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Autore: Arsenio Siani
Titolo: Le nostre tracce
Genere Drammatico
Lettori 160
Le nostre tracce

Il mostro è lì, nell'ombra, solo un rantolo mi comunica che è ancora vivo. Ha picchiato mia madre, quel cane, poi si è scolato una bottiglia di gin ed è crollato come tutte le sere, stanco ed ubriaco.
Stanco della vita, che secondo lui non merita di essere vissuta. Ma allora perché non la fa finita e basta? Perché questa arrogante pretesa di contaminare anche noi col suo male di vivere? Sta lentamente abbandonando la vita e vuole trascinarci giù insieme a lui. È già morto, mentre noi siamo vive. E ciò che muore ha paura dell'impulso vitale. L'inferno teme il paradiso, odia chi vi abita, mentre sofferenza e oscurità sono le piaghe che attanagliano il suo animo.
Ora è sveglio. Mamma dorme. Almeno sembra che stia dormendo. Forse è la sua strategia di sopravvivenza, simile a quella degli animali che si fingono morti per salvarsi dal predatore.
Il mostro esce di casa barcollando, il prato di fronte casa sarà presto inondato col suo vomito. Appena scatta la serratura entro in camera da letto. Mamma è supina sul letto, un rivolo di sangue le scivola sulla guancia partendo dal mento. Piango. Mi passo la mano sul viso, poi uso le lacrime per pulirle il volto. Le mie lacrime si mescolano con le sue Piangiamo insieme. Almeno adesso il suo viso è pulito.
Mamma, quando sarò grande ti porterò via da qui.

Pugni, pugni e ancora pugni. Il mostro se ne sta davanti all'ingresso della mia cameretta, mi guarda con occhi spiritati, vomita qualche frase sconnessa in un misto, di rabbia, eccitazione e furore. Ogni volta che provo a rispondere, controbattendo alle sue affermazioni prive di senso, colpisce con forza la porta con la sua mano pesante. Temo che da un momento all'altro possa sfondarla.
È ubriaco anche stasera. Il fetore dell'alcool occupa tutto lo spazio che separa me da lui, infetta l'aria e minaccia un pericolo imminente. Me ne sto seduta sul letto, tengo le braccia tese lungo i fianchi, affondo le nocche delle mani nel materasso e protendo il busto in avanti. Non distolgo lo sguardo, non abbasso gli occhi, non lascio uscire nessuna nota tremolante dalla mia voce. Non mi fai paura. Gli sto comunicando questo, con tutto il mio essere. Non cederò. Non vincerà.
"Non osare sfidarmi, ragazzina. Cos'è quello sguardo? Guarda che finisci male!"
"Che vuoi fare? Picchiarmi? E per cosa?" chiedo con tono sprezzante.
"Non devi intrometterti quando litighiamo io e tua madre. Non ti devi permettere. Mai più! Capito?"
"Quello non era un litigio! La stavi per ammazzare, animale che non sei altro! Avrei dovuto restare a guardarti mentre lo facevi?"
Non faccio in tempo a terminare la frase che il mostro è scattato in avanti, carica indietro un braccio e mi colpisce al volto con un cazzotto preciso e potente. Il mio gracile corpicino viene ributtato all'indietro, sbatto con la schiena e la nuca contro la parete e rimbalzo sul materasso. Il dolore è fortissimo, sento la mascella che mi pulsa, come se volesse esplodermi. Gli occhi si inumidiscono, vorrei piangere, ma non posso dargli questa soddisfazione. Soffio con forza aria dalle narici, mi asciugo furtivamente le lacrime con la manica della maglietta, mi accorgo che ci sono delle macchie di sangue. Mi fa male anche il labbro, deve avermelo spaccato.
"Ti senti meglio ora, animale? Ti sei sfogato, no? Come ci si sente dopo essersela presa con i più deboli? Sei orgoglioso di te stesso, grande uomo?"
Le parole partono veloci come proiettili, sono una mitragliatrice che spara accuse, inveisce e offende, con un unico obiettivo: sfidare. Voglio dimostrargli che la sua brutalità non può piegarmi. Può anche ferire il mio corpo ma non intaccherà la mia anima.
Solleva verso l'alto un braccio, poi lo abbassa tenendo il palmo della mano aperto, mi colpisce sulla sommità della testa, poi ripete lo stesso movimento con l'altro braccio. Questa volta paro il colpo coprendomi la nuca con le braccia ma l'urto è talmente forte da farlo rimbombare nella mia testa. Poi ancora altri colpi, due, tre, quattro, cinque manate.
Le urla di mia madre dalla stanza accanto arrivano fino alle mie orecchie, strazianti e disperate. "Lasciala, ti prego. È solo una bambina!"
"Zitta, troia. Quando ho terminato con lei finisco di fare i conti con te!" ringhia il mostro.
Mi rannicchio per coprirmi meglio quando ad un tratto sento una sfilettata alla schiena, come se qualcosa di sottile ed elastico mi avesse colpito. Si è tolto la cinghia e sta menando dei fendenti su di me, dopo la schiena passa alle gambe, poi di nuovo la schiena. Il dolore è atroce, non riesco a resistere, stavolta urlo, infine piango, singhiozzo, gli chiedo di smetterla. "Basta! Basta, papà, basta!"
Ha vinto lui. Sto implorando pietà. Sembra accorgersene, colpisce con ancora maggiore impeto, cosi da coronare il suo trionfo.
"Chi è che comanda qui, eh? Chi comanda? Ti ammazzo se non mi porti rispetto. Hai capito? Devi rispettarmi, se no ti spezzo le ossa!"
"Lasciala stare, ti prego!"
Mamma è entrata in camera, con la coda dell'occhio la guardo mentre cerca di avvicinarsi con timore a quella massa di carne e ossa che si dimena contro di me, la tocca con una mano e subito si becca una gomitata in pieno volto. La furia bestiale si dimentica di me e torna ad abbattersi su di lei, viene trascinata via per i capelli e sono di nuovo urla, tonfi, fracasso infernale.
Ha vinto lui. Stasera mi sono resa conto di quanto sia piccola ed impotente rispetto a lui. Non posso sperare di vincerlo, per ora. Devo resistere, e aspettare di diventare grande.
Però forse...non è stato tutto sbagliato. Ha sfogato un po' della sua rabbia e del suo desiderio di violenza su di me. Forse sono riuscita ad aiutare un po' mia madre. Magari le ho risparmiato un pò di botte, chissà, potrebbe darsi che stasera si stancherà prima del solito. Magari non la ammazza. Non stasera, perché io l'ho sfidato, ho condiviso con mia madre il suo immenso dolore. Stasera sono cresciuta un po'. Un altro passo lungo il cammino per diventare una donna.
Resisti ancora un po', mamma. Presto ti porterò via da qui.

13 anni. Due mesi fa ho festeggiato il mio tredicesimo compleanno. Ero da sola seduta al tavolino di un bar, ho comprato un muffin al cioccolato che mi piace tanto, ci ho messo sopra una candelina, l'ho accesa e spenta nel giro di un secondo, poi mi sono applaudita da sola. Sarò sembrata cretina? Non lo so ma al barista devo aver fatto pena, mi ha preparato una cioccolata calda e me l'ha portata. Gli ho detto che non avevo i soldi per pagarla e lui, sorridendo, mi ha risposto che era offerta dalla casa. Ho sentito una sensazione di calore al petto e mi sono venute le lacrime agli occhi. Era da tanto che non la provavo, un sapore antico che ricordo in modo flebile. Da quando era che qualcuno non mi trattava con gentilezza? Quando è stata l'ultima volta, prima di quel giorno, in cui un altro essere umano mi ha sorriso?
13 anni. E non avere più voglia di sentire niente. Perché sono soprattutto le sensazioni brutte a farsi sentire. E io non voglio più.
Chiesi al barista di farci una foto insieme, per ricordo. Gli ho dato il mio cellulare e ci siamo scattati un selfie. Sorridevamo entrambi, davanti alla mia cioccolata fumante e al mio muffin.
Ieri il mostro mi ha controllato il cellulare. Non so perché lo abbia fatto, quel che so è che da un pò di tempo aveva cominciato a guardarmi in modo strano. Aveva uno sguardo che non dovrebbe avere un padre che osserva sua figlia. Il mio corpo ha cominciato a cambiare, sto crescendo e lui sembrava interessato a questa cosa.
Quando ha visto la foto è andato in escandescenza. Stavo facendo la doccia, lui ha sfondato la porta del bagno, mi ha afferrata per i capelli e mi ha trascinata nuda in soggiorno.
"Chi cazzo è questo?" ha sbraitato, mostrandomi la foto. "Così piccola e ti diverti già a fare la troia?"
"È un amico. Abbiamo festeggiato il mio compleanno insieme. È per caso vietato?" ho domandato, con tono sarcastico.
Lui ha reagito alla mia provocazione spaccando il cellulare in terra e tirandomi un calcio nelle natiche.
"Cagna! Siete tutte uguali, voi donne. E a quelli come me tocca punirvi. Ma tanto non imparate mai!"
"Papà, cosa fai?" ho urlato, quando mi sono resa conto che si stava abbassando le brache. Io ero nuda sul tappeto del soggiorno e lui si era tolto i pantaloni.
"Adesso fai tutto quello che ti dico" ha detto a denti stretti, quasi sussurrando, un invito a non fare rumore e ad accettare tacitamente ciò che stava per accadere.
Io ho urlato. Mi sono alzata e ho cercato di scappare ma prima ancora di aver terminato di sollevarmi da terra il mostro mi aveva già afferrata da dietro. Ho Continuato ad urlare, sperando di attirare l'attenzione di qualcuno. Mamma era in casa, forse avrebbe potuto fare qualcosa, chiamare aiuto. Mamma dove sei?
Poi l'ho vista comparire davanti all'uscio, accovacciata in terra. Aveva lo sguardo perso nel vuoto e sembrava priva di ogni forza, anche di quella per sollevarsi. Stringeva con le mani lo stipite della porta, il labbro inferiore le tremava mentre un rivolo di bava le usciva dalla bocca. Aveva appena preso le sue medicine, quelle maledette pillole che la inebetiscono e non le fanno capire più niente.
La mano del mostro si è posata sulla mia bocca per impedirmi di continuare ad urlare, con l'altra aveva già iniziato a palpeggiarmi. Avevo paura. Stavolta il mostro era riuscito a inondarmi di terrore. Sapevo cosa stava per succedere e la disperazione si era impadronita di me. A quel punto non mi restava altro da sperare che terminasse in fretta. E invece no. Neanche quello mi fu concesso. Fu lunga e dolorosa.
Ho 13 anni. Appena due mesi prima ho festeggiato il mio tredicesimo compleanno. 13 anni.
E non ho più voglia di sentire niente.

Arsenio Siani
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