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Autore: Marilena Corato
Titolo: Scrivi che ti passa!
Genere Romanzo
Lettori 110
Scrivi che ti passa!

Liberarsi attraverso la scrittura.
Novembre è il mio mese preferito. Si sta bene, non fa ancora troppo freddo e la frenesia delle feste è appena cominciata. Come ogni mattina, la sveglia emette quello strano sibilo quasi impercettibile che sveglia solo me e riesce ad alzarmi dal letto dolcemente; così ho la possibilità di fare colazione prima degli altri.
Vado in cucina, preparo il mio tè e lo sorseggio ancora bollente. Dieci minuti di silenzio che gusto fino all'ultimo secondo. Fin quando...
- Mamma! -
La belva si è svegliata.
- Amore della mamma, calmati, arrivo! - La prendo e la porto giù.
Ha tre anni, si chiama Adele ed è mammona all'ennesima potenza. La segue a ruota la mia primogenita Letizia, otto anni, fortunatamente più autonoma – si fa per dire –, che si dirige verso il bagno ancora con gli occhi chiusi e scaraventa il pigiama dove capita.
Spesso mi chiedo dove abbia sbagliato nell'educare le mie figlie: non mi sentono neanche. Non riesco a capire quale stregoneria venga usata per far mettere in ordine i giochi, le mutandine sporche dentro il portabiancheria e magari anche le tazze della colazione nel lavandino. Chiedo troppo?
Sì.
- Buongiorno - . Ecco mio marito dirigersi verso il bagno in - modalità Letizia - , tranne che per il pigiama scaraventato. Credo che quella sia l'unica parola che gli esca dalla bocca prima di aprire la porta e andare a lavoro. Si sa, sono uomini, sono di poche parole... soprattutto al mattino. Peccato.
Sapete, io invece sono una gran chiacchierona; mi piace anche ascoltare, ma capisco che non possiamo essere tutti uguali. Perciò me ne faccio una ragione.
Intanto proseguono i preparativi per cercare di uscire di casa in orario. Accompagniamo la prima figlia a scuola e la seconda all'asilo. Mio marito va a lavorare e io torno a casa.
Non lavoro da circa sei mesi ed è la prima volta che mi succede da quando ho compiuto diciotto anni. Non sono abituata a stare a casa e fare la casalinga e, ad essere sincera, a quarant'anni suonati sto riflettendo davvero su un futuro diverso.
Perlustro accuratamente la zona salotto per vedere che cosa c'è da fare, e onestamente avrei tanto - da fare - , ma le faccende domestiche non sono il mio forte. Non fraintendetemi, la mia casa è abbastanza pulita, quindi... è appunto - abbastanza pulita - .
Opto per la cucina. Preparo montagne di verdure fresche che congelo per i pasti futuri, e poi passo ai secondi; spesso però mi accorgo che manca qualcosa e così esco a prendere il pane, ad esempio, e aggiungo un saluto alla tabaccaia e un caffè al bar. E poi ancora casa.
Se non ho lavatrici da fare e la casa è abbastanza accettabile, mi dedico a sistemare quei cassetti che di norma dovrebbero già essere in ordine, così subito dopo posso dire: - Bene! Sono già le undici e tre quarti. Devo preparare la tavola! -
Mio marito arriva quasi tutti i giorni per l'una e mezza, quindi il più delle volte, per non mangiarmi il tavolo, inizio a sbocconcellare qualcosa; ho troppa fame, una fame anomala e mi rendo conto che, oltre al cibo, divoro la noia che mi circonda.
Ecco mio marito che esordisce con un: - Novità? - Novità... ma quali novità? Per circa cinque secondi penso alla risposta, ma non partorisco niente ed esce il solito - Tutto bene - . Ma tutto cosa? Stare a casa è noioso! Ti puoi riposare, è vero, e decidi tu i ritmi con cui programmare le faccende. Ma davvero c'è chi sceglie spontaneamente tutto questo?
Mi sono data anche alla lettura, ho letto più libri in questo periodo che nell'ultimo decennio, e questo è positivo; mi hanno aiutata molto, ma soprattutto mi hanno fatto compagnia.
Stando a casa perdi un po' il contatto col mondo. A fine giornata mi piacerebbe poter raccontare qualche episodio lavorativo e invece mi ritrovo a parlare di sconti sugli ammorbidenti. Tutto questo ovviamente non interessa a nessuno. Le mie amiche lavorano e spesso senza capire il mio dolore se ne escono con la solita frase: - Beata te che stai a casa... - Certo, beata me.
Di solito mando loro il mio sorriso più finto; altre volte non ho neanche voglia di recitare, così faccio finta di non aver sentito e cambio discorso.
Al pomeriggio vado a prendere le bimbe a scuola, l'euforia di poter avere un pretesto per uscire non ha eguali, ma nonostante non le abbia viste per tutta la mattina mi sento scarica appena entriamo in casa. Ma è normale? Il senso di colpa, che accompagna questa mia sensazione giornaliera, mi schiaccia a terra come se fossi un insetto inutile. Questo senso di inadeguatezza nel fare la mamma e la brava donna di casa va in contrapposizione con quello che la società si aspetta da me e non parlo solo degli estranei, ma della mia stessa famiglia. Se ne stanno lì a compatirmi e a dirmi che dovrei fare qualche torta in più, leggere qualche fiaba in più, giocare un po' di più con loro; come se questa fosse la soluzione. Il problema non è quello che dovrei fare con loro, ne sono sicura e certamente non ricordo di aver chiesto un parere a proposito, ma quello che ricordo è che non mi prendo più cura di me stessa, da troppo tempo ormai ed è per questo che adesso mi sento smarrita. E per prendermi cura di me non intendo giornate intere in una SPA – anche se ogni tanto ci vorrebbe-, semplicemente trovare il coraggio per farsi delle domande e nel migliore dei casi darsi anche delle risposte. Troppo difficile, lo so.
Ovviamente tra compiti di matematica, impegni e attività sportive – delle bimbe –, passo velocemente dal ruolo di maestra a quello di taxi. Ed è molto interessante, soprattutto se pensi che non ti è riconosciuto; in fondo sei a casa, sei molto fortunata. Davvero? Mah!
Oggi è venuta a trovarmi Francesca, la mamma di una compagna di Letizia. Mi ha scaraventato addosso tutta la sua frustrazione dicendo che è delusa da me perché mi sono un po' allontanata. E' vero l'ho fatto. Chissà perché le persone non si chiedono mai che cosa spinga un essere umano all'evaporazione sociale. Spesso è voluta e altre volte è forzata.
Nel mio caso sono entrambe le cose.
Dopo un periodo, come dire, faticoso, ho deciso di formattare la mia vita. Non pensavo fosse così difficile, ma quando non puoi farne a meno devi decidere sul da farsi al più presto o vieni inghiottita dalla - lingua nera - ; che poi non sai neanche dove deciderà di digerirti, ma dal momento che il nero non è il mio colore preferito opto per qualsiasi altra strada.
Ritornando a Francesca, cerco di spiegarle il mio brutto periodo e lei quasi si sente in colpa per avermi giudicata male.
Non mi sono vergognata nel dirle che soffro di stati d'ansia. Non starò qui a spiegarvi i motivi per cui ho attirato questa - patologia - , né tanto meno le problematiche che una persona deve affrontare una volta entrata in questo tunnel. È solo un brutto periodo e spero vivamente di riuscire a superarlo.
Ci spero da quasi due anni e ogni giorno ringrazio il cielo per i miei progressi. Sono sempre stata una ragazza carina, simpatica e piena di amici, sempre in modalità ON. Semplicemente ora sono in modalità OFF. Capita.
- Bè, se proprio vuoi saperlo, mi sono inventata un sacco di scuse per non uscire con te, il più delle volte. C'erano dei momenti in cui non riuscivo proprio a gestire le crisi, e perciò... - , dico di getto a Francesca, liberandomi.
- E perché non me lo hai detto prima? In qualche modo avremmo potuto... -
- Fare niente! - , la interrompo. - Sono cose che devo risolvere da sola. E poi alla gente non piace avere a che fare con questi problemi - , sospiro.
Mi abbraccia forte e non dice più nulla. In fondo anche lei è mamma, è di tre figli per giunta, quindi credo che un po' mi possa capire. In quel momento mi sento più leggera; mi sembra davvero dispiaciuta e quell'abbraccio, per me, è più importante di mille altre parole.

Verso sera avverto un formicolio strano su tutto il corpo, quasi impercettibile a dire la verità, e molto piacevole. È davvero bello poter dire quello che si pensa senza nascondersi dietro a dei sorrisi di cera ed oggi pomeriggio ne ho avuto conferma. Ora posso andare a dormire tranquilla; diciamo come sempre - tranquilla - , ma è quella tranquillità che fa quasi paura.
Prima di addormentarmi rifletto su come cambiano le amicizie nel tempo. Dicono tutti di conoscerti bene ma nessuno è in grado di capire quando stai male. Anzi, presi da mille cose quasi ti scansano, perché in realtà le persone avvertono che c'è qualcosa che non va, ma sarebbe troppo faticoso spendere energie per starti vicino. Per fortuna, in quei momenti si ha la lucidità di vedere con altri occhi quello che ti circonda, focalizzando chi resta e chi se ne va. È un passo molto importante della vita.
Al mattino seguente, ancora quel sibilo nell'orecchio: - Dai Sara, alzati! - Il disperato bisogno di zuccheri mi trascina fino in cucina. Avanzo lentamente e mi metto a guardare attraverso la finestra. A quell'ora il tempo sembra si che possa fermare. Se non fosse per qualche auto che inizia a percorrere la strada davanti casa, penserei a un fermo immagine con me come protagonista principale.
Me ne sto immobile per qualche minuto e guardo le montagne già innevate, sono proprio immense.
Di solito fisso un punto preciso, il più alto, e con la mente mi immagino esattamente lì; poi rido perché soffro troppo il freddo e non reggerei neanche mezzo minuto.
A un certo punto il film si interrompe, sento il borbottio dell'acqua calda. È ora della tisana mattutina.
Passano quindici minuti e tutta la famiglia è in cucina a fare colazione.
- Ma ancora questi biscotti? - , borbotta Letizia.
- Ringrazia di averli sul tavolo ogni mattina - , rispondo nervosa.
Mi rendo conto di quanto siano piccoli i problemi a quell'età, ma non riesco a lasciar perdere; vorrei farle capire dei concetti di base, ma il più delle volte non ci riesco. Sono scarica già dal mattino. Ovviamente la piccola, imitando la sorella, mi propone la stessa scena qualche minuto dopo.
Basta, ci rinuncio.
Come siamo arrivati a non riuscire ad imporci con le nostre figlie? Mio marito scende in cucina e come un fantasma si prepara, mi sente sgridare le bambine e non batte ciglio, e quando si siede a tavola lancia loro un sorrisone. Bene!, mi dico, e così viene accentuata la parte della strega cattiva. Meglio sorvolare, è davvero tardi per aprire un dibattito sull'argomento. Rischiamo di trovare chiusi i cancelli di scuola.
Con un sorriso da ebete saluto la piccola mentre mi allontano dall'asilo.
- Ciao amore, fai la brava oggi - . Salgo in macchina e rifletto sul fatto che la mia vita sociale terminerà tra pochi minuti, quando spalancherò la porta di casa e l'eco del salotto mi stringerà a sé pronto a divorarmi.
Il rumore dei miei sospiri mi ricorda la bronchite di mia figlia di qualche anno fa. È proprio vero che più c'è silenzio fuori e più riesci a sentirti dentro.
Mi dicono di trovarmi qualcosa da fare per occupare il tempo. Già, Il Tempo. Non voglio creare un diversivo qualunque che copra i miei sospiri, ma vorrei che proprio questi sospiri mi indicassero la strada giusta per migliorare, dal momento che molto gentilmente mi accompagnano per gran parte della giornata. Chiedo troppo?
I miei pensieri filosofici vengono interrotti dal trillo del mio cellulare.
- Ciao amore! Come stai? - È sempre squillante la mia amica Monica.
- Come sempre. Niente di nuovo - , rispondo con l'entusiasmo di un bradipo.
- Dai Sara, è un solo un periodo. Passerà. Perché non scrivi? È terapeutico, lo dice sempre mia zia - .
Vorrei dirle che non ho tempo, ma sarebbe falso. La verità è che a volte ho paura di farlo, perché smuove sempre qualcosa dentro di me. Che poi non sarebbe neanche tanto negativo, ma è più facile non vedere a volte. - Magari oggi ci provo. Okay? - , farfuglio.
Sembra quasi che debba farle un favore, immagino la sua faccia mentre vorrebbe dirmi: - Ho quarantasei anni! Pensi che non abbia capito che stai scappando? -
Ma Monica è così, lei non supera mai i confini, non invade il tuo spazio ma cerca di condividerlo con te nel migliore dei modi; ed è per questo che le voglio bene.
- Ascolta, noi ci sentiamo dopo - , mi dice, - anche perché se non ti sento quattro o cinque volte al giorno mi preoccupo, lo sai - . Scoppiamo in una risata scema e chiudiamo la telefonata.
Col sorriso da quindicenne stampato sul viso fisso il telefono, come se lei potesse vedermi.
Nel frattempo mi ricordo di guardare l'ora – neanche avessi chissà quale appuntamento – e la mia testa parte con i suoi soliti pensieri. Penso a quanto sia importante essere realizzati, cercati, capiti. Quanto sarebbe bello alzarsi con una motivazione vera che brucia ogni tuo dubbio. Riuscire a non pensare mai a quando arriverà sera, ma accorgerti che è già sera! Andare a letto soddisfatti e pieni d'amore, così pieni da poterne dare agli altri e ricevere ulteriore soddisfazione.
Mi commuovo solo al pensiero. Sono lacrime di gioia, che mi fanno vibrare l'anima e che si interrompono bruscamente quando scorgo la pila di panni da stirare nella camera da letto. Dai super-mamma, c'è del lavoro per te! Non sei contenta?
Come no. 

Sono le dieci in punto e mentre osservo l'asse da stiro mi accorgo di luci colorate provenienti dalla camera delle bambine. Mentre mi avvicino, raccogliendo qualche peluche lasciato a terra dalle mie figlie, alzo lo sguardo e vedo il muro ricoperto di piccoli arcobaleni. I raggi tiepidi del mattino, colpendo il vaso sulla mensola, stanno creando uno spettacolo meraviglioso. Mi appoggio all'anta dell'armadio e inizio a fantasticare su come poter salire su uno di quegli arcobaleni. Se ne stanno apparentemente fermi sul muro, ma in realtà, guardandoli da vicino, mi accorgo che vibrano. Penso a quanto siano più vivi di me, in questo periodo; poi mi viene da ridere e abbandono la stanza.
Sto per chiudere la porta quando urto qualcosa con il piede. È la collana - chiama-angeli - di mia figlia. Le fu regalata per il battesimo.
Come sempre non è appesa al suo chiodino sul muro, ma buttata per terra insieme a tutti gli altri giochi. La tiro su e prima di appenderla la osservo attentamente: un nastro di raso grigio regge un ciondolo a forma di cuore che contiene un campanellino. Nel ciondolo, una scritta: Fai suonare il campanellino e io ti sarò vicino.
Avete presente quando vi sentite talmente soli da aggrapparvi a qualsiasi speranza? Bè. In questo momento, la mia parte razionale sta dicendo: - Certo, come no - , e la mia parte bambina sta morendo dalla voglia di farlo suonare. Vince la seconda.
Di nascosto da me stessa e con la mano dietro la schiena, lo faccio tintinnare. Mi guardo attorno con occhi curiosi e un po' impauriti per qualche secondo aspettandomi chissà che cosa, e mi accorgo che ovviamente è tutto come prima. Tutto immobile. Mi sento profondamente stupida.
- Tanto lo sapevo che non veniva nessuno. Era solo per giocare un po'! - , borbotto a voce alta, pensando ancora che qualcuno possa sentirmi. A volte spero davvero che qualcuno possa sentirmi, ne parlavo l'altra mattina col frigorifero, sto scherzando ovviamente, o no? Credo che ora sia meglio prendere il ferro da stiro e dirigermi verso la mia postazione per l'esibizione giornaliera, - cose serie - . Signori e signore, oggi - tango con lenzuola e federe - .
Che libidine.
Un rumore, però, mi fa trasalire. Mi sento improvvisamente in allarme. Non riconosco niente di famigliare in questo rumore e credetemi se vi dico che conosco a memoria ogni scricchiolio di questa casa. Ecco, ora me la sto facendo sotto!
Proviene dal mio soppalco, pieno di scatoloni e quant'altro. Dai Sara. Hai quarant'anni, non avrai paura?, dico a me stessa. Mi dirigo lentamente verso il soppalco con la delicatezza di un gatto e cerco di mostrare a me stessa che è tutto okay.
Prendo la scala, l'appoggio al muro e metto il piede destro sul primo gradino con fierezza. Così faccio per i successivi, anche se molto lentamente. Quando arrivo in cima penso a dei topi o a qualche scatola che si sia aperta, ma niente di tutto questo: il silenzio regna sovrano.
Ancora con mani e piedi appoggiati alla scala, scruto attentamente ogni angolo del soppalco e non vedo niente di anomalo. Mi sarò fatta suggestionare, anche questo capita. Decido quindi di scendere pensando di prenotare una visita neurologica al più presto; forse passo troppo tempo da sola e questi rumori immaginari potrebbero esserne la conseguenza.
Quando cerco il gradino con il piede per poterlo appoggiare guardo giù istintivamente e mi si serra la gola dalla paura. Ma che cosa sta succedendo?
Lo spettacolo che si presenta davanti ai miei occhi lascia senza fiato. Sono terrorizzata.
Non ci sono più i gradini! Cioè, manca proprio un pezzo di scala. Sono appoggiata sull'unico gradino a disposizione. Non c'è neanche casa mia, sotto di me c'è il vuoto come nei più classici film horror. La scala inizia a ondeggiare, provocandomi un forte senso di nausea. In quel buio infinito intravedo ombre, sagome scure che si muovono. Riesco a delinearne solo i contorni. Stropiccio gli occhi sperando di avere qualche momentanea allucinazione, ma non è così: sembra tutto spaventosamente reale.
Fermo a stento la mia tachicardia con dei respiri profondi, penso che l'ansia questa volta abbia veramente esagerato. Davanti a me il soppalco rimane sospeso come una nuvola sopra il nulla. Ho le vertigini e d'istinto mi butto in avanti sull'unica cosa famigliare che ancora riconosco.
Sono accucciata in mezzo agli scatoloni e mi gira la testa. No, non è la testa, è proprio il soppalco che sta iniziando a girare su se stesso e mi sento improvvisamente mancare. È strano, ma in questo momento sto pensando alla pila di roba che ho lasciato da stirare, perciò sono proprio da ricovero. Chiudo gli occhi e mi abbandono al buio più completo, dopo qualche secondo apro il destro e sbircio pericolosamente sotto. Il pezzo di scala che si stacca e vola giù nel buco nero è l'ultimo ricordo che ho prima di cadere in un sonno profondo.
Dormo o sono morta? Non lo so. So solo che un senso di pace pervade improvvisamente il mio corpo.
Okay, sono sicuramente morta e questo è quello che dovrebbe esserci dopo.
I miei sensi olfattivi vengono dolcemente sollecitati da un odore intenso di rosa. Non ho il coraggio di aprire gli occhi; se questo è un sogno, voglio far durare la sensazione di pace ancora per un po'. Così mi sollevo da terra tenendoli chiusi e lentamente inizio ad aprire solo l'occhio destro, che deliziato dall'immagine che ha davanti dà il via libera anche al sinistro.
Decisamente non sono più sul mio soppalco.
Davanti a me, una vasta campagna con un sentiero costeggiato da una staccionata. Sulla mia destra, un torrente. Non vedo alberi. Sembra primavera, l'aria tiepida e leggera mi accarezza i capelli dolcemente. Okay, dov'è il trucco? Cosa c'era dentro al caffè questa mattina al bar? Sta a vedere che la mamma di Aurora - un tipo un po' - stravagante - - mi ha messo qualche sostanza dentro la tazza ed io non me ne sono neanche accorta. In fondo mi ripete sempre che dovrei fare un viaggio, ma non ha mai specificato di che tipo.
Stranamente non sono agitata però, l'angoscia ha lasciato il posto alla calma, e alzandomi da terra cerco di darmi delle risposte plausibili sull'accaduto. Se fossi morta non dovrei fluttuare o cose del genere? E se fossi stata drogata non dovrei....un attimo, come ci si sente in questi casi? No, dai, non è possibile, dev'esserci un'altra spiegazione, eppure non prendo farmaci da quasi un anno, quindi escluderei anche qualche effetto collaterale.
Solo una domanda. Ma dove cavolo sono?
Un rumore familiare mi fa sobbalzare. Si può sobbalzare in paradiso?, mi interrogo dubbiosa. Nel frattempo dirigo il mio sguardo verso quel suono e lo sento ancora più vicino. Sembra quasi un... un attimo: è proprio un tintinnio.
Oltre il torrente scorgo una sagoma d'uomo che non riesco a focalizzare, la luce che lo circonda è abbagliante. Sembra mi stia indicando. Ha qualcosa appeso al dito e credo che voglia mostrarmelo. Poi la luce inizia ad affievolirsi e riesco a vedere meglio.
Non ci credo. È proprio la collana chiama-angeli!
- Buongiorno Sara - .
- Buongiorno... - Oltre a non sapere il suo nome, mi ammutolisco quando, avvicinandosi, riesco a guardarlo meglio. Penso di non aver mai visto niente di più bello. Credo che abbia più o meno la mia età, capelli scuri un po' mossi e occhi color nocciola con qualche sfumatura di verde. Sono impressionanti. Lievi segni d'espressione donano al suo viso un tocco misterioso che lo rendono terribilmente affascinante. Ma chi è? Escluderei l'idraulico e anche lo spacciatore della mamma di Aurora.
- Mi chiamo Samuel e sono qui per te - , dice quella creatura meravigliosa.
Che bella questa frase, quanto potere in poche parole.
- Sei qui per me. Davvero? Vuoi dire che la mia mente ha generato un bellissimo ragazzo che viene a prendersi cura di me e vissero tutti felici e contenti? Dai, che scherzo è questo? - Sono anche spavalda.
Samuel sorride teneramente. - Sono qui per te, ma non nel modo che hai pensato. Io sono il tuo angelo e ho semplicemente accolto la tua chiamata - .
Ti pareva..., penso sollevando l'angolo destro del sopracciglio. Il mio angelo? Mi prende la mano e vi appoggia la collana delicatamente. D'un tratto ripercorro mentalmente quella scena patetica in cui ho fatto tintinnare il ciondolo, che sia.....potrebbe davvero essere?
- Già, la collana. È a causa di questa che sono finita qui? - Mi sento persino stupida a chiederlo.
- La collana, l'amuleto, la preghiera; ogni cosa può portarti a noi, se sentita col cuore - , mi dice.
- Noi? Mi sono persa qualcuno? E poi scusa, se fosse come dici, non dovresti venire tu a casa mia? In fondo, ho fatto tintinnare il campanellino nella camera delle bimbe - .
Non dovrebbe essere così? Inizio a sentirmi agitata.
- Sei davvero molto curiosa e impaziente; mi hai posto solo quesiti e non hai neanche prestato attenzione al fantastico paesaggio che ti circonda. Sei tu che hai scelto di venire nel nostro mondo, solo che non ne sei consapevole. Tutto parte da te - . Mi indica quel prato infinito, come se fosse logico per me iniziare a canticchiare e raccogliere margherite senza fare domande.
Come una bimba sgridata all'asilo, metto su un mezzo broncio e mi guardo attorno, tanto per farlo contento.
Osservo attentamente il prato, la staccionata e il torrente, ma non mi danno nessuna emozione aggiunta rispetto a quando sono arrivata.
- Ascolta Samuel, io ti ringrazio; ma in questo momento sono un po' confusa. Ti ricordo che prima di conoscerti ero a casa sul mio soppalco. Quindi se gentilmente volessi spiegarmi se sono viva, morta o chissà quale altra cosa, te ne sarei immensamente grata - . D'un tratto mi sento irrequieta. - A proposito di casa mia, si saranno accorti della mia assenza? E se mi cercasse qualcuno? -
- Non preoccuparti, la tua assenza non creerà alcun disagio ai componenti della tua famiglia - .
- Nel senso che non gliene frega niente a nessuno se non ci sono? -
- No di certo! - Scoppia a ridere.
- Allora cosa? Non mi dirai che succederà come nei film, che mi risveglio a casa e sono passati solo cinque minuti? -
- Una specie. Il tempo viene troppo sopravvalutato dalle vostre parti, credimi - , risponde sorridendomi.
Mentre mi affanno a decifrare ciò che mi dice, mi rendo conto che in fin dei conti non voglio tornare a casa. Almeno non come prima. Mi sento quasi meglio nell'ignoto che nel certo, e tutto questo è allarmante.
Scoppio improvvisamente in un pianto disperato e mi inginocchio su quel prato, finto o meno che sia, in cerca di conforto. Mi sento in colpa per non provare disperazione all'idea di essere lontana da casa.
Ci sono dei momenti nella vita in cui hai proprio bisogno di staccare da tutto e da tutti, e me ne rendo conto proprio ora che non so neanche dove mi trovo. È pazzesco!
Penso alla mia esistenza, a come da circa due anni sia entrata nel limbo dell'ansia, la cara amica che ha messo in discussione tutta la mia vita. A come da un giorno all'altro non abbia avuto più interesse per niente e a come mi sia sentita scollegata dal mondo del lavoro, dagli affetti, dalle amicizie. Un caos completo. Proprio io, che ho sempre aiutato le persone a essere più forti, che tenevo banco a tutte le feste con gli amici. Come è potuto succedere?
Mi muovo come una brava casalinga per non far soffrire nessuno. Ma dentro di me un'inquietudine costante mi assale come un ladro in piena notte.
Samuel mi osserva e non proferisce parola, ha quello sguardo di chi ti legge dentro, di chi sente che cosa stai provando; lo fa con estrema delicatezza, mentre il mio viso si bagna di lacrime amare.
Quel pianto però è davvero liberatorio; subito dopo mi sento avvolta da una strana sensazione di calore e decido di provare a ricompormi. Inizio a credere che abbia ragione lui, dev'essere davvero un angelo e poi, sinceramente, guardandomi attorno non saprei darmi un'altra spiegazione. Potrebbe anche essere un sogno però, uno di quei sogni - lucidi - , avevo letto da qualche parte che avvengono in coscienza del fatto di stare dormendo e che ci si può muovere liberamente modificando le situazioni a proprio piacimento. Che importa saperlo. Ora sono qui.
Mi rendo conto di essere molto vicina al torrente. Cerco di asciugare le lacrime e d'istinto, a carponi, allungo la testa verso l'acqua. Ma non riesco ad andare oltre, perché una strana sensazione di disagio mi fa indietreggiare e mi sento la gola strozzata.
Guardo Samuel negli occhi in cerca di risposte.
- La campagna è un ambiente meraviglioso - , mi dice. - Tieni a mente quanto sto per dirti: un giorno, davanti a un ruscello, una bella ragazza vide il suo riflesso nell'acqua e se ne spaventò. Pensò a un brutto scherzo, e invece si accorse di non avere il coraggio di affrontare quello che vedeva. Ma il segreto presto imparò. Dovette continuare a specchiarsi spesso, per poter comprendere ciò che aveva da dirle quella ragazza riflessa nell'acqua - .
Ci mancano pure le mezze parabole. Mi sta scoppiando la testa.
Ha forse ragione? Non ho il coraggio di guardarmi dentro? Questo vorrebbe dire aver passato quarant'anni di vita senza sapere che cosa fare e dove andare esattamente. Forse, in tutti questi anni, ho fatto solo quello che andava fatto. Sento montare tutta la mia frustrazione.
- Io ci provo tutti i giorni a cercare di capirci qualcosa, ma attorno a me sento solo silenzio. A volte mi sembra che il tempo mi scivoli fra le dita. Che cosa posso fare per stare meglio? - , gli domando.
- Si comincia da qualcosa che in parte è già nostra. Mi spiego meglio. Dentro di te non c'è da mettere in ordine, come tu credi; c'è da riempire, da incoraggiare. Prova a pensare a delle cose che ti fanno piacere. Inizia con piccole cose, appuntale nella memoria e falle una per una. Questo silenzio che ora ti avvolge presto ti tornerà utile. Non avere fretta, ringrazia questa opportunità di poterti ascoltare. Se attorno a te c'è il caos, come puoi pensare di avere la lucidità per compiere azioni di rilevanza? -
Che uomo saggio, peccato sia un angelo. Ovviamente non può essere un uomo in carne e ossa, perché i nostri cari uomini non arrivano a tanto. Sorrido fra me per la battuta e cerco di pensare alle - piccole cose - di cui mi sta parlando.
Cerco di mostrarmi disinvolta. - Scusa Samuel, ma se penso a piccole cose piacevoli mi vengono in mente cose banali. Forse non esattamente quel genere di - cose - che dovrebbero darti delle risposte a temi esistenziali... non vorrei sbagliare - .
- Non fermarti a pensare troppo, il cuore ti suggerisce già le risposte giuste e la tua mente non fa altro che metterle in discussione continuamente. Così facendo perdi di vista l'obiettivo - , continua lui con una voce suadente.
- Okay, ma non prendermi in giro. Mi è venuto in mente un bel caffè caldo seduta all'aperto e uno splendido paesaggio dinanzi a me - , dico sorridendo.
Samuel resta in silenzio per qualche secondo e io quasi voglio sprofondare per l'assurdità appena detta. Ma ti pare che un angelo si scomodi ad aiutare una donna in piena crisi esistenziale che pensa a un caffè?
Come mi è venuto in mente? Sono messa peggio di quanto immaginassi. Lui invece sorride e mi indica due cavalli sbucati dal nulla, ma questo è tipico in un mondo parallelo, suppongo.
- Bene. Non posso offrirti un caffè vero e proprio, ma conosco un posto dove poter sorseggiare ottime bevande calde. Scegli un cavallo fra i due e andiamo - .
In che senso? Chi glielo dice che non so neanche come salirci, su un cavallo! Lui attaccherà con i discorsi degli obiettivi, e...
- Allora, chi hai scelto? - , insiste. - Lui è Tìboty e lui è Frèvien - , indica le adorabili bestiole.
Ma sta parlando sul serio? Il suo sguardo mi dice di sì.
Non mi resta che scrutare le adorabili bestiole cercando di dimostrare capacità decisionale. - Tìboty andrà bene - . Tutto nero con la criniera grigia, punta i suoi occhioni neri verso di me, così grandi che ho quasi paura di caderci dentro. È un po' trasandato, ma che importa? Sembro piacergli.
Mi avvicino con passo deciso e Tìboty si inginocchia per farmi salire. In un attimo sono in sella. È stato facile, non lo immaginavo. Quando si solleva mi sento più forte, come se fossi un tutt'uno con quell'animale fantastico.
Nel frattempo Samuel sale in groppa a Frèvien e lo fa con una delicatezza estrema. Inutile sottolineare il suo stile impeccabile. Sposta i suoi capelli dalla fronte portandoli indietro e mi sorride. E poi mi sorride ancora.
Vuole forse mettermi in imbarazzo? Bè... ci sta riuscendo.
Cerco di togliermi lo sguardo da pesce lesso e mi ripeto mentalmente che è solo un angelo. Sara, non è umano. Non è umano, capito? Ma soprattutto questo è solo un sogno e fra poco ti sveglierai in camera tua e probabilmente il ferro da stiro avrà bruciato tutte le lenzuola che stavi stirando sotto l'effetto della droga della mamma di Aurora. Oddio sono patetica.
Finalmente si parte, mi indica di seguirlo facendo una strana smorfia con la bocca quasi impercettibile, ma abbastanza decisa da fare uscire una piccola fossetta. Una tenera, bellissima fossetta. Mi sento improvvisamente lo stomaco sotto sopra. Che sensazione strana, ricordo di averne avuta una simile in quarta elementare, quando sbavavo letteralmente sul mio compagno Michele.
Che fatica però.
Percorriamo il sentiero fino ad arrivare a un boschetto. Gli alberi sono altissimi e i profumi indescrivibili, non riesco a riconoscere niente di terreno. Le mie anche oscillano a destra e sinistra in perfetta sintonia con il ritmo degli zoccoli di Tìboty. La sua criniera è così morbida che le mie mani sono in continuo movimento su di essa. La natura mi sussurra qualcosa con i suoi rumori: legnetti che scricchiolano, foglie che ondeggiano per il vento e l'acqua che scorre verso un punto indefinito. È tutto a portata di mano, ed è tutto straordinario nella sua semplicità. Per un attimo dimentico come e perché sono arrivata lì, perché sto semplicemente osservando quello che mi circonda.
Davanti a noi si intravede una specie di grotta e una tendina di foglie color smeraldo che le fa da porta. Credo di aver visto scenari simili solo in quei documentari che guardavo da bambina. Samuel entra passando attraverso di essa mentre dice qualcosa guardando a destra.
Con chi sta parlando? Lo seguo velocemente mentre lui scompare tra le foglie.
- ALT! ALT! Signorina! - , ringhia qualcuno non identificato.
Sobbalzo dallo spavento e mi accorgo che accanto alla grotta c'è un essere che mi guarda dritta negli occhi molto serio, anzi, serissimo. È strano, sembra un nano dalla pelle color argento, con del fogliame sulla schiena e sul petto e un buffo copricapo a forma di fungo sulla testa. Un incrocio tra Grande Puffo e uno gnomo natalizio. Ha uno sguardo minaccioso e si mette davanti alla grotta.
- Ehm... sono con Samuel, il ragazzo, cioè no; l'angelo che è appena entrato - , balbetto. Senza smuoversi di mezzo millimetro, continua a guardarmi con sguardo duro. Non mi dà l'impressione di essere cattivo ma non è neanche tutta questa simpatia.
- Prego, depositare signorina! - , riprende.
Incrocia le braccia quasi seccato e io continuo a non capire. - Cosa dovrei depositare? Non so. Samueeel! - , alzo la voce rivolta alla grotta, in modo che il mio angelo mi venga in soccorso, ma Samuel non risponde. Eppure l'ho visto entrare, ne sono sicura. Ecco, adesso sì che somiglia a un uomo terreno!
L'essere non indentificato mi indica una sacca appesa alla sella del cavallo e sbuffando ripete: - Prego, depositare - .
Che noia questo - coso - , e va bene, cerchiamo di capire cosa vuole questo strano essere.
Apro la sacca e guardo al suo interno, ci sono delle palline nere. - Vuoi queste? Devo pagare una specie di pedaggio con delle palline? - Non ricevo risposta. Decido di prenderne un po' e gliele porgo allungando la mano, ma improvvisamente non riesco a sostenere il loro peso; sembrano diventate pesanti come macigni, al punto tale da cadere tutte a terra.
Gli occhi dell'essere mi trafiggono. - Umani! Ecco con chi mi tocca aver a che fare. Con semplici umani! Ma possibile che non riusciate a vedere oltre la vostra ragione? - , sbotta. - Pedaggio? Pagare? Sono termini fini a se stessi. Queste palline altro non sono che le tue paure, le tue angosce. Nel vostro mondo tendete ad accumularne senza affrontarle, e quando vi decidete a farlo il sacco ne è pieno. Va da sé che è più difficile combattere un intero esercito. Ho bisogno di una sola pallina, non dovresti avere problemi a scegliere: il tuo sacco ne è pieno! -
È anche spiritoso, il nano! Nel mio mondo gliene avrei dette quattro, ma qui decido di non farlo, mi sembra già abbastanza nervoso. Scendo allora da cavallo e raccolgo le palline da terra; rifletto su quale paura scegliere e subito mi viene in mente quella più recente. Ne prendo una e porgendogliela dico: - Okay. Scelgo la paura di non avere uno scopo nella vita - .
Bene, è stato facile! Avrei anche potuto compilare un semplice questionario, se proprio vogliono conoscere le mie paure; magari proverò a proporlo in un secondo momento. Il nano-elfo prende la pallina, che una volta nelle sue mani cambia aspetto divenendo colorata e fluorescente.
Gli sorrido, forse abbiamo trovato un'intesa, lui ha la sua pallina colorata e io posso entrare. Evidentemente non è così a quanto pare, perchè lui non contraccambia il mio sorriso e mentre cerco di capirne il motivo vengo colta da un dolore lancinante alla testa. Con le mani che premono sulle tempie mi accascio per terra senza che lui batta ciglio. Questa volta penso di morire veramente e per giunta davanti a un - coso - grigio metallizzato. Per essere un sogno sento il dolore come fosse vero.
Dopo circa un minuto d'inferno, il dolore così com'è arrivato se ne va. Ancora con la testa fra le mani e terrorizzata, guardo il nano in cerca di risposte. Lui abbozza un mezzo sorriso e dandomi le spalle infila la pallina sotto il suo buffo cappello. - Tranquilla, il tuo corpo sta iniziando a scaricare le scorie, è normale. Tutto ciò è vita, quella che voi umani dovreste imparare ad apprezzare, ma non mi aspetto che tu possa capirlo adesso. Ora, puoi entrare nella grotta - .
Mi alzo, incredula su come abbia affrontato la situazione da sola. Il nano dice che ho eliminato le scorie, è una cosa bella, giusto? Per un istante mi sento forte, ma basta il solo pensiero di quello che è appena accaduto per farmi ricadere nel terrore, inducendomi ad avvicinarmi a Tìboty come una nonnina zoppicante.
Penso a quanto sia abile la paura, che riesce sempre a puntualizzare quanto sia forte. Ti punzecchia col ricordo di quello che è successo e puoi accusarne i sintomi nel corpo anche quando è tutto finito, come se lo stessi rivivendo.
Brava, brava. So che cosa stai facendo, vuoi alimentarti con la mia disperazione; ma sono ancora qui e ho intenzione di rimanerci. E adesso proseguirò da sola, forte e coraggiosa. Forse.
Sì, dai.
Non mi resta che andare avanti, indietro non si torna più. Per fortuna mi è rimasto Tìboty.

Marilena Corato
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