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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Sabina Camani
Titolo: Nel deserto i fiori cantano ancora
Genere Narrativa
Lettori 53 3 1
Nel deserto i fiori cantano ancora
Ci indica un sentiero appena visibile, coperto di sabbia, ci fa cenno di seguirlo mentre si incammina verso l'interno. Risaliamo in auto. Prendo il velo azzurro che ho scambiato a Herat con i Rayban e lo indosso: «Se entri in una casa che non conosci, tieni la testa coperta, soprattutto i capelli e le spalle. Non parlare prima che i tuoi amici si siano presentati, vedrai... le altre donne ti diranno...».
Taslimah mi ha spiegato come osservare le abitudini di qui, perché un po' in tutto il Paese, ma soprattutto in questa zona, verso Kandahar, la gente vive ancora suddivisa in tribù. Le usanze tribali sono molto antiche, in particolare per le tribù di etnia Pashtun, cioè la maggioranza delle persone.
Qui nel deserto, nei villaggi, la modernizzazione tarda ad arrivare. Le donne lavorano quanto e più degli uomini. La vita è difficile, molto dura e le regole sono strette, ma questa dell'ospitalità, più che una regola è un punto d'onore e ha una grandissima importanza.
Il problema, da quello che mi sembra di capire, è che l'etnia originaria, i Pashtun, non sono un unico popolo; è un'etnia composta di molte tribù diverse, non tutte in accordo tra loro e non sempre in accordo con le altre etnie del Paese: Uzbechi, Hazara, Tagiki.
Questo a volte crea dissapori tra i signori tribali. L'unica cosa su cui si trovano uniti è che nessuno di loro vuole essere comandato da qualcun altro.
Di conseguenza, sia tra tribù diverse, sia con l'autorità centrale, che non tutte queste tribù riconoscono, a volte nascono diverbi abbastanza seri.
I signori tribali e gli anziani a capo delle tribù qui contano molto più dell'autorità di governo e il governo infatti non sembra né ostacolare questa usanza, né volerla soppiantare, forse proprio per non scatenare malcontento.
In pratica, in questa zona ci troviamo indietro nel tempo all'epoca dei feudi.
Mi assicuro di aver messo bene il velo.
Non riesco a trovare alcun paragone possibile tra altri luoghi, altre persone e la gente dell'Afghanistan, almeno non tra i luoghi e le persone che conosco.
Forse trascorrendo la vita in questi spazi immensi, senza ostacoli visivi di alcun genere, gli occhi si abituano a essere puliti come il colore di questi cieli e profondi come le distanze su cui si posano viaggiando. Comunque sia, queste persone conservano l'immediatezza e la serietà divertita proprie dei bambini, anche in età adulta, anche se appartengono a generazioni di tribù guerriere.
Gli adulti, i vecchi, le donne... fanno qualcosa che ho trovato solo qui: quando sorridono, il sorriso parte da dentro gli occhi, non dalla bocca.
Prima gli sorridono gli occhi e poi tutto il viso, come succede ai bambini.
Di sicuro non somigliano alle persone incontrate nelle grandi città della Turchia e dell'Iran. Se ripenso a quello che abbiamo rischiato a Istànbul e a Teheran, la paura mi attorciglia ancora la pancia.

ISTANBUL: caotica, affascinante, profumi, odore di Oriente, musica ovunque, sporca, vibrante, antica.
In questo viaggio sono sempre stata l'unica donna, tranne per un tratto, tra Ankara e Teheran.
Per questo motivo il criterio di “qualità” del posto per dormire, nelle città turche, comprendeva il fatto che fosse un luogo frequentato anche da altri turisti e turiste.
Andammo a colpo sicuro nella zona più conosciuta: Sultanhamed, il nucleo storico della parte europea di Istanbul, a poche centinaia di metri dalla Moschea Azzurra, vicino alla basilica di Santa Sofia e al palazzo del Topkapi.
Il padrone dell'albergo era piccolo, tarchiato e sempre sorridente, molto gentile, affabile.
Prendemmo una stanza sola, grande. Non ci separavamo mai, soprattutto la notte.
I miei compagni: il mio ragazzo, mio cugino e un nostro amico, andarono alle docce uno per volta, intanto gli altri due restavano con me. Quando fu il mio turno entrai, chiusi a chiave e mi spogliai.
Lo scrosciare dell'acqua mi impedì di sentire il rumore nel bagno adiacente e all'improvviso mi trovai schiacciata tra le mattonelle fredde della parete e il corpo madido di sudore del padrone dell'hotel.
Era saltato dentro il mio bagno dall'apertura in alto! Con una mano cercava di forzarmi ad aprire le gambe, mentre con l'altra mi teneva chiusa la bocca.
Il terrore arrivò perché non riuscivo a respirare e a gridare.
Lui per un attimo dovette lasciarmi la bocca, perché con una sola mano non riusciva a forzarmi e in quell'attimo diedi fiato a tutti i decibel che gli dei mi hanno donato. Credo che le mie urla si siano sentite fino al Bosforo.
Il mio ragazzo calò sulla schiena del padrone saltando giù anche lui dal muro in alto. Presi al volo l'asciugamano, uscii mentre lui gli stringeva il collo.
Tutto si era svolto in pochi secondi.
Il tempo in cui Luis, il mio ragazzo, era entrato in camera e ritornato di fronte alla doccia.
A me erano sembrate ore.
Le mie urla avevano fatto spalancare le porte delle stanze; tutti chiedevano l'accaduto.
Il padrone dell'hotel era pallido, fradicio e spaventato. Cercava di spiegare ai miei compagni che lui mi avrebbe comprata eh! Mica solo usata... «How much money do I have to give you to buy this girl? I'm a rich one!»
Non metteva neppure in dubbio la correttezza delle sue azioni, anzi!
Gli risposero che io ero già promessa, fidanzata con Luis e lui non voleva vendermi.
Io ascoltavo la conversazione con il desiderio di dargli una botta in testa che lo lasciasse secco, ma mi rendevo conto che l'unica maniera per farci capire e andarcene senza ulteriori guai era stare zitta e lasciare che loro si spiegassero in un modo comprensibile per quell'uomo e per i suoi amici che stavano arrivando.
Ma se a Istanbul ciò che era accaduto poteva in qualche modo essere “previsto”, quello che accadde a Teheran... fu del tutto imprevedibile.
***
TEHERAN, LA LIBERTA' NASCOSTA

Lungo la strada da Ankara verso Teheran, ci fermammo ad Agri.
Dalla strada alta che passa sopra la città di Malàtya vedevamo tutta la piana intorno all'Ararat, con la vetta del vulcano nitidissima.
In un negozio di pietre preziose dentro il bazar della Agri antica incontrammo due ragazzi di Roma: Monica e Fabio.
Io cercavo un regalo per mia madre, il padrone mi mostrò un ciondolo con un rubino e gli chiesi qualcosa di meno costoso. Ma il prezzo era più che accessibile e non perché avessi tanti soldi. Il costo era quello che da noi permette di comprare un piccolo Turchese. In più, essendosi uniti agli acquisti anche gli altri ragazzi, mentre pagavamo ci mise davanti una grande ciotola piena di pietre e ci disse: «Choose! What you like is a gift!» Non ci credevamo! Ognuno scelse una sola pietra, ringraziando con entusiasmo. Il padrone mise in mano ai ragazzi una manciata di Turchesi uno più bello dell'altro e aggiunse per Monica e per me una pietra da parte sua.
Monica ebbe un'Ametista rosa e io un Lapislazzulo tagliato a forma di pesciolino, con un minuscolo, scintillante diamante al posto dell'occhio.
Anche Monica e Fabio viaggiavano con una R4. Le nostre macchine erano le uniche tra tanti modelli più costosi e più robusti che reggevano il caldo senza che il motore ribollisse, grazie al raffreddamento ad aria.
Lei era carina e simpatica, legammo subito.
Lui: biondo, pelle chiarissima, capelli lunghi mossi e soffici, occhi azzurri, sorriso incantevole; un angelo, un po' abbrustolito dal sole, ma l'aspetto era angelico.
Arrivammo a Teheran con l'intenzione di proseguire poi tutti insieme e arrivare qui, in Afghanistan.
***
TEHERAN: una città molto moderna, ma risonante di popoli, imperi, religioni e musiche; soprattutto il canto, come in tutto l'Iran. Qualcosa che non avevo mai ascoltato prima. Nulla di paragonabile al mio amato Blues, niente che somigliasse al Jazz, dove l'improvvisazione è di tutti: strumenti e voci. Loro invece cantano sulla melodia degli strumenti che è molto dritta: una linea ipnotica, ripetuta, che si offre al canto come se lo reggesse, una strada conosciuta da usare come base per librarsi con la voce verso il cielo. Improvvisano continuamente su quella linea, mettendo nel canto tante note che si muovono su altezze diverse nello spazio della stessa sillaba. Il suono degli strumenti è come un'energia maschile e il canto un'energia femminile.
Le stesse volute piene d'oro e d'azzurro, gli stessi echi di mille altre genti, gli stessi “arabeschi”, così sulle pareti delle moschee, come nel canto.
In Iran per rivestire le pareti e le cupole delle moschee usavano e usano tasselli che riflettono la luce, sono lucidi, e guardare una cupola blu incastonata da tasselli d'oro e turchese che si erge contro il cielo mentre si ascolta uno di questi canti è come vedere la terra e il cielo incontrarsi. L'effetto è euforizzante e rilassante allo stesso tempo.
Forse Roxane usò la sua voce in questo modo per far innamorare Alèxandros.
***
Teheran era bellissima e ricca, anzi opulenta... nella zona centrale. Nella parte più periferica invece, i palazzi con l'architettura elegante e le strade ben asfaltate non c'erano.
Non sapevamo ancora chi fosse quel signore che campeggiava sulle gigantografie all'ingresso dei locali e lo chiedemmo. Gli uomini, nel rispondere alla nostra domanda si percuotevano il petto con il pugno chiuso: «He's my King!»
Lo dicevano con una luce negli occhi e una postura nel corpo che li faceva sembrare molto guerreschi. Era così ovunque, nel centro: orgoglio, combattività. Gli uomini, emblemi di virilità. Esteticamente molto belli, sia loro che le donne e non solo per i tratti raffinati, ma per la luce forte, fiera dentro gli occhi. E le donne ricche, estremamente libere.
Appena ci si spostava nei quartieri più poveri, le effigia di Reza Pahlevi divenivano rarissime.
Lo stesso avveniva per l'orgoglio nei suoi confronti e per la libertà delle donne.
***
Una grossa Mercedes si fermò all'altro lato della strada. Ne scese una visione: giovane, sola, jeans aderentissimi, canotte scollata che rendeva molta giustizia al suo splendido decolté, capelli corvini, lucenti e lunghissimi, a sfiorarle i fianchi, e occhi neri, resi “liquidi” e profondi dal kohl.
Un velo la copriva dalla testa ai piedi, fasciati questi, da piccoli sandali fatti di striscioline dorate, un velo sottile e trasparente, color del sospiro. Non solo non nascondeva nulla, ma rendeva le sue forme ancora più attraenti e i suoi occhi più misteriosi.
Sull'altro lato della strada, Monica e io camminavamo dietro ai nostri compagni. Da Ankara in poi lo vedevamo fare di frequente, sia nelle città turche, sia in quelle iraniane. Se si viaggiava in comitive numerose e ci si fermava solo nei luoghi battuti dagli occidentali, nessuno faceva molto caso ad abbigliamenti femminili non proprio conformi alle regole o a modi di fare “disinvolti”. Anzi, a Teheran in particolare, nelle zone più benestanti, le donne si muovevano da sole, si vestivano all'occidentale, ma non sempre, non dappertutto e non a tutte le donne piacevano gli abiti e i modi occidentali.
Noi volevamo vedere le città, conoscere luoghi di cui conoscevamo l'esistenza solo dai libri di storia e persone di cui non sapevamo assolutamente nulla. I nostri percorsi erano poco turistici e facevamo attenzione agli usi dei luoghi in cui ci trovavamo.
Non ci dava fastidio, anche perché per noi si trattava di un comportamento solo momentaneo. Incrociammo una coppia: lui davanti, lei dietro. Appena lui ci superò e lei fu all'altezza dello sguardo dei nostri compagni, con un piccolo movimento scostò il velo dalla bocca e fissandoli lasciò vedere un sorriso malandrino, guizzando per un secondo la punta della lingua tra i denti. I nostri uomini si girarono verso di noi con gli occhi sgranati come a dire: “Avete visto? Non lo fate, per carità”!
Monica e io ridevamo ancora a crepapelle per le inaspettate stranezze che avevano sconvolto i nostri amici, quando arrivammo davanti a un locale dal quale uscivano note di musica suadente e profumi caldi di spezie e aromi irresistibili. In Iran si mangia molto bene... Fabio entrò per primo, con i suoi lunghi capelli biondi e la sua carnagione delicata. Gli uomini nel locale lo fissavano con interesse.
Loro erano robusti, muscolosi, scuri, gli occhi color della notte, i toraci villosi.
Lui: efebico, esile e alto come un giunco, occhi color del cielo e guance dorate.
«Aspettatemi per ordinare, vado a lavarmi le mani». Fabio si avviò e dopo qualche minuto lo seguì mio cugino.
«Sbrigatevi eh, siamo affamati!»
Piero, mio cugino, tornò da noi in un battibaleno, gesticolando e agitatissimo: «Venite! Fabio è nei guai. Sono in due. Sono troppo grossi per me solo.»
Ci alzammo tutti per correre dal nostro amico, ma il padrone ci sbarrò la strada a braccia spalancate.
«Please, no men, no men! Better only women. Only women go and bring your friend back; there no danger for women, believe me please. No men!»
***
I suoi occhi erano supplichevoli e sinceri. Temeva molto che tra uomini si potesse accendere una rissa. «There's no need to fight, just shame. Women, will shame them, not men!»
Cercava di farci capire che non c'era alcun bisogno di arrabbiarsi o di scatenare un litigio... Sarebbe bastata la vergogna di essere scoperti dalle donne.
Monica non aspettò la fine del discorso. Si lanciò come una erinni verso il bagno degli uomini, pronunciando epiteti in romanesco che per fortuna gli Iraniani non capiscono. Io dietro a lei, un po' più prudente. Fabio stava in mezzo a due Iraniani sui trent'anni, grossi due volte lui. Era in preda al panico: pallido, immobile. Paralizzato.
Quello di fronte gli accarezzava il viso e cercava di baciarlo, quello dietro, gli cingeva la vita e intanto gli abbassava i pantaloni.
Quando udirono Monica e ci videro entrare lo lasciarono immediatamente e cominciarono a cercare di spiegare... di giustificarsi. «He came in, and smile... He combed his hair behind his neck...»
I capelli lunghi e biondi di Fabio, portati dietro la nuca. La sua gentilezza nel salutare entrando. Tutto molto esplicito, per loro, indicativo di un chiaro invito.
***
Nonostante la libertà, almeno apparente, conquistata già da qualche tempo, in Iran, l'omosessualità maschile rimane mai permessa, mai accolta, ma solo tollerata e limitata ad alcuni locali dove gli uomini stanno tra loro, ballano tra loro, perché ballare con una donna è ancora una cosa un po' difficile. Senza saperlo eravamo entrati nel locale più “libero” di Tehran.
Per Fabio lo spavento era stato davvero molto forte, non se la sentiva di continuare il viaggio. A Monica invece sarebbe piaciuto, ma non volle separarsi da lui.
Abbiamo cercato in tutti i modi di sdrammatizzare.
Monica e io ci siamo offerte a Fabio come guardie del corpo da lì in avanti. Niente da fare. Ci siamo salutati sotto lo Shahyad, da dove eravamo entrati in città. Loro hanno preso la strada del ritorno, verso Ovest.
Noi ci siamo diretti a Oriente, verso Islam Quala, la frontiera tra Iran e Afghanistan...
Sabina Camani
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