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Autore: Giuseppe Spampinato
Titolo: Anam
Genere Narrativa
Lettori 126
Anam

Il Viaggio.

Stava lì, accartocciato a terra in una posizione innaturale come un burattino lasciato cadere dal tetto del mondo, che dopo aver toccato terra rimbalzando più e più volte, si ferma laddove un distratto destino gli ha concesso riposo.
Intorno a lui tutto era muto, e in quel silenzio all'improvviso aprì gli occhi: - Cosa è successo? Dove so-no? - furono le prime parole che, un po' stordito, pronun-ciò.
Lentamente e in maniera molto goffa articolò braccia e gambe per acquisire una postura più comoda e riuscì a se-dersi. I suoi vestiti erano laceri; dava l'impressione di essere stato trascinato a lungo. Il corpo era pieno di fe-rite che sembrava dovessero fare davvero male, ma lui stranamente non sentiva dolore.
Si guardò attorno senza capire e una leggera sensazione d'angoscia cominciò a farsi strada.
Un colore grigio scuro e una fitta foschia lo circondava-no, difficile distinguere la terra dal cielo, la luce dal buio; sotto di lui solo sassi, terra e fango.
Decise dunque di alzarsi, con fatica fu in piedi e, prima che il suo crescente stato di angoscia si trasformasse in paura, mosse i primi passi.
Non aveva idea di dove stesse andando, né tantomeno sape-va se quella intrapresa fosse la direzione giusta... già! Giusta per dove?
Il cuore batteva troppo forte. Aveva paura che da un mo-mento all'altro gli sarebbe schizzato fuori dal petto, ciononostante provò, per quanto gli fosse possibile, a ri-manere calmo e a cercare ancora una volta di capire.
Fece tanta strada, molta. Inciampò ripetutamente nel se-mibuio del suo cammino, cadde ma si rialzò ogni volta. Camminò fin quando dentro di lui non crebbe la spiacevole e ferma convinzione che il suo solitario e disperato vaga-re non lo avrebbe portato da nessuna parte.
Era solo, stanco e il suo cuore continuava a battere all'impazzata. Le sensazioni di angoscia e solitudine do-vettero far posto, loro malgrado, a una dirompente rabbia che iniziò a dominare le sue azioni.
Voleva capire assolutamente dove fosse, che diavolo stes-se accadendo, se quello che stava vivendo era un assurdo incubo senza senso o chissà quale altra maledizione.
Si fermò con fare deciso, puntò i piedi a terra quasi conficcandoli fra le rocce disposte in mezzo al fango, iniziò a prendere fiato lentamente, cominciò a gonfiare i polmoni più e più volte, il suo respiro prese il ritmo di quello di un toro prima di una carica.
Chiuse forte i pugni, dominò del tutto la sua paura, tor-nò padrone di se stesso e all'improvviso, con uno scatto metallico, fece l'unica cosa che potesse fare... URLÒ!
Urlò forte, fortissimo, tremendamente forte! Il suono rombante e tagliente delle sue grida si insinuò come un lampo nella grigia foschia che lo circondava.
Urlava, urlava, urlava... urlava così tanto e rabbiosa-mente che il terreno iniziò a tremare e, proprio mentre l'ultimo grido svuotò i suoi polmoni, quel gesto di colle-ra misto a disperazione sembrò produrre un effetto ina-spettato.
La grigia foschia iniziò a diradarsi all'orizzonte, una fioca luce fece capolino e gli occhi di quell'uomo strema-to dal suo disperato gesto, diventati nictalopi, iniziaro-no a intravedere un non troppo lontano paesaggio che tutto sembrava fuorché reale.
La sua vista si abituò gradualmente a quella strana luce e, prima di fare anche un solo passo in avanti verso quel-lo che sembrava essere un grottesco paese delle meravi-glie, si guardò ancora attorno nella speranza di capire quale fosse la migliore strada da intraprendere.
Alle sue spalle una densa oscurità lo minacciava. Non re-stava altro che guardare avanti e affrontare quello strano mondo, o qualunque cosa fosse, nella speranza di capirci qualcosa.
Ad attenderlo vi era un paesaggio montuoso di inquantifi-cabile dimensione; si vedevano montagne a perdita d'occhio.
Fra i monti disseminati in quello spazio infinito era fa-cile distinguere zone occupate da una fitta boscaglia da altre imbiancate da una fredda e candida neve e poi ancora aree totalmente deserte.
A quella distanza poi, strizzando un po' lo sguardo, sem-brava di riuscire a distinguere diversi corsi d'acqua che si facevano strada come un groviglio di grossi serpenti nell'irregolarità di quello scenario suggestivo.
Fissò a lungo con occhi timorosi e allo stesso tempo ma-linconici quell'incredibile spettacolo della natura e, a forza di guardarlo, si convinse che era arrivato il momen-to di provare ad affrontarlo. Dentro di sé, in fondo, sa-peva che la spiegazione alle sue molteplici e tormentate domande doveva trovarsi proprio in mezzo a quelle monta-gne.
Finalmente ruppe gli indugi... e fu così che iniziò il suo viaggio.
Iniziò a marciare con fare deciso e ad ogni passo crebbe in lui la convinzione e la determinazione che gli sarebbe-ro serviti per uscire da quell'incubo. Aumentò anche la velocità della sua andatura e si mise a camminare sempre più velocemente fin quando si ritrovò a correre come un leone che insegue la sua libertà.
La sua corsa però non durò molto. Il suo selvaggio ince-dere si interruppe in un modo che davvero non si aspetta-va... cavalcando come un treno in direzione di quel luogo che sconosceva e che vedeva a malapena, il destino sembrò infatti farsi beffa del suo incedere un po' troppo sicuro nel peggiore dei modi. I suoi piedi non trovarono più al-cuna strada da battere e, quasi senza accorgersene, rimase sospeso nel vuoto per una frazione di secondo che sembrò interminabile fino a quando, inesorabilmente, all'interno di quel bizzarro incubo accadde l'unica cosa che una ra-zionalità apparentemente assente potesse fare capitare... CADDE BRUSCAMENTE NEL VUOTO!
Gli mancò per un attimo il fiato, il cuore gli schizzò in gola come un proiettile e poi giù; giù nel vuoto assoluto, assumendo tutte le contorte posizioni che l'aria tagliente e gelida di quel baratro lo invitava ad assumere opponen-dosi al suo passaggio.
Ancora una volta urlò! Urlò tanto e forte, ma quell'urlo adesso aveva tutt'altro significato, era di paura e nient'altro. E ancora una volta, ad un certo punto, il suo urlo si interruppe, ma non fu lui a decidere quando perché mentre cadeva come una foglia staccatasi da un ramo e alla quale nessuno ha insegnato a volare, il suo grido fu in-terrotto da un tonfo sordo. Aveva toccato terra.
Quel salto nel vuoto avrebbe ucciso qualunque essere vi-vente, ma non lui... si trovava di nuovo a terra e aggro-vigliato su se stesso, ferito e dolorante, ma VIVO!
Incredulo per quanto appena accaduto sollevò il viso dal-la molle terra che aveva frenato la sua corsa, balzò in piedi e si toccò convulsamente il volto, il corpo, le braccia e le gambe.
Guardò le numerose ferite, le sfiorò, provò anche a con-tarle, ma con estremo stupore l'unico dolore che sentì fu il somatizzarsi della paura.
Si accorse poi, girandosi su entrambi i lati, di un co-stone di montagna che si inarcava all'indietro; di fronte, invece, aveva ancora quell'intrico di montagne dagli as-sortiti paesaggi che rappresentavano la sua meta.
Fra lui e il suo traguardo, apparentemente poco distante rispetto al luogo in cui era piombato, un lungo ponte di roccia lo induceva a pensare che quella fosse l'unica strada da intraprendere per raggiungere quelle alture.
Iniziò cautamente a scendere verso il punto in cui quel megalitico ponte si raccordava col costone di montagna. Non fu particolarmente difficile raggiungere il punto di accesso al ponte. Ancora una volta si fermò a guardare con stupore e attenzione il cammino che gli stava davanti, per poi provare a mettere da parte la razionalità nella spe-ranza di non diventare matto prima che tutto fosse finito. Quel ponte, quella via verso chissà quale salvezza era co-stituito da un insieme di grosse pietre, l'una incastrata all'altra senza l'uso di alcun legante; nessun pilastro sembrava essere stato eretto tra l'inizio e una fine ben poco visibile.
- Come fa a stare in piedi? - pensò a voce alta.
Come poteva essere sicuro che una volta incamminatosi su quel ponte quello non sarebbe crollato, causando ancora una volta una sua caduta nel vuoto? NON POTEVA SAPERLO.
Sentiva però di doverlo fare e comunque di alternative, anche a cercarne, sembrava proprio che non ce ne fossero.
Un po' timoroso mise il primo piede sul ponte e non appe-na vi ebbe poggiato il secondo pensò che la presenza di un corrimano o di qualunque altra protezione gli avrebbe fat-to comodo.
Vortici di vento gelido danzavano attorno a quel miracolo architettonico e, lasciatosi quasi ipnotizzare dal contur-bante e armonico movimento dell'aria, sperava di non esse-re spazzato via come una formica durante la traversata.
Iniziò ad avanzare cautamente e, nonostante si fosse ri-promesso di non guardare giù, la curiosità fu più forte della sua volontà e dopo pochi passi fermò il suo lento incedere per dare un'occhiata. Chinò leggermente il capo senza sporgersi troppo e intravide una fitta oscurità; la monocromaticità di quel buio sembrava attrarlo, era come se dietro quell'oscurità qualcosa o qualcuno lo stesse chiamando a sé.
Di fronte a quel richiamo rimase imbambolato con uno sguardo che via via si spense e nella sua testa uno strano bisbigliare lo invitava a tuffarsi nell'oscurità.
Era così suadente il suono di quell'impercettibile voce, così rilassante, sembrava quasi una ninna nanna. Grande fu il desiderio di abbandonarsi a quell'invito di eterno ri-poso, almeno tanto quanto la sua stanchezza. Per quanto ancora avrebbe dovuto faticare? E poi, per chi? Per cosa? Valeva veramente la pena lottare contro quell'invito al riposo, lontano da qualunque pensiero o tribolazione?
Era totalmente in balia di una forza oscura e misteriosa.
Continuò a fissare quella maledetta ed eccitante oscurità sporgendosi poco per volta sempre di più e, fissando sem-pre più intensamente l'oscurità, sotto di lui sembrò che qualcosa si iniziasse a muoversi...

Giuseppe Spampinato
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