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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Baciata da una diva
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La prima volta che Marilda Rocca mi scrisse, io stavo contando monete da un euro. Non ero a una festa, non indossavo niente che valesse la pena ricordare e soprattutto non avevo l'aspetto di una donna alla quale potesse scrivere Marilda Rocca. Avevo ancora addosso la polo bordeaux del cinema, i capelli raccolti con una matita e una macchia di burro artificiale sulla manica destra. Davanti a me c'erano tre bicchieri abbandonati, una montagna di cannucce ancora da sistemare e centottantaquattro euro e sessanta centesimi che non volevano saperne di tornare. Secondo il registratore dovevano essere centottantasei e dieci. Un euro e cinquanta separavano la mia serata dalla possibilità di tornare a casa. Il telefono vibrò nella tasca posteriore dei jeans. Non lo presi. Alle undici e quarantasette di un martedì sera nessuno mi cercava per dirmi qualcosa di capace di migliorarmi la vita. Gaia, invece, era ancora nella sala sette a controllare che gli ultimi spettatori non avessero lasciato sotto le poltrone portafogli, dignità o preservativi usati. Il telefono vibrò di nuovo. «Se è morto qualcuno, richiameranno», dissi alle monete. Sul monitor sopra il bancone passava in silenzio il trailer del film che avevamo proiettato quella sera. Marilda Rocca appariva in primo piano. Quarantasette anni, due David di Donatello, una Coppa Volpi, un matrimonio finito abbastanza male da diventare una rubrica settimanale e una figlia che i giornali fotografavano ogni volta che litigava con qualcuno fuori da un locale. Nel trailer Marilda sollevava lo sguardo verso un uomo che non amava e diceva qualcosa che non potevo sentire. Sul mio profilo avevo appena scritto che nel film era stata mediocre. Nella mia camera, a casa, conservavo invece ventidue riviste con il suo volto in copertina, quattro locandine originali e una scatola di cartone piena di interviste ritagliate da quando avevo quattordici anni. Sbuffai, lasciai cadere le monete nella vaschetta e lo tirai fuori. Diciassette notifiche. Poi ventitré. Poi trentuno. Il post che avevo pubblicato durante l'intervallo non aveva più i suoi soliti nove apprezzamenti. Ne aveva ottocentoquarantadue. Aggiornai la schermata. Novecentosei. «No.» Quella parola uscì da sola, piccola e inutile. Rilessi quello che avevo scritto: ‘Marilda Rocca non recita male in La parte migliore. Sarebbe più semplice. È perfetta proprio dove il personaggio avrebbe dovuto essere imperfetto'. Lo avevo pubblicato dal profilo che usavo per parlare di film e libri. Non era anonimo, ma nemmeno dichiaratamente mio. La fotografia mostrava la nuca di una ragazza davanti al mare. Nella biografia avevo scritto soltanto: Vendo finali felici insieme ai popcorn. Quelli dei film costano meno. Fino a quella sera mi seguivano seicentododici persone, molte delle quali erano profili commerciali convinti che volessi acquistare criptovalute o perdere cinque chili senza rinunciare alla pasta. Ora i commenti scorrevano troppo in fretta per leggerli. Alcuni mi davano ragione. Altri sostenevano che fossi invidiosa, fallita, ignorante o tutte e tre le cose insieme. Una donna con il volto di Marilda come immagine del profilo mi invitava a mostrarmi, così avrebbe potuto spiegarmi personalmente che cosa pensava della mia faccia. Un uomo mi chiedeva se avessi mai diretto un film. Un altro, più pragmatico, voleva sapere se fossi single. Poi vidi la ragione per cui il post stava esplodendo. Marilda Rocca lo aveva condiviso. Sopra aveva aggiunto una sola frase: ‘Finalmente qualcuno che non mi dice che sono stata coraggiosa'. Mi sedetti sullo sgabello dietro il bancone. Il mio primo pensiero fu che il suo ufficio stampa fosse molto bravo. Il secondo fu che avrei dovuto cancellare tutto. Il terzo non fu un pensiero. Fu una fitta precisa sotto lo sterno, come se qualcuno mi avesse infilato due dita fra le costole e avesse stretto. Marilda aveva letto le mie parole. Non una recensione uscita su un quotidiano. Non l'opinione di un critico invitato ai festival. Le mie. Quelle che avevo scritto appoggiata al distributore delle bibite, mentre Gaia litigava con una cliente perché il bagno delle donne era chiuso. Provai a respirare più lentamente. Nel film interpretava una ministra che, dopo la morte del marito, scopriva che l'uomo aveva avuto una seconda famiglia. Tutti avevano definito la sua interpretazione composta, adulta, dolorosa. Tutti avevano elogiato il modo in cui riusciva a non piangere. Io avevo visto altro. Avevo visto un'attrice impedire al personaggio di toccarla. «Che hai fatto?» La voce di Gaia mi fece quasi cadere il telefono. Era tornata dalla sala sette trascinando un sacco nero pieno di bicchieri. Aveva ventisei anni, un caschetto rosso che si tagliava da sola e la convinzione che ogni problema potesse essere risolto con un colore di rossetto più aggressivo. «Niente.» «Quando dici niente con quella faccia significa che hai fatto qualcosa di penalmente rilevante.» Appoggiò il sacco a terra. «Hai di nuovo corretto una recensione del direttore?» «Una volta sola.» «Gli hai scritto che qual è non vuole l'apostrofo usando il profilo ufficiale del cinema.» «Perché non lo vuole.» «Corynn.» Le porsi il telefono. Gaia lesse. La sua bocca si aprì lentamente, ma per qualche secondo non uscì alcun suono. Era così raro che valutai l'idea di fotografarla. «Questa è lei?» domandò infine. «Il profilo ha due milioni e mezzo di follower e la spunta di verifica.» «Magari l'hanno hackerata.» «È quello che spero.» Gaia controllò il post, poi guardò il monitor, poi di nuovo il telefono. «Marilda Rocca ha condiviso una cosa che hai scritto tu.» «Sì.» «Tu. Corynn Ruggiero. Quella che ieri ha mangiato una caramella trovata nella tasca del grembiule senza ricordarsi da quanto tempo fosse lì.» «Era ancora incartata.» «Quella per cui hai mentito al colloquio dicendo di amare il contatto con il pubblico.» «Avevo bisogno del lavoro.» «Quella che sostiene di non avere un'ossessione per Marilda Rocca.» Le strappai il telefono dalle mani. «Non ho un'ossessione.» «Hai imparato a fare l'eyeliner guardando Le cose che restano.» «Avevo sedici anni.» «Sei andata a Venezia con centododici euro sul conto perché il suo film era in concorso.» «Anche Venezia merita di essere visitata.» «Sei rimasta trentasei ore e non hai visto nemmeno piazza San Marco.» «C'era troppa gente.» Gaia sorrise. «Sei innamorata di lei da dieci anni.» «Non sono innamorata di una donna che non conosco.» Mi ripresi il telefono. Le notifiche avevano superato quota duemila. Tra i commenti comparvero fotografie dell'anteprima romana: Marilda sul tappeto rosso, una mano nella tasca dei pantaloni e l'altra appoggiata alla schiena della figlia. In nessuna sorrideva davvero. Ingrandii una fotografia senza pensarci. «Certo che non la conosci», disse Gaia. «Tu la studi soltanto.» Abbassai il telefono. Studiare Marilda era stato il mio modo di tenerla a distanza. L'avevo vista invecchiare fotogramma dopo fotogramma, ruga dopo ruga, intervista dopo intervista. Avevo imparato a distinguere i sorrisi concessi ai fotografi da quelli che le sfuggivano. Sapevo che si toccava l'anulare quando una domanda la infastidiva, anche se non portava più la fede. Sapevo che prima di rispondere a qualcosa di personale guardava sempre verso sinistra, come se la versione corretta della propria vita fosse scritta appena fuori dall'inquadratura. Non sapevo che profumo usasse. Quella era la differenza tra conoscere una persona e averla osservata così a lungo da convincersi del contrario. «Cancello il post», dissi. «Sei impazzita?» «Non voglio tutta questa gente addosso.» «Potrebbe essere la tua occasione.» «Per fare cosa? Diventare famosa per quarantotto ore perché ho detto a una donna famosa che non sa più lasciarsi guardare?» «Per scrivere. È quello che vuoi.» La guardai. Gaia conosceva il file nascosto nel mio portatile. Trecentododici pagine senza titolo e senza finale che nessun altro aveva mai letto. Conosceva le mail spedite alle case editrici e rimaste senza risposta. Conosceva la cartella in cui conservavo i rifiuti perché cancellarli mi sembrava una forma di vigliaccheria. «Io voglio che leggano quello che scrivo», dissi. «Non voglio essere letta perché Marilda Rocca ha indicato nella mia direzione.» «Le occasioni non chiedono il permesso prima di sembrare umilianti.» «Questa frase l'hai letta dentro un cioccolatino?» «No, l'ho appena inventata. Puoi usarla nel libro.» Il telefono vibrò ancora. Era un messaggio di mia madre: ‘Ricordati la rata dell'assicurazione. Scade domani. Io questo mese non riesco ad aiutarti'. Chiusi gli occhi. Sul bancone c'erano centottantaquattro euro e sessanta. Sul mio conto centosette euro. La rata dell'assicurazione ne costava duecentotrenta. Lo stipendio sarebbe arrivato otto giorni dopo e il proprietario di casa mi aveva già concesso una settimana per l'affitto. Il talento, quando non produce denaro, è un'abitudine costosa. «Manca un euro e cinquanta», dissi. Gaia capì che avevo cambiato argomento e non provò a riportarmi indietro. Aprì il cassetto, spostò gli scontrini e trovò una moneta incastrata sotto il divisorio di plastica insieme a cinquanta centesimi. «Ecco la tua tragedia.» «Preferivo quella.» Finimmo di chiudere il bar. Spensi la macchina dei popcorn, pulii il piano e portai l'incasso nell'ufficio del responsabile. Quando tornai nell'atrio, i monitor erano neri. Senza i trailer e le voci del pubblico, il cinema sembrava più grande e meno reale. Le locandine illuminate sulle pareti galleggiavano nel buio come finestre aperte su vite nelle quali nessuno doveva preoccuparsi dell'assicurazione dell'auto. Quella di 'La parte migliore' era davanti all'ingresso della sala quattro. Marilda occupava quasi tutta l'immagine. Il viso di profilo, gli occhi chiusi, una crepa dorata che le attraversava la guancia come se qualcuno avesse tentato di ripararla. Mi fermai. «Non iniziare», disse Gaia alle mie spalle. «Non ho detto niente.» «Ti conosco.» «A differenza sua.» Gaia mi raggiunse e infilò il braccio nel mio. «Andiamo. Prima che tu chieda scusa alla locandina.» Uscimmo dall'ingresso laterale. Napoli aveva quell'umidità che entrava nei vestiti e restava sulla pelle. Il parcheggio era quasi vuoto; sopra i palazzi, il cielo rifletteva una luce arancione che impediva alla notte di diventare buia fino in fondo. Gaia accese una sigaretta. «Domani alle dieci?» «Alle dieci.» «Non passare la notte a leggere i commenti.» «Non lo farò.» «E non guardare vecchie interviste di Marilda per capire se con quella frase volesse flirtare con te.» «Non penso che volesse flirtare con me.» «Lo so. Ma fra venti minuti lo penserai.» Le mostrai il dito medio mentre si allontanava verso il motorino. Rimasi sotto la pensilina ad aspettare l'autobus. Avrei potuto cancellare il post. Mi bastavano tre movimenti del pollice per tornare invisibile. Aprii l'applicazione. Tremilaseicento condivisioni. Una giornalista aveva già trasformato il mio commento in un articolo dal titolo:Marilda Rocca RISPONDE ALLA CRITICA CHE LA SMASCHERA. Mi venne da ridere, ma era una risata senza allegria. Nessuno aveva smascherato nessuno. Avevo guardato un film, riconosciuto una fuga e scritto una frase. Tutto il resto lo stavano costruendo persone che non conoscevano né me né lei. Stavo per spegnere il telefono quando comparve una nuova notifica. Una richiesta di messaggio. Il nome mi fece smettere di sentire il rumore delle auto. Marilda Rocca. Per qualche secondo osservai lo schermo senza aprire. La fotografia del profilo era la stessa che avevo visto migliaia di volte, ma dentro una conversazione privata sembrava diversa. Più vicina. Quasi indiscreta. Accettai la richiesta. Il messaggio era stato inviato da meno di un minuto. Marilda:'Lei pensa di avermi riconosciuta'. Rimasi immobile. I tre puntini comparvero prima che riuscissi a decidere se rispondere. Marilda:'Venga a dimostrarlo'. Seguì un indirizzo. Era l'indirizzo del cinema. Arrivò l'ultimo messaggio. Marilda:'Domani. Sala quattro. Dieci e trenta. Venga sola'. |
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