadio. Non gli interessava essere bello. Gli interessava che la gente lo ritenesse un duro, uno di cui avere paura. Si infilò i pantaloni, aprì il cassetto del comodino, prese cinquanta euro e si infilò in tasca il telefono. Il corridoio era fresco e silenzioso. Scese le scale senza entrare in cucina. La veranda chiusa dava sul giardino. Da lì si vedeva quasi tutto: il pergolato, la piscina coperta, il vialetto verso il cancello, la porta laterale della dependance dove dormivano a turno gli uomini di guardia. Silvana era seduta su una poltrona di midollino, in vestaglia leggera, una sigaretta tra le dita. Aveva i capelli raccolti male, con una pinza, gli occhi non struccati e la faccia di una che non aveva mai lavato un piatto in vita sua e mai l'avrebbe fatto in futuro. Dietro di lei, nella parte interna della veranda, una delle cameriere stava sparecchiando la colazione. Lo faceva in silenzio. Senza esistere più del necessario. Silvana alzò gli occhi sul figlio e aspirò il fumo. «Finalmente ti sei degnato. Tuo padre ha già finito.» Buttò fuori il fumo verso il giardino. «Siediti un minuto.» Il ragazzo acconsentì, sbuffando. «Quel ragazzino del video chi era?» chiese lei. «E che ne so.» «Non fare il cretino.» Tirò una boccata e si appoggiò allo schienale. La vestaglia si aprì appena su una gamba abbronzata, ma lei non se la chiuse. «Ascoltami bene. A me del ragazzino non interessa niente, ma queste bravate accendono troppi riflettori su di te e quindi su tuo padre. E se tuo padre scopre quanto sei coglione, ti spezza le gambe. Hai capito o no?» Diego restò zitto. Silvana si alzò dalla poltrona. Non era una donna che si affannava. Si muoveva piano, come una che si aspetta che gli altri si spostino. Lo lasciò lì ed entrò in cucina a dare ordini per il pranzo. Diego rimase un attimo fermo, poi prese le chiavi del motorino dal mobile basso vicino alla porta e uscì. Fuori l'aria era irrespirabile. La ghiaia del vialetto scricchiolò sotto le scarpe. Sul muretto, sopra la siepe, una telecamera puntava verso l'ingresso. Più avanti, vicino al cancello, Tonino, uno degli scagnozzi di suo padre, gli chiese dove andava. «A te che te ne frega?» «Tuo padre ha detto che vuole sapere sempre dove sei.» «Mi vedo con gli amici. Non lo so dove andiamo. Digli così.» Tonino sbuffò dal naso. «Sei simpatico.» «Vaffanculo.» Tonino non rispose. Si limitò a guardarlo uscire dal cancello col motorino e a sputare di lato, verso la ghiaia. LE RAGAZZE
Sotto i portici del Palazzo delle Statue, di fronte a Piazzale Italia, buona parte del marciapiede era occupata dai tavolini dei bar e da scooter posteggiati senza criterio. Milo se ne stava seduto con una birra davanti, una gamba che andava su e giù e le mani che non sapevano stare ferme. Era basso e tozzo, con il collo corto, le spalle larghe e la maglietta incollata addosso dal sudore. Veniva da una casa popolare e da un padre che picchiava la madre quasi tutte le sere. Con Diego vicino, si sentiva invece qualcuno. Lorenzo, appoggiato a una colonna del portico, fumava una canna. Era il più alto dei tre e anche il più magro, con i capelli castani raccolti in un codino e un piccolo orecchino al lobo sinistro. La famiglia, nella sua vita, era completamente assente. I genitori lavoravano entrambi fuori città e non avevano mai tempo per lui, non gli domandavano mai niente, non si accorgevano neppure se era in casa o no. Almeno, questo era quello che lui percepiva e che non gli scendeva giù. La gang gli restituiva una cosa semplice e sporca: attenzione. Samuele aveva la faccia di uno che si era già rotto il cazzo di stare là. Alto, asciutto, i capelli tagliati bene, la polo chiara e l'orologio di marca al polso, veniva da una famiglia ricca. Il padre notaio, la madre avvocato. Era il tipico ragazzo viziato di buona famiglia, era anche il più cinico. Gli piaceva pensarsi doppio: ragazzo perbene fuori, Mr. Hyde sotto la pelle del dottor Jekyll. Noemi e Sharon erano sedute poco distanti. Noemi teneva le gambe accavallate e il bicchiere mezzo pieno in mano. Sharon rideva rumorosamente alle battute idiote della sua amica e fumava continuamente, buttando il fumo di lato. Quando Diego arrivò col motorino, Sharon lo vide per prima. «Oh,» disse. «Oh,» rispose lui con un cenno della testa. Diego posteggiò il suo 125 color rame sulla pista ciclabile, spense il motore, lasciò il casco sul sellino e si sedette al tavolino dei ragazzi. Milo alzò la testa e sorrise. «Mo' ti sei svegliato?» «Un poco di cazzi tuoi no?» «Madonna, non ti si può dire niente, Diego.» Le ragazze risero rumorosamente. Ridevano per qualsiasi cazzata. «Che facciamo?» chiese Lorenzo. Milo si strinse nelle spalle. «E che dobbiamo fare, ci beviamo una birra.» «Sai che novità!» Sharon si girò sulla sedia e li guardò. «Madonna, che branco di depressi. Ma com'è, ieri sera facevate i galletti e mo' vi siete ammosciati?» «E tu che ne sai di cosa abbiamo fatto ieri?» chiese Milo. Sharon scoppiò a ridere. «Ho visto il video, cretino. Ho visto che ve la siete presa con uno che si pisciava addosso già da prima.» Diego, che fino ad allora non aveva detto nulla, alzò la testa. «Ma che cazzo dici?» «Dico che quello ero capace di farlo piangere pure io.» Noemi, la bruna, buttò altra carne sul fuoco: «Infatti. Tutto 'sto cinema per un rammollito.» Milo sbatté la bottiglia sul tavolo. «Voi parlate troppo per i miei gusti.» «No,» disse Sharon sarcastica, «voi fate troppo poco.» «Poco? Noi facciamo poco?» Diego si mise a ridere. «Tu stai fuori come un balcone, Sharon.» Sharon fece spallucce. «Allora provateci con uno vero.» «Uno vero, chi?» Sharon si strinse appena nelle spalle. «Uno che vi risponde. Uno che non si caca sotto. Uno che se gli andate addosso è capace che vi fa pure male.» «Ma lasciali perdere, a questi gli piace vincere facile,» disse Noemi. «A me non piace vincere facile un cazzo,» rispose Diego piccato. «Io non ho paura di niente e di nessuno.» Sharon rise, rideva sempre. Fu in quel momento che arrivò l'uomo in bicicletta. Veniva da Piazza Cavour e doveva avere fretta perché pedalava con una certa lena. Polo blu, jeans chiari, spalle larghe, sui quarant'anni portati bene. Arrivò davanti al motorino di Milo, fermo di traverso sopra la pista ciclabile, e rallentò. Provò a passare dal lato del tavolo, vide che non ci riusciva e si fermò. «Ma chi è lo stronzo che ha messo così 'sto motorino?» La frase non era rivolta a nessuno di loro, era un parlarsi addosso a voce alta. L'uomo scese dalla bicicletta per cercare un varco per passare. Con il ginocchio toccò il sellino del motorino e lo fece vibrare appena. Diego si alzò. «Oh.» L'uomo si girò. «Che c'è?» «Che cazzo tocchi?» «Non tocco niente. Sto cercando di passare.» «E passa altrove, coglione.» L'uomo lo fissò dritto negli occhi. «Senti scemo, sposta immediatamente questo motorino altrimenti ti faccio ricordare questa giornata finché campi!» Diego guardò l'uomo e disse «amico, se sei in cerca di guai li hai trovati» e iniziò ad avanzare verso di lui minaccioso. Noemi sgomitò Milo: «Oh, questo è quello giusto, muovetevi, vediamo cosa sapete fare.» Sharon iniziò a filmare la scena convinta che ci sarebbe stato da divertirsi. Milo agguantò la bottiglia di birra a mo' di clava, si alzò e sorprese il ciclista alle spalle, alzò il braccio e lo colpì con violenza spaccandogli la bottiglia sulla testa. L'uomo barcollò e cadde in malo modo a faccia in giù. Lorenzo gli tirò il primo calcio. Diego il secondo, alla faccia, con la punta della scarpa. L'uomo provò a rialzarsi su un gomito, Lorenzo iniziò a pestargli le mani e la faccia con i piedi. Samuele restò fermo ancora un secondo, poi si buttò dentro anche lui. Sharon riprendeva e rideva. Noemi incitava il gruppo. Dal bar qualcuno gridò: «Oh, ma che state facendo, siete impazziti? Fermi, per l'amor di Dio. Chiamo la polizia.» Una sedia strusciò sul pavimento. Samuele guardò verso l'interno, l'uomo stava chiamando davvero il 113 dal suo cellulare. Non poteva permettersi di essere fermato dalla polizia, lui, l'enfant prodigue del notaio Terranova. «Andiamocene, cazzo, veloci!» Milo tirò l'ultimo calcio al ciclista, quasi per sfregio. Diego si fermò a guardare la scena a bocce ferme: l'uomo a terra, il sangue che gli correva dalla tempia fino alla guancia, la bici piegata di lato, il casco ancora appeso al manubrio. La osservava come un pittore guarda compiaciuto il suo capolavoro appena terminato. Samuele lo strattonò e ripeté la seconda volta: «Oh, cazzo, e basta, dobbiamo sparire prima che arrivi la polizia.» Corsero tutti insieme verso i motorini. Sharon saltò dietro Milo senza neanche chiederglielo. Noemi raggiunse Diego. «Oh, e aspettami!» Partirono sgommando in direzione di Piazza Libanese. |
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