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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Riccardo Innocenti
Titolo: Il Prezzo dell'Invidia
Genere Narrativa
Lettori 140
Il Prezzo dell'Invidia
Pacentro era uno di quei paesi che sembravano nati più dalla montagna che dalla mano dell'uomo. Le case se ne stavano appoggiate alla roccia, strette l'una all'altra, con i tetti bassi, i muri chiari, le strade ripide e tortuose che in certi punti parevano voler salire dritte fino al cielo. D'inverno il vento attraversava i vicoli con lunghi sibili, facendo tremare gli scuri e le porte malmesse; d'estate invece ogni pietra si scaldava al sole e l'odore dei castagni, dell'erba secca, del fumo dei camini spenti da poco, rimaneva nell'aria fino a sera. Era un luogo duro, Pacentro. Bello, certamente, ma di quella bellezza che non consola nessuno, perché chiede fatica in cambio di ogni cosa. Per vivere lassù bisognava avere gambe buone, schiena forte e una certa disposizione a non lamentarsi troppo, poiché la montagna ascoltava tutti, ma non aveva mai risposto a nessuno. In una casa semplice, poco distante dai pascoli, vivevano Ettore e Teresa. Lui era un uomo alto, asciutto, con le spalle larghe di chi aveva imparato a portare pesi prima ancora di diventare adulto. Aveva mani grandi, scure, attraversate da piccoli tagli che non faceva mai in tempo a guarire del tutto, e soprattutto parlava poco perché apparteneva a quella razza di uomini convinti che le parole, se usate senza misura, perdevano valore. Quando diceva una cosa, era perché l'aveva pensata a lungo, o perché non poteva proprio tacere. Teresa invece era fatta di tutt'altra sostanza. Era bella in modo quieto, con un viso pallido e delicato, gli occhi limpidi e un sorriso capace di addolcire perfino l'espressione ruvida di Ettore. Da ragazza doveva essere stata una di quelle creature che fanno voltare la gente senza neppure accorgersene, ma la salute le aveva sempre chiesto pegno. Bastava una stagione più fredda, una notte umida, una salita presa con troppa fretta, e il suo petto iniziava a stringersi, il respiro le diventava corto, le guance perdevano colore. Ettore, che con le bestie e con la terra sapeva essere pratico fino alla severità, davanti alla fragilità di Teresa perdeva ogni durezza. «Siediti, che il mondo non scappa» le diceva, quando la vedeva insistere con qualche faccenda.
«Se mi siedo ogni volta che me lo dici tu, divento parte della sedia» rispondeva lei, tentando di sorridere. «Meglio parte della sedia che stesa per terra.» Teresa allora lo guardava di traverso, fingendo irritazione, ma finiva quasi sempre per dargli ascolto, più per non farlo preoccupare che per reale stanchezza. In realtà lo sapevano entrambi che quel corpo tanto gentile le imponeva prudenza, perché la vita, con lei, bisognava prenderla con più riguardo. Il loro era un amore senza grandi gesti, senza dichiarazioni, senza promesse inutili. Ettore non avrebbe saputo spiegare con belle parole ciò che Teresa rappresentava per lui, ma se lei tossiva, lui smetteva di respirare insieme a lei. E questo, in una casa come la loro, valeva più di qualsiasi poesia. A testimoniare quella specie di piccolo regno domestico c'erano anche Zorro e Fufi, due animali così diversi da sembrare messi insieme da un capriccio del destino. Zorro era un pastore maremmano grande, bianco, serio, con uno sguardo vigile e una pazienza quasi umana. Seguiva Ettore nei pascoli, controllava il gregge, fiutava l'aria prima che il tempo cambiasse e abbaiava poco, soltanto quando riteneva che il mondo meritasse davvero di essere avvisato. Fufi, invece, era un gatto tigrato, agile e presuntuoso, convinto di avere diritto di controllo su tutto. Non si sapeva bene da dove fosse arrivato. Un giorno Teresa lo aveva trovato vicino alla porta, ancora piccolo, magro, con gli occhi grandi e offesi. Gli aveva dato un po' di latte in una ciotola sbeccata e quello, invece di ringraziare, aveva deciso che la casa gli apparteneva. Da allora non se n'era più andato. La cosa buffa era che Fufi aveva scelto Zorro come compagno di vita. Gli saltava addosso, gli mordeva le orecchie, gli camminava tra le zampe mentre il cane tentava di attraversare la cucina con dignità, e Zorro sopportava tutto con una rassegnazione così solenne che spesso Teresa doveva voltarsi per non farsi vedere ridere. «Quel gatto prima o poi ti cava gli occhi» diceva Ettore al cane. Zorro alzava appena il muso, mentre Fufi gli si strofinava contro il fianco. «Vedi? Neanche ti ascolta» aggiungeva Teresa. «Ha più pazienza lui di noi cristiani.»
Quando Ettore rientrava dai pascoli, la scena si ripeteva quasi sempre nello stesso modo. Prima compariva Zorro lungo il sentiero, con il passo tranquillo di chi conosce bene la strada di casa. Poi arrivava Ettore, stanco, con gli scarponi impolverati e l'odore dell'erba addosso. Infine, non si capiva da quale cespuglio o muretto, sbucava Fufi, che si metteva a trotterellare dietro di loro con la coda dritta, quasi fosse stato anche lui a governare le pecore per tutto il giorno. Teresa usciva sulla soglia, si asciugava le mani nel grembiule e sorrideva. «Siete tornati tutti?» «Tutti» rispondeva Ettore. La vita era povera, questo sì, ma non infelice. C'era poco denaro, il cibo andava misurato, le stagioni decidevano più degli uomini e la montagna, quando voleva, sapeva essere crudele. Eppure, Ettore e Teresa avevano trovato un equilibrio, una specie di ordine, e in quell'ordine arrivò Ofelia. Nacque in una notte agitata dal vento, quando le imposte sbattevano con tanta forza che la levatrice, entrata in casa avvolta in uno scialle scuro, aveva borbottato che certe creature sceglievano già da subito il momento più rumoroso per venire al mondo. Ofelia venne alla luce robusta, rossa in viso, con le mani strette a pugno e un pianto così deciso che Ettore, fermo vicino alla porta con l'aria di chi avrebbe voluto combattere al posto della moglie, si sentì improvvisamente attraversare da un orgoglio feroce. «Questa ha fiato» disse la levatrice, dopo averla ripulita alla meglio. Teresa, esausta e pallida, allungò le braccia. «Fammela vedere.» Quando gliela posarono in grembo, Ofelia smise quasi subito di piangere, ma non assunse quell'aria dolce e arresa dei neonati appena nati. Sembrava guardare il mondo con fastidio, pronta a protestare per il trattamento ricevuto. Ettore le si avvicinò piano. «È bella» disse. Teresa sorrise con gli occhi lucidi. «È nostra figlia.» Per qualche tempo, quella bambina fu la gioia piena della casa. Cresceva bene, dormiva quando doveva dormire, mangiava con un appetito che faceva ridere la madre e stupiva chiunque venisse a far visita. Aveva braccia tonde, gambe solide, guance colorite. Non c'era febbre che la prendesse davvero, non c'era vento che la intimidisse, e perfino quando cadeva, cosa che accadeva spesso appena imparò a camminare, prima guardava il punto in cui era finita, poi decideva se valesse la pena piangere. Quasi mai ne valeva la pena. «Questa bambina è figlia tua» diceva Teresa a Ettore, quando la vedeva rialzarsi da sola. «E anche tua.» «Di mio ha poco.» «Ha il tuo muso quando si offende.» Teresa rideva, e Ofelia, pur non capendo, rideva con lei. Forse furono quelli gli anni più semplici. O forse, come capita a molte famiglie, sembrarono semplici soltanto dopo, quando il dolore arrivò e costrinse tutti a guardare indietro con nostalgia. La seconda gravidanza di Teresa non ebbe la stessa grazia della prima. La stanchezza comparve presto, prima come una flebile ombra sotto gli occhi, poi come un peso continuo nella schiena e nelle gambe. Teresa si affaticava anche restando ferma. A volte Ettore la trovava seduta vicino alla finestra, con una mano sul ventre e l'altra sul petto, intenta a respirare lentamente per non farsi prendere dal panico. «Chiamo qualcuno» diceva lui. «Non chiamare nessuno, Ettore. Passa.» «Non mi piace.» «Nemmeno a me, ma passa.» Lui restava lì, immobile, con l'inutilità degli uomini pratici davanti a ciò che non possono aggiustare con le mani. Ofelia, che era ancora piccola, percepiva la tensione senza comprenderla. Vedeva la madre più spesso a letto, il padre più silenzioso del solito, Fufi meno disposto a giocare, Zorro fermo davanti alla porta della camera con il muso poggiato sulle zampe. La casa aveva cambiato ritmo. Quando arrivò il parto, la notte parve non finire mai. Fuori pioveva, una pioggia fitta e cattiva che batteva sul tetto e scendeva lungo i muri. La levatrice entrò e uscì dalla stanza con la fronte tesa, chiedendo acqua calda, lenzuola pulite, silenzio. Ettore rimase in cucina, seduto
Riccardo Innocenti
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