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Autore: Mariagrazia Rolando Mariola
Titolo: Cara Ale
Genere Narrativa
Lettori 97
Cara Ale

Io non lo so se avrò cuore e forza per raccontare fino in fondo questa storia. Mi chiamo Alessandra, Ale per gli amici, Ale per lei. La nostra amicizia cominciò dalle corse sfrenate nel cortile del rione. A volte succedeva che passassero giornate intere, anche settimane, senza mai vederla in cortile... Poi ritornava a partecipare ai nostri giochi e ai nostri schiamazzi e sembrava di non averla mai perduta, neppure per un istante. [...]
Io e Cris ormai pensavamo seriamente di sposarci e impiegavamo tutto il tempo libero a cercare un appartamento economico ma confortevole allo stesso tempo. Non era facile, anche perché io non avrei voluto allontanarmi troppo dal mio quartiere. Parlavamo anche a Giulia dei nostri progetti, delle nostre aspettative, della camera che avrei voluto per lei nella nostra casa... nella nostra vita. Lei restava in silenzio, senza guardarci, quasi stranita e quel silenzio lo sentivo implorare di tacere, di smettere di volerle bene, perché la sua vita era solo sua, sua e basta... ed era tutta un'altra cosa, e io sapevo che quelli erano i sogni che facevamo insieme, io sapevo di ferirla, ma la volevo con me ugualmente, volevo che prendesse parte alla mia vita, che la condividesse, come era stato fino a quel momento. [...]
Un pomeriggio, sul tardi, andai a trovarla a casa. Fu ospitale come sempre. Era strano trovarsi una di fronte all'altra senza avere quasi nulla da dirsi. Io più di lei sentivo il peso di quell'imbarazzo, Giulia sembrava invece distaccata e completamente a suo agio. Il tono della voce era fermo e anche i movimenti del corpo suggerivano una calma tutta intima e personale, come di chi ha mille conquiste preziose nel cuore da custodire e proteggere, ma senza affanno, senza astio, senza fretta. Le chiesi come stava, come procedeva la sua vita, rispose che stava bene. Io facevo le domande e lei rispondeva come ad un'interrogazione programmata. Dove, in quale posto aveva trasferito le sue speranze, i suoi sogni, le sue aspettative? Tutto era lontano, i suoi pensieri erano troppo distanti e mi guardava quasi con il disprezzo per le cose del mondo che hanno gli occhi di coloro che hanno scelto la strada meno praticata, quella che separa i gesti, che non può dare affetto, né conforto... Non aveva una storia, mi disse, non ne aveva più voluto sapere, dopo Roby. Ma stava bene, io lo posso giurare!
Giulia sapeva che era difficile capire per me, per gli altri: per lei era come concedersi dalla distanza infinita dell'isola beata che aveva dentro, tutta chiusa dentro e che dava sazietà e pienezza e allora ogni cosa era sopportabile perché non c'era bisogno d'altro... e tutto il resto era ciarpame. Dopo quel giorno, rimanemmo a lungo senza frequentarci, senza neppure avere notizie l'una dell'altra. La vita intanto, continuava come poteva. Un giorno mi chiamò al telefono sua madre. Era nervosa e preoccupatissima per Giulia e mi chiedeva di tornare a farle visita per parlare un po' con lei e cercare di capire cosa le stesse succedendo. Mi raccontò di strani episodi a cui aveva assistito, ed io non ne rimasi per nulla sorpresa. Anche sua madre la sentiva parlare da sola e a volte ridere, divertita da chissà quale strano e furtivo pensiero. Mi disse inoltre che non riceveva più telefonate da molto tempo e che di casa usciva molto raramente e solo in caso di estrema necessità. Io e Cris decidemmo di passare un'intera giornata con lei, in casa sua. Fu contenta di vederci. Sapeva di essere osservata in ogni suo gesto e sapeva che le sue parole sarebbero state misurate e studiate. Ma era il suo gioco, il suo - gioco bello e disperato - e nessuno avrebbe mai potuto entrarci: si sentiva al sicuro. In questo era lucida e spietata. E stava attenta a tenerlo ben custodito il suo segreto: niente e nessuno avrebbero potuto spezzare l'incantesimo. Pranzammo insieme, parlammo di molte cose, restammo insieme ogni minuto di quella giornata, ma delle sue stranezze neppure il sentore, della sua distanza solo il vago e disperato sospetto. [...]
Fu dopo una violenta crisi di nervi che i genitori di Giulia decisero di consultare uno specialista, dietro suggerimento del medico di famiglia che la seguiva da sempre, da quando era poco più di una bambina. Giulia seguiva regolarmente le sedute tre volte la settimana. Parlando col medico, i genitori scoprirono che soffriva di una grave forma di esaurimento nervoso con chiari sintomi di schizofrenia. Fu terribile per me conoscere la verità. I primi tempi mi rifiutavo caparbiamente di accettare la malattia di Giulia, e infatti andavo quasi ogni giorno a trovarla e volevo scuoterla, guarirla da quella sua volontà indomabile, impostora, subdola e ogni volta era una sconfitta, ogni volta il lembo di terra che abitava si assottigliava sempre di più, e il mare aperto prometteva diporti e gioie e mai più camici bianchi e pillole soporifere. Se quella era la morte, allora Giulia aveva solo voglia di morire. Peggiorava di giorno in giorno. Diceva che l'angoscia era insopportabile e continuava ad imbottirsi di calmanti, ben oltre le dosi prescritte dal medico. A volte passava interi pomeriggi adagiata su una poltrona, in un silenzio assoluto, in quello stesso silenzio che tante volte aveva voluto fra sé e il trepestio della vita... Qualcuno voleva con forza rompere l'incantesimo, riportarla alla nuda realtà, risvegliare una memoria perfida che non avrebbe smesso mai di fare nomi, e lungo il viaggio avrebbe dovuto rivedere posti che l'avevano persa ragazzina e felice, e tutte le parole che aveva pronunciato un tempo adesso erano scabre e fuori tono... e poi c'era la strada, l'asfalto fumoso delle corse incontro al tempo, mendace e ruffiano incantatore dell'ingenua ebbrezza di ogni sogno... Era come entrare nottetempo in casa sua, dopo aver forzato la serratura, era espugnarla, saccheggiarla senza fine, fino all'ultimo rigagnolo. Fino a che poteva ancora sentirci, la speranza di ritrovarla non andava mai via.
Da mesi ormai Giulia non aveva più una vita sociale. Le uniche persone che vedeva erano i suoi familiari, i medici, e qualche volta me. Durante la terapia fu colta da una terribile crisi di anoressia che nel giro di pochissime settimane l'aveva notevolmente debilitata, tanto da deciderne un urgente ricovero in ospedale. Durante la degenza le sue condizioni psichiche peggiorarono. Si era chiusa completamente, come un riccio e per difendersi sapeva far male. Non parlava quasi più ed era praticamente impossibile comunicare con lei. Restavamo a guardarla, a parlarle... non smettevamo mai di parlarle. La volontà di noi tutti, ferrea, tenace, disperata era di trattenerla, di non lasciarla andar via e così le parlavamo della vita che c'era fuori, delle ore che scorrevano sul velo di quegli sguardi avviliti e stremati.
Dopo la degenza tornò a casa. Non arrivava a pesare neppure quaranta chili. Il mutismo ostinato dietro cui si era nascosta continuava. Nei mesi che seguirono il suo organismo rispose bene alle cure dei medici. Ma la sua mente era come approdata ad una terra sconosciuta, ad una distanza incommensurabile. Se parlava era per dire di - lui - , per annunciare la sua presenza, per ricordarsi di dargli vita anche nel silenzio e negli spazi vuoti della casa. E allora c'erano la sua sedia, il suo posto a tavola all'ora di pranzo, il suo piatto e il suo bicchiere... Mi sembrava di ritrovarla bambina ogni volta, bambina come allora, come nei nostri giochi, quando tutto pareva possibile e la fantasia non aveva odi, né vendette da recriminare e persino il dolore poteva essere simulato senza farci troppo male. Il suo sogno era raggiunto, la favola della vita si era avverata, se ora Giulia poteva guardare il mondo senza più sgomento.
Se la vita era una minaccia, allora lei si nascondeva, si chiudeva in camera per giorni interi, a volte settimane. E chiusa là dentro la sentivamo parlare, ridere, gridare e sussurrare, la sentivamo... respirare. E poi ritornava, suo malgrado, quando ancora un residuo di forza e di volontà la spingevano oltre quella porta che avrebbe voluto serrata per sempre sul suo segreto. Ma capiva che c'erano domande alle quali si doveva una risposta, che c'erano dolori da consolare, oltre il desiderio egoista della fuga, della pace che tiene lontano dal mondo.

Mariagrazia Rolando Mariola
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