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Writer Officina
Autore: Alessandro Viggiani
Titolo: Luci e Ombre in Città
Genere Romanzo
Lettori 23
Luci e Ombre in Città
Una storia dall'universo di Taverna Poesia.

La Città non è mai stata soltanto un luogo.
All'inizio era un porto, qualche casa, una piccola chiesa, vento, sale... e neve. Poi ha cominciato ad accumulare nomi, e i nomi, qui, pesano.
È cresciuta per strati, come certe pareti scrostate di cui non sai più dire quale fosse il colore originale. Ogni epoca ha lasciato una traccia: un arco storto, una torre troppo ambiziosa, una pietra dimenticata, una famiglia – o, meglio, una casata – convinta di poter restare per sempre.

Dal mare, quando l'aria è tersa, la Città sembra un anfiteatro naturale. La Città Bassa si distende lungo il porticciolo, con le barche che urtano piano contro il molo, senza rumore. La Città Alta, invece, si arrampica sul colle.
Si racconta che il duca Tancredi Meningeo, fondatore della Città, abbia costruito la prima casa con le finestre rivolte al vento, per capire prima degli altri quando sarebbe cambiato.
Non sempre ci riusciva, ma continuò a provarci.

Dopo di lui vennero altri nomi.
Perspicio fece incidere le proprie gesta su una pietra che oggi nessuno guarda più, ma che è rimasta nella memoria di tutti.
I Tettabella, invece, non incisero nulla: preferirono entrare nei corridoi e nei muri del potere, nelle abitudini, fino a occupare cariche che non sembrano cariche finché non le perdi.
La Città ha memoria, ma non è lineare. Trattiene ciò che le conviene e lascia scivolare il resto. Per questo i nomi ritornano, anche quando credi che siano finiti.
Chi vuole capire davvero la Città deve partire dal basso. È qui che si apre la Piazzetta del Custode, cuore civile e simbolico della Città. Attorno ad essa si affacciano gli edifici più importanti: l'ex Broletto, oggi ribattezzato Palazzo del Dubbio, che ospita la biblioteca cittadina; la severa Vescovada, sede del potere ecclesiastico; la Taverna Poesia, con la sua lanterna sempre accesa e una gatta nera di guardia sulla soglia; il piccolo ma ingombrante Pub Tettabella e i negozi di souvenir che espongono calamite, cartoline e vecchie incisioni del porto.
La lanterna della Taverna non si spegne mai.
Qualcuno dice che sia solo una dimenticanza, altri sostengono che sia Osvaldo a lasciarla accesa apposta, perché serve a orientarsi ed è un riferimento per tutta la Città. In ogni caso, nella Piazzetta c'è sempre stata.

La Città Alta, invece, domina con la sua imponenza silenziosa. Le case, addossate l'una all'altra, formano un intreccio di tetti che sembrano sostenersi a vicenda contro il vento e la neve.
Dalle finestre filtrano luci giallastre, che fanno pensare a discorsi trattenuti e segreti custoditi da secoli. Unica eccezione è la voce fuori registro di Beppe, vecchio soldato che vive ancora di ricordi e dei fantasmi della guerra.

Ci sono città che parlano troppo, altre che stanno zitte e si lasciano osservare. La nostra no. La nostra preferisce suonare, e la sua musica è una melodia in continuo movimento.
Ha un ritmo irregolare, questo sì. Non c'è un direttore stabile, anche se qualcuno ogni tanto ci prova. A volte sembra una sinfonia, altre un insieme di rumori che continuano a stare lì per abitudine: i passi sulle scalinate, le serrande che si alzano con uno strappo metallico, il vociare discreto dei cittadini, il mare che insiste sulla battigia.
Ma basta che cambi il tempo...
Nei giorni di vento la Città diventa nervosa. I cartelli tremano, le tende si gonfiano, qualcuno impreca e la musica accelera e si scompone.
Quando piove o scende la neve, tutto si abbassa di tono: le voci si fanno più corte, i passi più attenti.
Poi arrivano le sere d'estate, quando la luce dei lampioni vibra e dai cortili si alza una musica leggera, fatta di bicchieri e risate. Non è esattamente armonia, ma funziona.

Da secoli la Città procede così, tra memoria e presente, come chi cammina su un pavimento dalla superficie irregolare: inciampa, si rialza e finge che non sia accaduto nulla.
E chi ci vive finisce per prenderne il ritmo, non per scelta ma per adattamento. Cerca un equilibrio. Lo perde. Ne trova un altro.
Forse è questo che tiene insieme la Città: non l'armonia, ma il tentativo ostinato di avvicinarla.
E in mezzo a questa musica imperfetta, tra i nomi che ritornano e quelli che fingono di essere nuovi, qualcosa sta cambiando.
Non fa rumore. Non ancora.
Ma chi ha imparato ad ascoltare sa che prima del cambiamento arriva una nota che vibra fuori scala. All'inizio non si sente. Poi diventa impossibile ignorarla.
Da qualche parte, nella Città, qualcuno sta per accorgersi che certe storie non chiedono di essere scritte.
Chiedono di essere vissute.

I manifesti

Quell'autunno la Città era inquieta.
Non c'era un motivo preciso. Forse il vento da sud, figlio del mare – che in Città tutti chiamavano affettuosamente il signor Marino – arrivato con settimane di ritardo. Forse le impalcature che da mesi avvolgevano la Torre dell'Orologio come una benda. Forse quelle elezioni municipali che nessuno davvero voleva ma che, a poco a poco, avevano preso a occupare ogni conversazione.

I muri della Città erano tappezzati di manifesti parzialmente scollati – un'immagine sgraziata, ma ormai familiare – e gli slogan, letti da lontano, parevano versi di una poesia che nessuno ricordava d'aver scritto.
Anche il silenzio della notte aveva un tono diverso: più pungente, si potrebbe dire, anche se nessuno sapeva spiegare perché. Più teso, forse persino vigile, come se la Città fosse in attesa.
Non lo si diceva apertamente – nessuno, qui, diceva mai le cose apertamente – ma lo si intuiva dai piccoli gesti: dai negozianti che senza volerlo alzavano le serrande qualche minuto più tardi, dai pescivendoli che, al mercato, fissavano il mare come se volessero chiedergli spiegazioni (che poi, dal mare, nessuno era mai riuscito a cavare una risposta), e dagli anziani, seduti sulle panchine del porticciolo.
Ma la città rimaneva sempre la Città: un posto dove le piazze cambiavano umore con il cambiare della luce e certi vicoli erano così stretti da sembrare fatti apposta per far rallentare chi li attraversava, quasi a suggerirgli che la fretta, lì, non era la benvenuta.
Era una città imperfetta, a volte sbilenca, altre volte splendida. Ma, soprattutto, era viva.
E quella vitalità, quell'anno, pulsava sotto la superficie come una corrente sotterranea. Una presenza che la Città fingeva di non vedere finché non diventava impossibile ignorarla. Spino, naturalmente, l'avrebbe paragonata a un brufolo sottopelle.

Le locandine spuntarono all'alba.
Erano talmente numerose e ben distribuite da dare l'impressione di essere germogliate durante la notte.
Il volto di Onofrio Tettabella appariva enorme, lucidissimo, quasi invadente. La sua figura era ingentilita da un doppiopetto color carbone che brillava come una corazza. I baffi erano modellati con la precisione artistica di uno scalpellino della Città Alta, lo sguardo rivolto verso un futuro immaginario, come se fosse l'unico a intravederlo.

Sul muro della biblioteca, una donna si fermò a fissare la locandina.
«Sembra un generale», mormorò.
«Sembra una scultura di cioccolato che si sta sciogliendo», rispose il marito.
«Non essere cattivo. È un candidato ufficiale.»
«Appunto.»

Nel manifesto elettorale, lo sfondo alle spalle di Onofrio non era un luogo, ma una dichiarazione di potere.
L'ufficio stampa di Tettabella, ribattezzato da Oscar Serio – cronista della Città e voce inconfondibile di RadioBassa – “Ufficio delle Spiegazioni Preventive”, aveva prodotto una scenografia che sfidava ogni principio di coerenza geografica, storica e perfino fisica.
Dietro al candidato si innalzava la Città “perfetta”, versione riveduta e sterilizzata della Città “reale”: palazzi identici, finestre aperte con lo stesso angolo, tende che sventolavano più o meno nello stesso momento, alberi tutti uguali. Ogni cosa appariva ripetuta con un ritmo così ossessivo da insinuare il dubbio che fosse uscita da una catena di montaggio.
A sinistra dello sfondo era stata collocata la Torre della Grandezza, una parodia monumentale della Torre dell'Orologio, alta il quadruplo, dritta come l'ego del candidato, con un quadrante che segnava sempre le 07:07, il numero perfetto per “l'ora del Nuovo Giorno Tettabelliano”.
A destra, si apriva un mare che non poteva esistere nella realtà, dipinto in un blu ministeriale, con onde modellate a triangolo isoscele e gabbiani che volavano in formazione perfetta (fin troppo), tutti con la stessa identica angolazione delle ali.
Sullo sfondo centrale, infine, svettava il tocco più grottesco: una gigantesca bandiera Tettabella larga quanto un quartiere, che sventolava senza vento, obbedendo a una logica che non apparteneva al mondo naturale ma a quello del fotomontaggio esuberante. La bandiera riportava il volto stesso del candidato, in un loop che richiamava il culto della personalità spinto al limite dell'autoparodia.
La gente, guardandolo, rimaneva incerta: stava osservando un manifesto o una versione ufficiale di come la Città avrebbe dovuto essere se solo avesse avuto il buon senso di rassomigliare alle ambizioni di Onofrio?
E poi, in tutto questo, accanto allo stemma araldico della casata Tettabella, lo slogan, scritto in un dorato eccessivo:
Ritorniamo allo Splendore del Principato!

Di fronte al panificio della Piazzetta del Custode, due amici commentarono a voce alta.
«Ma quale Principato? Non siamo mai stati un Principato.»
«Però suona bene.»
«Suona bene perché è falso. O forse è vero.»
«Tutte le cose che suonano bene, di solito, lo sono.»
«Lo sono cosa?»
Il panettiere, stanco e infarinato, sbucò con una teglia fumante.
«Beh, per quello che paghiamo di tasse, un po' di splendore non farebbe male a nessuno.»
Risero tutti e la locandina rimase lì, poderosa, a presidiare la Piazzetta.

Il primo comizio avvenne tre giorni dopo.
Onofrio arrivò in corteo, letteralmente.
Discendente del Cardinal Tettabella – figura a metà tra santità e scandalo, a seconda di chi la raccontava – Onofrio fece il suo ingresso in scena con la sicurezza di chi è abituato a essere guardato.
Un gruppetto di sostenitori lo precedeva agitando bandiere con lo stemma della famiglia Tettabella: il fronte e il retro di una mano, incastonati sotto una tiara papale, in campo rosso.
Il palco era uno spettacolo a parte. Tende cremisi, due statue di cartapesta rappresentanti guardie principesche, un trono (sì, proprio un trono!) posizionato al centro, sebbene Onofrio non vi si sedesse mai.

Quando salì, aprì subito le braccia e, muovendo lentamente il busto da destra a sinistra, come se volesse abbracciare la folla intera, iniziò:
«CONCITTADINI!»
La sua voce era così potente che uno stormo di gabbiani, spaventati, si levò in volo improvvisamente e un neonato in braccio alla madre si mise a piangere, disperato.
Il microfono strillò. La folla rabbrividì.
«La nostra Città tornerà al suo antico splendore! Il Principato rinascerà, più forte, più glorioso, più... più luminoso!»
«Più costoso, magari», aggiunse Spino, presente anche lui al comizio, in ascolto disattento.
Spino era riconosciuto da tutti come il genio stralunato della Città e anima irrinunciabile della Taverna Poesia. Viveva tra idee, a suo dire geniali, racconti avventurosi, una passione smodata per i cotton fioc e il prototipo improbabile della sua celebre turbinceppa. Era stato capace di trasformare la sua carrozzina in un esperimento perennemente in evoluzione. Era convinto che ogni meccanismo, con la giusta scintilla, potesse sorprendere il mondo.

«È giunta l'ora di ridare a questa gloriosa Civitas Antica la sua dignità perduta!» continuò Tettabella.
«Ma non si chiama così!» protestò un ragazzo in prima fila.
«E allora la ribattezzeremo così!» replicò Onofrio, trionfante.
Seguì un discorso fiume surreale, a tratti spettacolare.
«Ricostruiremo le mura rinascimentali!»
«Ma non ci sono mai state...» replicò uno spettatore.
«E infatti le costruiremo! Modernissime, luminose, in pietra sintetica di ultima generazione! Brilleranno di notte come una stella!»
«Tipo un acquario?» chiese una bambina.
«Taci Merlina, ascolta gli adulti», la rimproverò la madre, senza molta convinzione.

Onofrio proseguì.
«Edificheremo il Palazzo Principesco dove ospitare il Consiglio dei Dodici!»
«Dodici chi?»
«Li sceglierò io!»
«E non dimentichiamoci lo stadio!»
«Ma non abbiamo una squadra...»
«E quindi la fonderemo! Una squadra virile, potente, principesca!»

La folla ondeggiò.
Alcuni erano sinceramente divertiti, altri confusi. Altri ancora applaudivano per principio, pur di non restarne fuori.
Poi arrivò la promessa finale, quella che Onofrio amava più di tutte.
«E infine, un monumento colossale! Una statua di me stesso, alta dieci metri, all'ingresso del porticciolo! Così che ogni viandante, mareggiante o volante possa sapere che qui comincia il nuovo Principato!»
«Dieci metri?» mormorò un anziano con voce crespata. «Non è un po' esagerato?»
Onofrio, sorridendo, replicò con un sussurro, chinandosi verso di lui:
«La grandezza non conosce misura.»
La piazza esplose in un applauso disordinato.
Qualcuno rise, qualcuno si tappò le orecchie, qualcuno – inspiegabilmente – si commosse.

Per tutti, comunque, fu un evento memorabile.

Alessandro Viggiani
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