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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Autore: Mario Santamaria Pierluigi Valsecchi
Titolo: Mavi. Una scelta d'amore
Genere Autobiografia
Lettori 22 1 1
Mavi. Una scelta d'amore
Ci sono cose nella vita che non dimentichi mai, sono dei buchi che sono lì, dentro di te, a volte ci metti sopra un tappeto, a volte un computer, ma il dolore non puoi sempre mascherarlo. Così ho imparato a conviverci e di quella fragilità ne ho fatto il mio lasciapassare verso una vita migliore, per me stesso e per chi amo.
Se qualcuno mi chiede della famiglia, io rispondo che per me ne esiste una sola e siete tu e papà Pierluigi. Voi due siete la mia famiglia. E non c'è altra via per raccontarla la radice di questo dolore, se non in modo diretto e crudele, senza troppi preamboli. Papà Mario è stato un bambino rifiutato dai genitori, soprattutto dalla madre che, alla tenera età di sei anni, mi disse: «Io non ti volevo, ho fatto di tutto per abortire». Proprio così, mia madre voleva abortire, ma i familiari non glielo permisero e quando sono nato non mi ha nemmeno voluto vedere.
Quindi, mia piccola Mavi, il “buco” c'è, non si può far finta che non esista e, ancora oggi, soffro alcune situazioni destabilizzanti per me. Non sopporto il tradimento e l'abbandono mi spaventa, ne ho paura. Ecco la mia fragilità, per cui sono capace di tirar su dei muri fantastici. Quando le persone mi deludono, io non urlo e non sbraito. No, semplicemente, per me smettono di esistere e non mi trovano più.
Avevo anche due fratelli. Con il secondo, in ordine di età, manca una qualsiasi forma di dialogo, solo indifferenza nascosta dietro parole di circostanza. Il primo morì presto, all'età di 36 anni, e fu in occasione del suo funerale che toccai la profondità del mio dolore, quando incontrai mia madre. Ero arrabbiato con lei perché, probabilmente (o, forse, senza “probabilmente”), pesava su di me, uomo adulto, il suo atavico rifiuto.
La mia era quella rabbia che ti urla in pancia: “Mamma, io sono qui, sono tuo figlio!”. E lei mi parlò con parole di ghiaccio che ti scartavetrano la pelle del cuore. «Intanto, tu sei qua e lui è là!» «Quindi, dovevo morire io, mamma?» Il silenzio è stata la risposta eloquente di un amore mancato e distruttivo. In uno degli ultimi incontri che ho avuto con mia madre, le ho raccontato la verità su di me, che sono un omosessuale. Non so perché l'abbia fatto o cosa sperassi di ricevere.
Non una benedizione, ma nemmeno parole di acredine.
«Avrei preferito un figlio morto piuttosto che un finocchio!»
«Ma io sono morto già da tanto tempo per te, mamma. Come posso morire da figlio, se mai lo sono stato per te? Tu sei una madre indegna e non mi vedrai mai più!»
Forse, nella confidenza, sognavo quell'aggancio che aprisse uno spiraglio di sentimento materno. Forse, se mi fossi aperto nella sincerità dell'uomo che sono, lei mi avrebbe accettato nella sua vita, seppur osservandomi da lontano, come una presenza impalpabile che aleggia nel pensiero. Ma fu una mera illusione.
“L'amore non si impone, ma si costruisce standoti accanto”, questo lo appresi nel tempo. E da quel giorno non la vidi mai più. Seppi della sua morte con un messaggio whatsapp di mio fratello, avvenuta quattro anni or sono. Una morte che potrei considerare una liberazione, non dover avvertire più quell'apparenza terrena che calpesta le orme della mia esistenza. Tutto questo potrà sembrarti terribile, mia cara Mavi, ma non essere triste. In fondo, se sono l'uomo che hai imparato a conoscere e ad amare, è anche grazie a quelle tracce di dolore che mi hanno insegnato a ricercare la bellezza dietro ogni angolo di strada perché il mondo mi appartenesse.
“Il mondo è di chi si alza felice”, diceva un'attrice della mia epoca e, così, ho lottato con ogni mezzo per intravedere in ogni alba una speranza di felicità. E dal fango putrido della mia nascita sono nati fiori profumati che ora dono a te. La vita, però, non è stata avara d'amore e, nonostante tutto, ho vissuto un'infanzia serena accanto a una zia che mi ha accolto con affetto nella sua vita. Sono stato un bambino che ha raccontato tante mezze verità o, per meglio dire, sono stato piuttosto reticente nel tacere parte della verità. Preferivo tenermi dentro le cose e omettere per paura di essere ferito, mai, però, contro mia zia che mi voleva davvero bene. Con lei ho vissuto un legame chiaro e trasparente, ma al difuori della mia casa, mi nascondevo dietro un paravento di mezze bugie che mi tenevano al sicuro da ripercussioni esterne. Diventato adolescente, la ribellione è stata la mia arma contro una realtà che non sentivo mi appartenesse, anche se non ne capivo bene le coordinate. Mi riconosco una spiccata intelligenza già viva a quell'età, infatti, avevo dieci in quasi tutte le materie, ma non perché studiassi e seguissi le regole, tanto che rischiavo la bocciatura per la mia indisciplinata condotta, piuttosto, perché mi lasciavo sedurre da un'innata curiosità a esplorare la profondità delle cose. Ero vivacissimo e la povera zia non sempre riusciva a domare questa mia irrequietezza, sempre in giro con gli amici a giocare nelle fogne, a combinare ogni genere di pazzia, soggiogato dalla voglia smodata di vivere e sperimentare tutto ciò che fosse proibito. Mia zia è sempre stata molto attenta ad accogliere ogni mio movimento interiore o sfrenata esuberanza, perché conosceva la mia rabbia.
La rabbia è stato il motore energetico della mia sregolatezza a inseguire sogni, o miraggi di cui non avevo ben chiara l'essenza. Ma fermo, in quell'inferno di solitudine che dall'interno mi mangiava vivo, io non ci potevo restare.
A ogni intemperanza, la zia mi diceva: «Non essere arrabbiato con me!». E allora, io l'abbracciavo forte per rassicurarla che mai avrei potuto provare rancore verso di lei, l'unica che mi ha mostrato, da bambino, il volto segreto dell'amore incondizionato. Alla fine, compresi che la rabbia lasci il tempo che trovi, così accettai di seguire un percorso psicoterapico nell'intento di cancellare, almeno in parte, la morsa del dolore. Non ottenni quel risultato, le cose puoi elaborarle, ma queste non passano. L'unica cosa che capii da solo è che ti abitui a ciò che è stato, te ne fai una ragione e impari, con il tempo, a pacificare la tua anima. Infatti, io non sono arrabbiato con i miei genitori biologici, in fondo, loro hanno fatto ciò che potevano, perché come diceva mia zia: «Ciascuno nella vita e nei sentimenti arriva dove può, ma tu non sei curioso di sapere come andrà a finire?!». Ho avuto la sfortuna di nascere in quel contesto e non avevo scelta, se non quella di voltare pagina e riconoscere la grande fortuna di aver incontrato mia zia e la sua amorevolezza. In definitiva, a cosa mi avrebbe portato vivere con una madre anaffettiva, se non ad annegare in un mare nero di solitudine? Forse, l'unica cosa buona che mia madre ha potuto scegliere per me è stata quella di lasciarmi andare, ma non è stato facile capirne il senso, perché un bambino non le può sapere queste cose.
E ho rischiato di perdermi nelle strade oscure della devianza e della malavita giovanile, se non avessi avuto accanto a me una buona guida e un sano istinto di sopravvivenza. O meglio ancora, ho testato di possedere un'intelligenza “divergente”, a differenza della più classica intelligenza “convergente”, che la maggior parte delle persone possiede. E fu proprio lo psicologo a dirmi che vedeva in me una intelligenza emotiva geniale tale, che rischiava di diventare pericolosa, se non gestita con equilibrio. Certo, sarei potuto diventare qualsiasi cosa e cadere in infide trappole, forse più attraenti, ma distruttive per la mia crescita. Invece, la mia genialità è stata una grande opportunità che mi ha permesso di realizzare cose straordinarie, nonostante un passato scabroso. Sviluppare un pensiero “divergente” significa aprire lo sguardo sulla realtà verso ogni possibile soluzione, grazie a un uso spiccato della creatività, oltre che della razionalità. E questa mia particolare tendenza è stata d'ispirazione per cercare sempre strade alternative e laterali alla via maestra, imposta dal buon vivere sociale e dalla consuetudine.
Insomma, quando hai una visione precisa di te stesso e senti che non stai andando verso l'orizzonte che vorresti, non resta che ridefinire con coraggio la mappa della tua vita. Io ho sempre saputo chi fossi, la mia identità omosessuale l'ho respirata nella fantasia sin da bambino, chiuso nella mia cameretta, lasciandomi trasportare da paesaggi onirici d'amore. Quando avevo sette anni, trasmettevano alla televisione dei telefilm di fantascienza e c'era un personaggio di nome Paul per il quale provavo un'attrazione segreta. Così la notte, nel mio letto, sognavo di addormentarmi con lui, in una sorta di amplesso senza malizia, forse per sentire accanto il calore di un corpo che mi volesse bene.
Poi crescendo, durante il periodo adolescenziale, presi piena consapevolezza dei miei desideri e iniziai a navigare a vista, alla ricerca di quell'approdo sicuro in cui sentirmi a casa e libero di me stesso, ma non sempre il viaggio mi ha poi condotto verso scelte giuste per me. Essere felici è una sfida e spesso rischiamo di essere noi stessi i nostri “carnefici”, infliggendoci ferite soltanto per sfuggire al buco nero dell'emarginazione sociale o dell'indifferenza. Sai cosa mi ha davvero salvato la vita? Ho due talenti fondamentali, una spiccata empatia a riconoscere e condividere su di me il sentire dell'altro, ma più ancora, sono dotato di una particolare lungimiranza, una dote che, tutt'oggi, non ho mai visto in nessun'altra persona. Ovvero, ho la capacità di saper prevedere quello che potrebbe essere il domani, anche le situazioni più incresciose.
Mario Santamaria Pierluigi Valsecchi
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