Writer Officina Magazine
Home
Magazine
Writer Officina
Autore: Rubina E. Rossi
Titolo: L'eco della vendetta
Genere Giallo
Lettori 138
L'eco della vendetta

"So che spesso tra i fiori e le fronde
pur la serpe s'asconde e s'aggira;
so che in aria talvolta s'ammira
una stella, che stella non è."
(Metastasio, Temistocle, a. I vv. 439-442)

L'odore di zenzero e cannella proveniente dalla cucina mi stuzzicava le narici e mi riportava alla mente momenti felici, legati a un passato lontano che ormai non faceva più male ricordare; frammenti di serenità trascorsi in famiglia, una famiglia che, a parte i miei zii e i miei cugini, non esisteva più. Il fuoco crepitava nel camino e io non riuscivo a distogliere lo sguardo dalle fiamme che si rincorrevano divorandosi a vicenda, né a togliere le mani dalla tazza di tè fumante che mi aveva offerto Julija. Il freddo di quel dicembre istriano era intenso, ma il calore che avvertivo in quella casa lo era di più e mi riportava con la mente all'ultimo compleanno che avevo festeggiato a casa di Jennifer. Davanti ai miei occhi si susseguivano immagini di un tempo perduto: l'enorme giardino di casa Williams, ragazzi che bevevano cocktail a bordo piscina, altri che ballavano su una pista piena di luci, camerieri affaccendati che portavano avanti e indietro vassoi ricolmi e poi lei, che quella sera era ancora più bella, nel suo abito Valentino rosso fuoco. Al dito portava il solitario di Cartier che le avevo regalato per il nostro fidanzamento: era lei per me il regalo più bello.
- Tony, ma ti sei imbambolato? -
Sussultai. Dobriana era lì, a pochi centimetri da me: sorridente, mi stava porgendo dei biscotti allo zenzero. Ancora una volta mi stupii di quanto somigliasse a Jennifer. Lo notavo ogni volta ma quel giorno fu diverso: mi resi conto all'improvviso, come un'epifania, che per la prima volta dopo la sua morte, dopo la morte di mia madre e quella di mio padre, per la prima volta ritrovavo la voglia di condividere la mia vita con una persona che amavo e che mi amava, per la prima volta ritrovavo la serenità di una famiglia affettuosa e di una casa calda e accogliente. Fu un momento per me così intimo e prezioso che gli occhi mi si riempirono di lacrime. Dobriana fece uno sguardo interrogativo, poi sorrise, mi passò una mano tra i capelli e mi baciò con dolcezza: sembrava che avesse letto i miei pensieri. Proprio in quel momento suo padre Ciril entrò nella stanza, riportando dalla passeggiata pomeridiana Metod, il bulldog di sei anni, lo liberò dal guinzaglio e quello venne subito trotterellando verso di me, sbavandomi ovunque.
Eravamo arrivati a Capodistria il giorno prima, io e Dobriana eravamo riusciti a prenderci qualche giorno di ferie dai nostri rispettivi lavori e a ritagliarci così un lungo periodo da trascorrere a casa dei suoi genitori, che non vedeva da un po'. Anche se Capodistria e Trieste non sono così lontane, il tempo e le occasioni per vedersi erano sempre poche; lei era molto legata ai suoi genitori e, dopo averli finalmente ritrovati, non voleva perderli più e io ero ben felice di sostenerla. Anzi, ero stato proprio io a spingerla a recuperare questo legame che, pur non essendosi mai del tutto interrotto, si era limitato, durante gli anni difficili che aveva vissuto, a sporadiche e generiche telefonate, peraltro infarcite di bugie. L'occasione si era presentata a Natale dell'anno precedente, quando, come ogni anno, i genitori l'avevano invitata a rientrare a casa per trascorrere le feste.

- Oddio e adesso che cosa mi invento...? -
Stavo uscendo in quel momento dal bagno quando la sentii rivolgere a sé stessa quella frase ambigua, fissando lo schermo del telefono: - Che succede? - chiesi,
- Niente, i miei genitori! -
- Ebbene? -
- Mi hanno invitato per l'ennesima volta da loro per Natale! Uffa. -
Rimasi per un attimo a pensare, mentre mi frizionavo i capelli con l'asciugamano. Dopo qualche secondo la vidi girarsi verso di me,
- Al Caffè Tommaseo non ti danno le ferie? - chiesi
- No... cioè sì, certo che me le danno! -
- E allora? -
- E allora mi vergogno a incontrarli, con tutto quello che è successo... come potrei riuscire a guardarli in faccia? -
Mi bloccai con l'asciugamano sull'orecchio: - Fammi capire, da quanto tempo non li vedi? -
- Be'... tutto considerato... – iniziò a bofonchiare calcoli a mente – quattro ann... – sgranai gli occhi, si corresse – forse tre! Sì sì, tre. Mese più, mese meno. -
L'asciugamano mi cadde dalle mani: - What the fuck...?! -
A questa frase Dobriana si irrigidì, mi guardò offesa: - Tony, cerca di capire, mettiti un attimo nei miei panni! Io li amo tantissimo e so che loro amano me e che hanno fatto tantissimi sacrifici per me, come pensi che avrei potuto interagire con loro serenamente con tutto quello che mi stava succedendo?! La verità non gliela potevo certo raccontare! E non è facile mentire alle persone che si amano, almeno non per me. -
Gli occhi le si inumidirono e allora capii che non era certo del mio sdegno bigotto che aveva bisogno. Mi sedetti accanto a lei e la strinsi forte a me: - Va bene, hai ragione, capisco, ma se tu li ami e loro amano te, devi riabbracciarli! Se potessi riabbracciare io i miei genitori, correrei a farlo. – mi guardò con uno sguardo implorante – Ti aiuterò io, se vuoi! -

Vederla così felice e a suo agio ora, in quella casa, era per me una grande gioia e in fondo anche un piccolo successo personale. Ciril e Julija erano due persone squisite e la mia percezione era che la lontananza della loro unica figlia per tutti quegli anni li avesse molto provati. Erano stati anche molto felici di accogliere me e lo avevano fatto con la massima naturalezza, disponibilità e affetto.
Mentre ci godevamo il tepore del camino chiacchierando del più e del meno in attesa dell'arrivo di altri invitati per la cena, il mio telefono si mise a squillare: lo tirai fuori dalla tasca e guardai lo schermo: era il numero dell'ufficio. Preoccupato e allo stesso tempo infastidito da quell'intrusione ben poco desiderata, scusandomi mi alzai e mi allontanai per rispondere: - Pronto? ...ciao Chiara, dimmi... cosa è successo? ...e cosa ha fatto? ...sì, ho presente Alina ...che cosa?! ...ma com'è successo?! ...ho capito, non ti preoccupare, allora cerco di tornare prima possibile, ma lui dov'è ora? ...ah va bene, meno male, almeno non è da solo ...sì, grazie, se riesci a farmi un biglietto tu ancora meglio, eventualmente anche per stasera. Fammi sapere anche per messaggio, io comunque intanto mi vado a preparare. -
Riattaccai. Ero frastornato. Tornai sui miei passi, mi affacciai alla porta del salotto e feci cenno a Dobriana di raggiungermi in corridoio,
- Che cosa è successo? -
- Devo tornare a Trieste. -
- Perché? Ci sono problemi al lavoro? -
- La mia segretaria mi ha appena detto che è stata uccisa la moglie di Zeno. -
Dobriana si portò le mani alla bocca sgranando gli occhi: - Oh mio Dio! Ma com'è successo? -
- Chiara non sapeva niente di preciso, ha detto che lui l'ha chiamata sconvolto, piangeva e urlava: sembra che sia stata strangolata. -
Dobriana scosse la testa: - Mi dispiace tantissimo, posso fare qualcosa? Vuoi che torni con te? -
- No no, ma figurati, resta pure e goditi i tuoi genitori! Ti lascio la macchina, Chiara si sta occupando di trovarmi un biglietto: ora vediamo quando riesco a partire. Nel frattempo inizio comunque a preparare le mie cose. -
- Ti accompagno. Mamma, papà, – alzò la voce per farsi sentire dai suoi genitori nell'altra stanza – io e Tony torniamo tra poco. -
Mentre stavo preparando la borsa, chiesi a Dobriana di andare a prendere il mio necessaire in bagno, proprio allora il mio telefono si illuminò: era un messaggio da parte di Chiara che mi comunicava che l'unica possibilità era quella di prendere un pullman la mattina dopo alle sette. La ringraziai per la collaborazione, pregandola di prenotarmi il biglietto e di inviarmelo tramite email. Quando Dobriana tornò in camera e le dissi che sarei partito la mattina dopo fu molto contenta di sapere che avremmo passato insieme ancora una sera e una notte... e anche io lo ero. In quel momento però mi venne in mente Zeno, il dolore che stava provando doveva essere insopportabile. Era un dolore che conoscevo bene e che ancora mi accompagnava. Pensai che fosse il caso di chiamarlo anche se non sarebbe stato facile trovare le parole. Selezionai il numero, ma il telefono era spento: era comprensibile, probabilmente voleva rimanere solo col suo dolore.

Rubina E. Rossi
Biblioteca
Acquista
Contatto