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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Autore: Nicola Maria D'Alessio
Titolo: Ricomincio da Lorenzo
Genere Romanzo
Lettori 773 33 24 recensione
Ricomincio da Lorenzo
Lorenzo.

Il vento fa il suo ingresso nelle strade di Fiorani da nord- est scatenando l'inferno e dura almeno tre giorni, come dicono i vecchi del paese. Frusta le strade e i vicoli alzando vortici di polvere e foglie, fischia come un mare in burrasca, sradica alberi, si infila tra le fessure delle finestre a carpire i segreti dell'animo umano, risveglia antiche inquietudini, solleva lamine e tegole dai tetti delle abitazioni, spazza via insieme ai detriti ogni pensiero positivo. Solo i più temerari mettono piede fuori casa, aggrappandosi ad ogni cosa che possa offrire un sostegno pur di non essere travolti, inclinando il corpo in avanti, oppure trovando rifugio temporaneo dentro qualche portone. Lorenzo, nonostante la sua giovane età è uno di questi.
Lo stabile dove abita oscilla ai piani alti con le raffiche più violente.
L'ascensore che porta sino al sesto piano dell'edificio costruito negli anni settanta ha una porta di ferro esterna e una di legno che scorre su un binario all'interno. Spesso si sente puzza di piscio perché qualche scugnizzo del palazzo, un po' perché non riesce a trattenerla, un po' per dispetto verso l'amministratore, decisamente antipatico, la fa sulla pedana. C'è una vecchia cassetta arrugginita che funziona con la cinque, la dieci o la venti lire ed una pulsantiera usurata dove si fa fatica a riconoscere i numeri. C'è anche un grosso specchio, quasi sempre appannato, dove ognuno si concentra sui propri difetti durante il tragitto. Lorenzo non lo prende quasi mai, anche se il suo appartamento è all' ultimo piano. A lui piace salire, ma soprattutto scendere le scale, perché il movimento è parte del suo corredo cromosomico. Conosce un trucco però, quando è stanco, entra nel vano, si regge su una sola gamba posizionata alla base della porta interna, evitando di caricare il peso del corpo sulla pedana, preme il pulsante sei e quello zero contemporaneamente, salendo senza usare la moneta. Con il tempo ha inventato anche un altro stratagemma, con un chiodo e un martello è riuscito a fare un piccolo buco all'apice della dieci lire, attraverso il quale ha fatto passare un filo di cotone. Così facendo introduce la monetina nella fessura della cassetta sino ad attivare il click che aziona il movimento dell'ascensore per poi riprendersela tirando su la cordicella.
Nella sua stanza al buio si addormenta cullato dal rumore del vento e sogna di volare con due ali di cera indistruttibili, sfruttando le correnti d'aria come fanno i falchi, salendo sempre più in alto sino a raggiungere il paradiso, dove finalmente può abbracciare i suoi genitori.
Ama spesso rifugiarsi nei pochi frammenti di ricordi riguardando qualche vecchia foto o raschiando immagini nella sua giovane memoria.
Il papà Filippo prima di metterlo a dormire lo faceva sempre venire nel suo letto. Mentre era disteso piegava le gambe con le ginocchia in alto, Lorenzo saliva a piedi nudi poggiando le piante dei piedi sulle sue rotule aiutandosi con le mani che stringevano quelle del padre, quindi mollava la presa, stendeva le gambe, allargava le braccia, assumendo la posizione di un acrobata e rimaneva in equilibrio stabilendo record su record. Poi cadeva tuffandosi sul materasso o direttamente tra le braccia del babbo.
Gli piaceva imitare Filippo usando la poltrona vicino al letto, sostenendosi con le mani sui braccioli, poi poggiava il capo sulla stessa e, con una leggera spinta, assumeva la posizione a testa in giù, appoggiando i talloni sulla parete cercando di resistere più a lungo di suo padre.
Oppure prendeva la rincorsa e saltava al di sopra della sponda ai piedi del letto in perfetto stile ventrale.
Ancora rammentava i racconti delle fiabe di Charles Dickens o di Christian Andersen. Fra tutte “l'intrepido soldatino di stagno” era la sua preferita. Amava ascoltarla quasi tutte le sere, il soldato con una gamba sola che si innamorava della ballerina era il suo eroe, ammirava il suo coraggio, le innumerevoli peripezie e diceva al suo papà: « Da grande anch'io voglio essere un buon soldato e incontrare una brava ballerina, ma non voglio finire bruciato in una stufa insieme a lei. La nostra favola avrà un finale diverso, ci ameremo, ci sposeremo e avremo dieci figli, cinque maschi e cinque femmine. ». La voce cavernosa di Filippo si inerpicava con frasi mirabolanti anche in racconti di avventure completamente inventate attingendo alla sua fervida fantasia e così nascevano personaggi dai nomi stranissimi e storie di combattimenti accompagnati da un gesticolare divertente.
Della mamma ricordava il suo sorriso dolce e le coccole che gli riservava quando si ammalava.
Carla gli scopriva il petto e lo massaggiava a lungo con quel meraviglioso unguento balsamico dal nome originale, Vicks vaporub, così leniva la tosse e il raffreddore.
Gli riservava lunghe carezze, lo riempiva di baci e gli dava leggeri pizzicotti sul sederino; poi lo stringeva forte comunicandogli tutto il suo calore. D'inverno Lorenzo faceva fatica a prendere sonno perché aveva sempre i piedi freddi, allora la mamma gli preparava una borsa di gomma riempita d'acqua calda. Lui l'applicava sotto ai talloni e da lì il tepore si diffondeva piano piano a tutto il suo corpo, rilassava i muscoli, scioglieva la tensione e finalmente riusciva ad addormentarsi. D'estate al mare giocava in acqua a tirare addosso le alghe, oppure le usava costruendosi collane. Nelle gite in montagna dondolava con lui tra le sue braccia su un'altalena costruita in modo improvvisato, incantava con il suo dolce canto da usignolo e si divertiva lasciandosi andare a goffi balli accompagnati dalla musica di un vecchio mangiadischi.
Dolci erano anche i ricordi domenicali quando in casa si diffondeva già dalle prime ore del mattino il profumo rassicurante e familiare del ragù che “ pippiava” lentamente. A Lorenzo piaceva alzare il coperchio della pentola e osservare gli sbuffi del sugo che sobbollendo liberava una bolla per volta. Nelle giornate di festa Carla amava anche preparare il timballo di maccheroni al forno o la parmigiana di melanzane e suo figlio gridava: « Mamma mi raccomando la pasta mi piace “ arruscata “ .

Nonna Lella

Tocca quasi sempre a Lorenzo fare la spesa, anche quando fuori c'è la bufera, perché vive solo con la nonna Raffaella, ormai anziana, avendo perso entrambi i genitori in un grave incidente d'auto quando aveva da poco compiuto quattro anni. Per fortuna in quel maledetto giorno era rimasto a casa dei nonni.
Anche nonna Lella, come spesso viene chiamata per abbreviazione, ha perso il marito Gaetano per un ictus cerebrale improvviso, quando aveva poco più di cinquant'anni. Ora di anni ne ha circa settanta ed è una donna ancora forte per la sua età. Costretta a lavorare sin da ragazza in una sartoria perché rimasta anche lei orfana di entrambi i genitori molto presto, ha forgiato il fisico adattandolo a qualsiasi avversità. Da giovane era molto bella e di quella bellezza ha conservato diversi tratti. Ha folti capelli bianchi come la neve e una
sagoma ancora imponente che la rendono riconoscibile anche a notevole distanza. Due magnifici occhi cerulei capaci ancora di incantare. Il suo sguardo è fiero, diretto, indagatore. Il naso è regolare, il viso roseo, liscio, privo di rughe e la mascella è quadrata, definita, tale da far risaltare l'angolo retto della mandibola delimitando nettamente il collo dall'ovale del volto. Quest'ultimo porta ancora i segni di una emiparesi facciale sinistra in seguito ad un'infezione virale. La bocca è leggermente rialzata da un lato creando un solco tra lo zigomo e il naso e un occhio è più chiuso rispetto all'altro. La sua voce è roca come quella dei fumatori, anche se non ha mai fumato, per una tiroide voluminosa che comprime la laringe. Non vede tanto bene per via delle tante ore passate alla macchina per cucire e porta quasi sempre gli occhiali. Dal duro lavoro ha ereditato anche i segni artrosici alle mani che appaiono deformate, gonfie e nodose. Ha ancora spalle larghe, una buona altezza e una discreta postura, seno e addome prominenti, gambe magre e agili. E' invecchiata conservando una certa lucentezza come invecchiano i tessuti pregiati; nonostante gli acciacchi è autonoma, energica, perfettamente in grado di badare alle faccende di casa e di prendersi cura dell'amato nipote. Sa affrontare le sofferenze fisiche
senza lamentarsi, con pazienza, senza ricorrere ai farmaci se non in casi eccezionali. In casa porta sopra i vestiti sempre uno scialle di lana frutto del suo lavoro ai ferri. Ne ha di diversi colori ma lei preferisce il rosa, il celeste o il bianco. Dopo due aborti spontanei, non più giovanissima, ha avuto una sola figlia, Carla, bella come lei, morta nell'incidente insieme al marito Filippo ed è riuscita a tamponare questa ferita solo grazie alla presenza del nipote.
Lella è uno scrigno prezioso dove viaggiare nei ricordi e Lorenzo si nutre dell'amore strappato dal destino attraverso i suoi lunghi e appassionati racconti, dove si ricongiunge teneramente con i suoi genitori.
Nelle fredde sere d'inverno, si siede davanti alla sua irrinunciabile “ vrisera “ ( braciere) di rame; la casa è inebriata dal classico odore resinoso che stimola i recettori olfattivi, attiva il sistema limbico ed amplifica le emozioni legate ai ricordi piacevoli. Poi, accompagnata dal ticchettio dei ferri con i quali lavora la lana, inizia con la sua voce aspra il viaggio a ritroso, esplorando quello spazio spietato e dolcissimo della memoria, soffermandosi sui dettagli più commoventi, fino a quando le lacrime di gioia, sue e di Lorenzo, si mescolano a quelle di dolore e si oppongono come una diga al fiume di parole.
Ma è solo una pausa momentanea perché Lella torna ogni volta che può ad accomodarsi nel passato. Per lei il presente ed il futuro consistono solo nel riversare sul nipote tutto l'amore possibile, cercando di dare un po' di ordine al caos della sua vita, ma purtroppo non riesce a modulare il carattere eccessivamente passionale, ribelle e libertario.

L'Infanzia

Per Lorenzo diventare scugnizzo è un passaggio quasi fisiologico, ma anche un percorso tortuoso, zeppo di insidie e di pericoli, costretto a saltare ogni volta dieci gradini tutti d'un fiato, cosa che ha fatto sin da guaglione, nei momenti di fuga o di eccessiva euforia, rischiando ogni volta di rompersi le ossa.
Passa un'infanzia nel quartiere Malacasa il più difficile e degradato del paese, una terra buia e amara, dove governano demoni e anime maledette, dove il mattino è già impastato di dolore, dove i più forti succhiano l'anima ai più deboli, dove non è concesso sognare, dove non ci sono angoli o spazi sicuri, dove regna la disperazione, dove occhi maligni dietro le finestre sanno tutto di tutti, dove alzare la testa per guardare il cielo e le stelle è un diritto da conquistarsi ogni giorno,
dove il male ti si attacca addosso come una sanguisuga prosciugando desideri e buoni propositi.
Le case sono fatiscenti, umide, l'intonaco esterno è scrostato, l'aria è intrisa di odori pungenti, nei vicoli i cassonetti traboccano di sacchi dove cani e gatti randagi fanno banchetto. Il palazzo in cui abita è popolato da famiglie povere che vivono di lavori stagionali in fabbrica, da braccianti agricoli e venditori ambulanti. Salendo per le scale i gradini sono sempre sporchi, cosparsi di cicche di sigarette, pezzi di carta, avanzi di cibo, materia organica. I muri sono imbrattati di scritte, di disegni raffiguranti organi sessuali e un odore stagnante di cibo, di lerciume, di fogna permea l'intero edificio senza che il ricambio d'aria possa scacciarlo.
Lorenzo morde l'asfalto come molti ragazzi della sua età. Compie furtarelli, fa a botte un po' con tutti, frequentando delinquenti della peggiore specie e il suo destino sembra segnato. E' magrissimo, rachitico, come un bambino venuto dal Biafra, gli si contano le costole, ha zigomi sporgenti, occhiaie profonde, il viso scavato da un dolore antico, un naso pronunciato, denti sovrapposti, labbra carnose con angoli della bocca stretti e inclinati. Ha una carnagione olivastra con folti capelli lisci e nerissimi, occhi spiritati, gambe e braccia lunghe, sproporzionate rispetto al tronco. Tutto racconta di un ragazzo che porta addosso i segni del suo doloroso passato.
A dispetto della sua apparente fragilità è dotato di un'agilità e atletismo fuori dal comune. E' imbattibile nella corsa rispetto ai suoi coetanei, sia in velocità che in resistenza. A scuola si arrampica facilmente sulla fune o sulla pertica, prevale su tutti nel salto in lungo e in alto, anche negli sport di squadra eccelle. Passa intere giornate fuori casa giocando a pallone con gli amici nei cortili o in qualsiasi spazio all'aperto, fa parte della squadra di calcio del suo rione, la Real Malacasa, viene impiegato come ala destra e spesso supera gli avversari con i suoi dribbling e la sua rapidità. A sera rientra pieno di lividi solo per mangiare qualcosa al volo o per dormire. Gli unici cibi che adora sono una fetta di pane con sale, olio e origano o l'uovo a occhio di bue. La nonna gli dice sempre: «Lorè te pienze che a casa è ‘na locanda? »ma quelle parole ‘a ‘na parte trasene e ‘a n'ata parte iescene e il ragazzo continua a condurre una vita da scapestrato. Ben presto gli tocca affrontare l'infinita brutalità degli scugnizzi di strada che si iniziano al mestiere di essere uomini. Lui non è di indole violenta o aggressiva, dentro di sé ha quel seme di purezza che innaffiato o curato con amore può diventare una pianta robusta, ma spesso deve mostrare gli artigli per non diventare preda dei più feroci e quel seme rischia di seccare o peggio ancora di generare un frutto malato. A Malacasa la violenza nella giusta misura è considerata un elemento essenziale nel processo di maturazione.
Un giorno Fonz o Nero, ‘no vere guappitielle, suo avversario di gioco che non ci sta a perdere in una partita di calcio all'ultimo sangue, incomincia ad insultarlo per un rigore contestato, poi passa alle spinte, quindi ai calci ed ai cazzotti. Renzo (così lo chiamano parenti ed amici) deve assolutamente reagire, non può essere umiliato davanti agli altri, essere troppo buoni nel codice della strada significa essere ‘n ommenicchie. Allora parte immediatamente al contrattacco, lo afferra al collo e lo stringe con le braccia in una morsa d'acciaio gridando: «T'arrienne Omme ‘e merde?» O Nero che non ne può più risponde: «Lassame, lassame m'arrenne. ».
Ma il vigliacco appena si divincola raccoglie da terra una bottiglia di birra vuota, la sbatte con il fondo sul muretto, così facendo il vetro si frantuma e ne ricava una pericolosa arma. Con il coccio aguzzo si avventa su Lorenzo colpendolo di striscio alla coscia poco sopra il ginocchio. La ferita è ampia, il sangue scorre copiosamente, Fonz se la squaglia, gli altri amici arrivano in soccorso legando e stringendo l'arto al di sopra della ferita con una sciarpa stretta, poi due di loro lo sollevano in braccio e lo accompagnano dal dottor Adinolfi, vecchio medico del paese, che sul lettino del suo ambulatorio, non perde tempo nel disinfettare e suturare la ferita con una decina di punti. Lorenzo non emette un lamento né versa una lacrima, stringe solo la sciarpa sporca di sangue tra i denti sotto gli occhi
sbalorditi del dottore. La strada lo ha già forgiato, piangere è per i deboli, per le femminucce, lui è già n'omme o vere.
Di quell'episodio come di tanti altri porterà le diverse cicatrici disseminate sul suo corpo.
Nonna Lella in questo frangente, come anche in altre occasioni, quando il nipote si ritira a casa malconcio gli dice: «Lorè te rà ‘na calmata senò fai ‘na brutta fine. » Ma Lorenzo a darsi una regolata non ci pensa proprio e continuerà la sua vita spericolata. Allora la nonna rassegnata mormora tra le labbra: « Speriamo che ‘A Maronna sempe t'accumpagna! ».
Nicola Maria D'Alessio
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