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Autore: Piccarda Morganti
Titolo: La ragazza della baita di mare
Genere Romanzo
Lettori 115
La ragazza della baita di mare

Anita ha un passato difficile, fatto di soprusi. Determinata e in cerca di riscatto, a ventiquattro anni abbandona la città per comprare una vecchia “Baita di Mare”. Qui si scontrerà con la realtà di un piccolo paese, imparando a confrontarsi con le persone e soprattutto con sé stessa. La ditta edile che ha ingaggiato per la ristrutturazione diventerà col tempo la sua nuova famiglia, il suo porto sicuro. Thomas però è diverso dagli altri. Con lui si creerà un legame fuori da ogni logica e dal tempo, che li unirà dal primo sguardo. Riuscirà Thomas ad insegnarle il significato di fiducia e di amore?

Sono più di cinque ore che guido la mia vecchia Golf bianca. Il paesaggio è completamente cambiato passando dai fitti condomini della città, alla natura selvaggia e libera del sud. Anche l'aria è diversa, pura e frizzante.
La brezza di marzo mi accompagna da quando ho lasciato la mia casa, il mio passato tormentato, il ripudio, l'odio.
La luce delle dieci fa risplendere ogni filo d'erba, ogni fiore che si affaccia alla vita, le chiome degli alberi radi. La strada si arrampica e riscende in una serie di tornanti.
Sono vicina. Il mio futuro mi sta aspettando. Fremo.
Il navigatore, impostato sul cellulare, mi dice che mancano dodici chilometri. Provo un miscuglio di emozioni contrastanti che non riesco a snodare. Eccitazione, paura, euforia, forza, determinazione, leggerezza.
Volto in uno sterrato lungo qualche centinaio di metri e, davanti a me, si materializza la mia scelta. Il cuore mi batte forte nel petto, nelle tempie. Sento le sue pulsazioni ovunque.
Parcheggio il più vicino possibile alla grande casa di pietra, nello slargo sul retro. È chiamata La Baita di Mare, nome curioso. Questa contraddizione, letta nell'annuncio di vendita, mi ha attirata subito. Neanche la vecchia proprietaria sa perché è stata battezzata così. Forse per la sua solitudine o per il tipo di edificio.
Spengo il motore dell'auto e resto ferma, intenta ad osservare.
La struttura, come da descrizione, ha due piani per un totale di quattrocento metri quadrati. Dalla mia posizione, posso solo esaminare il muro posteriore e passare in rassegna le quattro finestre per piano, simmetriche. Sono piccole, con scuri marroni malmessi e chiusi. Intorno a me solo erba verde, fiori selvatici gialli e massi.
Quando il sapore salmastro riempie le mie narici, inizio a respirare a polmoni pieni, avidamente. Lascio tempo a me stessa per assimilare la mia decisione, il mio presente, per poi scendere risoluta con un nodo allo stomaco.
Sulla sinistra della casa, una stradina di terra battuta costeggia le mura e promette di accompagnarmi sulla facciata che ormai mi aspetta. Muovo i primi passi, avida di particolari. Anche sul fianco ci sono finestre sciupate, ma più grandi. L'abbandono del luogo è palpabile.
La baita ha un piazzale enorme, al cospetto dell'imponente portone d'ingresso, e una terrazza in legno con tettoia che si affaccia sulla baia appena sotto. Il candore della sabbia si scontra con la profondità del mare. Sembra di potersi tuffare direttamente da lì.
Anche se non è una sorpresa, rimango a bocca aperta. Lo spettacolo è mozzafiato, sopra ogni mia aspettativa.
Ho sempre creduto inoltre, che il mare mi assomigliasse. Sa essere calmo e impetuoso, altruista e avido, portandoti con lui nelle risacche ingestibili e prepotenti. Materia in movimento che non si dà pace.
Dal piazzale si sente solo il rumore delle onde che si scontrano con gli scogli, per scappare subito via da loro, infrante. Le stesse si riversano invece dolcemente, sulla spiaggia bianca che luccica e abbaglia.
Sono ipnotizzata. Il mio corpo si blocca. Solo i miei occhi azzurri scattano da un punto all'altro. La soddisfazione che provo è il dono più bello che potessi permettermi.
Non so quanto tempo sia passato quando una voce dentro di me mi richiama pretendendo che torni nel mondo reale. Sbuffo per l'interruzione ma la curiosità di vedere l'interno dell'edificio mi conquista all'istante.
Ricordando la miseria che ho pagato la baita e avendo esaminato le foto ricevute per e-mail, so che non devo aspettarmi altro che un ammasso di vecchia mobilia e pareti da ritinteggiare. Ma non è importante. L'ho agognata ed è la possibilità concessami da mia nonna con il suo lascito di soldi, prima di abbandonarmi per sempre.
Prendo la chiave grande dalla tasca dei jeans e, con la mano che mi trema per l'emozione, apro a fatica la porta dalle assi di legno deformate. Un tanfo di muffa mi invade all'istante coprendo il profumo del mare e delle ginestre vicine. È giunto il momento di fare i conti con la realtà.
Prima di partire, non ho lasciato niente al caso, e mi sono assicurata di farmi allacciare acqua, luce e gas. Data quindi l'oscurità, tasto alla ricerca di un interruttore. Trovo il generale subito, accanto a me, e lo faccio scattare. Si accende solo una lampadina, evidentemente troppo piccola. No, non ho assolutamente intenzione di lamentarmi. Anzi, ringrazio che il bagliore mi permetta di avanzare senza inciampare o sbattere contro qualcosa mentre mi dirigo, a naso chiuso, verso le altre due finestre che intravedo. Le spalanco frettolosamente, bisognosa di ossigeno.
I raggi del sole penetrano prepotentemente all'interno e illuminano il grande locale malmesso. Mi rendo subito conto che l'unica cosa a non avere bisogno di interventi, è lo splendido pavimento in cotto. Il resto è un vero disastro.
Questa è la sala che dovrebbe accogliere i tavoli del ristorante, attualmente ammatassati in malo modo in un unico angolo in fondo, vicino al lungo bancone bar. Appoggiate ad essi, pile di sedie buttate a casaccio. Sento un nodo alla gola ma lo eludo dandomi da fare. Ho ancora molto da scoprire, ripeto a me stessa.
Nel vuoto che mi circonda, i miei passi rimbombano muovendomi a sinistra, verso una porta saloon in laminato bianco. Dentro trovo solo penombra e ancora cattivo odore. Trattengo il respiro ma non mi scoraggio. Ero preparata. Porterò avanti il mio sogno.
Apro velocemente le finestre, quella che dà sul piazzale principale e quella laterale, più grande. Mi trovo nella vecchia cucina. È lercia e un brivido di disgusto mi percorre la schiena. Non mi sorprenderebbe affatto di trovarci una famiglia di ratti. O una colonia.
Tiro fuori tutto il raziocinio che mi appartiene ed esamino con attenzione ogni oggetto al suo interno. Ho lavorato in una tavola calda e conosco ogni singolo macchinario. La mia mente selettiva decide da subito ciò che raggiungerà velocemente la discarica e quello che invece sarà utile e rimarrà con me. Nell'ispezione frettolosa, mi reputo fortunata notando che la maggior parte dei pezzi sono in acciaio inossidabile come la Asl richiede. Guardo il forno, i fuochi, il grande acquaio, il piano da lavoro con sotto ante scorrevoli che nascondono ripiani, i pensili, il famigerato frigorifero, la lavastoviglie, l'affettatrice ed infine un grande armadio che trabocca di cocci misti. Mentre spero che almeno qualcosa sia funzionante, penso già a quanto acido mi servirà per rendergli vita nuova. Esco da lì bloccando con un pentolone e un vecchio frullatore la porta pesante, in modo che circoli aria.
Le mie gambe attraversano in lungo la sala facendola rimbombare ancora per ogni singolo movimento, e si dirigono sull'ala destra, dove ci sono altre due stanze da scoprire.
Apro quella più vicina all'ingresso e mi ritrovo dentro a un piccolo vano con una scrivania e due sedie. Una libreria è appoggiata al muro. Come ho fatto ovunque, apro e respiro. Si vede il mare e guardandolo i nervi e i polmoni si distendono. Al momento, l'immensa distesa blu, è la mia unica complice. La mia salvezza. Mi guardo intorno, con la luce che ha invaso ogni angolo e mi accorgo che ci sono scartoffie sparse. Ne prendo in mano un paio capendo solo allora che mi ritrovo nel vecchio ufficio.
Esco con un ghigno stampato sulle labbra e raggiungo l'ultima stanza. Come mi aspettavo trovo un disimpegno con lavello che affaccia su due piccoli bagni. Una volta doveva essere tutto di ceramica bianca. Adesso è puzzolente e incrostato di giallo. Spalanco vetri e sporti per poi scappare letteralmente verso il piazzale.
Ho il fiato corto come se avessi fatto una corsa di almeno un chilometro a causa dell'aria viziata che sono stata costretta a respirare.
Lascio passare qualche minuto prima di decidermi a salire al piano di sopra. Per accedervi, ci sono delle scale esterne che salgono lungo il fianco, in corrispondenza della cucina. Serve una seconda chiave, più piccola.
Ho deciso che farò in fretta per poter tornare a godere del paesaggio e lasciare che la mia mente tiri le somme su ciò che mi aspetta nel prossimo futuro.
L'uscio aperto filtra luce a sufficienza per scorgere il lungo corridoio di fronte a me.
Raggiungo la finestra in fondo lasciandomi da entrambi i lati quattro porte. Solo dopo una boccata d'aria mi permetto di iniziare ad aprirle. Sono otto camere da letto e ognuna ha il suo piccolo bagno con doccia. Nelle fotografie non avevo notato questo particolare e ne rimango entusiasta. Naturalmente le condizioni in cui riversano non sono civilmente accettabili, ma è già qualcosa.
Godo poi al pensiero che metà di questo piano, diventerà il mio appartamento. La mia prima casa sicura. Il mio nido. La mia fortezza.
Torno fuori e vado a passo svelto verso la veranda. I miei piedi fanno scricchiolare alcune assi del pavimento. Afferro una panca di legno senza schienale e la posiziono in direzione della baia. Prendo una sigaretta dalla tasca sperando che la nicotina e il panorama, riescano a frenare i pensieri che corrono troppo veloci nella mia mente. Se avessi una bacchetta magica, non avrei bisogno di temporeggiare un secondo di più. So perfettamente come voglio che diventi questo luogo. Lo immagino in ogni suo più piccolo particolare. Tutto sarà bellissimo. E a modo mio.
Mi trattengo assorta fino all'ora di pranzo, per poi cedere ai miei impegni.
Ho vari appuntamenti e prima voglio mangiare qualcosa.

Il paese più vicino si trova a venti minuti di auto, su una collinetta lontano dal mare. Imposto ancora il navigatore, inserendo il nome dell'albergo dove ho prenotato. Immaginavo di non poter passare la notte in quelle stanze senza avere dato via ai lavori.
Passo vicino a case curate ricche di fiori, un piccolo emporio, una macelleria, una merceria e ad altri negozi che contrastano con i grandi centri commerciali e store all'avanguardia della città. Qui tutto sembra diverso. Una realtà parallela.
Rallento e scorgo finalmente l'insegna Da Massimo. Non ho problemi a trovare parcheggio. Una novità. Afferro la valigia e mi inoltro nella umile pensione.
“Buongiorno.”
“Buongiorno a lei” mi risponde un signore di mezz'età, impegnato dietro al banco della reception. “Desidera?”
“Ho prenotato una camera per un paio di settimane, a nome Anita Martini.”
“Ma certo, benvenuta ragazza della baita” esulta.
Rimango interdetta. Io non l'ho mai visto prima ma lui sa perfettamente chi sono. O almeno, cosa ho comprato.
Sembra leggermi nel pensiero. “Non devi sorprenderti sai. In un posto come questo, tutti sanno tutto... ah e scusami se ti sto dando del tu, ma sembri davvero giovane.”
“Non le hanno ancora rivelato la mia età?” Sorrido inacidita. Non mi piace. Io preferisco farmi gli affari miei ed essere lasciata in pace.
“Ventiquattro anni e sei di...”
“Ok. Adesso basta per favore.” L'uomo ha il mio documento in mano e lo sta leggendo ad alta voce.
“Si limiti a fare la registrazione, magari cercando di non dare gli estremi del mio documento a chiunque. Grazie.”
So che non dovrei essere scortese. Contrasta con il mio desiderio di lavorare al pubblico ma, evidentemente, il mio carattere prevale sul buonsenso.
Lui si ammutolisce avvertendo il mio fastidio. Sperava forse di fare due chiacchiere ma gli ho tappato la bocca. Peggio per lui. Non si deve impicciare dei miei dati personali.
“Prego, la chiave della camera ventiquattro. Primo piano a destra.” Adesso la sua espressione è fredda.
Me la passa insieme alla patente. L'afferro velocemente e, solo per educazione, ringrazio.
Salgo chiudendomi la porta alle spalle. La camera è accogliente e pulita. L'ambiente è intimo e il bagno, se pur piccolo, è decoroso.
Decido di farmi una doccia veloce per eliminare la stanchezza del viaggio e il cattivo odore che ancora mi sento addosso, dentro, ovunque.
Lascio i capelli mori, lunghi e ricci, bagnati. Mi vesto e scendo di nuovo. Ho fame.
Cerco con lo sguardo quello che deve essere il proprietario dell'albergo e, con voce più calma, lo chiamo.
“Sono la ragazza della baita in mondo straniero, può dirmi dove posso mangiare un panino?”. Sono sarcastica ma non più nervosa e lui sembra rallegrarsi. Può rendersi utile dando sfogo alla sua parlantina e alla sua curiosità.
“Certamente. Duecento metri a destra, su questa strada. I prodotti che servono sono tipici del luogo e freschi. Glielo consiglio...”
“Grazie uomo della reception o forse Massimo?” Esco sorridendo prima che possa aggiungere altro.
Spero di essere stata abbastanza garbata.
Passeggio sul marciapiede guardandomi intorno. La vita sembra scorra al rallentatore. Le macchine sulla carreggiata sono poche, come le persone che incontro. Molti negozi, data l'ora, hanno i bandoni abbassati.
Raggiungo una trattoria-paninoteca-bar. Un locale ibrido ma carino. Deve essere questo il posto. Entro e una ragazza, forse della mia età, mi dice che posso accomodarmi dove preferisco. Lei mi raggiungerà subito con il menù. Ci sono circa dieci tavoli con tovaglie di cotone bianco e tovaglioli coordinati. Tre sono occupati da coppie. Scelgo di sedermi vicino alla finestra, lontano da loro.
“Eccomi, buongiorno, cosa desidera?”
“Se possibile un primo.”
“Certamente!” Sembra euforica, forse troppo.
“Allora prenderei uno spaghetto gamberetti con zucchine e una bottiglia di acqua naturale, grazie.”
Senza scrivere niente corre letteralmente in cucina.
Pochi secondi dopo mi porta da bere, seguita da un ragazzino smilzo in abiti da cucina che, guardandomi incuriosito e insistentemente, sparecchia i tavoli accanto. Distolgo lo sguardo fingendo di non essermene accorta.
Purtroppo, come da copione, con la cameriera arriviamo subito alla resa dei conti. Stavo aspettando.
“Posso permettermi una domanda?” mi chiede mentre stappa la bottiglia. “Lei è la ragazza del baita vero?”
Devo averlo scritto in fronte, è ovvio. Mi prometto di non rispondere male e di essere il più gentile possibile. Qui tutti potrebbero essere potenziali clienti, aiutanti e soprattutto distruggermi con un passa parola negativo. Odio trattenere l'istinto di alzarmi e andarmene.
“Si, sono io. Ho capito che mi stavate aspettando...” le sorrido arcigna e a denti stretti.
“Posso darti del tu?” Non aspetta risposta ma prosegue. “Tutti sanno che la signora Mariapia ha finalmente venduto la proprietà ad una ragazza di fuori. Non vedevamo l'ora che arrivassi.” Arrossisce.
“Si, me ne sono accorta.”
“Siamo felici di averti qui e spero tanto che tu possa rendere merito alla baita. Anni fa, era meravigliosa.”
“Spero di non deludere nessuno.” Il mio tono è più tranquillo e devo abituarmi a mantenerlo.
“Sono sicura che non lo farai! Comunque piacere, mi chiamo Marcella.”
Felice che stia riponendo in me la sua fiducia, cosa che non do mai per scontata, le sorrido.
“Piacere, Anita.”
Sento che qualcuno la chiama e lei si allontana per portarmi il mio piatto.
“Ti lascio mangiare in pace. Se hai bisogno chiamami pure.”
“Sei gentile.” È la verità ma non ci sono abituata.
Quando ho finito, mi alzo per andare a prendere il caffè al banco.
“Te lo avrei portato al tavolo!” mi dice interdetta Marcella, come se avesse mancato in qualcosa.
“Mi piace prenderlo in piedi, tranquilla. Poi mi serve il conto. Devo andare.”
Quando tiro fuori i soldi mi sento in dovere di dirle che era tutto perfetto.
“Grazie Anita. A presto allora.”
Mentre torno verso l'auto con la sigaretta in bocca, mi rendo conto che qui posso finalmente rilassarmi. Anzi, devo farlo. Non posso continuare a stare sull' attenti ogni secondo e mostrare il mio caratteraccio. Oltre a lavorare sul ristorante e al piano superiore della baita, è necessario lavorare ancora molto su di me.
Getto il mozzicone a terra e mi accendo un'altra sigaretta. Dopo il caffè, minimo sono due.

Salgo in macchina per raggiungere il cantiere dell'impresa edile Costruzioni Poli. Mi stanno aspettando. Da oggi saranno loro a lavorare al mio fianco.
Mi fermo davanti al cancello. Scendo, premurosa di iniziare. Mentre vado verso gli uffici ho una decina di occhi puntati su di me ma li ignoro.
Un uomo massiccio sulla quarantina, dai capelli scuri, abbronzato e polveroso, mi raggiunge prima che tocchi la porta.
“Anita Martini?”
“Si, lei deve essere il Signor Poli.”
“Chiamami Giacomo e diamoci del tu, per favore” dice con espressione solare.
“Alla condizione che lei non mi appelli come la ragazza della baita.”
Con la sua risata forte e sincera, mi prende alla sprovvista. Sorrido anche io.
Ce la sto mettendo tutta per essere priva di pregiudizi e cortese. E sembra che ridere, non sia così male.
“Vieni dentro l'ufficio, il geometra ci sta aspettando.” Con fare da galantuomo di altri tempi, mi tiene aperta la porta per farmi entrare.
Mentre ci scambiamo i saluti, Giacomo mi indica una sedia davanti ad una grande scrivania. Prendiamo tutti posto.
Simone Ganci, il geometra appunto, avrà una sessantina di anni. Ha un portamento elegante e indossa un completo blu con camicia azzurra. I suoi capelli bianchi, scozzano dagli occhi scuri.
Tira fuori le carte, ed io mi agito. Sono irrequieta.
“Ha fatto il sopralluogo?”
“Si, stamattina e sono perfettamente consapevole che c'è molto da fare, ma una cosa mi preme più delle altre.” Metto un dito sulla carta catastale indicando il piano superiore dell'edificio.
“Vorrei sapere quale di questi muri è portante.”
Sembra che abbia attirato la sua attenzione. Alza lo sguardo e mi fissa. Tengo i miei occhi dentro i suoi. Forse si aspettava di trovarsi davanti una mocciosa ereditiera senza cervello, ma cambierà idea velocemente.
Giacomo si sente di interrompere il momento di tensione, girando verso di sé la carta.
“Dovrebbero essere questi, vero Simone?” Abbassiamo contemporaneamente lo sguardo, seguendo l'indice puntato.
“Si” conferma lui con tono di sufficienza.
Sono felice, era quello che speravo. Le mura corrispondono a quelle del piano inferiore. Mi verrebbe da esultare ma mantengo un comportamento serioso.
“Perfetto, voglio togliere delle pareti senza toccare queste. Spero quindi che il lavoro sia meno oneroso e più veloce” dico determinata.
Il geometra, rimasto interdetto dalle mie parole, mi porge un foglio bianco ed un lapis, quasi volesse sfidarmi.
“Può scarabocchiare le modifiche?” È insolente.
Giacomo segue in silenzio ma non avverto in lui l'antipatia che mi suscita l'altro.
Faccio un rettangolo, stando attenta alle proporzioni del piano di sopra. Me la cavo nel disegno.
Faccio la porta e il lungo corridoio che arriva alla parete opposta dove si affaccia la grande finestra. Poi le otto camere.
Mi sento osservata ma, mentre prendo la parola, non alzo il capo.
“Questa è la situazione in cui si trova adesso e i due muri portanti sono quelli tra le prime due stanze, di destra e di sinistra e le ultime due stanze.” Faccio un paio di righe, ripassandole più volte.
Poi proseguo. Si avverte la loro curiosità. “Bene, queste ultime quattro camere diventeranno un unico appartamento dal quale si accederà tramite una porta ricavata dal corridoio attuale. Le pareti che si frappongono tra gli ultimi due vani, vanno demolite.”
Solo a quel punto alzo lo sguardo.
Ganci, con strafottenza, si gira verso il proprietario dell'impresa edile. “Giacomo, dovrebbe essere fattibile. Bisogna capire cosa la signorina Martini intende farci però. Devo sapere che tubazioni vanno portate al piano.”
“La Signorina Martini ha bisogno di un altro foglio se possibile” dico ironica, facendo trapelare la mia insofferenza crescente nei suoi confronti.
Me lo porge e, a quel punto, libero la mia creatività. “Entrando nella prima stanza a sinistra che affaccia sul retro, rimarrà solo un grande bagno con lavanderia e cabina armadio. In quella di fronte una camera matrimoniale, come adesso. Ogni vano con la sua attuale porta. Il resto deve sparire. Voglio, nello spazio aperto ottenuto dalle demolizioni, una piccola cucina a vista sul soggiorno. L'open-space avrà quindi tre finestre. La grande laterale della baita, una sul retro e una che guarda il mare.” Tiro un respiro avendo pronunciato tutto d'un fiato.
Prima che il geometra possa parlare, interviene Giacomo.
“Mi piace, bell'idea. È semplice ma rende giustizia a quel posto.”
“Manca il gas per la cucina a vista...” Pronuncia Ganci con una smorfia. Ha la classica faccia da schiaffi.
Giacomo mi precede, intuendo che lo avrei attaccato. “Non dovrebbe essere un problema. Il bancone bar è appena sotto. Possiamo far passare la tubazione in verticale per poi spostarla in corrispondenza del nuovo appartamento. Gli scarichi e l'acqua, invece, sono ovunque.”
“Bene allora” dico fissando il geometra e alzandomi. “Spero non ci siano intoppi burocratici.” Dal tono della mia voce lo sto praticamente minacciando.
Lui ripone le carte congedandosi stizzito. Spero di non doverlo rivedere.
Quando rimango sola con il titolare, tiro un sospiro di sollievo. È dura trattenermi al cospetto di persone indisponenti e cafone come mister completo blu.
“Poli, anzi, scusa, Giacomo, iniziamo domattina come d'accordi?” Cerco di essere gentile con lui, nonostante la rabbia che sento scombussolare il petto.
“Certo. Io e la squadra siamo pronti” mi sorride facendomi l'occhiolino.
“Elettricista e idraulico compresi, vero?”
“Si, come detto al telefono ristrutturiamo o costruiamo dalla A alla Z.”
“E' per questo che vi ho scelto. A presto allora. Adesso devo raggiungere il tecnico per gli elettrodomestici industriali. Incrocia le dita per me.”
“Lo sto già facendo da quando so che saresti arrivata. Non vedo l'ora di venire a mangiare alla baita.” I suoi occhi sono sinceri. Mi piace.
“Grazie per il momento, a domani.” E mi allontano sorridendogli, come devo fare con le persone gentili.
Mi presento dal tecnico fissando lavoro e orario per la mattina seguente anche con questo ragazzo. Al contrario del costruttore, lui è basso, magrissimo. Avrà una ventina d'anni. Ed ha più capelli che chili. Se non sbaglio si dovrebbe chiamare Bruno. Mi è stato raccomandato e non posso fare altro che fidarmi.
L'incontro è veloce e mi permette di avere ancora qualche ora a disposizione.
È metà pomeriggio e proseguo quindi per l'emporio del paese, Il Bazar di Rosa. Devo comprare il necessario per iniziare.
Mi inoltro in quello che sembra un negozio di altri tempi. Piccolo ma non troppo, con una varietà di articoli che spaziano dalle viti alle lampadine, al mangime per animali alle piante, ai casalinghi ai prodotti per l'igiene.
Dietro il banco c'è una donna con una collana troppo pesante, d'oro. L'incisione riporta il suo nome. Rosa, appunto. Avrà cinquant'anni. Ha il carnato scuro e capelli biondi, raccolti in una lunga treccia. È formosa ma non eccessiva.
Appena mi vede entrare, inizia a battere le mani tra sé e, quasi saltellando, la sento chiamare qualcuno.
“Mario, Mario, vieni! È arrivata la ragazza della baita!” Dalla somiglianza deve essere suo figlio.
Il giovanissimo malcapitato arrossisce per i modi della madre mentre io mi sigillo la bocca per non rispondere male. Questo posto mi servirà spesso. Non credo ce ne siano altri con merce simile qui.
“Buongiorno signora. Sono Anita.” Meglio concederle il mio nome che essere chiamata per appellativo.
“Buongiorno a te carissima. Ben arrivata. Tutti ti stavamo aspettando.” È gioconda.
“Si, me lo hanno detto.”
“Ma fatti guardare” mi dice mentre scivola via da dietro il banco e mi raggiunge. La libertà e la confidenza che si sta prendendo non le sono state concesse, ma sembra fregarsene.
“Sei molto più bella di quello che mi hanno appena raccontato. I tuoi capelli ricci, i tuoi occhi azzurrissimi e il tuo fisico da modella... Oh, beata gioventù. Farai una strage di cuori, questo è certo.”
L'avevano avvertita del mio arrivo ma, quello che mi lascia allibita, sono i pettegolezzi sul mio aspetto fisico. Devo trattenermi dallo scappare via. Inoltre tutto voglio tranne fare una strage. Di qualsiasi genere.
“Grazie” grugnisco.
Spero che tutta questa mia gentilezza non mi costerà cara. Sto lottando contro la mia vera essenza. Cercherò di evitare attacchi isterici dato che non è molto che mi sono lasciata alle spalle quelli di panico. Dopotutto sono abituata a dover fingere. La vita me lo ha insegnato e sono bravissima.
Mentre lei continua a fissarmi e il ragazzino tiene lo sguardo a terra non volendosi allontanare disubbidendo alla madre, le dico che ho bisogno di alcuni prodotti.
“Può aiutarmi?”
“Certamente, altrimenti perché sarei qui” e ride con la sua vocina stridula.
“Vorrei guanti, spugne, stracci, bruschini e stagne di acido. Parecchio acido. Ah, se li ha anche un paio di secchi.”
“Mario!” urla facendomi vibrare il timpano. “Vieni qui e aiuta la nostra nuova amica.” Amica...
Carichiamo l'intero portabagagli della macchina e ringraziando metto in moto. Spalanco i finestrini e agguanto immediatamente una sigaretta. Mi devo riprendere dallo shock che una donna troppo esuberante mi ha procurato. La stessa che adesso starà già telefonando per raccontare di avermi vista in carne ed ossa e dare le mie misure all'interlocutore di turno.
Prendo la strada per tornare in albergo pensando a quanto le cose siano diverse. Io, Anita Martini, che non si è mai persa in chiacchiere e ha dovuto sempre stringere i denti per arrivare al tramonto, sono adesso in un luogo sperduto, fatto di persone che non mi conoscono ma che sanno il mio nome. Un piccolo paese che non aspetta altro di vedere cosa sarò in grado di fare con la loro baita.
La vita mi sta dando una seconda possibilità e non intendo buttarla via. Ci riuscirò. Ce la metterò tutta.
Prima di salire in camera e affrontare quello che credo chiamarsi Massimo, fumo ancora.
Prendo la chiave dal bancone della reception salutandolo.
“Buonasera Anita, spero la giornata sia andata bene. Vuoi un consiglio su dove andare a cena?”
Cazzo, la cena! Rimarrò digiuna.
“No grazie, penso che non uscirò.”
“Ma noi purtroppo non abbiamo niente da mangiare” afferma demoralizzato.
“Lo so, ma non fa niente. Preferisco risposare. A domani.”
Buttandomi sul letto a pancia in su, fisso il soffitto. Non noto le increspature dell'intonaco perché la mia mente mi sta mostrando il mare. Sento il suo rumore, il suo profumo e mi gongolo all'idea che presto sarà mio. I pensieri volano sulla natura e raggiungono l'edificio. Poi scorrono i fogli del geometra soffermandosi sui lavori in programma, per finire alla famigerata e lontana festa di inaugurazione. Il tempo così trascorre senza che me ne renda conto.
I rintocchi forti alla porta mi fanno sobbalzare in piedi. Mi metto in stato di allerta come sono sempre stata abituata a fare. Un brivido mi percorre la schiena. Il fiato è corto. Sono sulla difensiva pronta ad attaccare.
Un attimo dopo, percepito come un secolo, sento la voce del proprietario. Mi do della stupida e cerco di ricompormi tornando in me. Metto la famosa maschera da ragazza normale andando ad aprire. Lo trovo sulla soglia, con una busta di carta in mano.
“Mi dispiace averti disturbata.” Il tono della sua voce è mortificato. Deve avermi vista stravolta a prescindere dai miei tentativi.
“Niente affatto, ero solo impegnata” mento cercando di non far trapelare il mio vero stato d'animo. Paura. Terrore. Ricordi.
“Io e Marcella, la cameriera de il Girello, ci siamo permessi di portarti la cena.”
Rimango a bocca aperta. Una gentilezza che non mi sarei mai aspettata. Devo avere un'espressione ebete.
“Non so cosa dire...” Rimango un attimo in silenzio. “Beh, grazie, quanto vi devo?”
“Assolutamente niente! Consideralo un piccolo pensiero di benvenuto. Ma prendilo prima che si freddi tutto.” Mi porge il pacco, finalmente sorridendo per aver portato a termine la missione.
“Grazie ancora e ringrazia Marcella. Non lo dimenticherò” gli dico gentilmente.
Guardo la busta e ancora lui. “Una curiosità uomo della reception. Ti chiami Massimo, vero?”
Annuisce e scompare dietro l'angolo, felice.
Forse al mondo esistono ancora persone altruiste e genuine. Devo solo imparare a fidarmi.

Piccarda Morganti
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