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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Gioacchino Rosa Rosa
Titolo: Il rompiscatole
Genere Umorismo
Lettori 129
Il rompiscatole
Morbillo Mariotti aveva conosciuto sua moglie Marcela Gabrielo trent'anni prima, a Santo Domingo, durante la vacanza che lo Scatolificio Adriatico di Borgo Mezzanone gli aveva donato per aver vinto l'ambito premio Dipendente dell'anno 1996.
Marcela, all'epoca, non comprendeva una sola parola d'italiano. Morbillo le parlava con voce calma, con un sorriso paziente e quella lieve inclinazione del capo con cui era solito compatire l'inadeguatezza altrui. Le faceva notare che aveva un leggero strabismo, che il rossetto oltrepassava appena il margine sinistro delle labbra, che camminava caricando troppo il peso sul piede destro e che, quando rideva, scopriva troppo le gengive.
Marcela non immaginava che la stesse criticando. Vedeva solo un uomo elegante che la osservava con attenzione, le parlava con un tono pacato e sorrideva. Sorrideva anche lei, convinta di ricevere complimenti.
Morbillo interpretò quei sorrisi come una rara disponibilità ad accettare critiche e suggerimenti.
La sposò.
Man mano che Marcela imparò l'italiano, le frasi pronunciate da Morbillo a Santo Domingo acquistarono retroattivamente un significato diverso. Quando fu in grado di comprenderle tutte, era ormai troppo tardi per fingere di non aver capito che aveva sposato un rompiscatole. Dopo trent'anni era arrivata al culmine della sopportazione.
Quella mattina Morbillo era più agitato del solito. Era il suo ultimo giorno allo Scatolificio Adriatico e il pensiero che da quel giorno nessuna produzione avrebbe più goduto di un adeguato controllo qualità, gli procurava un'inquietudine insopportabile.
Alle sei e trentuno aprì l'armadio.
Sul lato interno dell'anta una scheda ne riportava analiticamente il contenuto: sette paia di calzini, sette mutande, sette camicie bianche e sette celesti, due cravatte regimental uguali, due giacche blu uguali, due pantaloni, uno grigio e uno marrone. Morbillo consultò la lista come se il bucato potesse subire perdite o sostituzioni durante il tragitto dalla lavatrice alla gruccia.
Tutti i suoi capi erano numerati. Il numero sull'etichetta stabiliva l'ordine di utilizzo; dopo il lavaggio, ogni pezzo tornava in fondo alla propria serie perché nessuno si consumasse prima degli altri.
Quella mattina però, la camicia bianca numero quattro era fuori posto, in mezzo a quelle celesti.
Non era mai successo.
Sgranò gli occhi incredulo e, con un tono leggermente alterato, chiamò sua moglie prestando attenzione a contenere l'emissione sonora entro i consentiti 70 decibel.
«Marcela! La camicia bianca numero quattro è tra le celesti!»
La voce di Morbillo entrò e uscì dalle orecchie di Marcela senza soffermarsi neppure un istante Se ne restò tranquillamente seduta davanti alla specchiera, in camicia da notte a raccogliersi i capelli dietro la nuca.
Lei lo ignorò e si infilò una forcina nei capelli.
Non ricevendo risposta, Morbillo prese la camicia dalla gruccia e le si avvicinò per mostrarle l'etichetta.
«Guarda tu stessa se non ci credi. È la camicia bianca numero quattro ed era dopo la celeste numero sette!»
Marcela non lo guardò, non sospirò, non gli concesse neppure l'espressione infastidita che lui avrebbe potuto analizzare. Si alzò, gli voltò le spalle e andò in cucina. Morbillo rimase davanti all'armadio con la camicia in mano e la bocca aperta per lo stupore: «Diamine, Marcela avrebbe almeno potuto riconoscere la svista.» Non pretendeva delle scuse. Sarebbe bastato un semplice: «hai ragione, caro, chissà dove avevo la testa ieri sera.»
Sistemò la bianca numero quattro nella propria serie, tra la tre e la cinque. Poi controllò le altre camicie perché un errore tanto evidente poteva nasconderne altri di meno visibili. Fortunatamente non ne trovò. Guardò l'orologio. Aveva perso quasi tre minuti sulla tabella di marcia.
Indossò la camicia prevista dalla rotazione, i pantaloni e la cravatta n.1 e iniziò a vestirsi davanti allo specchio.
Morbillo era di altezza media, con capelli neri ancora folti, attraversati da striature bianche sulle tempie. La camicia, abbottonata, si tendeva appena sopra una pancetta da birra.
La birra era la sua sola indulgenza e per berla seguiva un preciso rituale: metteva il boccale da pizzeria nel congelatore fino a che non creasse una patina uniforme di ghiaccio e subito dopo ci versava la birra fredda. Aveva quattro esemplari identici di boccale che usava a rotazione. Anche gli sbalzi termici, secondo lui, andavano distribuiti equamente.
Gli occhiali avevano piccoli microfoni direzionali progettati per attenuare il brusio nei luoghi affollati. Morbillo li portava ovunque. Quella mattina, però, Marcela non gli aveva offerto nulla da ascoltare.
Se ne stava in cucina, con la tazza di tè davanti e lo sguardo perso nel nulla rivolto alla finestra. Nella stanza perfettamente ordinata sembrava una statua di cera intorno alla quale Morbillo si muoveva aprendo sportelli, controllando l'orologio e verificando il contenuto della borsa da lavoro: calibro, metro laser, livella, misuratore di umidità, termometro a infrarossi, lente illuminata, torcia, fonometro e bustine trasparenti per la raccolta dei campioni. Tutto era al proprio posto.
Morbillo chiuse la borsa e bevve il caffè in piedi. Per recuperare il ritardo rinunciò al terzo biscotto. Alle sette e diciassette infilò la giacca. Era ancora indietro di un minuto e mezzo.
Prese la borsa, raggiunse l'ingresso e aprì la porta senza salutare.
Marcela ascoltò i suoi passi sul pianerottolo, le porte dell'ascensore e il rumore della cabina che cominciava a scendere. Aspettò che fosse arrivato al piano terra.
Poi andò in camera, tirò giù le due valigie dall'armadio e le aprì sul letto.

L'ULTIMO COLLAUDO

Allo Scatolificio Adriatico, quella mattina, avevano eliminato dalla vista del signor Mariotti tutto ciò che avrebbe potuto attrarre la sua attenzione e bloccare la produzione.
I bancali erano dentro le linee gialle. I barattoli di colla riportavano la data di apertura. Le prolunghe attraversavano il pavimento dentro canaline regolamentari. Persino il carrello con la ruota storta, che da mesi avanzava per il reparto lamentandosi a ogni giro, era stato rinchiuso nel magazzino dei materiali inutilizzati.
Il direttore generale, ingegner Ettore Malaspina, era arrivato alle sette e mezzo, evento che nello stabilimento non si verificava dai tempi dell'incendio nel reparto stampa. Aveva controllato personalmente la sala della festa, contato le bottiglie di champagne e chiesto tre volte se l'orologio destinato al pensionando funzionasse. Malaspina aspettava quel giorno da almeno quindici anni.
Era il tredici agosto, l'ultimo giorno prima della chiusura per ferie. Nel piazzale i camion erano già fermi in fila con i teloni chiusi e il termometro sopra la portineria segnava trentadue gradi alle sette e quaranta. Malaspina si liberava dell'anno e del signor Mariotti nello stesso pomeriggio, e delle due cose la seconda gli sembrava di gran lunga la più urgente.
Il signor Mariotti aveva reso lo Scatolificio Adriatico prestigioso. Le aziende che ordinavano una confezione sapevano che il colore sarebbe stato quello concordato, che la chiusura avrebbe resistito e nessuna confezione sarebbe arrivata al cliente con il fondo sfondato.
Aveva anche rischiato di mandarlo in rovina.
Aveva respinto tirature elevate per differenze di colore invisibili a occhio nudo, bloccato camion già caricati, contestato carte che il fornitore produceva da vent'anni e costretto clienti importanti a rimandare campagne pubblicitarie perché una scatola perfetta per chiunque altro, secondo lui, tendeva a imbarcarsi «in presenza di umidità». Alcuni clienti avevano apprezzato. Altri avevano cambiato scatolificio.
Malaspina non aveva mai saputo stabilire quanto denaro il signor Mariotti gli avesse fatto guadagnare grazie alla reputazione di precisione e quanto gliene avesse fatto perdere impedendogli di consegnare in tempo.
Sapeva soltanto che quel pomeriggio, alle diciassette, il problema sarebbe diventato dell'INPS.
Il signor Mariotti entrò nel capannone alle sette e cinquantanove. Gli operai lo salutarono con un calore che non gli avevano mai dimostrato durante gli anni di lavoro.
«Buongiorno, signor Mariotti.»
«Beato lei che va in pensione.»
«Adesso tutto donnine e champagne, signor Mariotti, eh?»
Morbillo rispose con lievi inclinazioni del capo. Era ancora in servizio.
Superò la taglierina, il reparto stampa e la zona di incollaggio. Arrivò quasi alla porta del proprio ufficio. Poi tornò indietro.
Il movimento attraversò il capannone più rapidamente di un allarme. Un operaio ritirò la mano da un nastro rattoppato. Un altro nascose una bottiglietta d'acqua posata sul quadro comandi. Ciro Lanza, il responsabile della produzione, che stava bevendo il caffè, lasciò il bicchiere sulla prima superficie disponibile.
Il signor Mariotti si fermò davanti alla linea dei cofanetti per liquori.
Le confezioni, rivestite di carta blu scuro, uscivano dalla macchina già formate e venivano impilate a gruppi di dodici. Morbillo ne prese una, inserì la bottiglia campione nella culla interna e la estrasse. Sull'etichetta nera apparve una striscia opaca. Ne provò una seconda. La stessa striscia.
Premette il pulsante rosso.
La linea si arrestò di colpo. Un segnale acustico riempì il reparto, la luce arancione cominciò a lampeggiare e gli operai si bloccarono ai propri posti.
Dall'ufficio al primo piano, Malaspina vide il segnale attraverso la vetrata. Chiuse gli occhi.
«No, maledizione no!»
Ciro raggiunse il banco mentre il signor Mariotti smontava la culla interna del cofanetto. Sul bordo inferiore sporgeva una sottile cresta di colla secca. Morbillo tracciò una croce rossa sulla scatola.
«Bloccate il lotto dall'ultimo controllo conforme.»
Ciro osservò l'abrasione sull'etichetta e fece un cenno agli operai.
I bancali vennero isolati. Il manutentore smontò l'ugello. Due addetti cominciarono ad aprire le confezioni già prodotte. Malaspina scese dal piano superiore con la giacca slacciata.
«Quanto è grave?»
Il signor Mariotti aveva già infilato il campione in una bustina trasparente.
«La colla secca abrade l'etichetta durante l'estrazione.»
«Si vede?»
Morbillo gli porse la bottiglia.
Malaspina la inclinò verso la luce. La striscia era sottile, ma c'era.
Era sempre quello il momento peggiore: quello in cui sperava che il signor Mariotti avesse esagerato e scopriva che aveva semplicemente visto quello che era sfuggito agli altri.
«Quante scatole dobbiamo controllare?»
«Tutte.»
Malaspina guardò i bancali.
«Il camion parte alle undici.»
Il signor Mariotti stava compilando il verbale.
«Dovrà aspettare.»
Malaspina inspirò lentamente. Avrebbe voluto ricordargli che i clienti acquistavano liquori, non estraevano bottiglie per studiare le abrasioni sulle etichette. Ma conosceva la risposta: il difetto non cessava di esistere perché il cliente non lo aveva ancora notato.
L'ugello venne pulito in sette minuti. Dopo altri cinque, la linea era pronta a ripartire.
Il signor Mariotti provò il primo cofanetto. Inserì la bottiglia, la estrasse, controllò l'etichetta e firmò la riapertura. La sirena tacque.
Alle sedici e trenta, Malaspina fece chiamare il signor Mariotti nella sala riunioni. Sul tavolo avevano disposto focaccia, taralli, olive, una torta rettangolare e sei bottiglie di champagne immerse in due secchielli. Il ghiaccio si era sciolto per metà. Quando il signor Mariotti entrò, partì un applauso.
I suoi occhiali attenuarono il rumore generale e gli restituirono con chiarezza le voci più vicine.
«Ce l'abbiamo fatta, finalmente Morbillo si leva dalle scatole.»
«Non dirlo finché non esce. Magari ci ripensa.»
«Secondo me torna domani.»
Morbillo non reagì. Si mise accanto al direttore. Malaspina prese la parola.
Aveva preparato un discorso che suonasse affettuoso e sincero, il che gli aveva richiesto uno sforzo superiore a quello necessario per ottenere una linea di credito straordinaria.
«Il signor Mariotti, il nostro caro Morbillo, ha trascorso quasi quarant'anni in questa azienda. Ha costruito la nostra reputazione e... demolito una parte consistente dei nostri margini di guadagno grazie al suo impareggiabile zelo.»
Gli operai risero.
«Grazie a lui», proseguì Malaspina, «lo Scatolificio Adriatico di Borgo Mezzanone è diventato sinonimo di precisione. I nostri clienti sanno che una scatola approvata da Morbillo Mariotti può superare il trasporto, l'umidità, gli urti e probabilmente anche la fine del mondo senza mostrare il minimo cedimento. In quarant'anni questa azienda non ha ricevuto un reclamo. Nemmeno uno.»
Malaspina, con una finta lacrima di commozione che mascherava la gioia per la fine di un incubo, gli consegnò un orologio imitazione Rolex con l'incisione: «Al signor Mariotti, l'unico uomo più preciso di un orologio». Morbillo notò che l'orologio era avanti di cinque minuti rispetto al suo, poi, con uno slancio insolito, abbracciò il direttore e lo ringraziò. Malaspina sentì sciogliersi una tensione accumulata in quarant'anni.
Aprì lo champagne. Il tappo uscì con un colpo fiacco. Morbillo lo raccolse, trovò una fenditura nel sughero e se lo mise in tasca. Poco dopo contò le banconote della colletta, lesse le firme e ringraziò i colleghi uno per uno. Malaspina cominciò a rimpiangere di non aver fissato un orario massimo anche per il pensionamento.
Alle diciassette e trenta il signor Mariotti, dopo aver preso nota del nome del produttore dello champagne e del lotto di produzione, tornò nel proprio ufficio e cominciò a scrivere qualcosa al computer. Malaspina comparve sulla porta.
«Signor Mariotti?»
Morbillo continuò a digitare.
«Dica, direttore.»
«Cosa sta facendo?»
«Sto lavorando.»
«Ma lei è ufficialmente in pensione.»
«Era necessario.»
«Necessario fare cosa?»
«La contestazione.»
«A chi?»
«Al produttore dello champagne.»
Malaspina lesse le prime righe. La lettera segnalava l'eccessiva secchezza del sughero, la perdita di elasticità e il rischio di rottura durante l'apertura. Chiedeva al produttore una verifica sulla partita dei tappi e sulle modalità di conservazione nonché una nota di credito pari almeno al 50% della fattura emessa.
Alle diciotto meno sette Morbillo attraversò il cancello dello Scatolificio Adriatico. Malaspina lo seguì dalla finestra finché non salì in macchina. Solo allora smise di sudare freddo.

Quando il signor Mariotti rientrò a casa, notò le due valigie aperte sul letto.
Marcela, sua moglie, era davanti all'armadio. Indossava una camicia chiara, pantaloni neri e scarpe basse. Prese una pila di vestiti e la lasciò cadere nella valigia più grande. Morbillo si fermò sulla porta e spalancò la bocca.
Le scarpe poggiavano sulle camicie. Il beauty-case occupava il centro. Le cinture erano gettate tra la biancheria e due flaconi sporgevano da una tasca senza alcuna protezione. Solo dopo guardò il viso della moglie.
«Cosa stai facendo?»
Marcela prese un altro vestito e lo lanciò nella valigia.
«Torno a Santo Domingo.»
«E tu pensi di poter buttare due vestiti nella valigia e partire per Santo Domingo, così, all'improvviso? Non esiste. Non puoi partire così!»
«E perché mai?»
«Perché le valigie sono un disastro, così non si chiudono. Aspetta, te le sistemo io.»
Morbillo estrasse il beauty-case, divise i capi per peso e cominciò a piegarli.
«Non toccare le mie cose.»
Morbillo continuò. Avvolse le scarpe, arrotolò le cinture, separò i flaconi dai tessuti. Marcela rimase in piedi davanti a lui.
«Sai perché me ne vado?»
Morbillo premette con il palmo sui pantaloni per eliminare l'aria.
«No.»
«Per questo.»
«Per le valigie?»
«Esatto.»
«Non mi sembra di averle sistemate poi così male.»
Marcela prese la borsa e uscì sul pianerottolo. Morbillo la seguì fino all'ascensore, controllando che le ruote non urtassero la parete della cabina.
Quando Marcela scomparve dalla sua vista, rientrò nell'appartamento, prese dal congelatore il bicchiere della birra. Il vetro era coperto da una patina di ghiaccio uniforme. Versò lentamente il contenuto dalla bottiglia lasciando salire la schiuma fino a due dita dal bordo. Poi sedette davanti al posto vuoto di Marcela.
In un solo giorno erano finiti il suo lavoro e il suo matrimonio.
Per fortuna la birra era alla temperatura prevista. In quel momento gli parve un dettaglio di una certa importanza.
Il giorno dopo era il quattordici agosto.
Alle diciannove il Sacro Tavolo uscì dalla Cattedrale e tutta la Foggia rimasta si spostò in centro, dietro l'Iconavetere. Il resto della città era già come diventa in quella settimana: saracinesche abbassate, cartelli scritti a mano sui vetri, interi isolati in cui non passava una macchina per venti minuti.
Morbillo non andò alla processione. Non ci era andato nemmeno negli anni in cui aveva qualcuno con cui andarci.
Alle diciannove e dieci aprì l'armadio e contò le grucce rimaste vuote dalla parte di Marcela. Erano ventidue.
Poi staccò dal lato interno dell'anta la scheda che ne riportava analiticamente il contenuto e la aggiornò.
Gioacchino Rosa Rosa
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