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Autore: Claudia Provenzano
Titolo: Le ragioni degli altri
Genere Romanzo
Lettori 92
Le ragioni degli altri

(cap1)
(...) Scacciai questo pensiero come un insetto molesto ed ordinai un tè bollente. Tirando su dal naso un respiro profondo tornai alla realtà concreta della mia missione e prima di tutto richiamai Elina.

Intanto, a quasi 1000 chilometri di distanza un ragazzino corre.
Corre rapito dalla paura che lo ha inghiottito dentro sé stesso.
Il mondo intorno a lui è muto e indefinito. L'interruttore si è abbassato non appena, voltandosi, ha visto il branco di lupi compattarsi e incedere a passi sempre più rapidi verso di lui. La vista gli si è improvvisamente annebbiata, come in un dipinto dai contorni sbavati non vede che un insieme di macchie colorate languide e sfocate. Sente solo il tonfo dei suoi piedi pesanti sull'asfalto e quello del cuore. Il suo battito frenetico gli salta in gola, come una pallina da flipper sbatte contro il fondo cieco delle sue tempie e gli rimbalza nell'esofago. Il respiro affannoso nei polmoni che pompano come mantici gli riecheggia nelle orecchie amplificato dalla cassa armonica del torace. Per il resto non vede e non ode nulla. È come se fosse incapsulato in un barattolo sottovuoto.
Corre succhiando disperatamente ossigeno dalla bocca, la segatura gli impasta la lingua al palato. Il torace si allarga esasperatamente, i muscoli intercostali tirano come gli elastici di una gigantesca tensostruttura. Gli pare di udire il cigolio dei tessuti che si strappano.
Scrrraatch.
Un dolore gli azzanna un ginocchio. Un cerchio bollente gli avvolge la gamba.
Oddio mi sarà mica davvero saltato un tendine?
Eppure le articolazioni gli funzionano ancora, o almeno crede, le gambe si muovono, ancora riesce a correre, forse la fortuna lo assiste. O forse è come nei sogni quando credi di correre ed invece sei fermo. Tuttavia sente l'aria tiepida sbattergli in faccia come un panno al vento.
Si volta e, con la coda degli occhi, brucianti e annebbiati, capta, indefinito ma certo come un segnale radar, il movimento di avvicinamento del branco di belve.
Un ammasso corporeo caldo e fumante non meglio individuabile. Ma lui sa bene cos'è. E si fa minacciosamente sempre più grande ai margini della retina, sempre più vicino dietro di lui.
Ha paura, tanta paura.
Ma le gambe non lo abbandonano. Dimentica il dolore, non ci pensa, bisogna fare così, l'ha studiato a scuola, quando il corpo pompa adrenalina nel sangue il cervello non sente più nulla. Succede così anche dopo un incidente, quando ti ritrovi con uno spezzone giallognolo di ossa che ti spunta fuori dal braccio imbrattato di melma rossa. Lo guardi disgustato, ti rendi conto di che cos'è, ma in quel momento non ti sembra poi così grave. Sei lucido, lucidissimo, e non provi nulla, viene fuori dopo, quando sei al sicuro fra le braccia dei medici sul lettino del pronto soccorso, solo allora il dolore lanceolato ti si ficca nella carne, prepotente e lancinante e ti senti mancare.
Non bisogna pensare a niente, deve solo concentrarsi sulla fuga. E lo fa, eccome se lo fa, non deve neanche sforzarsi in realtà, gli viene in automatico. I passi si allargano ad arco. Ingollano, come fauci di una tigre, tranci sempre più ampi di tappeto d'asfalto grigio che vede scorrere veloce sotto i suoi occhi.
Ogni tanto volta di scatto il capo alle sue spalle per tenere sotto controllo la situazione, per assicurarsi che le distanze non si accorcino. Lancia un'occhiata fugace ai suoi inseguitori. Non gli danno tregua, gli stanno ancora alle calcagna.
La corsa è appena iniziata per loro, è solo a lui che pare di correre da ore, loro hanno ancora fiato nei polmoni e tempra nei muscoli delle gambe. Ma lui lo sa, sa di potercela fare, non si deve arrendere. Sa che può vincere in velocità e resistenza. È bravo in questo. Almeno in questo. È l'unica cosa che sappia fare davvero bene. Lo fa da sempre. Scappare.
Usa l'astuzia e il calcolo e risparmia energia, riscalda i muscoli, tirarli a freddo può essere controproducente. Ma nel pragmatismo del pensiero si insinua perfida la paura. Agisce incontrollata sui suoi movimenti, come una molla gli fa scattare avanti i piedi.
Corre, corre velocissimo. Glielo dice sempre il suo istruttore di atletica, con un orgoglio paterno che gli accende fiammelle di entusiasmo negli occhi. - Corri come una pantera! - , esulta mentre lo osserva ammirato allenarsi.
- Ma cosa me ne faccio io di essere bravo a correre, a che mi serve? - .
- Ti serve a scappare! - , gli risponde lui ridendo, con l'ironia di chi crede di aver fatto una gran battuta. Mai umorismo fu più azzeccato e profetico.
L'ironia ha ora però per il ragazzo il sapore amaro del sarcasmo. È sicuro di sentirlo in bocca, sa di sangue e di ferro. Quello che presto fluirà fuori dalle sue gengive e dalle labbra livide dalle sferzate del tirapugni che gli arriveranno dritte in faccia. Quello caldo e salmastro che gli colerà dal naso mescolato alle lacrime che non riuscirà a trattenere e che inevitabilmente rinfocoleranno nei suoi carnefici il piacere sadico di scatenare ulteriori pugni e calci.
L'immagine di quanto lo attende, la ferocia dei suoi aggressori, gli fa secernere nuova adrenalina e la paura prende imperiosamente di nuovo il governo. Destituisce il ponderato comando della ragione dalla lentezza del suo timoniere e con un gesto tanto istintivo quanto sapiente cazza una vela e la fa gonfiare di tutto il vento in poppa. I suoi piedi mettono le ali e vola.
Lui non lo può sapere ma i passanti che lo vedono sfrecciare nella via lo guardano estasiati, traboccanti di stupore.
Il branco di bulli alle sue spalle comincia a boccheggiare.
Un'altra furtiva occhiata di controllo e in un istante coglie tutto: gli occhi rossi di quei cani strabuzzare fuori dalle orbite, il petto contrarsi aritmicamente, le gole prosciugate costringere le fauci a spalancarsi nell'irragionevole tentativo di ingurgitare qualche goccia di umidità aspersa nell'aria.
Potrebbe forse cominciare a nutrire la speranza di riuscire a seminarli, ma il suo animo è troppo incerto per consentirglielo e permettergli di guadagnare forza. E l'insicurezza è la peggiore insidia.
Ha paura, terribilmente paura.

(...)

Il ragazzino correva. Continuava a correre cercando di appigliarsi alla fune della stima che gli tendeva il suo istruttore. Che coraggio gli infondevano quelle scintille che gli sfavillavano negli occhi! E mentre correva gli risaliva su per la faringe il bolo indigesto degli avvenimenti che nelle ultime settimane lo avevano visto vittima delle deprecabili azioni di quei quattro.
Primo fra tutti quello di giovedì scorso, quando tre di loro con varie scuse, lo avevano fatto attardare all'uscita da scuola, per poi condurlo, quando ormai non c'era più nessuno, né testimoni né possibili salvatori, nel fondo chiuso di una via isolata. Lì lo avevano accerchiato come fanno i lupi. Non era rimasta più un'anima. Solo loro quattro. E allora gli sguardi erano immediatamente cambiati, si erano fatti cupi e ostili, sinistri. I sorrisi si erano spenti come le candeline di una torta di compleanno. Due di loro, i gregari, lo tenevano fermo per le braccia, strette dietro la schiena e lo prendevano a calci nei polpacci. L'altro, il soggetto alfa, quello con lo sguardo più mastino dei tre, ma anche il più mingherlino e scemo, quello più pedissequamente seguace della moda, il ciuffo biondo tinto, il piercing e la cinta dei pantaloni abbassata a mezza natica, i Ray-ban, le Nike e il tatuaggio al polpaccio, quello gli stava di fronte, fermo ed impettito come un boia sul palco dell'esecuzione. Con le gambe divaricate, i denti digrignati, un'ombra di sadismo negli occhi e un sorrisetto cattivo che gli piegava gli angoli della bocca all'ingiù, gli sputava in faccia, minacciando, fra uno scaracchio e l'altro, di castrarlo con una ginocchiata ben piantata. Lo intimava a rivelargli il codice di sblocco del telefono che gli aveva sfilato dalla tasca dei pantaloni, altrimenti...
Altrimenti?
Oddio!
Il ragazzino cedette piegato dal dolore e soprattutto dal terrore di essere trasformato in pochi secondi in un eunuco, massacrato dalle botte, ridotto ad un manichino floscio ed informe. Le ossa sbriciolate, gli organi interni spappolati, i denti sgretolati dai pugni e dai calci dei due boia. Presentiva il crack asciutto dei tessuti duri e lo splat di quelli molli riecheggiare dall'interno del suo corpo. E in lacrime spifferò il codice.
I tre solo allora lo sganciarono lasciandolo cadere a terra ginocchioni, dolorante e spezzato in due dall'umiliazione.
Si voltarono per andarsene, il mingherlino al centro, i due cinghiali al suo fianco, due tronchi alti e massicci, le spalle da toro larghe come una credenza e il collo tozzo, la camminata ondeggiante sulle gambe divaricate, come se enormi testicoli vi pendessero nel mezzo.
Il boss, il piccoletto, sprofondato fra quelle due montagne sembrava ancor più nano.
Si allontanarono curvi sulla loro nuova refurtiva, ridacchiando e ammiccando a colpi di spallate. Confabulavano sullo scherzo da architettare.
Avrebbero chiamato la stazione di polizia di zona, ci sarebbe stato l'agente Tony, quello che aveva il figlio al liceo, o forse l'agente Robbe, quello con la moglie figa che aveva la tabaccheria in centro, quella con le tette a pera e il culo a mandolino sodo come un cocomero. E se ci fosse stato invece il questore capo? Meglio ancora! Prendere per il culo il capo della polizia sarebbe stato ancora meglio, l'idiota sarebbe finito nei casini ancora più grossi. Mega. Non se ne sarebbe tirato più fuori! Ah ah! Eh, eh!
Si voltarono all'unisono gettandogli sguardi fugaci carichi di sadico disprezzo. Ridevano maligni di una risata stridula e si strappavano di mano la piccola ‘molotov' con cui avrebbero messo in subbuglio l'intera stazione di polizia del quartiere, vendicandosi finalmente delle loro perenni persecuzioni. E per di più facendo ricadere la colpa sul coglione. Si strappavano di mano la ‘bomba' contendendosela come tre bambini dell'asilo la macchinina più ambita. Imprecavano uno verso l'altro, mentre i due Minotauri si scazzottavano e spintonavano al di sopra della testa del nano, facendo attenzione a non prenderlo dentro. Come sempre evitavano oculatamente di non suscitare in lui l'irascibilità o il cattivo umore che avrebbero suscitato l'effetto di un improvviso temporale estivo.
Il ragazzino aveva provato invano a dissuaderli. La voce tremante e spezzata dal pianto gli premeva dietro l'ugola. Aveva ragliato poche frasi incerte e frammentate: - Ri-ridatemi i-il te-telefono. N-non è u-uno sche-scherzo quello, è... È una...una questione seria! S-s-si finisce...Si finisce in ga-galera per queste cose! - . Aveva le guance in fiamma, rosse come peperoni, gli bruciavano, non sapeva se più per la vergogna, la rabbia o la paura.
Il piccoletto si era girato fulmineo e tracimante di sprezzo lo aveva folgorato con uno sguardo torvo, colmo di minaccia e rabbioso gli aveva intimato: - Bada tu! - , puntandogli il dito, il braccio teso come la corda di una balestra. - Bada bene a non farne parola a nessuno! Ne-nes- nessu- su-su-no, capito?! -
- NESSUNO - , ribadì con un urlo che gli gonfiò la giugulare fino a raddoppiargli il collo già tozzo. - Altrimenti sei finito. FINITO! - . E aveva scandito quell'ultima parola accompagnandola ad un gesto molto eloquente, passandosi il dito sulla gola.
Il ragazzino, racimolando le poche forze che gli erano rimaste, raccogliendo le gambe rammollite, aveva cercato di alzarsi lentamente, e senza sollevare lo sguardo di un millimetro per non incappare in quello terrificante del suo carnefice, era sgattaiolato via, quasi a gattoni, incespicando nei suoi stessi passi, appoggiando le mani al suolo per trovare l'equilibrio. E una volta in piedi, le ginocchia che gli tremavano come foglie, i singulti che gli spezzavano il respiro, era poi corso via.
Via veloce. Si era precipitato a casa, il porto sicuro di ogni suo naufragio. Si era rintanato in bagno per darsi una ripulita e medicarsi le ferite e poi, cercando di non farsi troppo notare, si era chiuso in camera sua.
Fu solo la minaccia che pesava sulla testa di sua madre, proprio come la spada di Damocle, (cosa avrebbero fatto con quel telefono che era intestato a lei?) che lo indusse a stanarsi e a sputare il grumo velenoso che gli ingroppava l'anima.
Si fece coraggio. Uscì timidamente dalla sua camera, facendo attenzione a non far cigolare la porta. A passi felpati percorse il corridoio e, raggiunta la soglia del salone, esitò ancora un attimo. Chiamò a raccolta tutti i pensieri razionali. Avrebbe trovato sostegno in sua madre. Non si sarebbe arrabbiata.
Ma non ne era affatto sicuro stavolta.
Quante volte si era raccomandata di fare attenzione a quel telefono? Quante volte gli aveva ripetuto che era prezioso, che non era solo un oggetto di valore, ma anche uno strumento mediatico dalle infinite potenzialità, che il numero era intestato a lei, che lei perciò ne era legalmente responsabile? Quante volte lo aveva avvertito di non farne mostra, di non prestarlo a nessuno, anche se amici, che ne avrebbero potuto fare un uso improprio?
Ed ora era nelle mani proprio di quei tre teppistelli, il peggio che gli potesse capitare.
Se lo era fatto strappare con la forza senza opporre resistenza, da vigliacco. A tirare calci e pugni sono capaci tutti, perfino le femmine. Ma lui no, non era neanche riuscito a dirgliene quattro a quelli lì. Le parole gli erano vilmente morte in bocca, figurarsi! Non era che un pavido. E pure stupido.
Se solo non si fosse lasciato intrattenere davanti a scuola. Un coglione, ecco cos'era, avevano ragione loro. Si era illuso di aver suscitato l'attenzione dei ‘popolari' della scuola. Gli avevano rivolto per la prima volta la parola, lo avevano lusingato con sorrisi, ammiccamenti, strizzatine d'occhi, pacche sulle spalle. Gli avevano perfino proposto di uscire con loro nel pomeriggio. E lui se l'era bevuta.
Per un momento ci aveva creduto. Finalmente s'erano resi conto che anche lui era uno che aveva la stoffa dei ‘popolari', per entrare a far parte del gruppo dei magnifici. Che poteva essere uno di loro. Ad essere onesto, non ci credeva troppo neppure lui stesso, ma per un attimo lo aveva ritenuto davvero possibile, perché no? Popolari si diventa, mica si nasce!
No, non era stato lui ad ostentare e quella di quei tre non era stata una richiesta, era stata una vera e propria estorsione, sua madre avrebbe capito. SÌ che avrebbe capito, gli urlava più determinata un'altra vocina, risalendogli in corsa questa volta dal centro delle viscere. Avrebbe capito, anzi lo avrebbe abbracciato e consolato. Lo avrebbe rassicurato che tutto si sarebbe risolto.
Lei avrebbe risolto tutto.
Sarebbe intervenuta, come al solito, giustiziere vendicatrice, come sempre con un piano pratico e sensato lo avrebbe tirato fuori dai guai. Lui ed anche sé stessa stavolta, dal momento che il telefono era intestato a lei.
Quest'ultimo pensiero lo fece vacillare di nuovo. Mai avrebbe voluto che si trovasse nei guai, tantomeno a causa sua.
E così si scagliò nel mezzo del salone ed esplose come una granata in un pianto a dirotto dinnanzi agli occhi esterrefatti ed atterriti della madre.
La donna si alzò di scatto come una molla, si lanciò a sua volta sul suo bambino e prima di tutto lo abbracciò. Lo strinse forte al petto come faceva quando era piccolo, quando era davvero un bambino. Si raggomitolò intorno a lui e cominciò a cullarlo. Era scosso dai singulti. Gli sussurrò parole di conforto e, accarezzandogli mantricamente la testa, lo incoraggiò a parlare.
Soltanto in quell'occasione e soltanto per sottrarre al pericolo la donna che più amava al mondo, il ragazzo trovò la forza per tirarsi fuori dal silenzio nel quale era solito rifugiarsi.
Tuttavia non raccontò tutti i dettagli di quella scomoda verità. Non riuscì a rivelarle fino in fondo di quale infima codarda pasta fosse fatta la carne della sua carne.
Lei, donna più vicina alla divinità che agli esseri umani. Non poté deluderla così.
La rabbia abbarbicata alla frustrazione che si era accumulata nei giorni, nella esasperante ripetizione di quegli atti, nelle continue vessazione che subiva da quel manipolo di bastardi, gli bruciava nelle viscere.
E così ora, mentre correva, sull'onda infiammata dal ricordo di quel giorno, con fermezza spinse indietro quel boccone indigesto con quel suo sapore di ruggine e di marcio e, chiuso nel brusio assordante del sangue che gli ronzava nelle orecchie, si concentrò nella sua corsa disperata con ancor più vigore.
A quasi 1000 chilometri di distanza, per un viaggio di lavoro, si trovava sua madre.
(...)

(cap 8 Matias)

(...) Una sola notte e guarda te che casino.
D'accordo, strepitosa. D'accordo, indimenticabile. Con quel corpo da urlo che si portava, da far invidia ad un'adolescente. Snodata, flessibile come un elastico, da paura. E così sensuale, porca puttana, come si fa a resistere ad una così?! Così allusiva, con quel suo modo di schiudere le labbra, abbassare piano le palpebre e guardarmi di sguincio. Per non parlare delle dita, quando mi accarezzavano sfiorandomi appena. Da brivido. E quel modo di muoversi, mi girava intorno, quatta quatta, come una pantera, mi spiava, mi accarezzava e poi mi assaliva con un bacio improvviso, vorace. La lingua che rovistava. I denti che affondavano piano nella carne, mi mordicchiava le labbra. Le succhiava. Quanto mi piaceva. Quel frugare umido dentro le orecchie, la punta scattante della lingua sui lobi. Le lappate lungo il collo. Solo al pensiero mi si rizza. E i giochi disinibiti. I sorrisi remissivi che mi facevano sentire un re, le occhiate ammiccanti che mi convincevano di essere irresistibile. Gli strusciamenti strategici, che mi provocavano un'erezione istantanea, ovunque fossimo, che mi facevano ringalluzzire, anche dopo ore di sesso, anche se ero appena venuto. Mi faceva sentire uno stallone. E poi quell'energia sapiente, come aria soffiata dentro un sax, dirompente e placida in base al momento. Un'equilibrista del sesso.
Con nessuna donna ho mai fatto sesso così.
Mai, porca troia, né prima né dopo.
Ma è possibile?
Eh, sì, è possibile.
O sono troppo giovani, inesperte. Aperte e disponibili, sì, vogliose di imparare, anche affamate e voluttuose, ma in definitiva incapaci. Hanno mani tremanti, ambiziose, ma incerte, imbarazzate. Qualcuna tace, ma ti lascia a bocca asciutta. Sbaglia, ti fa male oppure ti sfiora appena, che neanche la senti. Qualcuna chiede. Cosa vuoi che ti faccia? Come mi vuoi? E allora dissolve spezza la magia.
Oppure sono troppo mature, con le loro cicatrici, i loro fardelli sul groppone, le loro ancore impigliate al passato. E allora sono tristi, nostalgiche, bloccate. Hanno paura di coinvolgersi. Hanno mani uscite dalle illustrazioni di un manuale, capaci solo di quattro o cinque manovre standard, prestabilite. Quelle che hanno imparato e sperimentato più volte coi loro partner. Le muovono meccanicamente, seguono uno schema universale. Tanto gli uomini sono tutti uguali, pensano. Applicano il modello e presumono con ciò di avere dato il meglio che possa essere richiesto. Gli uomini sono esseri semplici, ne sono convinte.
Oppure sono Belle Addormentate, passive, in attesa di un Principe Azzurro, pronte a darsi, ma solo a patto di un legame eterno. Usami ma non mi lasciare. Disposte a tutto, ma prive di iniziativa. Fai di me quello che vuoi. Non hanno mani queste donne. Te le offrono, a palmi alzati. Affinché sia tu a riempirle, tu a giocare saltando da un lato all'altro della scacchiera, facendo tu la tua e la loro mossa.
O, ancora, sono regine macchinose, altezzose manipolatrici con secondi fini. Appena capiscono che hai il grano, danno il meglio di sé a letto, ti dicono Rilassati, faccio tutto io e poi ti chiedono il conto, salato, salatissimo il mattino dopo. E tu ti dici pure che ne è valsa la pena, perché, beh, sì, in effetti, ne è proprio valsa la pena. Hanno mani tentacolari che si avvitano attorno agli arti. Comprimono e smollano, un ritmo tantrico, e i muscoli si rilassano, il sangue circola fluido, dà in testa, scende a fiotti, giù in mezzo alle gambe. Dita lunghe, flessuose, si attorcigliano come morbide lingue attorno al tuo membro, ti suscitano l'erezione e tu galleggi nello spazio cosmico, affondi nel nero e ti perdi in quell'abbraccio primigenio. Sono le più brave, le più esperte, le più attente al piacere maschile. Del loro non si preoccupano perché loro del sesso, del piacere, dell'amore, non si curano, a loro importa solo del potere. Tanto è dolce e succosa la notte per te, tanto è amaro e pretenzioso il risveglio, ancora per te, che ti trovi costretto a pagarlo caramente, il dolce succo di quella notte.
Oppure ci sono le donne fragili che fanno sesso solo per strappare un'elemosina d'affetto. Si danno da fare, partecipano, anima e corpo. Tu le senti e ti piace, ti attizza che siano così prese di te, che bevano dalle tue carezze, che vadano in fibrillazione per un tuo sguardo, che si sciolgano, molli come pasta di pane, fra le tue gambe. Ti senti potente, le tieni sulla punta delle dita. E sulla punta del cazzo! Godono quando godi tu, perché ti aspettano. Dicono Siamo venuti insieme e intanto pensano, ci credono, C'è sintonia fra noi, quest'uomo è la mia metà mancante. E poi ti si accozzano sul petto per tutta la notte. E guai se solo accenni a voltarti su un fianco o se hai bisogno di alzarti per andare a pisciare, è un delirio, incominciano a frignare e non la smettono più. Hanno mani palmate che ti si spalmano addosso come un tappeto di lumache bavose e dita a ventosa che si avvinghiano alla pelle col risucchio, lasciandoti il livido se provi a staccarle.
Oppure donne troppo forti, amazzoni delle foreste genitali avvezze solo al galoppo solitario. Stai buono, sei il mio cavallo. Hanno mani solo per aggrapparsi alle tue spalle come pertiche, per appendersi ai tuoi capelli come redini, per appoggiarsi alla tua schiena e flettersi sui gomiti e saltare, spingere, ruotare. Acrobate del sesso. Domatrici e cacciatrici fameliche ti usano per i loro virtuosi allenamenti. Sta di fatto che dopo averti catturato, cavalcato e spompato, si alzano, si rivestono e se ne vanno. È stato bello, tanti saluti, addio. Neanche ti chiedono se ti è piaciuto. Tanto se un uomo eiacula, allora ha avuto un orgasmo e se ha avuto un orgasmo è prova certa che ha goduto.
Con Clodel non è stato nulla di tutto questo.
Clodel con le sue mani sensibili e attente, mani che capiscono e rispondono, mani che rianimano, mani che prendono senza consumare, che danno senza pretendere, mani vellutate che avvolgono ma non avviluppano, che accarezzano senza incollarsi, che scaldano senza scottare. Clodel danza sul corpo maschile come su un prato, piena di energia ma gentile, scatenata ma rispettosa, ci si rotola sopra leggera senza calpestarlo. Clodel che non richiede ma invita, che ascolta e suggerisce. Neanche una parola, solo gesti, silenziosi e loquaci. Gesti che vengono dalla testa, dalla pancia, dal cuore, Clodel è armonia. Sa essere creativa ma senza virtuosismi, come nelle sue opere. Clodel sa esserci, senza essere ingombrante. E sa separarsi senza lasciare il vuoto.
Non ho dormito mai così bene, voltato su un fianco, nel mio lato del letto, con lei accanto, vicina e insieme al di là, schiena contro schiena, solo uno contatto appena percettibile, nessuna invasione di campo. Nessun soffocamento.
Perché io sono immune all'amore, ma per una così c'è da andare fuori di matto.
Che effetto mi farà oggi Clodel? Tredici anni dopo.
Venti donne dopo, io. Un figlio di troppo, lei.

Il pulmino mi stava conducendo attraverso le piste asfaltate dell'aeroporto fino all'uscita.
Lì avrei trovato Clodel ad aspettarmi.
Mi scorrevano nella mente le immagini sbiadite che avevo di lei, quella notte di tredici anni prima e indietro fino alle scuole elementari.
Strano come le nostre vite si fossero ripetutamente incrociate a lunghi intervalli di tempo. Come il caso ci abbia più volte avvicinati. E come non ci abbia mai legati l'uno all'altra.
La prima volta che incontrai Clodel fu alle elementari.
Clodel era una bambina timida e paurosa. Un po' paffutella e molto goffa. Non aveva molti amici, non giocava mai con nessuno. Nessuno dei compagni, a quanto mi ricordi, se la calcolava. Casomai la schernivano. Lei ricambiava con la sua totale indifferenza. Ignorava tutti, se ne stava chiusa in un mondo tutto suo, quasi fosse autistica. A me, nel complesso, era indifferente. Un po' come il colore alle pareti della nostra aula o il grembiule da lavoro dei bidelli. Non mi riguardava, non mi interessava.
La scuola a quei tempi per me era come l'ora d'aria per un prigioniero. Era il momento in cui mia madre era costretta a staccarsi da me, spariva ed insieme a lei si dissolveva l'ombra all'interno della quale mi teneva nascosto agli occhi del mondo. I bambini finalmente mi vedevano. Prendevo vita ed esistevo solo nello spazio illuminato della scuola. In pochi giorni mi ero fatto un sacco di amici ed ero libero di parlare, giocare, saltare, arrampicarmi, perfino cadere, figurarsi se mi sarei messo a perdere tempo con una specie di pianta grassa.
Ricordo solo un particolare di Clodel all'epoca. Era l'unica a non avere paura di affrontare il medico della scuola. Periodicamente ci portavano in infermeria per le vaccinazioni e l'idea di incontrare quell'omone in camice bianco dalla folta barba nera che armeggiava con aghi e siringhe terrorizzava tutti, tranne lei. Era sempre la prima ad offrirsi per farsi fare l'iniezione. Usciva dalla fila e andava incontro al dottore saltellando, baldanzosa e sorridente, come se l'avessero invitata a salire su una giostra. Si guadagnava così i calorosi complimenti degli adulti, cui sembrava molto più interessata che ai suoi coetanei, e l'invidia perplessa degli altri bambini.
Per il resto non c'era proprio niente che la rendesse interessante. Non era giocosa, non correva, non saltava, non sorrideva mai – fatta eccezione che per il medico. Non rivolgeva mai la parola a nessuno di sua iniziativa.
Finite le elementari me ne dimenticai completamente, insieme al colore delle pareti della scuola, al grembiule dei bidelli e alle piante grasse nell'atrio. Non so come sia, ma non è nemmeno presente nelle fotografie di classe, ne conservo tre e non compare in nessuna. Il mio ricordo di lei si cancellò quasi immediatamente, rapidamente risucchiato dalle sabbie mobili della memoria delle cose inutili.
Eppure giaceva da qualche parte lì sotto.
Riemerse alle scuole superiori. Al liceo, casualmente, la ritrovai nello stesso istituto ma in un altro indirizzo, io linguistico lei scientifico. Faticai a riconoscerla, ma era lei. La incrociai qualche volta all'intervallo e alle assemblee studentesche, ma la mia immagine non riuscì mai a fermarsi sulla sua retina il tempo necessario ad essere inviata al cervello e permettere che mi vedesse. Da parte mia non riuscivo a toglierle gli occhi di dosso. Ma nonostante la mia insistenza nel fissarla, che avrebbe bucato la bolla di disattenzione di qualsiasi ragazza, lei mi ignorava. Neanche notava i miei sguardi, si disperdevano come una goccia nel mare, insieme a quelli dei molti altri ragazzi della scuola. Le scivolavano addosso invisibili come aria. Erano in molti che avrebbero voluto portarsela a letto, qualcuno si sarebbe accontentato anche solo di qualche pomiciata. Me compreso. Aveva due gambe spaziali, che esponeva in minigonne a fior di labbra, più una striscia di tessuto intorno ai fianchi che non una vera e propria gonna. Un culo da urlo, tondo e solido come un cocomero. Ed una montagna di capelli scuri che, lasciando dietro di sé una scia di profumo fresco d'albicocca, le pendevano come un mantello sulla schiena, fino a sfiorarle le natiche. Di modo che, ovunque si partisse da uno dei poli d'attrazione in lei si veniva condotti agli altri due lungo la linea di fuoco Testa-Culo-Gambe. Una terna vincente che suggeriva posizioni erotiche selvagge.
La mia preferita, da imberbe adolescente quale ero, era quella con lei sdraiata prona ed io sopra che me la inculavo, sollevandole la testa e dominandola come una cavalla per le redini dei capelli, per poi svenire su di lei, il mio pene arreso fra le sue natiche, la faccia affondata nel manto dei suoi capelli all'albicocca. Ché l'albicocca mi ha sempre evocato la soffice consistenza e l'umido turgore della passera, sicché la mia fantasia, grazie a quell'odore che si inerpicava su per il setto nasale fino ai neuroni, si impennava generando in me una nuova erezione.
Tutta Clodel emanava un intenso sapore di sesso. Era sensuale ed aggressiva come un fiore carnivoro. Attirava come un frutto maturo per poi divorarti di piacere.
Clodel al liceo era completamente trasformata rispetto alla bambina goffa e timida che era alle elementari. Non era solo tremendamente sexy, era pure sgamata e brillante. Una presenzialista intelligente e sagace delle assemblee studentesche. Un'attrazione collettiva, piaceva all'unanimità.
Ma lei, non diversamente che alle elementari, non considerava nessuno. In questo non era cambiata affatto. Solo che questo tratto del suo carattere, che la rendeva indifferente agli altri, ora si era rovesciato nel suo opposto. Da chiusa e remissiva era diventata esuberante e ribelle. Se da bambina era un gattino domestico, ora era una pantera selvaggia Clodel spaventava, per questo i ragazzi la desideravano, ma se ne tenevano a debita distanza. Me compreso.
Solo uno riuscì a vincere la sua altezzosa inaccessibilità. Uno che, nella prospiciente catena montuosa dei maschi, stava su una vetta più alta degli altri. Come di lei.
Belloccio, sportivo, spavaldo, la camminata baldanzosa, stile pistolero la testa inclinata lateralmente sotto il peso di un folto ciuffo biondo. Gli adombrava appena uno dei due fanali azzurri che lampeggiavano sul suo visino d'angelo caduto. Al suo seguito, un perenne strascico di adepti che lo seguivano a codazzo, appena un passo dietro di lui. Qualcuno lo rincorreva accelerando, per affiancarsi e conquistare la dignità dei pari per qualche secondo, per poi perderla di nuovo, perché lui, con disinvolta nonchalance allungava la falcata e riconquistava la sua prua solitaria. La maggior parte si accontentava di dove stava. Più grande di un anno perché bocciato agli esami di quinta, si diceva perché inviso alla dirigenza scolastica per via del suo attivismo politico, un alibi che lo ammantava ancor più di fascino, era il monarca assoluto della scuola. Organizzava assemblee, autogestioni, collettivi studenteschi, manifestazioni e proteste per difendere qualsiasi diritto di cui avesse sentore o gli venisse segnalato che era stato calpestato. Ne rivendicava di nuovi nel caso, nessun problema. Sosteneva i deboli e i reietti. Batteva cinque ai nuovi iscritti ed ai neo-immessi. Abbracciava i suoi cameratisticamente e coinvolgeva con sorrisi adulatori gli altri. Una pacca sulla spalla, una strizzata d'occhio, uno schiocco della lingua, un Come ti butta? e se li conquistava tutti, i pari della sua catena montuosa.
Affacciandosi sull'altra - la catena delle femmine, come un re o un papa sulla balconata, elargiva le sue attenzioni indiscriminatamente. Adulava tutte le ragazze, belle o racchie che fossero, grasse e magre, bionde, more, rosse, alte o basse, segaligne o procaci, timide o audaci. Le primine e le svezzate. Tutte.
Un paraculo di prima categoria.
Sufficientemente trasandato e sboccato per piacere agli studenti più ribelli. Sufficientemente modaiolo ed educato per piacere a quelli più inquadrati. Riscuoteva un'adesione plebiscitaria ed un'umida sussiegosa ammirazione da parte di qualsiasi ragazza. Nessuna riusciva a passargli di fianco senza sbavare - bocca aperta, occhi languidi, flap-flap di ciglia.
Fu lui a lanciare la fune e a prenderla al lazo, Clodel. Era l'ultimo anno di liceo.
Finì il liceo e finì anche la mia ossessione.
E poi, quindici anni dopo, inaspettatamente, fuori da ogni possibile previsione, la incontrai di nuovo.
All'inaugurazione di una mostra collettiva in una galleria d'arte stavolta.
Non avevo notato il suo nome, ero stato attirato lì solo dal titolo della collettiva Modern Nudes. Mi erano stati commissionati due pezzi da un cliente per completare l'arredamento della sua villa al mare, di cui mi ero interamente occupato io. Quando vidi quel Covo di Donna #1 ne rimasi folgorato. Quello lo avrei di certo acquistato, me lo sarei tenuto tutto per me, però. Fu in quel momento, quando mi avvicinai alla scultura per leggere il titolo, che notai il nome di Clodel. Clodel Voj? Da non crederci!
L'avevo lasciata che si diceva si sarebbe iscritta a medicina e la ritrovavo scultrice. Presi in considerazione l'omonimia, ma quando indagai parlando con il gallerista, l'età, la provenienza, e quando infine, sfogliando il catalogo delle sue opere, vidi la sua fotografia nella quarta di copertina, nonostante i sensibili cambiamenti, non ebbi dubbi, era proprio lei.
Quindici anni dopo il destino mi riconduceva di nuovo a quella donna. Un'occasione da non lasciarsi sfuggire.
Acquistai quattro sue opere, così d'un botto, provocando quasi un embolo al gallerista, il quale, a quel punto, insistette per presentarmela.
Altrettanto inaspettatamente, senza particolare sforzo, feci colpo su di lei, stavolta. In pochi minuti scattò la fatidica intesa, quella che avevo tanto desiderato negli anni del liceo.
Clodel non era cambiata affatto. Esuberante, sorridente, salace. Ancora snob, sì, ma non più con me, e questo faceva decisamente la differenza, rendendomelo perfino piacevole. E fisicamente, poi - ma fu la prima cosa che esaminai -, era più matura certo, qualche sottile ruga d'espressione le segnava il volto, ma era pur sempre in forma perfetta. Una splendida trentenne, non c'era che dire! La figura reggeva alla grande, le gambe la slanciavano, come fosse su un piedistallo. Come ai tempi del liceo attirava le occhiate piene di libidine di tutti gli astanti maschi. Non aveva perso per niente il suo fascino e la sua sensualità. Portava sempre i capelli lunghi, non più a bioccoli, ma pur sempre mossi e vaporosi, una soffice matassa che mi faceva impazzire. Ebbi l'impulso di afferrarla per la zazzera, come nelle mie fantasticherie di ragazzo, tirarla a me e strapazzarla. E inchiappettarla. Sì. Aveva sempre quel culo che spiccava in mezzo ad una folla. Due cosce lunghe e tornite fasciate da dei fuseaux optical-art che solo poche donne avrebbero potuto permettersi di indossare senza sembrare un uovo di pasqua. Lei sembrava piuttosto la Vedova Nera.
Una notte fantastica, indimenticabile, nelle quale si condensarono tutte le mie fantasie sessuali di un tempo. Clodel era esattamente come me l'ero immaginata ai tempi, quando tendevo le braccia verso di lei senza riuscire mai a raggiungerla. La passione esuberante e fantasiosa con cui fece sesso con me quella notte, libera, senza limiti, sapeva tenere testa alla mia voracità erotica di ultratrentenne navigato. Ed io sono un uomo molto, molto esigente a letto.
Fu mia. Mia più di qualsiasi altro. E tuttavia molto diversamente da come avevo desiderato. Oltre, decisamente oltre ogni mia intenzionalità.
Addirittura con un figlio, cazzo!
Ecco la vera cosa spiacevole di tutta questa vicenda.

Il padre di Matias gli aveva lasciato una notevole eredità. Tale che gli aveva concesso di andarsene di casa molto presto e di conquistarsi finalmente la sua libertà. Era minorenne ma nel giro losco degli amici di Edreil si era fatto stampare un passaporto falso dal quale risultava maggiorenne.
Così si diede subito alla macchia in giro per l'Europa, in modo che sua madre non potesse trovarlo e costringerlo a tornare. Quando raggiunse davvero la maggiore età tornò solo per terminare il liceo, diede gli esami degli ultimi due anni da privatista e si diplomò. Si trattenne solo un paio di mesi tenendosi ben alla larga dal suo quartiere e dal rischio di incontrare sua madre, di cui non volle più neppure avere notizie, tanto gli aveva dissanguato l'esistenza. Poi, una volta raggiunto il diploma, si iscrisse all'università a Londra.
Dapprincipio il rimorso lo aveva devastato. La voce del senso di colpa gli urlava dentro a squarciagola e per azzittirlo usò il modo più semplice, l'alcool, le droghe, all'inseguimento dell'euforia che inebria ed ottunde, una vita percorsa al galoppo del qui ed ora, dell'effimero e del superficiale, sempre attorniato da amicizie occasionali e da occasionali ragazze. Poi se ne fece una ragione. Mors tua vita mea, dicevano i latini, motto che non smetteva di ricordarsi ogni volta che i succhi acidi del pentimento gli risalivano su per l'esofago.
E quella vita che all'inizio fu una fuga, presto divenne uno stile di vita.
La quotidianità di Matias è tuttora un inno alla frivolezza e all'inconsistenza. Vive il momento nella sua presenza con la massima intensità e poi se lo lascia alla spalle.
Svolge la libera professione di arredatore di interni e mediatore nella compravendita di opere d'arte. Non vuole essere alle dipendenze di nessuno, né vuole impegnarsi aprendo una società in proprio come gli hanno in più occasioni consigliato di fare, è abile e destro nelle trattative, glielo riconoscono tutti, potrebbe costruire un piccolo impero. Ma Matias non vuole costruire. Si dedica al suo lavoro il minimo indispensabile per guadagnare abbastanza e per poter spendere molto, senza particolare impegno e senza scrupoli. Sfrutta i suoi ricchi clienti cercando di trarne il massimo vantaggio. Il modo in cui ha operato alla mostra di Clodel ne è un esempio: l'opera che ha comprato per sé, la più costosa, l'ha pagata con la cresta fatta sui tre pezzi acquistati per delega. Partecipa a feste dispendiose nelle case da lui arredate, la maggior parte del suo tempo di lavoro si consuma durante i party e le inaugurazioni. Viaggia e cambia residenza a seconda dell'inclinazione del momento e della pressione del fisco. Si dà all'alcol, alle droghe e al sesso come un bambino si darebbe alle caramelle, alle bibite gassate e ai giochini elettronici, senza darsi limiti e senza pensare alle conseguenze future. Non ha e non vuole legami. Non amici, solo conoscenti. Non compagne. Non ha mai convissuto con una donna né vi aspira, perfino il contatto fisico che non sia di natura sessuale (pratica cui peraltro si dedica con doviziosa applicazione ed eccelsi risultati) lo disturba fino a farlo stare fisicamente male.
Memore del rapporto asfissiante col corpo materno il suo organismo reagisce al contatto fisico con tutti i sintomi di un'intolleranza alimentare, provocandogli serie crisi gastrointestinali e veri e propri attacchi di panico.
Ecco chi è ora Matias.

Sull'asfalto bagnato le grosse ruote della navetta procedevano lente, emettevano un morbido fruscio, come quello di un paio di sci in rapida discesa sulla neve fresca. L'aria profumata di muschio terra ed erba bagnata mescolata a quello dello smog penetravano attraverso i finestrini aperti insieme al suono familiare della parlata italiana all'altoparlante.
Un'alchimia che risvegliò in me una serie di immagini dimenticate, riportandomi indietro fino agli anni della mia vita qui, con i miei.
Le partenze all'alba per la montagna nei rari week-end invernali quando papà era a casa, lui alla guida, mia madre al suo fianco - Tira su il finestrino Giò - , gli intimava seriamente preoccupata, - Matias si prende la polmonite! - .
I pomeriggi piovosi chiusi in casa, mi chiudevo in cameretta e spalancavo la finestra per fare entrare il mondo al quale non mi era dato accesso.
Le fughe verso i laghi per stendersi sui prati all'aria aperta, gli occhi nel cielo blu che la città solo raramente ci concedeva. Sfrecciavamo sull'asfalto della superstrada in due su un motorino, attenti ad avvistare in lontananza la polizia stradale.
I pomeriggi nei parchi d'autunno a sballarmi di canne, le serate sui marciapiedi fuori dai pub, fiumi di alcool, il sangue che riprendeva a fluire, il diaframma che si dilatava concedendo all'ossigeno di riempire i polmoni.
Le notti brave dell'adolescenza in discoteca, i cocktails di alcool e pasticche, il corpo che si strusciava contro quello di soffici ragazze senza nome e senza volto, cuscini di piuma nei quali perdere i sensi per non ricordarsi niente dopo. Solo il profumo di quelle dee notturne. Solo il piacere rilassante di lasciarsi andare fra le loro braccia. Braccia che non stringono, braccia che lasciano andare.
I miei rientri a casa all'alba e le grida di disperata protesta di mia madre, - È questa l'ora di tornare? Sono stata sveglia per tutta la notte assediata da mille paure! Ma a me non ci pensi? Sei il mio unico figlio, se ti succede qualcosa ... Anche a te ... Non lo tollererei stavolta - , le sue guance rigate di lacrime, le sue urla strazianti che mi si insinuavano nelle budella, attorcigliandole attorno al grumo della responsabilità di chi sopravvive.
Le mattine d'autunno a zonzo per la città bigiando la scuola. Le frustate della pioggia sull'asfalto, lo scalpiccio fangoso sotto gli scarponi nei vicoli silenziosi del centro. I pioppi e i larici che fiancheggiano le strade senza traffico, i marciapiedi vuoti. La gente chiusa negli uffici, noi liberi, fuori, nell'aria fresca ripulita dalla pioggia, che sapeva di corteccia. La libertà che solo così potevo conquistarmi, ricavandomela illecitamente dagli spazi delle ore di scuola in cui mi era legittimo stare senza di lei.
Il gruppo dei Fantastici quattro. Io ed i miei tre amici per la pelle Edreil, David, Bruno, che mi trascinavo dietro dalle elementari. Come una roulotte al traino. La mia casa mobile, senza fondamenta, senza impegno. Io, il capobanda esuberante di iniziative. Loro, i fedeli gregari. Ne combinavamo una più del diavolo. I furti di bombolette nei centri Faidate. I graffiti sui muri grigi della periferia. Il rollio degli skateboard, l'odore dell'asfalto e dei gas di scarico sulla tangenziale. Le prove di coraggio. Chi si arrampicava più in alto, più in bilico sul cornicione di un balcone, più in equilibrio sulle impalcature, più vicino ai binari dei treni. Le prime storie d'amore con le ragazze, inventando gite scolastiche inesistenti. I pomeriggi sulle panchine dei giardini a pomiciare. L'umido nelle loro bocche che risalivano da sotto la panchina. L'angoscia per il tradimento di mia madre. Vuota insensata raccapricciante angoscia. Maledetta, mi perseguitava come un'arpia.
Questa città che associo all'autunno ed alla pioggia, perché d'estate si andava nella casa al mare. Solo io e mia madre. Mentre d'inverno si allungavano infinitamente le vacanze natalizie e poi anche quelle pasquali, sempre io e lei, per andare a - respirare l'aria buona di montagna - , spiegava mamma agli insegnanti. - Matias è debole di polmoni - , dichiarava. Ed estraendo il certificato precisava: - Ha bisogno di aria pulita, non può vivere più di sei mesi in questa città, altrimenti ... - Si faceva dare compiti e programmi da svolgere a casa. - Abbiamo un insegnante privato che viene a domicilio - , informava il dirigente. Il quale si scusava, ma ... - La scuola non può fare sconti a nessuno - . - Certo capisco, si preparerà per gli esami a settembre - , garantiva allora, indefessa, mia madre. Mi accoglieva sotto la sua ala di chioccia e mi portava via. Solo io e lei, amorevole ed asfissiante, io e lei, nel bozzolo protettivo che intesseva intorno a me. Ed era meglio così perché quando papà tornava era un casino. Solo urla e litigi, litigi e urla per me, il sopravvissuto, l'eterno neonato da proteggere. Urla e litigi in una sequela senza fine logoranti ed estenuanti. - Lascialo stare, fallo vivere - , reclamava lui. - Lascialo stare, dici? Lasciarlo morire, vorrai dire! Un'altra volta, vuoi ancora che succeda, di nuovo? Certo, è facile per te che non ci sei mai! - , inveiva lei.

Matias chiude gli occhi, alza e abbassa le palpebre come un cancellino sulla lavagna per dissolvere le immagini che gli sono comparse davanti, invadenti ed ingombranti. Proprio come sua madre. (...)

Claudia Provenzano
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