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Mariano Sabatini (Roma, 18 marzo 1971) è un giornalista, conduttore radiofonico e scrittore. Ha iniziato a lavorare nel 1992 come cronista per una testata romana. Due anni dopo viene chiamato da Luciano Rispoli a sostituire un autore del Tappeto Volante su Telemontecarlo. Da allora ha proseguito parallelamente l'attività giornalistica e quella di autore televisivo. I suoi ultimi romanzi sono: L'inganno dell'ippocastano e Primo venne Caino, con protagonista il giornalista investigatore Leo Maliverno.
Mauro Santomauro è nato nel 1949 ed è stato farmacista della Serenissima, salendo alla ribalta delle cronache quando rinunciò a trasferire la sua farmacia in terraferma. Nella sua vita è stato chimico, distillatore, imprenditore e contadino. Si è divertito come giocatore e poi allenatore di baseball, ma è stato anche batterista in un settetto jazz. Ha pilotato aerei da turismo e ha praticato immersioni subacquee. La sua vera passione è il buon cibo. Vive con la moglie e i due figli a Treviso.
Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d'inverno, Il purgatorio dell'angelo e Il pianto dell'alba (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero).
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Autore: Oriana Ramunno
Titolo: Amori malati
Genere Giallo
Lettori 357 2 2
Amori malati
Il caldo della stanza è denso come catrame. Se lo sente addosso, soffocante.
Nell'angolo dove sta, accasciato sulla poltrona di pelle che gli si appiccica alle spalle, il buio è tagliato solo da un fascio di luce lunare che sembra la lama affilata di un coltello; dalle persiane socchiuse penetra un alito bollente, acre, esalato dall'asfalto.
C'è una zanzara, oltre a lui.
Sente il battito delle sue ali nell'aria, l'instancabile avvicinarsi all'orecchio per pungerlo, il ronzio snervante. La lascia fare. Quando si posa sul collo, con quel fruscio appena percettibile, la colpisce col palmo della mano e allora gli pare di sentire un rantolo moribondo al posto del ronzio, un ultimo gemito fastidioso che muore nella notte. Fissa il palmo, dove l'insetto è rimasto schiacciato insieme a una bolla di sangue, e se ne libera strofinandolo sui pantaloni.
È notte.
Le notti estive di Bologna non gli sono mai piaciute. Calde, pesanti, umide e con le zanzare. Gli sudano la faccia, le mani e persino i testicoli. Quell'afa non gli dà tregua, lo rende nervoso; nemmeno il ventilatore che gira senza sosta, e che solleva i plichi di fogli sul tavolo, riesce a calmarlo.
Sul tavolino, di fianco alla poltrona, c'è una pistola.
La afferra e la osserva. La luce d'argento della luna lambisce le scanalature della canna e la fa sorridere di bagliori affilati, ferini. Se la infila in bocca, così, per sapere cosa si prova. Per capire come dovrà fare, quando sarà il momento giusto. Se la rigira contro il palato, la lecca, e sa di ferro. È come farci l'amore, ma se premesse il grilletto sarebbe tutto finito, in un istante. Di lui non resterebbe che una chiazza di sangue e materia grigia a imbrattare lo schienale della poltrona, e tutta la rabbia e il dolore finirebbero di botto insieme a quel ferro dalla matricola abrasa. Non ci sarebbe più nulla. Solo pace, finalmente.
- Vaffanculo. -
Sfila l'arma dalle labbra e se le inumidisce. Sono diventate così aride, screpolate come il suo cuore.
La posa di nuovo sul tavolino, lì dove deve stare, di fianco alla lampada e a un libro che deve ancora iniziare a leggere.
Non è con quella roba che la ucciderà. Per lei ha pensato ad altro.
Si alza e si avvicina al computer acceso. La luce azzurra dello schermo lambisce la libreria, il tavolo, la televisione spenta. Sembra una carezza ipnotica, che ovatta tutto e divide in due la stanza: da una parte un chiarore leggero, ceruleo, dall'altra il buio pesto che gratta le pareti, tagliato solo dal filo di luce lunare.
Lei è lì, nello schermo.
È insopportabile ascoltarla. Quella voce calda gli fa venire un brivido tra le gambe, gli ricorda la sua pelle morbida, il suo profumo di sandalo e cannella.
Sotto il video, gli apprezzamenti al suo canale YouTube fioccano di minuto in minuto. A ogni parola un commento, e lei è la strega che ammalia tutti, come ha fatto con lui.
Dio, quanto la odia. E quanto la ama.
Le avrebbe dato il mondo, se lei gliel'avesse permesso. Aveva preparato tutto, anche la nuova cameretta con un lettino soffice e dei pupazzi morbidi che ha scelto di persona. Ha comprato un armadio e delle tende azzurre con gli orsetti, per far finta che ci sia una finestra lì dove il muro è cieco, solo di mattoni. Sarebbero stati una famiglia perfetta: lei una moglie fedele, lui un bravo marito e il migliore dei padri.
Ora, però, il vuoto gli scava dentro con insistenza, come se avesse una poltiglia di vermi nel cuore.
Sa che nemmeno quella stanza, preparata con tanta cura e dove avrebbe voluto rinchiuderla, metterebbe fine ai suoi tormenti. Sente fin dentro le viscere, con una sensazione asfissiante che sale a opprimergli il torace e poi la gola, che non servirebbe a nulla.
Quella stronza non vuole essere sua.
Nel video, lei continua a parlare. Parla di lui, e lo fa sentire così nudo. Gli utenti del canale la scambieranno per una delle tante favole che quella bastarda si diverte a raccontare, ma lui riconosce se stesso in ogni parola, in ogni dettaglio, in ogni sguardo lanciato alla videocamera. Sta dando in pasto a tutti la loro storia; la sta buttando via come se fosse immondizia di cui disfarsi, come un tumore da strappare per impedire che le sue mille cellule cancerogene le mangino il corpo.
Lo descrive come un mostro dal cuore nero.
È certo che lei riesca a vederlo, dallo schermo, con quegli occhi grandi e verdi. Lo guarda con disprezzo, per fargli capire che non ha bisogno di averlo al fianco per essere felice. Lo fa apposta per fargli male, per umiliarlo, per farlo sentire piccolo, e ci sta riuscendo perché lui sente l'intestino torcersi di rabbia.
Poi lei si ferma, sorride, come una bambina indifesa, e lui si cala d'istinto i pantaloni.
Infila una mano nelle mutande e si massaggia. È bella anche con lo zigomo gonfio e le labbra spaccate. Bella anche dopo il pugno e i calci che le hanno tumefatto la faccia.
Prova a darsi piacere, guardandola.
Sente i denti stridere per la rabbia, un mugolio feroce risalirgli dallo stomaco come se avesse una bestia dentro pronta a esplodere e azzannare qualcuno. Le mani gli tremano e l'unico risultato che ottiene è cadere a terra, in lacrime, davanti al computer. Non riesce nemmeno ad avere un'erezione, ora che non è più sua. Il solo pensiero di un altro uomo che la tocca, che le succhia i seni, gli fa mancare il respiro e scoppiare le tempie.
— Maledetta! — ringhia con il fiato che gli muore in gola.
Non è da lui fare così. Eppure si scaglia contro il computer con ferocia, lo fa cadere a terra e lo osserva spegnersi con un singhiozzo, senza riuscire a fermarsi. Lei ha aperto i cancelli della bestia, ha tirato fuori il peggio di lui, lo ha trasformato. Non era così, prima.
Il sapore salato delle lacrime gli fa venire un conato di vomito. La odia, eppure lei è l'unica cosa che vuole.

La punta del giradischi plana con lentezza sul vinile, a sostituire il ticchettio dell'orologio che segna le ventitré e trenta. Scivola sul solco, graffiando un poco, e le note di Sick Love invadono la stanza.
- Sick love comes to wash us away. -
Ritmate, allegre, lo fanno sentire come se si stesse preparando per una festa. Ora che si è calmato, riesce anche a seguire la musica con un fischiettio allegro.
Si guarda allo specchio. È pronto. Non è mai stato più pronto di così: la barba fatta, i capelli pettinati, il profumo agrumato del bagnoschiuma sulla pelle. Stringe tra le mani un lembo della tenda con gli orsetti, quella che ha messo nella stanzetta preparata apposta per lei. L'ha strappato piangendo, col dolore che gli cresceva nella pancia e nella gola, e che ora continua a rosicchiargli le viscere in maniera più silenziosa, come se dentro avesse un ratto dai denti aguzzi che lavora piano, al ritmo della musica che si sparge nella casa.
Osserva la stoffa. Ecco, quel pezzo di tenda è l'arma giusta.
Si ferma a versare tre dita di whisky in un bicchiere e se lo scola d'un fiato, lasciando che scenda a riscaldargli la gola e l'esofago. Infila con cura il passamontagna e i guanti di pelle, passa su tutti i vestiti un rotolo di carta adesiva per eliminare ogni capello, e si guarda per l'ultima volta allo specchio: adesso sarà solo un'ombra nera, che si muove in quella più liquida della notte. Silenzioso.
Esce di casa con un grimaldello e un tensore tra le mani, il pezzo di tenda in una tasca e il piccolo regalo che lei gli ha fatto tempo prima, quando ancora diceva di amarlo, nell'altra. Se ne va cantando, mentre il giradischi continua a mandare un suono graffiato, vecchio e polveroso.
- Sick love comes to wash us away. - L'amore malato arriva a lavarci via. - A lavarti via, Marinella. -

Marinella è in casa.
Gli sembra di sentirne l'odore anche attraverso il legno della porta. Sandalo e cannella. La sente parlare, forse sta registrando un nuovo video per il suo canale. Sarà così presa che probabilmente non lo sentirà nemmeno entrare.
Infila il tensore nel buco della serratura.
Sa perfettamente da che parte girare. Spinge, e un brivido di soddisfazione lo eccita. Finalmente sente l'inguine pulsare, gonfiarsi, reclamare ciò che gli appartiene e su cui ha perso il controllo.
Quando è il momento, inserisce il grimaldello. Percepisce i pistoni scivolare sotto la spinta, uno dopo l'altro, ed è facile dopo tutti gli allenamenti che ha fatto. La tensione aumenta, in quella calura notturna e silenziosa, interrotta solo dal pro- prio respiro affannato.
- Pure i grilli hanno capito che devono stare zitti - pensa.
Sente il sudore che cola sotto il passamontagna. La pelle ap- pena rasata pizzica, dolente. Le mani, sotto i guanti neri, gli tremano per l'ansia di non farcela o di essere scoperto. Si guarda attorno. Le luci delle finestre dei vicini sono spente. Dormono tutti, nelle villette, ma è lo stesso come sentirsi mille occhi addosso. È come se quelle finestre fossero orbite scure, livide, che lo fissano e lo accusano, o bocche pronte a mettersi a urlare.
Trattiene il respiro.
 Poi, finalmente, si sente un click. La porta è aperta.

Oriana Ramunno
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