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Autore: Matteo Kabra Lorenzi
Titolo: Siero Nero
Genere Narrativa
Lettori 171
Siero Nero

Ho aperto gli occhi da poco.
Dieci secondi, credo. Forse dodici, come quelle gabbie che avrei dovuto percorrere per la liberazione... o come le gocce di essenza che inalate con curiosità – in condizioni normali – mi avrebbero riacceso i sensi, rendendomi di nuovo fiamma libera.
Quando sapevo ancora vivere.
Nell'immediato non avevo memoria di cosa fosse successo. Ad essere onesti, tutt'ora mi sto chiedendo con ingenua e disarmante insistenza come possa essere degenerato tutto così in fretta. Nella mia mente avevo tracciato le linee per una perfetta architettura di sostegno alla mia esistenza, ma evidentemente non avevo tenuto conto della variabile impazzita. Me stesso.
La vena che percorre in maniera frastagliata la tempia mi ulula fino in fondo al teschio, pulsando con vigore, e non ho la forza di sviluppare un pensiero lucido. Non ora. È un urlo graffiante che mi strappa il timpano da dentro... non sento null'altro che uno stridore dolorosissimo proveniente dai miei universi.
Cerco solo di rimettermi perlomeno seduto, appoggiando la schiena alla parete fredda, con grande fatica. Tutto intorno è sfuocato, le immagini si accavallano una sopra l'altra. I pensieri si rincorrono annebbiati e confusi. Una voce familiare mi ripesca da quel mondo di visioni astratte, riportandomi bruscamente alla realtà:
- Vaffanculo Kabra! È tutto finito! Maledetto... e ringrazia che almeno ho avuto il buon senso di riportarti qui... -

Con la coda dell'occhio non posso non percepire la sagoma di Simo, che con la consueta foga raccoglie tutta la sua strumentazione mentre mi insulta guardandomi in cagnesco e riversandomi addosso tutto il livore che probabilmente – a ragione – negli ultimi mesi aveva accumulato nei miei confronti. Erano almeno vent'anni che non lo vedevo così... e devo essere sincero che se solo un mese fa mi avessero detto che sarebbe successo, avrei stentato a crederci. Proprio lui, quasi un fratello, il mio compagno di viaggio più fedele, uno dei miei testimoni di nozze... Ero riuscito a mandare all'aria davvero tutto?
Mentre un rivolo di sangue caldo traccia un solco lungo la guancia, andando a colare direttamente sul cuore, in un casuale ma metaforico gioco del destino, seguo inerte una parte di me che esce dalla sala prove – e forse definitivamente dalla mia esistenza – sbattendo la porta. E probabilmente, davvero, questa volta si porta via un brandello enorme del mio essere.
Vorrei abbozzare una risposta. Vorrei urlare che no, non volevo finisse così. Vorrei redimermi una volta per tutte ammettendo i miei sbagli, ma questo maledetto orgoglio che ci tiene legati alla convinzione di poter avere tutto sotto controllo non mi lascia libero di flettermi, neppure questa maledettissima volta.
Lo sento scendere le scale con il passo incazzato di chi avrebbe potuto e voluto spaccarmi la faccia perché in fondo, oltre a rovinare una grossa fetta della mia esistenza, ero riuscito a incidere in maniera definitiva anche sulla sua vita e su quella di molte persone che fino a poco tempo fa mi stavano vicine.
I passi sempre più lontani lasciano spazio a un silenzio profondo e innaturale per quel posto. Quella sala dove ero abituato a sentire il graffio dei distorti e il colpo secco della grancassa al sincrono delle tonde note di basso che esplodevano selvagge.

Silenzio.
Non restava che un lunghissimo e devastante silenzio.
Deduco che tutti abbiano sbaraccato perché intorno a me vedo poco o nulla di quanto ultimamente eravamo riusciti a mettere insieme. Nell'angolo della sala, a pochi passi da me, giacciono il rullante di Dany completamente sfondato e la grancassa praticamente spezzata in due, con la pelle attorcigliata su se stessa.
Anche in questo caso il destino sembra volermi ricordare che nulla sarà più come prima: su quella grancassa pochi anni prima avevamo applicato con cura e grandissima esaltazione una pelle stampata con il logo della nostra band. Ci sembrava solo il primo gradino di una grande ascesa in cui avremmo visto il nostro marchio campeggiare un po' ovunque. Ci eravamo addirittura lasciati andare a un brindisi ottimistico, in uno slancio di convinzione che ci faceva credere che finalmente le luci della ribalta avrebbero investito, ricoprendoci di gloria, proprio noi. Ora quel logo, che avevamo creato insieme quando tutto sembrava scorrere sui binari giusti, mi guardava accartocciato, distorto, ferito a morte.
Tutto finito!

Mi alzo a fatica, provo a reggermi in piedi e a uscire per vedere se almeno il frigo è ancora al suo posto. Ho un fottutissimo bisogno di bere qualcosa.
Il frigobar almeno è ancora lì che domina l'atrio d'ingresso. Nessuno avrebbe potuto portarlo via in così poco tempo, basti ripensare al pomeriggio che era arrivato in sala prove. Ricordo come fosse ieri quel sabato di tre anni fa in cui ero finalmente a casa tranquillo e arrivò la chiamata trafelata di Mario; in quel periodo lavorava come carpentiere in un cantiere per un nuovissimo hotel di lusso che era ormai in fase di ultimazione.
Mancavano i dettagli, le finiture, ma come si sa quando si arriva agli sgoccioli e l'inaugurazione di una tale struttura è alle porte, capita spesso che artigiani di ogni tipo si ritrovino a lavorare contemporaneamente pestandosi spesso i piedi e rischiando di fare più danni che altro.
Ecco, Mario si ritrovava in questo turbinio di persone che andavano e venivano a ritmi forsennati e il giorno in cui si presentarono i camion che dovevano consegnare tutti gli elettrodomestici delle cucine era stato coinvolto, pur non essendo la sua mansione, nel faticoso scarico della merce, ritrovandosi involontariamente spettatore di un litigio furibondo tra i titolari della struttura e la ditta che stava fornendo ripiani, pensili, frigo, forni e quant'altro. In definitiva era stato consegnato un frigo in più ma per questioni di briga il direttore del Resort, non avendo voglia e tempo di gestire al volo una procedura di reso e non avendo problemi di soldi, aveva candidamente fatto capire che il nuovo frigo in avanzo avrebbero potuto tranquillamente smaltirlo da soli.
A Mario si erano illuminati gli occhi... la seccatura più grande per lui, ma allo stesso modo per noi tutti, era quella terrificante pausa durante le prove estive in cui ci ritrovavamo a sorseggiare con ribrezzo birre calde come piscio.
Non ci pensò due volte e anziché smaltire l'ingombrante elettrodomestico pensò bene di nasconderlo in un angolo del deposito dietro la struttura alberghiera.
Quella sera, come dicevo, arrivò la chiamata
- Ragazzi, mi servono almeno tre di voi tra mezz'ora con il furgone dei Sesto sotto la sala prove... ho una sorpresa spettacolare! -

In poco meno di un quarto d'ora ci ritrovammo tutti lì, curiosi di capire cosa cavolo passava per la testa del buon Mariolino... saltammo sul furgone e in pochissimi minuti eravamo al cantiere. Mario ci portò sul retro dove aveva coperto con delle fronde il frigo e compiaciuto svelò la sua sorpresa, tra l'esaltazione trattenuta da tutti a fatica, mista a quel senso di pudore per qualcosa che ci pareva sbagliato fare... ma ormai il dado era tratto e da quel giorno in poi le nostre pause sarebbero state condite da birra ghiacciata!
La parte più complessa, a cui nessuno aveva pensato più di tanto, si rivelò essere il terrificante e infinito giroscale che collegava la porta di ingresso dello stabile alla nostra sala, collocata al terzo piano... l'esperienza dei post-concerti, quando dovevamo riportare tutta la strumentazione in piena notte, avrebbe dovuto rappresentare un monito, ma lì per lì, sulle ali dell'entusiasmo per il nuovo - acquisto - , nessuno ci aveva pensato davvero.
Ci trovammo in cinque a spingere e tirare questa bestia immensa su interminabili gradini, faticando come non mai. Ma una volta posizionato questo attrezzo, appena fuori dalla sala (dentro era anche solo impensabile trovare lo spazio per collocarlo), la soddisfazione si era sciolta in un abbraccio collettivo: avevamo finalmente un frigo tutto nostro!

Silenzio. Esco dalla sala e solo il sibilo leggero e costante del refrigeratore fa da tappeto a questo malessere che mi pervade con insistenza. Afferro una birra gelida che di certo non aiuterà a scaldarlo, questo cuore ferito e freddo, ma quantomeno allevierà i dolori e i pensieri.
Mi giro e varco nuovamente la soglia di quello che negli ultimi anni è stato il nostro bunker... non mi capacito ancora di come ogni cosa abbia trovato la fine in una sola serata. Che tutto quello che stava succedendo negli ultimi tempi si possa essere sublimato in un unico letale momento.
Non mi dovrei sorprendere; se riuscissi solamente a ripensare con raziocinio ai mesi che hanno preceduto il concerto di ieri, il puzzle che si verrebbe a creare condurrebbe senza dubbio inevitabilmente a questo. La concatenazione di eventi, per come la si voglia girare e rigirare, avrebbe una sola conclusione. Questa.

Matteo Kabra Lorenzi
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