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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Ho scelto chi essere
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Feci un sogno da piccolo. Immaginavo di passeggiare mano nella mano con mia moglie, in pieno inverno, osservando le ben illuminate vetrine dei negozi, in una strada del centro di una, non saprei però quale, capitale importante.Indossavo un bel cappotto nero a coprire un abito spezzato, in testa un cappellino di lana e ai piedi dei comodi scarponcini invernali. Lei invece era sempre elegantissima, anche nei sogni aveva gusto in tema di vestiti, indossava un vestito di color beige, molto raffinato, che le cadeva fino alle ginocchia, delle calze trasparenti e ai piedi delle scarpe con tacco basso,nere e molto eleganti. Anche lei in testa aveva un bel cappellino, di lana e di color panna. Sorridenti ci stavamo dirigendo verso la mia auto, parcheggiata di lì a poco. Non ho potuto vedere quale fosse. Sapevo di essere diventato una persona benestante, forse un ricco imprenditore, o forse avevo vinto una grossa somma di denaro alla lotteria, ma quello che contava di più era la sensazione di profondo benessere che mi attraversava il cuore e la mente, sentivo di essere felice, ma non credo fosse per i soldi. Mi chiedo se ancora oggi stia rincorrendo quel sogno o se lo stia realmente vivendo. Ebbene, per far sì che tutto ciò non fosse solo un vano tentativo di rivalsa del mio ego nei confronti della società, mi trovo costretto a fare un piccolo passo indietro e raccontare come andò e soprattutto cosa mi insegnò la vita fin da quando ero bambino. Abitavo in un piccolo paese della Sicilia orientale, Sortino, una perla del barocco incastonato nella natura selvaggia e millenaria della necropoli di Pantalica: un'area naturalistica, preistorica e bizantina, attraversata da un meraviglioso canyon formato dai fiumi Anapo e Calcinara, patrimonio dell'UNESCO. Il paese era piccolo, sì, ma per i miei sei anni di età era come una metropoli. Vivevo in una famiglia di cinque persone: mamma casalinga e papà carabiniere, che mi facevano vivere felice insieme ai miei due fratelli maggiori, rispettivamente di otto e tre anni più grandi di me. Bastava rispettare le regole del fare i compiti, mangiare tutto quello che veniva cucinato e la vita scorreva liscia. Non navigavamo nell'oro, ma a noi bastava, o perlomeno bastava ai miei occhi. Mio padre odorava di lealtà e io spendevo sempre qualche minuto, prima di andare a scuola, nell'osservarlo mentre si sbarbava e indossava l'uniforme con fierezza. Mia madre, invece, era colei che scandiva i tempi di tutti, dalla sveglia al pranzo, dai compiti alla buonanotte. La temevamo tutti: vietato contrariarla. Ricordo di essere stato da sempre indipendente o quasi: da solo uscivo dal portone di casa ed ero in grado di raggiungere e salire sul piccolo bus che, fermata dopo fermata, attraversava il paese per raccogliere gli altri bambini e portarci a scuola. Il mio posto era davanti, vicino al finestrino, proprio dietro l'autista, così da poter guardare indisturbato i paesaggi rurali che man mano sbucavano tra le viuzze. Quel sedile mi consentiva di girovagare con la mente prima di arrivare all'ultima fermata e ritornare in me, per poi scendere ed entrare in classe. D'altronde, chi mai avrebbe scelto di sedersi davanti su un autobus se non per timore dei ragazzini più vivaci, grandi e famosi del paese che avevano già prenotato i posti in fondo? Questo, comunque, non mi turbava minimamente, perché la mia visuale mi conferiva una certa importanza e responsabilità, dato che tenevo sotto controllo l'autista. Lo osservavo costantemente per poter apprezzare i suoi gesti da vero maestro della guida di quello che, ai miei piccoli occhi, era un transatlantico con le ruote. Avevo paura che ci incastrassimo, prima o poi, tra quelle strade strette del paese, ma l'autista era davvero bravo. Un signore pienotto, dalle tante, forse troppe rughe per la sua età, che sapeva gestire con estrema esperienza e calma il volante, il cambio e l'intero quadro comandi, con quei tasti che si illuminavano una volta premuti. Credo avesse capito che fossi un curiosone e a volte mi permetteva di cambiare il suono del clacson, premendo un tasto del pannello; io, felice, non me lo facevo dire due volte. Era un patto di amicizia che si siglava ogni volta tra noi due, prima di scendere e varcare il portone della scuola elementare di via Specchi. Quella sensazione di importanza, appunto, mi rendeva felice. Sceso dal bus ero praticamente a venti metri dall'ingresso della scuola, un grande complesso a due piani di colore giallo chiaro, a cui si alternavano segni nerastri di muffa causati dal tempo e dalle piogge, con decine e decine di finestre tutt'intorno. Quell'edificio intimoriva noi bambini, in quanto immaginavamo che la maestra, tutto d'un tratto, si affacciasse e ci scegliesse con lo sguardo per inserirci nella lista dei papabili ripetitori della poesia, imparata il giorno prima a casa tra le lacrime, alla lavagna e davanti ai compagni. Ma le paure finivano una volta entrati in classe. Lì c'erano gli amichetti, gli alleati con cui magari si passavano i pomeriggi a giocare o con cui si era condiviso lo sport, il calcio anche su asfalto, il giorno precedente. Ora, io e lo sport non andavamo poi così d'accordo, lo trovavo faticoso e insensato per un bambino della mia età; infatti, per i miei pomeriggi, scelsi qualcosa che mi consentisse ancora una volta di vagare con la mente. Scelsi la musica. Ma questo, di certo, riduceva drasticamente i miei alleati a scuola. In classe, però, c'erano momenti in cui, al di là di chi fossi, di quanto ti piacesse studiare o di quale sport praticassi, si creava in automatico un fronte comune per affrontare la paura che da lì a poco avrebbe raggiunto picchi memorabili: l'entrata in aula della maestra di scienze e matematica. Ora, a me e a un manipolo di eroi la matematica piaceva molto, e non solo perché era l'unica materia che ti permetteva di utilizzare le penne colorate per identificare le decine, le centinaia e le migliaia nei numeri. Il problema era lo sguardo serio e impenetrabile della maestra, una signorina bassina dal portamento libero e fiero, come di chi sa il fatto proprio, e lei il fatto proprio lo sapeva eccome. Vestiva con abiti sobri, tipici da accademica, con una giacca a quadretti, la gonna lunga e scarpe con tacco basso o del tutto assente. I capelli neri e ondulati, poi, completavano l'essenza di quell'essere mitologico pronto a far fuori i ragazzini a suon di domande e problemi da svolgere. Ovviamente era tutto nella nostra testa, e io stavo lì a pensare che, nonostante mi facesse timore, mi avrebbe reso coraggioso in futuro. Quanto ci insegnò quella persona. Ricordo che c'erano però momenti in cui eravamo noi a decidere le sorti dei nostri coetanei, quasi come un imperatore romano che decretava con il pollice la vita o la morte di un gladiatore ormai sconfitto nell'arena. Si trattava dell'uscita momentanea dalla classe della maestra che, prima di allontanarsi, non faceva altro che raccomandarci di fare silenzio, mettendo uno di noi alla lavagna per scrivere il nome di chi avesse trasgredito la regola. Quel giorno venni scelto io a vigilare. Mi alzai dal banchetto, percorsi il breve tragitto verso la cattedra, presi il gessetto in mano e mi voltai verso il popolo con aria suprema. Ora, l'adrenalina stava nel riuscire a far rispettare la regola del silenzio assoluto impartita poco prima dalla maestra senza mietere vittime; dovevo essere bravo a incutere timore a chi aveva intenzione di creare problemi, ma nello stesso tempo non apparire troppo duro. Non avevo intenzione di affossare il futuro dei miei amichetti in quel barbaro modo. Per alcuni, tuttavia, quell'occasione era ghiotta: fare casino contando sul fatto che non avrei scritto nulla, facendo leva sulla mia umanità. D'altronde il rischio massimo sarebbe stato solo il mio, perché se la maestra avesse sentito rumore avrebbe messo alla gogna me. Come un'esplosione causata da una scintilla all'interno di un ambiente pieno di gas, partì il vociferare incontrollato del popolo. Iniziai a sudare freddo, cercando di incrociare lo sguardo di qualcuno a cui poter incutere terrore così da scriverne il nome alla lavagna. I miei occhi si fermarono su di lei: una bambina con gli occhiali e lo sguardo innocente, che indossava con grazia un grembiule bianco e un cerchietto a tener fermi i capelli neri. Lo feci, scrissi il suo nome, ma percepii subito la sensazione del tradimento, soprattutto quando dai suoi occhi iniziarono a cadere copiosamente lacrime di paura. L'eco dei passi della maestra nel corridoio diventava sempre più forte, ed intanto i ribelli, ormai quasi del tutto in silenzio,avevano già raggiunto i propri banchetti. L'unica a sentirsi era solamente lei, la bambina che piangeva per il nome segnato sulla lavagna. Allora sentii il bisogno di fare giustizia, quella vera, quindi qualcosa che andasse oltre il denunciare una rivoltosa tra i rivoltosi, se così in realtà i miei occhi avevano visto, ed all'improvviso, con un colpo di spugna, cancellai quel nome. La maestra entrò e si complimentò per come era stata tenuta la disciplina del silenzio durante la sua breve assenza. Ma io non ricordo bene quello che disse perché, ciò che mi rimase in mente, fu il sorriso di quella bambina che, quasi a ringraziarmi silenziosamente, aveva segnato la fine delle ostilità. Da quell'evento, non so, sentii come se in qualche modo, lei avrebbe fatto parte della mia vita in futuro, non come coppia, ma come buona amica. Ecco quella sensazione che nuovamente mi attraversava, quella del disinteresse nei riguardi di ciò che realmente stavo o avrei potuto di lì a poco vivere, ricevendo gloria dalla maestra e incutendo terrore a quei ragazzini con la mia posizione autorevole. Tutto fu superato da quel benessere nell'aver compiuto un atto di solidarietà bambinesca, a ipotecare un'amicizia, magari in un futuro ancora a me invisibile.
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