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Autore: Chiara Mancuso
Titolo: Lettere alla Luna
Genere Narrativa
Lettori 136
Lettere alla Luna

Mia carissima amica,
in queste notti di luna piena, mentre il mio corpo vuole lasciare questa terra in questa estate che profuma di malinconico autunno, voglio raccontarti i miei ultimi anni a Parigi, prima che la follia della rivoluzione mi costringesse a fuggire via, in questa che è divenuta la mia nuova vita amatissima... nessuno avrebbe creduto che potessi essere una donna destinata a grandi avventure , invece i miei ultimi anni, mi videro protagonista di straordinari giorni.
Non ho mai parlato di quel tempo in cui da acerba fanciulletta, diventai una donna, né della compagna di quelle lune che mi videro cambiare e sbocciare come un gelsomino che profuma le calde notti estive...Amica mia, mi trema la voce e la mano: non si dovrebbe morire in estate , mentre la luce stenta a lasciare spazio alla notte, non si dovrebbe morire quando il sole ti scalda la pelle anche se il sangue ha già abbandonato le tue pallide guance, eppure, sento che non rivedrò la luna di settembre...e prima che questa estate finisca, spero di aver avuto il tempo necessario per raccontare la mia storia.
Come ben sai, avevo vissuto la mia intera vita in un convento di Parigi , dove mi abbandonarono un giorno dopo la mia nascita e prima che lei arrivasse fra quelle mura , il mio mondo era tutto lì ,in quelle fredde mura, le stagioni entravano e uscivano una per volta passando in silenzio per il chiostro, la luna annegava in fondo al pozzo e i canti delle ore scandivano con calma i miei giorni, senza che mi preoccupasse dove rimbalzasse l'eco del rintocco delle campane , o da dove venissero i passeri che in fretta si posavano di ramo in ramo, senza sostare troppo a lungo... la mia vita era tutta lì: vestita col grigio abito delle novizie, le mani ruvide rovinate dalle schegge della ramazza nodosa e degli stracci duri.
E questo mi bastava, finché una sera di metà aprile, arrivò lei: le ombre erano già lunghe nel chiostro, quando con il suo lungo mantello blu , lei oscurava qualsiasi luce ancora rimasta. La madre superiora mi chiamò e mi ordinò di condurla in camera sua, mentre suo padre si intratteneva a parlare con lei.
Il suo passo era leggero, sembrava che sfiorasse appena la terra, mentre dal blu scuro del cappuccio usciva fuori un ciuffo biondissimo di capelli lunghi e ondulati.
Se la luna avesse un volto, sicuramente avrebbe il suo: era una creatura troppo bella per questo mondo e pensai subito che fosse un angelo, con quella pelle bianchissima, gli occhi trasparenti blu, che tremavano di rabbia e di paura...si chiamava Elise, ma poi cambiò il suo nome in Selene, quando le confessai, timidamente una notte, che pensavo che fosse la figlia della luna stessa; aveva la mia età, 16 anni, ma sembrava che ne avesse molti di più rispetto a me, non per l'aspetto, ma per lo sguardo di chi ha visto il bene e il male di questo mondo. Mi sentivo come un lago di montagna, quei piccoli specchi d'acqua che non si muovono mai, al cospetto di lei che era un oceano in tempesta.
Era figlia di un barone, un uomo potente, uno di quegli uomini che non devono chiedere due volte qualcosa per ottenerla.
Il barone aveva rinchiuso in quel convento la sua secondogenita, troppo - ribelle - per rispettare il suo rango, troppo - risoluta - per rispettare un contratto di matrimonio. In convento avrebbe domato il suo spirito, placato la sua natura e non avrebbe sporcato il buon nome di famiglia con qualche scandalo inopportuno.
Eppure, dal modo in cui rispose al saluto del padre quella sera, il potente barone sembrò dubitare della sua soluzione perfetta, in quel muto sguardo blu, sembrò sollevarsi un'onda con tutta la forza e scuotere gli scogli pungenti e aspri.
Per giorni si rifiutò di mangiare, meditando un profondo odio che gelava tutta la sua bella stanza e avvelenava i suoi giorni e le sue notti, in cui rompeva il silenzio con singhiozzi che strappavano la pelle stessa del buio.
Si convinse ad interrompere il suo digiuno, solo quando costrinsero anche me a digiunare, essendo io diventata la sua ancella, un privilegio che mi avrebbe cambiato la vita più di quanto non potessi immaginare.

Cara amica mia,
Dove eravamo rimaste? Interruppe il suo digiuno appena si accorse che anche io ero sottoposta alla stessa penitenza e quello fu solo il primo di una serie di gesti ricchi di generosità che negli anni a seguire mi avrebbe regalato.
Sapevo leggere e scrivere, ma la mia era come una lettura infantile :lei mi fece leggere i suoi libri che finora nessuno mi aveva dato il permesso di leggere e mi fece dono del suo sapere... in quei suoi sedici anni aveva vissuto una vita che chiunque avrebbe invidiato, in una villa meravigliosa, circondata da servi, tutori, artisti, la ricchezza, lo sfarzo, le feste, eppure le mancava la cosa più preziosa che un essere umano può desiderare :la libertà...
Non era retorica o il desiderio sciocco di una ragazza viziata, era solo il desiderio di alzarsi una mattina senza che nessuno si prendesse la briga di dire come avrebbe dovuto vestirsi, il desiderio di tenere i capelli sciolti, la voglia di dire quello che veramente pensava, anziché recitare una parte ben definita, chinare lo sguardo e abituarsi a non pensare al proprio destino, perché qualcuno lo aveva già scritto per lei...
Mentre lei mi rendeva partecipe della sua vita, mi accorgevo che le sue frustrazioni erano anche le mie, solo che fino ad allora non me ne ero mai resa conto perché non avevo mai visto niente altro nella mia vita e non pensavo che fuori il mondo potesse interessarmi: mi era stato sempre dipinto come una realtà terribile e piena di pericoli, ma adesso che nei suoi occhi potevo vedere quel mondo che mi era stato negato, un tarlo nella mia mente cominciò a scavare un amaro senso di rimpianto e un forte desiderio di uscire da quelle mura che mi avevano protetto fino ad allora, da chissà quali mostri, ma mi avevano tenuto lontano dalla vita.
Davvero esistevano alberi grandi come una casa dove poter arrampicarsi, davvero esistevano prati colorati e ruscelli allegri in primavera che li attraversavano come un sorriso, davvero esisteva della musica diversa dai canti che avevo imparato in convento e non era peccato ballare?
Mi sentii derubata... in tutti gli anni mi avevano ripetuto che solo lì avrei potuto essere al sicuro e che nessun altro posto mi avrebbe accolta, fuori sarei morta di fame, mi avrebbero potuta uccidere, e, forse era vero, ma l'idea di non poter mai vedere la vita oltre il portone del convento, iniziò a farmi male... dapprima era solo un pensiero triste, poi divenne un dolore sordo al petto e infine, come un prurito sulla punta delle dita delle mani e dei piedi...
Una mattina, mentre passavo lo straccio, mi accorsi che l'acqua sporca del secchio rifletteva la mia immagine : per la prima volta mi soffermai a guardarmi in quello specchio improvvisato , senza pensare che fosse un peccato di vanità, ma con la voglia di vedere che faccia avesse la mia anima e mi accorsi con stupore che non ero così brutta come pensavo di essere; a forza di ripetermi che l'aspetto esteriore è vanità, che non bisognava indugiare alle frivolezze e che qualsiasi attenzione in più fosse peccato, mi ero dimenticata perfino di che colore avessi gli occhi... erano verdi, erano grandi ed erano belli.
I miei capelli erano scuri, la mia pelle non aveva mai visto il sole ed era così bianca da riuscire a vedere le vene sotto...
Era come se nascessi in quel momento, un'altra volta, e il pianto che ne segui' , fu un pianto di rabbia e di paura.
Dio mi avrebbe punito per quel gesto? Forse se lo avesse saputo la madre superiora, sicuramente si sarebbe presa la briga di farmi sentire sulla mia schiena la giusta penitenza per il mio peccato di vanità, e mi affrettai a rovesciare il secchio e ad asciugarmi in fretta gli occhi.
La sera mi confidai con la mia amica che scoppiò a ridere appena le chiesi se secondo lei fosse peccato sentirsi bella...
- Amica mia - mi disse - allora ci incontreremo all'inferno! - e scoppiò di nuovo a ridere..

Chiara Mancuso
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