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Autore: Ilaria Battaglia
Titolo: Tornare a sorridere
Genere Romanzo
Lettori 102
Tornare a sorridere

- La sola Battaglia che non puoi vincere è quella che non vuoi combattere. -
Cit. Sergio Bambarèn

Un taglietto al dito provocato dal collo della bottiglia dell'Anima Nera, mentre pulivo lo scaffale del bar di un ho- tel a quattro stelle dove lavoravo sul Lago di Garda. Era tutto pronto per l'ultimo dell'anno ed io ero finita al pronto soccorso con quattro punti sulla falange del mignolo destro. Ero seduta nella sala d'aspetto del pronto soccorso, in attesa di essere medicata. Una signora sulla settantina mi sedeva accanto e guardava il mio mignolo sanguinare e mi chiese come mi fossi procurata un taglio così profondo. In poco tempo mi raccontò gran parte della sua vita, di come aveva conosciuto suo marito nei quartieri di Verona alta, aveva quattro figli e sette nipoti, mi parlava come se fossi sua amica, era gentile. Era caduta dalle scale in mattinata e aveva un braccio ingessato, attendeva il via libera dai medici per poter tornare a casa. Mi sentivo più dolorante io di lei che in fin dei conti ero lì per una piccola lacerazione al dito che a confronto era davvero niente se dovevo pensare che avrebbe trascorso i prossimi mesi col braccio ingessato. Dopo pochi minuti una ragazza che sembrava avere all'incirca la mia età le venne incontro, si scambiarono dei veloci saluti e la aiutò ad alzarsi dalla sedia, la signora mi affermò che si trattava della sua prima nipote. Doveva essere la ragazza della quale mi parlava, che stava frequentando gli studi di legge all'Università di Verona. Era davvero carina, lunghi capelli biondi e un viso dolcissimo. Mi ringraziò per aver fatto compagnia alla nonna e mi salutarono un augurandomi il meglio. Dopo aver ricevuto la documentazione medica dall'infermiere che era di turno in portineria si diressero verso l'uscita, salutai la signora che mi aveva tenuto compagnia in quella stanza della sala d'aspetto e le vidi allontanarsi lentamente a braccetto.
Dopo aver trascorso alcune ore in ospedale a medicarmi, uscii finalmente all'aria aperta; che brutti odori hanno gli ospedali, tutto quel bianco mette sempre una certa ansia. Accesi una sigaretta e telefonai a mia mamma per dirle che ero uscita e che sarebbe potuta venirmi a prendere. Mi rispose che mi avrebbe riaccompagnata a casa un amico e che sarebbe arrivato a momenti, mi disse anche il nome ma non mi fu per nulla familiare al momento. Mi guardai intorno alla ricerca di un viso che forse avrei riconosciuto o forse no. Un uomo si accingeva verso di me, alzò la mano per salutarmi e si avvicinò con fare sicuro.
- Ciao, tua mamma mi ha detto che ti devo accompagnare a casa io, lei è indaffarata a preparare la cena per domani. Ci sarai anche tu immagino. - Mi disse fissando il mio dito fasciato.
E quello chi era? Però pensai che l'avevo già visto di sfuggita qualche volta forse a casa dei miei, o in giro per il paese, forse una volta aveva accompagnato mio fratello a scuola quando era solito perdere l'autobus. Ah sì, quel famoso amico di mio padre.
- Eh sì, festeggerò a casa, con i miei. -
Non c'era molta scelta, avrei dovuto servire prosecco pochi minuti prima della mezzanotte a gente estranea aldilà del bancone del bar e vederli sbronzi a ballare fino al mattino. Mi indicò dove aveva parcheggiato l'auto e mi fece se- gno di seguirlo. Una gentilezza incredibile perché mi aprì lo sportello della sua macchina e pensai che allora non era deceduta del tutto la cavalleria. Era anche gentile e molto educato ma non mi piaceva affatto, aveva una faccia da schiaffi esagerata, quell'aria da - so tutto io - ; e dei tipi come quelli non avevo mai avuto grande stima. Parlò tutto il tempo del tragitto dall'ospedale a casa, parlava di come aveva conosciuto i miei, del suo lavoro, aveva un'impresa di tinteggiatura, mi parlò delle sue origini meridionali; sapeva soprattutto chi ero, dove lavoravo, sapeva perfino dove abitavo perché non avevo dovuto spiegargli la strada di casa ma lì per lì non gli chiesi come facesse a saperlo e pensai che gliel'avesse indicato mia mamma quando l'aveva chiamato per chiedergli il favore di riaccompagnarmi a casa ed io per non essere maleducata gli domandai se voleva scendere che gli avrei offerto un caffè per sdebitarmi del disturbo.
- Oppure se preferisci ho del limoncino che mi hanno regalato per Natale dei miei colleghi. -
Rifiutò, promettendomi che avrebbe accettato una prossima volta. Si dileguò salutandomi in fretta. Dolorante e infreddolita rientrai in casa.

Aiutai mia mamma in cucina con una voglia pari a zero nella preparazione della cena per la notte di San Silvestro, c'erano una ventina di invitati mi disse, tra i quali anche un paio di famiglie che non avevo mai visto.
Odiavo stare in casa a celebrare una festa che odiavo ancora di più perché mi riportava spesso alla memoria mia nonna materna con la quale trascorrevo il mio tempo libero, alla quale come dono di Natale avrei potuto portare soltanto un fiore posizionandolo davanti alla sua foto della lapide e non soprammobili come ero solita fare, era la nonna alla quale pensavo anche nel mese di maggio per la festa della mamma e le portavo sempre un piccolo pensierino per dirle che era splendida per me; era la mia seconda mamma, talvolta un punto di riferimento, era la colonna portante della mia vita, aveva cresciuto nove figli con tutto l'amore del mondo, adorava i nipoti e in tutto questo non so se al mondo esista un'altra donna come lei. Era la mia dolce nonna, le volevo un bene dell'anima, le sono stata accanto e tenuto la mano fino agli ultimi istanti della sua vita, anche se da tempo la malattia l'aveva costretta immobile e deperita a letto; con gli occhi e la mente lei c'era, perché quando un giorno le avevo sussurrato che le volevo un gran bene e che mi sarebbe mancata da morire quando non ci sarebbe più stata nella mia vita, lei mi aveva fissata e la piccola smorfia che aveva fatto con la bocca era per dirmi che anche lei me ne voleva tanto, mi sentii come rassicurata in quel momento perché avevo capito che mi aveva sentita. Mentre mi stringeva la mano mi ero messa a piangere perché mi mancava di già.
Avevo lavato le cozze e grattato via tutto quello che si trovava sopra, sabbia e sporcizia varia che si attacca al guscio, dieci chili di cozze almeno, neanche avesse avuto un ristorante, mia mamma ci teneva a fare bella figura alle sue cene gustose; pepata di cozze come antipasto accompagnati da una lista infinita di pietanze a base di pesce. Lavare le cozze con l'acqua fredda con un mignolo fasciato al trentuno di dicembre era proprio quello che speravo di fare, ironicamente, dicevo tra me e me. La tavola imbandita per il gran cenone era pronta, mancavano gli ultimi ri- tocchi e poi attendavamo gli ospiti: due coppie di coniugi, una famiglia con bambini e i nostri vicini di casa.
Tra gli invitati alla cena, eccolo lì, Lui, il mio autista logorroico che mi aveva riportata a casa, l'unico che appena arrivato mi aveva chiesto come stesse il mio dito. Mi si avvicinò con un sorriso esemplare, da mozzare il fiato, salutandomi con due baci sulla guancia come si è soliti fare alle feste di quel tipo.
- Ciao Anna, ti avevo telefonato. - Non avevo risposto a una chiamata perché ero addetta alla pulizia cozze, era Lui. Prima che potessi rispondergli si avvicinò a me una donna, bassina dai corti capelli scuri.
- Piacere Simona, sei tu Anna vero? - E questa da dov'era spuntata? Chiesi tra me e me.
- Mio marito mi ha detto che ti sei tagliata un dito al lavoro. - Non mi aveva parlato di sua moglie durante il tragitto verso casa dall'ospedale.
Annuii, una veloce occhiata a Lui e tornai fissa su di lei e le spiegai brevemente com'era avvenuto quel piccolo incidente e dopo un breve dialogo dove mi parlò dei suoi figli ci accomodammo al tavolo.
Lui era lì, seduto accanto a mio papà, quel posto che da sempre era stato mio, accanto a Lui la consorte e il numero perfetto dei figli mentre io mi ritrovai di fronte ad Agostino e Gianna; coppia longeva e vicini di casa da una vita. Erano sempre sorridenti e mi ritrovai a fissarli spesso stupita, vedendoli mangiare e tenersi la mano, scoprivo così che la signora Gianna non era mancina, si capiva da come teneva la forchetta con la mano sinistra ma pur di non lasciare la mano del suo amato preferì mangiare scomodamente. Erano davvero carini.
Inizialmente non feci caso ma capitava che incrociavo lo sguardo di Lui, mi sono trovata quegli occhi addosso per tutta la serata.

Ilaria Battaglia
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