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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Adelia Salerno
Titolo: Anomalie
Genere Racconti
Lettori 25 1
Anomalie
Lina.

«Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi
Ha già troppi impegni per scaldar la gente d'altri paraggi»

(F. De Andrè – La città vecchia)

Fin da bambina, Daniela aveva avuto un gusto particolare nello scegliersi le amicizie: era attratta dagli ultimi trai reietti, malgrado un vecchio adagio di gran moda a casa sua che recitava "fattela con chi è meglio di te e fagli pure le spese!".
A pensarci bene, probabilmente le sue erano scelte obbligate non solo da un certo attaccamento al disagio: è che con i bravi bambini aveva poco da spartire e, men che meno, gli altri ragazzini volevano avere a che fare con lei. Troppo stramba, troppo agitata, troppo in allerta, troppo selvatica per giocare alla famiglia con le bambole e troppo inesperta per giocare a essere una donna. Così, se ne stava spesso da sola o gironzolava con i randagi come lei a combinare guai. Oppure..
Carmelina, detta Lina per abitudine, aveva un'età imprecisata tra l'adolescenza e una prima giovinezza vissuta male. Probabilmente, aveva solo pochi anni più di Daniela ma, ultima tra gli ultimi, non aveva mai avuto l'occasione di badare ai compleanni.
Lina viveva in una baracca fatiscente ai margini della città, assieme a un padre e una madre che parevano i suoi nonni e a un numero imprecisato di fratelli e sorelle: tutti uguali, bassi e tarchiati, col naso a patata e lineamenti grossolani, capelli giallastri e stopposi, ispidi come setole e tagliati alla meno peggio. Le donne della famiglia avevano i fianchi generosi e il seno prosperoso, in perenne allattamento: infallibili macchine di carne che sfornavano un figlio dopo l'altro. Lina non era sfuggita a questa linea genetica, se non per il fatto che, almeno per l'età, aveva ancora quasi tutti i denti in bocca; non parlava mai con nessuno ma, se costretta, sapeva farlo solo in dialetto - non che qualcuno avesse motivo di rivolgersi a lei se non per darle ordini o schernirla.
Sdraiata in mezzo alla boscaglia, nella calura soffocante di luglio, Daniela la osservava di sottecchi facendo finta di interessarsi a una fila di formiche o mettendosi alla ricerca di qualche fantomatica lucertola. Cercava di carpirne il mistero o, almeno, un barlume di pensiero cosciente che andasse oltre la misera sopravvivenza. Lina si sollevava la gonna a campana mostrandole le sue gambe storte e una peluria intima che Daniela non aveva ancora - e nemmeno sospettava potesse esistere. Le guardava le mani screpolate e gonfie, rovinate dalla fatica e piene di quelle che, all'epoca, non sapeva fossero verruche.
A volte, la sua quasi amica decideva che era arrivato il momento di farle male, la afferrava per i capelli e la trascinava con forza inaudita fino alla carcassa di un animale morto che aveva scovato chissà quando, attendendo pazientemente che fosse ben putrefatta prima di mostrargliela: voleva che guardasse quello spettacolo atroce e rideva forte delle sue lacrime disperate e dei conati di vomito.
Daniela la odiava da morire per questo, ma non riusciva a lasciarla andare.
Lina la pazza.
Questo era per chiunque la conoscesse.
Nei momenti di rabbia, anche Daniela la chiamava così, ripromettendosi di non frequentarla mai più, ma l'altra non faceva una piega e continuava a infierire con quegli scherzi macabri e le aggressioni ingiustificate.
Da un po' di tempo, però, Lina voleva solo star seduta o sdraiata per riprendersi da fatiche immani e misteriose dalle quali lei era assolutamente esclusa. Daniela non capiva perché fosse cambiata così tanto e quasi rimpiangeva i momenti selvaggi in cui veniva trascinata a forza chissà dove, alla ricerca di un guaio da combinare.
Un giorno, Lina si era avventurata a cercare Daniela fino a casa, in città: aveva la faccia gonfia e una ferita profonda sulla fronte, i vestiti e le mani sporchi di sangue. Terrorizzata dalla possibilità che sua madre si svegliasse dal riposino pomeridiano, Daniela l'aveva trascinata giù nella cantina e le aveva ordinato di aspettarla mentre, di soppiatto, cercava in casa qualcosa per ripulirla e medicarla.
Quando era tornata, aveva scoperto che Lina s'era spogliata tutta e se ne stava tranquillamente seduta per terra, ingozzandosi di pezzi di salsiccia conservati nello strutto: infilava le mani impazienti nell'orcio e mangiava tutto, anche il lardo, deglutendo a fatica e leccandosi le braccia quasi fino al gomito.
Fu in quel momento che Daniela si accorse della pancia. L'aveva già visto succedere a sua cugina: non ne sapeva molto ma, più o meno, c'era bisogno che un uomo e una donna si sposassero e, dopo un po', sarebbe nato un bambino.
Sua nonna si ostinava a negare che alle persone succedesse proprio come ai cani, ai gatti o alle capre, senza la benedizione di Dio.
«Noi siamo cristiani, mica bestie!» le ripeteva continuamente.
Tra ragazzine si parlava di misteriosi contatti e sdolcinate parole d'amore: Daniela non ne sapeva nulla e non era nemmeno certa di volere sapere tutti i dettagli di qualcosa che le pareva abbastanza disgustoso e doloroso.
In ogni caso, Lina non ce l'aveva un amore, questo era poco ma sicuro: non ne aveva mai parlato, neppure un accenno, e sì che ne raccontava di cose strambe. L'amore era quella cosa che, all'epoca, le ragazzine imparavano dai fotoromanzi e aveva a che fare con uomini aitanti e ragazze bellissime, macchine di lusso e giardini del Re: nessuna di quelle storie avrebbe mai potuto riguardare Lina, poco ma sicuro, non avrebbe mai potuto aspirare a tanto.
Lina aveva un fratello che lavorava come portiere di notte in un motel sulla strada provinciale. Una volta, Daniela lo aveva sorpreso avvinghiato a Lina, proprio come aveva visto fare ai fidanzati: sua cugina, però, ridacchiava e si agitava, invece Lina stava ferma e zitta, fissando un punto lontano. Il resto, all'epoca, non lo sapeva perché sua cugina le aveva intimato di non parlarne a nessuno, le aveva detto che era uno scherzo tra fidanzati e tutto era finito lì.
Invece, il fratello di Lina l'aveva inseguita fino quasi alla città per prenderla a calci e tenerla ferma a fissare il vuoto. Quelle lotte dovevano avere in qualche modo a che fare con la storia della pancia e dei bambini, però, perché poi sua cugina si era sposata in tutta fretta e aveva messo al mondo una creatura dopo poche settimane, come una gatta.
Lina insisteva nel dire che era tutto vero, che si era fidanzata e che suo fratello la portava tutte le sere al motel per farli incontrare.
"Andiamo col Lamborghini!" diceva orgogliosa. Intendeva il trattore sgangherato con cui suo padre, a volte, trasportava legname.
"E che fai, la sera, al motel?"
Lina farfugliava di volta in volta qualcosa che Daniela era costretta a prendere per buono.
"Chi è questo fidanzato? Lo conosco?"
"A volte è un po' leggero, a volte è un po' pesante e non posso respirare, ma si sbriga, fa sempre veloce e se ne va via subito dopo!" aveva risposto Lina, senza neppure rendersi conto della gravità delle sue parole.
«Mi fa anche un sacco di regali, ma se li tiene mio fratello, per sicurezza!» sorridendo maliziosamente: tutti, là fuori, volevano impadronirsi dei suoi tesori, ma era sicura che suo fratello non l'avrebbe mai permesso, avrebbe custodito per bene le sue cose e gliele avrebbe date al momento opportuno.
Daniela non aveva capito nulla ma non ci aveva badato più di tanto: era abituata ai discorsi strampalati della sua quasi amica.
Le aveva disinfettato le ferite come poteva, pregandola di non urlare per non attirare l'attenzione, tappandole la bocca con enormi pezzi di salsiccia e strutto, implorandola di mettersi i vestiti puliti che le aveva portato.
Lina se ne era andata via ancora masticando, poi era sparita nel nulla per settimane.
Che Lina fosse una prostituta a sua insaputa, Daniela lo avrebbe capito molti anni dopo: la testa gliela aveva spaccata suo fratello, quando gli inconvenienti del “fidanzamento” si erano fatti evidenti.
L'aveva rivista dopo più di un anno, mentre cercava lucertole in quello che era stato il posto preferito: le era rimasta un'enorme cicatrice sulla fronte, ben visibile malgrado i tentativi di coprirla con una frangetta.
Stringeva fra le braccia un bambino con i capelli arancioni.
Si fissarono per un momento.
Nessuna delle due sentì il desiderio di dire qualcosa.
Adelia Salerno
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