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Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Tommaso Tanto
Titolo: I sentimenti orfani
Genere Narrativa
Lettori 60 1 3
I sentimenti orfani
Si fermò, allontanò il piatto come se gli avesse provocato nausea e non volesse più mangiare, e continuò: "Anche a me è successa una cosa del genere, e al punto in cui siamo è giusto che tu lo sappia, ma non perché, se il nostro rapporto dovesse diventare sempre più confidenziale, finiresti in ogni caso per venirne a conoscenza, ma perché non bisognerebbe mai innamorarsi di qualcuno che è più fittizio che reale. Anche se l'immaginazione nutre l'amore, non è molto onesto volerla alimentare con le nostre omissioni, che ne possono alterare la messa in scena, perché la sua dimensione protettiva svanisce qualora dovesse assumere forme che ne denunciano la mistificazione, come sempre accade quando le cose compiute si rivelano diverse da come abbia-mo creduto, se illuminate da una conoscenza che ignoravamo."
Respirò profondamente, come se avesse voluto bere l'aria, e mi guardò come si guarda qualcuno cercando di rammentarsi chi fosse.
"Qualcosa che tu sai bene, a meno che tu non l'abbia rimosso, come fa la nostra coscienza con i traumi che le ri-sultano intollerabili, oppure non ti abbia segnato così pro-fondamente come uno è portato a supporre e l'hai lasciata andare a fondo, come le tante cose che giacciono dentro di noi e a cui non rivolgiamo mai un pensiero se non c'è qual-cuno che dal nostro passato viene ad aprirci le chiuse della memoria, magari per rinverdire i ricordi di un affetto ormai estinto, o per riscuotere il debito che avevamo contratto e che non abbiamo ripagato per la sofferenza che ci sarebbe costato farlo. Tuttavia, in questi anni, non ho pensato di far-tene una colpa, Clara, a te come a tutti gli altri, perché se nessuno di voi è stato innocente, di nessuno di voi si può di-re di essere stato colpevole."
In quel momento mi guardò come se avesse paura di vedermi scomparire, come se avesse voluto trattenermi per sempre, o come se avesse voluto prolungare all'infinito quell'attimo per non essere costretto a cedere al bisogno di raccontare e così riuscire a fermarsi. Sentii all'improvviso un terribile freddo nelle ossa, un senso di paura e di nausea mi invase, come se mi fossi ritrovata in un luogo senza vita, dove ombre disseppellivano i morti.
Lui dovette accorgersi della mia angoscia, o forse dei miei muscoli irrigiditi, e s'affrettò a continuare: “E poi la situazione era tragica, assurda, ne converrai. Il luogo, la stanza umida e scrostata, e quella specie di vecchia disgrazia che incalza le donne, come una maledizione, per essere nate donne. Tu che continuavi a gridare, e nessuno che sembrava rendersi conto di ciò che avveniva in quella sagrestia, che non serviva più da sagrestia da quando il convento era stato ristrutturato, ma noi sapevamo come arrivarci. Dovevamo suffragare la nostra fantasia con luoghi abbandonati, perché l'eccitazione non scemasse e potessimo continuare a cercare. Che cosa, poi? Eravamo veramente convinti che quei luoghi consacrati, umidi e scrostati come se avessero assimilato il pianto e la lacerazione di tutti i secoli che avevano attraver-sato, custodissero segreti preziosi e dimenticati, o era solo la voglia di profanare che ci spingeva a scavare, come se in-consapevolmente avessimo saputo che il valore di ogni teso-ro sta solo nel lucchetto che lo rende proibito?
Era la nostra chiesa fin da bambini. Noi maschi ser-vivamo la messa e ci era permesso di entrare nelle celle dei cappuccini. Ed erano sempre liti tra la vostra invidia e le no-stre menzogne, tra le nostre esagerazioni e la vostra curiosità che ne restava soffocata, fino a quando Elena non ci raccontò che fra' Giacomo le aveva fatto intendere che nel convento c'era un'altra stanza che nessuno aveva mai visitato. Noi ormai eravamo più cresciuti, frequentavamo la media, aiuta-vamo i bambini delle elementari nel doposcuola, ma erava-mo attratti da tutto ciò che era proibito, anche se non sape-vamo di preciso cosa fosse. Così fu facile la decisione, meno facile trovare il coraggio, tanto che all'inizio i nostri stessi passi ci facevano sussultare in quei meandri oscuri e silen-ziosi. L'ala vecchia era in disuso da tempo, le porte esterne erano state sbarrate, ma noi, dopo la messa del vespro, quan-do fra' Giacomo si ritirava, sgattaiolavamo dall'ala nuova dell'edificio nel corridoio che vi dava accesso, e con la fioca luce che filtrava dagli abbaini e con le nostre pile, iniziava-mo l'esplorazione, tentando ogni volta di indovinare dove potesse trovarsi la stanza segreta.
E ogni volta era una tortura per Elena, pressata e in-terrogata da tutti noi, a chiederle di indizi che aveva potuto omettere nel suo racconto, di particolari che poteva aver giudicato di poco conto, di parole di cui poteva non aver af-ferrato il senso, le nostre torce sul suo viso come se voles-simo rischiararle la mente, – Cosa ti ha detto di preciso... Ripeti le parole esatte... Dov'eravate... Cosa stavate facen-do... Di cosa stavate parlando... –, e lei si schermiva, im-paurita come se avessimo voluto toglierle il respiro, – La-sciatemi stare... vi ho già detto tutto... Non so altro... –, – Perché l'ha detto solo a te, perché?... –
Già, perché. È strano come una domanda possa devia-re i nostri passi, avvelenarli, renderli ostinati nell'inseguire, covare risposte che alzano il braccio sempre un po' di più, fino a quando non sarà pronto per colpire. Così, quella volta, delusi e arrabbiati per l'ennesima vana ricerca, rassegnati e stanchi di quel gioco che ci aveva rubato tutta la fantasia, in-consolabili come davanti a un giocattolo rotto prima che ci potesse svelare le meraviglie promesse, stavamo rientrando dalla nostra infruttuosa esplorazione, quando Rino, preso da furore improvviso, iniziò a inveire contro Elena.
– Perché l'ha detto solo a te? Perché? ... Adesso devi dirmelo... Perché? ... Cosa gli hai dato in cambio? –
E man mano che urlava, la spingeva verso la parete di quella sagrestia che si apprestava a rimanere per sempre un'appendice sconsacrata.
– Gliel'hai fatta vedere, vero? ... Ti sei fatta anche toccare... Puttana... Adesso ti faccio vedere io... –
Elena, con le spalle al muro, terrorizzata, non riusci-va a muoversi, singhiozzava e biascicava parole che non comprendevamo, ci guardava con l'azzurro acceso dei suoi occhi, esterrefatta perché lasciavamo libero Rino di fare quello che stava facendo, ma per noi era come se avessimo trovato la stanza segreta, la meraviglia proibita che non co-noscevamo.
La mano di Rino pressò sul pube di Elena, la veste aderì al corpo e rivelò forme che ci eccitarono di una curio-sità sconosciuta.
– Ti sei fatta fare questo, vero? ... Adesso te lo faccio anch'io –
La sua voce ora era bassa e strana, sembrava che non fosse lui a parlare, e questa sensazione me lo fece guardare con occhi nuovi, e lo vidi per la prima volta com'era, il più grande fra noi, il più alto, il più forte, l'unico che portava segni di peluria sul viso, e, adesso, stava usando tutte queste cose assieme, per imporre il suo potere contro uno di noi. Aveva sollevato la veste di Elena, e noi non riuscivamo che a fissare quella pelle che ci surriscaldava come se emanasse un calore forte e intenso, e a seguire la mano di Rino che avidamente frugava dentro le sue mutandine.
Fu allora che ti sentii gridare, un urlo sottile e pro-lungato che come uno spillo mi si conficcò nel cervello. Mi girai a guardarti, urlavi, piangevi, ti dimenavi, battevi i pie-di, agitavi le braccia, mentre Elena continuava a rimanere immobile, senza che un fremito, una scossa, facesse sussul-tare il suo corpo ormai pietrificato. E, all'improvviso, mi sembrasti l'immagine animata di Elena, come se lei fosse riuscita a insufflare il suo terrore dentro di te, perché tu di-ventassi la testimonianza del dolore violento che la consu-mava, e che noi non riuscivamo a vedere. Accadde tutto molto velocemente, la mia mano corse al coltello che mi portavo dietro nelle nostre perlustrazioni per far paura alla paura, e mi lanciai con tutto il mio peso verso Rino nell'istante in cui si girava per intimarti di stare zitta, si scansò come un felino, e io finii addosso a Elena, con il col-tello conficcato nella sua pancia.
Di tutto il resto ho un ricordo ormai confuso, schegge di memoria che, come pezzi di vetro, riflettono tante imma-gini senza nessun ordine, il gran freddo sul tramonto tragico di quel giorno e sul mio corpo scosso da brividi continui, gli interrogatori pressanti come una morsa alle tempie, il mio parlare sconnesso, senza senso, in un delirio febbricitante che mischiava realtà e allucinazioni, la folla curiosa accalca-ta tutt'attorno come davanti a qualcosa che non aveva mai visto, la bellezza aggressiva dell'Alfa dei Carabinieri e il mio desiderio finalmente compiuto di salirci sopra, in una congerie di sentimenti contraddittori che mi sballottavano tra la paura e l'orgoglio. E poi mia madre, invecchiata in un solo giorno, con gli occhi scavati dal dolore, atterrita, perché aveva potuto vedere il mio oscuro avvenire che io non pote-vo sapere.
Il seguito lo conosci, Clara. Dissero che l'avevo fatto perché Elena non aveva voluto rivelarmi il suo segreto, an-che se non potevo rendermi conto delle conseguenze del mio gesto, che volevo solo punirla, incapace di comprendere l'ineluttabilità della morte. Di tutto ciò che era accaduto nessuno di voi fece mai menzione, forse avevate paura di Rino, o forse non potevate raccontare ciò che non capivate, e che era rimasto sepolto dentro gli occhi chiusi di Elena.”
In un attimo precipitai in un incubo orrendo, e vidi la mia infanzia esplodere in tanti piccoli frammenti di ricordi, disseminati come i relitti di un naufragio dentro la mia men-te, Elena che s'afflosciava con la schiena contro il muro mentre il sangue che le colava dalla ferita sembrava svuotar-la come un sacco di sabbia squarciato, gli occhi sgranati da un inorridito stupore per quello che le stava accadendo, o forse perché non capiva come mai non stessimo accorrendo verso di lei noi che, gelati, imbalsamati, immobilizzati da un terrore ignoto, non riuscivamo a muoverci. Io ero diventata muta, come se tutto il mio corpo risuonasse del silenzio as-sordante che si sprigionava da Elena. Feci in tempo a sentire Rino urlare a qualcuno di correre a chiamare fra' Giacomo, prima che affogassi nel buio dell'incoscienza.
Adesso mi stavo risvegliando, ma mi sentivo ancora dentro quella sagrestia, e mi accorsi che il tempo non era riuscito a farmela dimenticare, e non mi stava trascinando nel passato, ma ritornava nel mio presente per continuare ad accadere incessantemente. E allora trovai la forza che non avevo avuto da piccola, mi alzai di scatto, sentii un frastuo-no di vettovaglie rotte e sedie rovesciate, e fuggii dal locale come avrei voluto fuggire quel pomeriggio di tanti anni fa.
Non cercai più Matteo, e non seppi se lui continuò a cercarmi; per alcuni giorni il telefono di casa continuò a squillare, ma io non risposi mai. Rimanevo nel silenzio a sentire le vibrazioni degli squilli cessati, come se fossero il segno di una presenza invisibile che per anni mi aveva per-seguitato, derubandomi dell'infanzia e, se non della sua mi-tica felicità, della sua spensieratezza e innocenza. Sarebbe bastata la sua voce a farmi rivivere il trauma di quell'evento, e sentivo che, per dimenticarlo, dovevo riuscire a dimentica-re Matteo. Del resto l'avevo già fatto, anche se in vent'anni era cambiato molto, e difficilmente avrei potuto riconoscer-lo. Non mi sarebbe stato d'aiuto neanche il nome, lo chia-mavamo tutti Teo, che di primo acchito mi faceva pensare a Teodoro, Teobaldo, Teodorico, e non al diminutivo ipocori-stico di Matteo. Non avevo mai saputo il suo cognome, e nella mia classe non rispondeva ogni mattina all'appello, poiché non era un mio compagno di scuola, e nemmeno di giochi, dato che stavamo sempre in gruppo. Non rammento di aver mai fatto comunella con lui.
E adesso l'avrei incontrato nuovamente, rischiando il subbuglio nell'animo per tutto quello che il vederlo e il par-largli mi avrebbe potuto rievocare della piccola Clara e della Clara donna. Ma dovevo farlo, per Olivia, non perché possa esistere una spiegazione in grado di giustificare la sofferen-za, o capace di darle un senso, ma per il bisogno di rincorre-re una conoscenza capace di raccoglierla dal pantano fumi-gante di dolore che la rende inutile oltre che insignificante. E forse era questo che racchiudevano le parole che mi disse Olivia prima di strapparmi la promessa che la sua morte mi ha reso irrevocabile: “Perché, in ultimo, l'importante non è solo ciò che ci è accaduto, ma anche ciò che noi abbiamo sa-puto fare di quello che ci è accaduto”.
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