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Autore: Rosario Russo
Titolo: Quattordici Spine
Genere Poliziesco
Lettori 86
Quattordici Spine

La prima indagine dell'ispettore Traversa in Sicilia
Prologo
il silenzio della notte era diventato pressoché assoluto, ma non nella sua testa, perché il sibilo di quel maledetto sparo gli ronzava ancora nelle orecchie. Gli altri erano andati via tranquillamente, alla stessa maniera con cui ci si congeda da una partita di briscola tra amici. Si ritrovò solo e inerme, davanti quel corpicino disteso a terra. Più lo osservava, più si sentiva sporco. Gli era stato consigliato di buttarlo a mare prima di rincasare e di farsi una bella dormita, come se fosse un vecchio copertone usato, come se davanti a lui non giacesse un essere umano. rimase immobile a fissarlo, fin quando un conato non lo assalì e accasciandosi a terra vomitò se stesso. Gettarlo a mare, ma come si fa? Merde! Maiali! Provò a ricomporsi, passandosi una mano sulla bocca bavosa. Maiali, sì, ma cos'era lui a differenza? Nient'altro che un porco schifoso come loro, ecco cos'era. si voltò, ancora in ginocchio, in direzione di quel corpicino indifeso, nell'assurda speranza di non trovare nulla, nell'assurda speranza di essere soltanto protagonista di un brutto sogno, macabro sì, ma pur sempre un sogno, che alla fine ti fa risvegliare sudato e inquieto nel tuo letto. Eppure il corpicino stava ancora lì, a dimostrargli che la realtà era peggiore di qualsiasi incubo immaginabile. Si sollevò a stento e si avvicinò a lei, le gambe gli pesavano tonnellate. Chinandosi, si mise ad accarezzarle i capelli, poi estrasse un fazzoletto dal taschino della giacca e le ripulì il sangue dal viso. Ecco, in quel momento sembrava dormisse beata, se non fosse stato per quel dannato buco in fronte. Provò ancora ad accarezzarla, passandole una mano sul collo, ma all'improvviso, memore delle innumerevoli porcate che la stessa mano aveva compiuto proprio su di lei, si ritrasse schifato. cominciò a urlare forsennatamente, in preda a una crisi isterica:
– cazzo! cazzo! cazzo!
Rinsavito dopo qualche istante, si fermò di colpo; sebbene nel raggio di chilometri non abitasse anima viva, bisognava essere cauti: doveva recuperare un minimo di lucidità. Gli altri, prima di scomparire, risucchiati nel buio di quella nottata assassina, avevano lasciato a terra un sacco nero che sarebbe servito a farla sparire. sollevò delicatamente il cadavere e lo avvolse lì dentro, dopodiché aprì il cofano della sua Land Rover e con delicatezza estrema lo adagiò all'interno del baule. Memore dei suoi studi classici, quel gesto gli fece rammentare con assurda precisione la scena manzoniana della mamma di cecilia, nell'atto di appoggiare il corpo della bambina sul carro dei monatti. Lui si sentì allo stesso tempo mamma e monatto, ma in realtà era peste. Montò in auto, accese il motore e si diresse verso la strada principale. ridiscese soltanto per pochi secondi, giusto il tempo di chiudere il cancello alle sue spalle, stava abbandonando per sempre quel luogo nefasto. Guidò per una decina di minuti senza una reale meta. Dove poteva andare? si fermò terrorizzato sul ciglio della strada. E se avesse incrociato una pattuglia della Polizia? O magari un posto di blocco? il pensiero della paletta, che agitandosi di fronte a lui gli intimava di accostare, lo fece agghiacciare. Apra il cofano, gli avrebbero detto, e in un attimo sarebbe stata la fine. s'immaginò brevemente la scena dell'arresto, seguita dagli innumerevoli articoli sul raccapricciante crimine commesso da un personaggio del suo calibro. Uno degli astri nascenti dell'intera Sicilia, destinato a una sfavillante carriera, sarebbe stato trattato alla stregua di un criminale. si materializzò nella sua mente anche lo sguardo sconcertato e allo stesso tempo accusatorio della moglie, anche se il peggio, inevitabilmente, sarebbe toccato ai figli. Iniziò ad ansimare, come avrebbero reagito i suoi adorati bambini? Si sarebbero vergognati di lui, è ovvio. Prima o poi avrebbe vissuto il penoso momento del confronto, avrebbe dovuto guardarli in faccia, per spiegare loro il suo gesto, all'interno delle fredde mura del parlatorio di un carcere. No, no, una cosa era certa: non si sarebbe mai fatto arrestare. Fanculo la Polizia, fanculo i carabinieri! Cominciò a piangere, prendendo a pugni il volante. Ripeté a se stesso convulsamente che non era un assassino, non lo era. Un porco, un pervertito, va bene, ma non un assassino! Lui non aveva voluto fin dall'inizio, aveva protestato, li aveva persino insultati, ma era stato ignorato. ormai però era fatta, la colpa in un certo senso era stata anche sua e adesso doveva toccare a lui eseguire l'ingrato compito. Tornò amaramente al punto di partenza: dove andare con quel piccolo cadavere? Fu in quel preciso instante che ebbe un'idea. Aspetta... Perché no? Ma sì, certo...! Il barlume divenne lampo e il lampo si trasformò in consapevolezza. Aprì gli occhi, girò la chiave nel quadro e ripartì a tutto gas: finalmente sapeva cosa fare.
Acireale, 21 maggio 2018. Giorno 1
La sveglia del cellulare suonò inesorabile e bastarda come una condanna. Traversa si svegliò madido di sudore, col cuscino completamente zuppo e la sgradevole sensazione di aver fatto un brutto sogno, di cui però non ricordava nulla. Quanto aveva dormito? Forse un paio d'ore, ma probabilmente anche meno. Ebbene quelle notti allucinate, febbrili e traditrici stavano diventando ormai una penosa abitudine. - Ma va in mòna pure te... - mormorò ancora assonnato, mentre spegneva quella fottuta sveglia. Si alzò a stento dal letto e si trascinò in bagno. Lo specchio davanti a lui rifletteva l'immagine di un uomo tetro, stravolto dai pensieri e dai sensi di colpa. con quella barba ispida e ramata gli parve di assomigliare terribilmente a Michael Hall nella scena finale di Dexter, il serial killer dei cattivi. Lui in teoria apparteneva ai buoni... in teoria. Di lì a qualche ora si sarebbe dovuto recare a lavoro e con quell'aspetto poco rassicurante, in commissariato, avrebbe corso il rischio di essere scambiato per qualche ubriacone molesto. considerò amaramente di essere diventato un'altra persona, il Traversa di sei mesi prima, infatti, uno nel suo stato lo avrebbe sicuramente fermato per un controllo. Eppure bisognava fingere che tutto andasse bene, tanto era nuovo lì e i colleghi lo conoscevano appena. Fingere, sì, ma fino a quando avrebbe avuto la forza di farlo? Avvertì subito il bisogno di buttarsi sotto la doccia; mentre s'insaponava, ascoltava la radio a tutto volume e imprecava contro l'arsura asfissiante, che già a inizio giornata sembrava non volergli dare tregua. Giusto in quell'istante la radio passava l'eterno Battisti, con la sua Giornata uggiosa e pensò che avrebbe dato qualsiasi cosa pur di assaporarla quella benedetta giornata. Rivestitosi a fatica, si affacciò un attimo alla finestra e controllò l'insegna della farmacia sotto casa, proprio di fronte il maestoso Duomo di Acireale. Il termometro segnava trentadue gradi, ma con l'umidità presente, quelli percepiti sarebbero stati almeno trentacinque ed erano solo le otto del mattino. Mentre si chiedeva per quante ore avrebbe potuto resistere, il cellulare squillò. Era l'Agente Puglisi che gli comunicava di non andare in commissariato, ma di attraversare semplicemente la strada e recarsi alla basilica di san Pietro, che stava pressappoco di fronte casa sua.
– Perché sto cambio di programma, Puglisi? oggi dovevo iniziare il turno alle undici...
– C'è stato un omicidio, ispettore. Hanno ammazzato Don Mario, il canonico di san Pietro. il Vice ispettore orlando si trova già sul posto, mentre il commissario Lorefice sarà lì a momenti.
– Ok, arrivo subito.
L'assassinio di Don Mario era il primo caso importante da quando si trovava in quella città, cioè da poco più di una settimana. Gli avevano descritto Acireale come un posto tranquillo, il luogo adatto in cui dimenticare e ripartire, ma intanto qualcuno aveva pensato bene di accoppare niente di meno che u parrinu, come avrebbero detto lì, e non un officiante qualsiasi, ma uno dei più importanti, quello della Basilica prospicente il Duomo della città.
Luigi ritornò in bagno e rimase per qualche istante a fissarsi allo specchio:
– ci siamo, il momento è arrivato! Fa vedere a tutti che vali
ancora qualcosa come sbirro, che non sei proprio da buttare! – si disse fra sé, ma prima di dimostrarlo agli altri, doveva provarlo innanzitutto a se stesso.
L'ispettore immaginò uno scenario degno dei romanzi di Camilleri, ma la suggestione durò pochi secondi, giusto il tempo di ricordarsi di prendere il primo caffè della giornata. riempì un pentolino con dell'acqua e la mise a scaldare sul fornello, poi, dopo qualche minuto, versò il contenuto in una tazza e aggiunse due cucchiaini di caffè solubile. Sorseggiò la bevanda, ma quasi immediatamente gli venne la nausea e sputò quella schifezza nel lavandino, maledicendo ogni cosa. A quel punto, non avendo il tempo materiale di raggiungere il bar, divorò in fretta e furia quattro biscotti e s'incamminò verso il luogo del delitto.

Rosario Russo
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