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Autore: Lara Tonello
Titolo: Una carezza dal cielo
Genere Romanzo
Lettori 176
Una carezza dal cielo

Tratto da una storia vera.
I nomi ed alcuni dettagli dei personaggi sono stati modificati per tutelare la loro Privacy.

Alcune storie ci scelgono, per essere scritte.

Dedicato ad Emanuele ed Ines per avermi
dimostrato che l'amore non conosce confini.

La ragazza del caminetto

Dobbiamo essere grati alle persone che ci rendono felici, sono gli affascinanti giar-dinieri che rendono le anime un fiore.
Marcel Proust

Una brezza tagliente scuoteva le foglie ingiallite degli alberi di acero e betulla nel vialetto che conduceva fuori dalla scuola. Luna camminava lentamente verso il cancello d'uscita mentre André le parlava senza sosta delle svariate applicazioni dell'algebra nella vita quotidiana.
Lei non era minimamente interessata, ma lo lasciava prose-guire col suo appassionato discorso. A breve avrebbero preso le bici e si sarebbero diretti verso casa. Erano cresciuti insieme, André aveva un anno più di lei ed avevano giocato assieme sin da bambini come due fratelli. Avevano scelto la stessa scuola ed assieme ogni mattina inforcavano le bici e percorrevano quei sei chilometri che li separavano dall'Istituto superiore. Con che po-co entusiasmo li facevano ora, con la consapevolezza di avere davanti tutto un gelido e lungo inverno. Arrivati al piccolo de-posito delle bici, André stava ancora parlando, mentre Luna era intenta a togliere il lucchetto dalla bici, quando una voce fami-liare interruppe la loro conversazione.
“Ciao Luna! Ti ricordi di stasera vero? Ricordati la maglia rossa e nera a maniche lunghe! Ore 20:00 per il riscaldamento, puntuale mi raccomando altrimenti Giò ti fa rullare! E non di-menticarti che poi andremo tutti a casa mia!”
Davanti a lei, sorridente e radiosa, Aurora, la sua migliore amica. Sempre bellissima e perfetta, aveva quel modo di fare femminile e dolce, quella delicatezza, quella pacatezza che Luna guardava sempre con ammirazione. Era in qualche modo il suo opposto. Luna era alta, con lunghi boccoli castano scuro sempre raccolti in una coda alta, vispi occhi castani con venature verdi appena percettibili. Aurora, invece, era stupenda. Frequentava il liceo accanto alla scuola di Luna ed era indubbiamente tra le ra-gazze più belle ed ambite dell'Istituto. Alta, occhi verdi, dai lunghi e liscissimi capelli biondi con riflessi più chiari che ri-cordavano l'effetto del sole e del mare. Un sacco di ragazzi le ronzavano attorno, ma lei nella sua semplicità nemmeno se ne accorgeva. Si erano conosciute alle medie, quando Luna era en-trata a far parte della squadra di pallavolo della scuola. Da quel momento, erano diventate inseparabili.
“Ciao Aurora! Si, certo! Sarò puntuale! A stasera!”
Aurora era un palleggiatore, mentre Luna era un centrale. Li-liana e Giorgia giocavano in banda, Ariel in opposto, Federica era il libero. Altre 6 ragazze, altrettanto brave e simpatiche si contendevano di partita in partita questi ruoli. Erano una squa-dra fantastica, si volevano un bene dell'anima, si aiutavano e si supportavano l'un l'altra. Certo, lottavano tra di loro per il posto da titolari, ma finita la partita, si facevano una doccia, si trucca-vano in spogliatoio chiacchierando di ogni genere di cosa ed uscivano per passare la serata tutte insieme. Quell'unione, l'amicizia e la bravura di Giorgio che le guidava le faceva stare anno dopo anno in vetta al campionato, era la loro marcia in più. Era sabato e quella sera alle ventuno ci sarebbe stata la partita con le seconde in classifica, rivali da sempre delle ragazze, sem-pre a qualche punto da loro e pronte ad approfittare di ogni mi-nimo cedimento. Dopo la gara si sarebbero recate tutte da Auro-ra che aveva preparato una piccola festa per il suo compleanno.
Ora Luna era in sella alla sua bici, diretta verso casa. Le pia-ceva correre in bici, ma con il freddo di novembre era arrivato anche il vento tagliente che detestava: le sfiorava il viso, le fi-schiava con forza nelle orecchie e riusciva ad insinuarsi fino alla schiena malgrado il cappotto a collo alto che indossava. Quel gelo entrava comunque. Poco male, a breve sarebbe stata a casa ed avrebbe messo finalmente qualcosa sotto ai denti. Luna ave-va sempre una gran fame. Arrivata a casa appoggiò la sua mountain bike in garage e salì di corsa le poche scale verso il suo appartamento. Aprì la porta e si diresse in cucina per prepa-rarsi qualcosa da mangiare. Abitava da sola con Duccio da or-mai tre anni, lui lavorava a turni per riuscire ad arrivare alla tan-to desiderata pensione. Prima abitava con loro anche la sorella Zoe di sette anni più grande, ma poco più che ventenne, si era innamorata di Loris e qualche mese dopo si erano resi conto di aspettare un bambino. Loris si comportò come un uomo d'altri tempi, si presentò da Duccio e chiese la mano di sua figlia. Duc-cio, felice, acconsentì. I due si sposarono ed arrivò presto Jessica, l'amata prima nipotina di Luna. Appena i loro occhi s'incrociarono in quella sala d'ospedale Luna, appena quattor-dicenne, sentì cambiare qualcosa in lei, provò un amore imme-diato per quella piccola creatura che la stava guardando con grandi occhi spalancati e che le stringeva un dito con quella pic-cola e morbida manina. Abitavano ora in quell'appartamento so-lo Luna e Duccio, lei aveva imparato fin da piccola a cucinare, le riusciva abbastanza bene. Affamata, mise a bollire una pentola con dell'acqua per la pasta, mentre preparava del radicchio e dello speck a listarelle per il sugo. Avrebbe cucinato delle ta-gliatelle, più veloci e gustose, aveva troppa fame per aspettare che si cuocesse della pasta tradizionale. Dopo pranzo avrebbe dato una sistemata alla cucina e si sarebbe messa a studiare fino all'ora del ritrovo per la partita. Arrivò l'ora e Luna, col suo bor-sone in spalla, si trovava davanti alla porta della palestra alle 20:04.
“Ciao Luna, sono le 20.04, sai cosa significa vero?”
“Ciao Giò, sì so cosa significa...significa quattro rullate, una per ogni minuto di ritardo!”
“No, ti sbagli. Significa otto rullate, perché questo non è un allenamento, è una partita. Vale doppio.”
“Mah...”
“Se vuoi disquisire, saranno dodici. Datti una mossa ad entra-re in spogliatoio, il tempo che perdi ora con me sarà conteggiato come ulteriore ritardo!”
Le ragazze entrarono in palestra, unite e sorridenti come sempre, decise a vincere. Luna abbracciò Aurora ed insieme ini-ziarono il riscaldamento. In partita andò tutto liscio come sem-pre; con uno sguardo lei ed Aurora si capivano, sapevano che attacco fare senza dirsi nemmeno una parola. La loro complicità era una forza per tutta la squadra, in campo non c'erano mai dubbi. Ariel poi, aveva un braccio forte ed un gioco imprevedi-bile. In difesa Liliana non lasciava cadere nessun pallone. La partita finì e le ragazze rientrarono negli spogliatoi festose per la vittoria spuntata per qualche punto. Una doccia veloce e poi di corsa a casa. Poche centinaia di metri separavano la palestra da casa. Luna appoggiò il borsone in camera sua e scese da Aurora che la attendeva giù in auto assieme ad altre ragazze più grandi. Salì in auto e si avviarono tutte verso la festa. Luna non era mol-to interessata ai ragazzi. La sua principale gioia era giocare a pallavolo. In campo liberava completamente la mente da ogni altro pensiero, si sentiva libera da ogni peso da ogni problema: era felice. Poteva sfogare le sue emozioni colpendo sempre più forte quella palla. Aveva scoperto che vincere le piaceva e stare con le sue amiche la faceva sentire davvero bene. Amava stare tra la gente, condividere. Ora però, era tempo di festeggiare Au-rora, quel giorno compiva 17 anni, era più grande di Luna di un anno. La famiglia di Aurora era meravigliosa, i suoi genitori erano giovani e simpatici e suo padre era appassionato di brico-lage; aveva ricavato una taverna imperlinata con tanto di cucina e bagno per le feste al piano interrato della casa. Erano persone cordiali e buone e davano proprio quel senso di famiglia che Luna aveva sempre in cuor suo cercato. Un gruppetto di ragazzi era già davanti al cancello di Aurora, mentre il suo cagnolino bianco abbaiava e scodinzolava oltre la recinzione. Entrarono tutti assieme dal garage nell'ampia taverna, era un posto davve-ro perfetto per una festa. Una cassapanca ad angolo in legno massiccio era appoggiata al muro, accompagnata da un enorme e spesso tavolo che poteva comodamente ospitare venticinque persone. Su un altro lato, chiusa da una porta a soffietto si tro-vava una piccola cucina, con quanto bastava per cucinare o scal-dare qualcosa. Accanto alla cucina, un'altra porta immetteva nel bagno. La fine della sala era dominata da un meraviglioso cami-netto in mattoni faccia vista, circondato su tutti i lati da una se-duta sempre in mattoni. Al suo interno grossi pezzi di legno ar-devano riscaldando la sala e creando un'atmosfera rilassata ed accogliente. Erano ormai arrivati tutti. Aurora, oltre alla sua squadra aveva invitato anche i suoi compagni di scuola ed alcu-ni altri amici. C'era anche Max, il ragazzo con il quale Aurora si frequentava da qualche settimana, era appassionato di musica e faceva il Deejay saltuariamente in qualche pub della zona. Ave-va portato con sé delle luci stroboscopiche e delle casse ed in poco tempo la sala si era praticamente trasformata in una disco-teca. I ragazzi ballarono, mangiarono e cantarono tutti insieme per qualche ora. Poi, ad un tratto, quasi tutti uscirono. Le luci da discoteca erano spente e la sala era illuminata solo dalla luce fioca del fuoco acceso. Oltre la porta a soffietto semichiusa erano rimaste solo Aurora e sua madre, intente a decorare il tiramisù bianco al cocco e mandorla, che era da sempre la loro specialità.
“Ma dai Aurora non vedi che così è troppo?!”
“Ma no mamma, il cocco sopra ci vuole!”
“Beh, se poi i tuoi amici dicono che è pastoso è colpa tua!”
Luna era rimasta sola nella grande sala, seduta davanti al ca-minetto ed il suo sguardo era fisso nel tremolio di quelle fiam-me. Sentiva solo le voci della sua amica e di sua madre che bat-tibeccavano scherzosamente e ridevano oltre la porta. Sarà stata la luce dolce di quel fuoco accompagnato dal rumore sordo dei ragazzi che scherzavano in lontananza fuori dalla grande casa, ma Luna fu colta da un momento di nostalgia. Ripensò a sua madre, a com'era bello guardarla scherzare con Duccio quando lei era piccola, mentre Ines era intenta ad impastare qualche dol-ce e suo padre giocava a sporcarle il naso con la farina. Seduta sul bordo di quel caminetto, con le braccia che le cingevano le ginocchia, lacrime di nostalgia rigarono il suo viso illuminato solo dalla Luce calda del fuoco. Poco più in là, all'ingresso della grande sala, Eros la stava osservando da qualche minuto senza farsi vedere. Come sembrava diversa ora dalla ragazza spaval-da, giocosa e sicura di sé che aveva incontrato prima tra la gente. Com'era dolce, nel suo maglione beige a righe alto fino al collo, mentre osservava quelle fiamme piangendo. Chissà a che cosa stava pensando...Eros batté un colpo di tosse fasullo per farsi sentire ed entrò nella sala. Luna si girò ancor più verso il cami-netto per non farsi vedere, mentre si asciugava le guance, poi rapidamente si alzò ed accese la Luce.
“Ciao, io sono Eros. Piacere!”
Luna alzò gli occhi, chi era quel ragazzo? Non lo aveva mai visto, né tra gli amici di Aurora, né tra i compagni di classe; or-mai tra feste e tornei di pallavolo li conosceva tutti. Era alto, spalle larghe, fisico asciutto, capelli neri appena mossi pettinati con il gel ed un viso a dir poco perfetto, fronte spaziosa, labbra carnose; denti bianchissimi dritti e perfetti. Il naso era piccolo, allineato ed appena all'insù. Le sopracciglia erano folte e curate e gli occhi...erano diversi tra loro! Ma com'era possibile?! Uno era color castagna, con intense venature verdi che partivano dal centro, l'altro era azzurro, con le medesime striature verdi. Era-no davvero meravigliosi, non si poteva non notarli. Sembrava appena uscito da uno di quei poster di boy band che riempiva-no le camere delle ragazze della sua età.
“Piacere, Luna!”
“Gli altri sono tutti fuori, che ne dici se giochiamo con uno di quei giochi in scatola lì sull'angolo?”
“Ok, ma sappi che io non amo perdere” rispose prontamente Luna
I due ragazzi giocarono tutta la sera, anche quando gli altri rientrarono e ricominciarono rumorosamente a far festa. Vince-vano una partita a testa, erano sempre in perfetta parità. Nessu-no dei due voleva cedere all'altro.
“Ne ho vinta un'altra tipo!”
“Mi chiamo Eros, non tipo! E la prossima la vinco io!”
Eros era attratto da quella personalità così forte, contrapposta alla dolcezza che aveva avuto modo di notare di nascosto. Luna invece lo guardava senza troppo interesse, quel ragazzo era bel-lissimo e di certo non avrebbe mai badato a lei, persa nel suo maglione, con tutte le belle ragazze che c'erano alla festa quella sera. Poi lei non aveva tempo da perdere coi ragazzi, c'era un campionato da vincere. Però era divertente, ironico e simpatico, quindi trascorreva volentieri del tempo in sua compagnia. La serata trascorse così, ormai quasi tutti erano andati a casa, erano già passate le tre del mattino. Erano rimasti solo Max che fre-quentava Aurora, Luna che avrebbe dormito da lei quella sera ed Eros che lo stava aiutando a smontare le luci. Luna capì così che i due ragazzi erano amici. Se ne andarono anche Max ed Eros mentre Luna e Aurora andarono al piano superiore a pre-pararsi per andare a dormire. L'indomani avrebbero lavorato en-trambe come cameriere nel ristorante lì vicino. Aurora viveva in una famiglia benestante, mentre Luna faceva la cameriera per aiutare suo padre con le spese di casa. La sua amica aveva un grande cuore ed anche se non ne aveva bisogno lavorava volen-tieri con Luna, in quel modo avevano l'occasione di trascorrere dell'altro tempo insieme. Si susseguirono velocemente le setti-mane tra scuola, pallavolo, casa e quel lavoretto al ristorante che a Luna faceva un gran comodo. Era felice, a lei bastava entrare in campo per essere nel suo mondo e dimenticare ogni cosa.
Una sera dopo una partita giocata non troppo bene, le ragaz-ze decisero di andare tutte insieme in un pub li vicino. Le ampie vetrate facevano intravedere già da fuori la quantità enorme di persone ammassate all'interno, ogni tavolo era pieno di ragazzi e ragazze che si divertivano e chiacchieravano. Le ragazze entra-rono facendosi largo una ad una tra le persone stipate per arri-vare a parlare con un cameriere e chiedere un tavolo.
“Tutto pieno Signorina e la sala di sopra non è accessibile, è stata prenotata per una festa privata”
Luna a quel punto cercò a fatica di raggiungere le sue amiche per riferire loro che avrebbero dovuto cambiare locale. Nel men-tre, tra la folla, sentì il suo nome. Un ragazzo con una giacca in pelle blu la stava chiamando facendole cenno di seguirlo: quegli occhi inconfondibili le stavano chiedendo di raggiungerlo. Luna si avvicinò
“Ciao tipo! Che ci fai tu qui?”
“Non mi chiamo tipo, sono Eros! Ciao anche a te, selvaggia Luna!”
Eros si trovava sul primo gradino di un'ampia scalinata in le-gno con un cordone passamano dorato su entrambi i lati che da-va al piano superiore. Aveva preso la mano di Luna e senza dire una parola si era voltato per portarla con sé tra la folla al piano superiore.
“Ehi tipo! Noi non possiamo salire! C'è una festa privata al primo piano!”
“Sì lo so, è la nostra festa privata. Suona Max. È già sceso a chiamare Aurora e tutta la tua squadra, potete stare con noi se vi fa piacere, sarete nostre ospiti”
Luna acconsentì e lasciò che quella mano decisa e calda la guidasse al piano superiore. Non aveva idea del motivo, ma le batteva forte il cuore. Era consapevole che Eros poteva avere ogni ragazza sulla faccia della terra ed era altrettanto consapevo-le che non doveva illudersi di nulla. Le stava stringendo la ma-no solo per farle strada tra tutta quella gente, non c'era nulla di romantico in realtà in tutto ciò. Certo che quel ragazzo, i suoi oc-chi magnetici, la stretta dolce e sicura insieme della sua mano, facevano sussultare il suo cuore. Tutta la squadra salì, fecero fe-sta tutti assieme ed Eros non disse che poche parole a Luna. Era un tipo silenzioso tra la gente, aveva un modo di fare piuttosto misterioso. Arrivò il momento dei saluti. Max salutò Aurora con un bacio appassionato, poi salutò Luna con due baci sulle guan-ce. Anche Eros salutò tutti e per ultima salutò Luna con un bacio sulla guancia e l'altro appena oltre l'angolo esterno delle labbra, quasi a sfiorarle. Luna aveva sentito il cuore sobbalzare in quel momento, era sulle nuvole, ma immediatamente da ragazza ra-zionale com'era si impose di pensare che lui, forse, voleva solo baciarle la guancia e si era sporto un po' troppo. Solitamente non si faceva troppi castelli in aria, era una ragazza pratica, abi-tuata ad analizzare i fatti senza troppi voli pindarici. Fissò i bei momenti vissuti in quella serata nella sua mente, entrò in casa cercando di non fare troppo rumore per non svegliare Duccio che russava rumorosamente oltre la porta della sua camera e si mise a dormire.

Come una favola


Un giorno, dopo aver dominato i venti, le onde, le maree e la gravità, imbriglie-remo l'energia dell'amore: e per la se-conda volta nella storia del mondo, l'uomo avrà scoperto il fuoco.

Pierre Teilhard De Chardin


Scivolarono in fretta i giorni e Luna cercò di pensare il meno possibile alle labbra di Eros così vicine alle sue. Aveva ben altro a cui pensare; la spesa da fare, le lavatrici, qualcosa da cucinare per lei e Duccio ed i conti di casa da far tornare con il poco che avevano. Lei era consapevole che suo padre era sin troppo bra-vo a continuare a lavorare nelle sue condizioni ed immaginava il carico che Duccio doveva sentire sulle sue spalle. Entrambi, però, erano bravi a sminuire il peso di quella singolare vita in-sieme, battibeccando e scherzando come due ragazzini.
Lui voleva un bene dell'anima a Luna e Zoe, aveva sempre fatto tutto il possibile per loro. Era invalido, si era salvato per mezzo miracolo da una terribile malattia quando non aveva an-cora diciotto anni. Era caduto in bici marinando la scuola ed il ginocchio destro aveva preso un forte colpo, era divenuto gonfio e violaceo. Fu quindi portato in ospedale per aspirare il liquido della botta dal ginocchio. Fu anestetizzato, ma una volta inciso con il bisturi il ginocchio i medici si accorsero che c'era ben altro oltre al liquido da aspirare. Un tumore si stava rapidamente dif-fondendo nella gamba ed aveva già intaccato l'osso. Duccio aveva perso suo padre improvvisamente qualche anno prima, i medici chiamarono sua madre per informarla di quanto avevano riscontrato. Era necessario decidere immediatamente, per tenta-re di salvare il ragazzo l'unica strada era quella di amputare la gamba all'altezza della coscia e sperare che il tumore non si fos-se già diffuso oltre. Esitare nella decisione avrebbe potuto signi-ficare concedere il tempo alla malattia di raggiungere l'anca, condannando il giovane Duccio a morte certa. Sua madre, si tro-vò catapultata in una realtà che le sembrava un incubo, nella ne-cessità di prendere all'istante quella terribile decisione, da sola. Con la morte nel cuore, firmò il consenso all'operazione, che fu fatta subito. Duccio si svegliò dall'anestesia così, impreparato, sconvolto e per sempre diverso. Dalle analisi scoprirono più tardi che si trattava di un sarcoma, un tumore maligno con altis-simo tasso di mortalità, soprattutto negli anni sessanta quando la medicina in materia doveva ancora compiere grandi progres-si. Lui però era di tempra forte e sprizzava voglia di vivere da tutti i pori. Era giocoso e vivace come tutti i ragazzi della sua età, rifiutò anche la piccola pensione che gli era stata offerta: vo-leva lavorare come tutti i suoi coetanei, voleva costruire qualco-sa, voleva sentirsi semplicemente normale. Qualche anno dopo incontrò in una gita tra ragazzi disabili Ines; era bellissima. Si era avvicinato senza farsi notare per ascoltarla, mentre parlava al suo gruppetto di amici di poesia e di arte e raccontava dei colori vivaci del luogo meraviglioso dove aveva studiato e poi era riu-scita a diplomarsi: Arco di Trento. Lì le montagne a picco scivo-lano sul verde del lago. Aveva un sorriso bianchissimo e conta-gioso, lunghi capelli neri lucenti ed occhi di un verde brillante. Sembrava così sicura di sé, tanto che le persone si fermavano ad ascoltarla parlare. Duccio se ne innamorò immediatamente. Fece di tutto per farsi notare e per farla innamorare, le raccontò bar-zellette, le regalò fiori, suonò per lei la chitarra in riva al mare. Lui non era mai sicuro al cento per cento di qualcosa, era di in-dole titubante; tranne quando incontrò Ines. In quel momento capì senza ombra di dubbio che avrebbe voluto sposarla. E così fu. Trascorsero gli anni e purtroppo ora Ines non era più accanto a lui, strappata via dalla sua famiglia con la forza, da un male simile a quello che aveva quasi ucciso Duccio. Ora, in quell'appartamento erano rimasti solo Luna e suo padre; lei era consapevole di tutta la sofferenza e la fatica che egli portava nel corpo e nel cuore. Poteva quasi immaginare il suo dolore ogni volta che all'alba si infilava quella protesi sapendo che avrebbe sentito dolore ancora, sempre negli stessi punti, per lavorare in fabbrica otto ore e portare a casa i soldi per la spesa. Lei era molto orgogliosa di lui, anche se non glielo diceva mai. Duccio faceva tutto il possibile per racimolare qualcosa in più, aveva scelto di lavorare a turni per arrotondare e conviveva con la rab-bia di aver rifiutato da giovane quella piccola pensione che in-vece gli avrebbe fatto comodo. Ora non gli era più concessa a meno che egli non decidesse di abbandonare ogni altro reddito, quindi il lavoro. Ma con duecentocinquanta euro al mese ed una figlia a carico non si vive. Quindi lavorava con fatica e sofferen-za, per portare avanti ciò che restava della famiglia che aveva desiderato e costruito con Ines. A Luna piangeva il cuore quan-do lo sentiva lamentarsi di notte per i nervi del moncone che ti-ravano, sapendo che poche ore dopo avrebbe dovuto infilarsi ancora quella protesi, stringere i denti per il dolore delle piaghe da sfregamento ed andare al lavoro. Una parte di lei avrebbe vo-luto gridare al mondo che tutto questo non era giusto. Era con-sapevole di tutto e provava a sostenerlo con ogni mezzo. Servi-va al ristorante, andava in bici a scuola perché l'autobus costava troppo. C'era una borsa di studio, per ottenerla era richiesta una media dell'otto per avere gratuitamente tutti i libri di testo nuo-vi ogni anno. Luna studiava fino ad avere una media certa dell'otto, poi metteva via tutti i libri, suonava il campanello di André ed insieme tiravano un pezzo di nastro da cantiere bianco e rosso: quella era la loro rete. Giocavano a pallavolo fino a quando la luce del giorno sfumava nel rosso del tramonto, fino a quando il pallone semplicemente non si vedeva più. Suo padre era orgoglioso di lei, si vedeva dal suo sorriso soddisfatto ogni volta che Luna arrivava a casa saltellando felice con una nuova medaglia in mano. Le piaceva lo sport, da sempre. Era una gioia per Duccio vedere che sua figlia, nata da due persone con diffi-coltà motorie, non solo correva, ma vinceva gare di velocità, cor-sa ad ostacoli e salto in lungo. Lui non si perdeva una partita di pallavolo, era sempre presente sugli spalti, qualche volta faceva il tifo, qualche altra per divertirsi la prendeva in giro davanti a tutti per farla arrabbiare. Le giornate trascorrevano in quello strano equilibrio, Luna cercava di fare il possibile per tenere la casa in modo dignitoso, ma si godeva anche appieno i suoi anni di gioventù. Amava stare in mezzo alle persone.
Era trascorsa ormai una settimana dalla festa al pub e Luna era ora impegnata con la traduzione di un testo di Francese commerciale quando il simbolo di una bustina comparve sul suo telefono. Aveva ricevuto un messaggio da un numero sco-nosciuto.
“Ciao Luna! Ho avuto il tuo numero da un mio amico, tu non sai chi sono, ma in realtà sono un tuo ammiratore...”
Luna pensò immediatamente che si trattasse di uno scherzo delle sue compagne di squadra e rispose sarcastica:
“Sì certamente. Tu sei un mio ammiratore ed io sono la Mon-na Lisa. Tanti cari saluti dal Louvre.”
“Non ti sto prendendo in giro! Sono davvero un tuo ammira-tore. Ci conosciamo, tu mi chiamavi tipo...”
Il cuore di Luna sobbalzò. Non poteva essere Eros!
“Visto che mi sembra di capire che non ami gli scherzi...il mio nome è...Eros”
Luna sentì il cuore battere forte come un tamburo nel suo pet-to. Non era possibile, quel ragazzo meraviglioso non poteva cer-to essere un suo ammiratore!
Decise di rispondergli ed i due ragazzi si sentirono sempre più spesso nei giorni successivi. Quella settimana la partita del sabato era stata anticipata al venerdì; le ragazze vinsero con un po' di difficoltà e Luna uscì per ultima dallo spogliatoio. Appe-na fuori dalla porta, trovò Eros, con una rosa rossa in mano. Era sorpresa ed emozionata.
“Complimenti per la partita Luna. Questa è per te. Ti andreb-be di venire a bere qualcosa con me questa sera?”
Luna guardò con la coda dell'occhio le sue amiche poco più in là che in gruppetto le facevano l'occhiolino e segno con le mani di andare.
I due ragazzi andarono in un locale poco affollato di un paese vicino e chiacchierarono fino a notte fonda senza rendersi conto del tempo che passava.
Poi Eros accompagnò Luna sotto casa, con una carezza legge-ra le spostò i boccoli scuri dietro l'orecchio e le sussurrò piano “Sei stupenda”. Si avvicinò lentamente guardandola fisso negli occhi e la salutò con un bacio dolcissimo. Luna fece i gradini che portavano al suo appartamento a quattro a quattro per la felicità. La mattina seguente era talmente euforica che André nemmeno riusciva a stare al passo con lei in bici, nel tragitto verso la scuo-la. Entrata in classe qualche minuto prima della campanella, cer-cò subito la sua amica e compagna di banco Chiara per condivi-dere con lei la notizia e la gioia. Chiara sbadigliava ancora in un'enorme felpa nera, strofinandosi gli occhi mentre l'amica concitata le raccontava la serata.
“Piano Luna, stop, stop! È mattina, non ho bevuto il caffè e non ho capito un bel niente! Ma come fai ad essere così iperatti-va alle sette e cinquantacinque del mattino? Riparti da capo per cortesia che ho anche sonno...chi è questo? Da dove arriva?”
Luna raccontò tutto all'amica nei pochi minuti che precede-vano la lezione di economia aziendale. Poi il professore entrò in classe e con una lentezza infinita iniziò a spiegare: la lezione era cominciata. Già la materia non la faceva impazzire, poi, distratta com'era dalle tante emozioni non ascoltò una sola parola, men-tre il professore gesticolava e mostrava mastrini di partita dop-pia alla lavagna.
Luna ed Eros iniziarono a vedersi sempre più spesso, poi ogni giorno. Lui era dolcissimo, presente e molto premuroso. Luna era cresciuta cavandosela da sola, non era abituata a qual-cuno che si prendesse cura di lei. Se ne innamorò come si inna-morano le ragazze di quell'età: perdutamente.
Lui terminato il lavoro andava da Luna. La aiutava nelle pic-cole cose di ogni giorno, la ascoltava, la sosteneva. Scriveva per lei poesie e bigliettini d'amore nascondendoli in giro per la stanza mentre lei, perennemente in ritardo, si preparava. Diven-nero in poco tempo inseparabili. Eros, dopo qualche mese, pre-sentò Luna alla sua famiglia. Era bello sentire l'aria dolce di una famiglia che l'accoglieva. Anche Duccio era felice, aveva prati-camente guadagnato un figlio, che, oltretutto era bravissimo a fare qualsiasi cosa. Trascorsero così i mesi, nell'amore più totale ed appagante che Luna potesse immaginare. I due ragazzi con-dividevano le medesime idee ed i medesimi principi, volevano entrambi costruire una famiglia da giovani, avere una vita sem-plice, fatta di piccole e concrete cose.
Eros aveva un una pazienza infinita e sorrideva con Luna di tutte le cose che Duccio sbadatamente rompeva in casa. Con scadenza praticamente fissa, Duccio aspirava le cose più impro-babili intasando l'aspirapolvere, poi infastidito dal fatto che quell'aggeggio a suo dire inutile non funzionasse più, lo mette-va in terrazzo per buttarlo via. Eros sapeva che lì sarebbe stato esposto alla pioggia ed alle intemperie e sarebbe stato poi im-possibile recuperarlo. Appena Duccio terminava di lamentarsi e si spostava in un'altra stanza, Eros senza farsi vedere lo recupe-rava dal terrazzo, lo smontava e con santa pazienza lo aggiusta-va. Quel ragazzo aveva abilità manuali notevoli, sembrava capi-re in modo intuitivo come funzionavano le cose. Tutto andava per il meglio fino a quando Duccio non aspirava nuovamente un calzino, dei vetri o chissà che altro; a quel punto l'aspirapolvere tornava nuovamente in terrazzo ed Eros nuovamente prendeva il suo kit di cacciaviti e lo smontava sorridendo con uno sguar-do d'intesa a Luna. Era fantastico. Quel ragazzo rappresentava il regalo più bello che la vita le avesse fatto. Quando lo vedeva en-trare dalla porta, ogni sera, il cuore di Luna esultava. Lei lo amava di un amore puro, totale e si sentiva a sua volta amata, protetta e completa accanto a lui.
Intanto Luna continuava con i suoi allenamenti e proseguiva il suo lavoro in pizzeria. Era stato un grande anno per la squa-dra di Luna ed ora avevano la possibilità di fare un doppio campionato. Eros non ne era troppo felice, questo significava vedere Luna una sera in meno. Una sera lui arrivò da Luna con un dépliant. Si trattava di una grande azienda della zona, ci la-vorava un ragazzo che lui conosceva di vista.
“Sai Luna, sarebbe bellissimo lavorare lì. Hanno enormi mac-chinari, chissà che divertente dev'essere assemblarli! Ed ancora di più aggiustarli!”
Luna conosceva bene l'inclinazione di Eros ad aggiustare le cose, ne aveva prova ogni giorno. Egli sapeva immediatamente cosa c'era da fare, dov'era il problema, mentre Luna doveva im-pegnarsi anche per assemblare correttamente le macchinette Le-go con la nipotina Jessica.
“Perché non fai domanda per lavorare lì?” Lo incalzò Luna.
“Non mi prenderanno mai...”
Eros aveva le migliori qualità del mondo, ma non era molto sicuro di sé. Odiava essere rifiutato, era molto orgoglioso e per questo motivo si esponeva solo se e quando era certo di riuscire. Luna, invece, era cresciuta in una realtà profondamente diversa ed era convinta che fosse necessario a volte correre qualche ri-schio in più per riuscire. Era convinta che bisognasse sempre almeno provare.
“Ora sistemiamo il tuo curriculum! Poi lo porterai lì con un bel sorriso stampato in faccia e speriamo che ti assumano!”
Eros portò il curriculum, lo chiamarono per un colloquio ed un mese dopo iniziò con gioia il suo lavoro alla Innovation. Era partito dalla produzione, ma poco dopo la sua passione per le cose da aggiustare emerse e divenne la sua mansione. Sprizzava felicità da tutti i pori.
I ragazzi si compensavano, si ascoltavano, si davano forza l'un l'altro. Dopo poco meno di un anno, Eros chiese a Luna di indossare qualcosa di carino, l'avrebbe portata a cena in un po-sto speciale. Luna s'infilò un vestitino nero con una cinturina sottile dorata, delle scarpe con i tacchi alti che non calzava prati-camente mai ed un copri spalle color avorio abbinato alle scar-pe. Attendeva emozionata l'arrivo del suo Eros. Arrivò lui, bel-lissimo e radioso in jeans, camicia bianca e giacca scura. Anda-rono verso l'autovettura e con grande sorpresa di Luna appena lei si sedette sul sedile, lui le bendò gli occhi con un foulard.
“E questo che tipo di scherzo è?” Sbottò Luna immediatamen-te.
“Abbia fiducia per una volta Signorina, è una sorpresa!” ri-spose prontamente Eros.
Giunsero dopo una ventina di minuti al luogo prefissato. Eros scese dall'auto, aprì la portiera della ragazza e le tolse il foulard dagli occhi. Davanti a lei c'era l'enorme gradinata di un castello. Luna era rimasta senza parole mentre Eros di fronte a lei stava porgendo la mano come un cavaliere d'altri tempi.
“Venga Signorina, l'accompagno” disse scherzoso
Luna fece i pochi gradini di pietra mano nella mano con Eros.
“Eros, non dovevi, sei un pazzo!”
“Voglio che tu ti senta come ti vedo io...la mia principessa”
Un uomo di mezza età, con un lungo mantello in velluto dal collo ampio, che sembrava uscito da un'epoca di dame e cava-lieri, li fece accomodare oltre l'ampio portone d'ingresso in ferro battuto del castello.
“Il vostro tavolo è al piano superiore, se i Signori vogliono seguirmi...”
Luna percorse lentamente gli ampi e consumati gradini in cotto rivestiti da un tappeto rosso ancorato ai lati, guardando i muri completamente affrescati, le armi e gli scudi appesi alle pareti che sembravano avere mille storie da raccontare. Chissà quante cose, quanti amori, aveva visto quel luogo! Arrivarono al loro tavolo. Un candelabro antico dai bordi leggermente asim-metrici sosteneva una candela color avorio, mentre petali di rosa rossa adornavano il tavolo. Luna guardò intensamente gli occhi di Eros, non desiderava altro. I ragazzi erano persi l'uno negli occhi dell'altro, le loro mani si cercavano e s'incrociavano; era fortissimo il sentimento che li univa. Tra quelle mura poi, che sembravano fuori dal tempo, tutto era ancora più romantico. Prima del dolce, lui si alzò, prese una piccola scatolina rossa dalla tasca e si inginocchiò davanti a Luna. Aprì la scatola ed al suo interno brillava un piccolo ed elegante solitario.
“L'ho fatto fare a mano da un orafo della zona. Volevo che fosse unico, come te. Con questo anello voglio dirti che ti amo e che voglio vivere ogni giorno della mia vita accanto a te.”
Luna scoppiò a piangere commossa. Erano giovanissimi, ma lei sapeva che Eros non era una persona che buttava parole al vento. Era una persona riflessiva e lei era certa della sua assolu-ta sincerità e del suo amore. Alzò gli occhi per cercare quelli di Eros e lui le infilò con dolcezza quell'anello al dito. I ragazzi si strinsero in un abbraccio tanto forte da dimenticare ogni altra cosa al mondo.
Dopo la cena, lui la riaccompagnò a casa e Luna si addormen-tò ringraziando Dio per quell'amore così forte, travolgente e me-raviglioso.
Trascorsero altri mesi, i ragazzi erano sempre più affiatati ed Eros si divertiva a giocare con la piccola Jessica, mentre Luna cucinava. Era fantastico anche con i bambini. Era solo un pochi-no geloso, ma Luna confidava che con il passare del tempo lui avrebbe acquisito maggior sicurezza nel loro legame e che la co-sa sarebbe andata via via scemando.
Finì quell'anno scolastico e Luna aveva ora davanti a sé un'intera estate. Non le bastava più aiutare Duccio solo con quel lavoretto in pizzeria, voleva provare a lavorare in qualche azienda durante il periodo estivo per raggranellare qualche sol-do in più. Per questo decise di non fare alcuno stage con la scuo-la, anche se i tre punti di credito formativo le facevano gola. Aveva sentito alcune ragazze più grandi, avevano fatto lo stage proposto dalla scuola lavorando in comune tre settimane ed avevano fatto solo fotocopie. Luna avrebbe provato a fare qual-cos'altro. Andò nella zona industriale del suo paese, in un'azienda avevano bisogno di una receptionist. Era felice di poter fare qualcosa in più ed aveva pattuito con loro una piccola retribuzione. Luna iniziò, rispondeva al telefono ed accoglieva i clienti. Qualche giorno dopo, le fu chiesto di portare un plico di documenti nell'ufficio di Anastasia, la ragazza che si occupava delle vendite all'estero dei loro prodotti. Luna chiese permesso delicatamente ed entrò. Davanti a lei una giovane ragazza di cir-ca 25 anni stava parlando al telefono, in inglese, con un cliente. Luna ne rimase affascinata. Era gentile, sicura di sé e sorrideva. Si vedeva che le piaceva quel che stava facendo. Riattaccò il tele-fono e chiese a Luna di avvicinarsi con i documenti. Luna glieli porse ed in quel momento squillò il telefono. Stavolta la ragazza rispose ed iniziò a parlare in francese. Fu un lampo: Luna capì in quel momento che quello era il lavoro che avrebbe voluto fa-re.
La sera stessa condivise con entusiasmo la cosa con Eros e Duccio che ascoltavano un pochino perplessi. Quella ragazza forse era laureata in lingue e Luna di certo non se lo poteva permettere, ma una sola cosa era certa: Luna voleva fare quel la-voro.
La sorella di Luna, Zoe aspettava in quel periodo un'altra bimba ed appena squillò il telefono di Luna a quell'ora tarda della sera, tutti capirono immediatamente che era giunto il mo-mento. Era arrivata Maya. Il pomeriggio seguente appena ter-minato il lavoro Eros andò da Luna ed insieme portarono dei fiori a Zoe ed un piccolo peluche per la nuova arrivata, Maya. Luna si avvicinò per conoscere la sua nuova nipotina, ne rimase innamorata. Aveva un visetto angelico, grandi e vispi occhi scu-ri. Luna capì immediatamente che sarebbero state inseparabili e che avrebbe fatto di tutto per quel dolcissimo esserino.
Eros, nel frattempo, comprendeva sempre meno i bisogni di Luna, la sua necessità di fare sport e stare tra la gente. Lei aveva un carattere espansivo e giocherellone e lui sapeva bene che era una ragazza che si notava tra la gente: questo lo spaventava. Temeva che la pallavolo, le tante amicizie, l'avrebbero prima o poi allontanata da lui. Man mano fece pressione a Luna affinché non giocasse più dedicando così più tempo alla cura della casa, della famiglia ed a lui. Prima provò con dolcezza a convincerla, poi minacciò di lasciarla ed infine non si fece più sentire. Luna, giovane ed innamorata, con la tristezza nel cuore alla fine cedet-te. Si convinse che forse, per amore, era necessario anche fare delle rinunce. Giunse l'ultima partita di campionato, la sua squadra aveva vinto lottando fino all'ultima giornata con la se-conda in classifica ed erano passate quindi alla categoria supe-riore. Le sue compagne saltavano gioiose sulle panche in legno dello spogliatoio improvvisando canzoni e balletti per la felici-tà. Luna invece senza farsi notare troppo era andata subito in doccia. Lacrime di tristezza si mescolavano al getto caldo dell'acqua: sapeva che quella sarebbe stata la sua ultima partita. Il giorno seguente preparò il borsone della società che l'aveva accolta ed accompagnata per tutti quegli anni, vi infilò la tuta, la sua adorata divisa piegata per bene e si diresse verso l'ufficio di Giorgio. Trattenendo a fatica le lacrime, disse al suo allenatore che aveva deciso di lasciare la squadra.
“Non esistono giustificazioni. Sei il capitano, non abbandone-rai ora la tua squadra Luna!”
“Giò, ho deciso. Questo è il mio borsone.”
“Luna, so perché lo stai facendo. So anche che ora sei giovane e non riesci a vedere, ma lui non sarà l'uomo della tua vita. Hai diciassette anni, questa storia finirà e tu avrai lasciato lo sport che ti fa brillare gli occhi sin da bambina!”
Luna abbracciò Giò e piangendo chiuse la porta dietro a sé. Era convinta che il suo allenatore si sbagliasse, che non potesse capire la forza dell'amore che la legava ad Eros.
Passarono gli anni. Eros era sempre accanto a Luna: le inse-gnò con pazienza a guidare, era trepidante accanto a lei in attesa del voto della maturità. Gioì con lei quando Luna appena di-plomata trovò immediatamente lavoro. Pian piano però, le ami-cizie di Luna potevano avere sempre meno spazio nella sua vi-ta, era diventato complicato per lei anche prendere un caffè con un'amica senza andare in contrasto con Eros per la sua gelosia. Uscivano sempre più con Aurora, il suo ragazzo ed altri amici di Eros. Lui si fidava di loro, nelle uscite con quella stretta cerchia di amici si sentiva al sicuro, era allegro giocherellone e solare. Insieme trascorrevano le vacanze, le uscite nei weekend, le feste.
A Luna, nel frattempo, mancava sempre più condividere le piccole cose con le sue amiche tra le mura dello spogliatoio e le mancava la sensazione di pace che provava al termine di un al-lenamento o di una partita. Quando il suo corpo giaceva a terra stanco, la sua mente era più aperta, vedeva le cose da una pro-spettiva diversa, più lucida; tutto le sembrava più semplice. La ragazza sentiva pulsare forte nelle vene il suo spirito libero, benché l'amore per Eros fosse forte. Ogni tanto, negli anni, ave-va passeggiato accanto alla palestra che l'aveva vista crescere. Attraverso le vetrate impolverate vedeva le ombre dei palloni che volavano, sentiva il suono sordo degli attacchi che cadevano a terra e lo stridere delle scarpe sul pavimento. Un pezzo del suo cuore sarebbe sempre stato lì, lei lo sapeva bene.
Si rendeva conto, inoltre, che non stava trattando bene le sue amiche, le vedeva sempre più di rado e si sentiva mancante nei loro confronti. Chiara le aveva chiesto una marea di volte di uscire per un aperitivo, ma Luna aveva sempre rimandato, fre-nata dall'idea di avere poi delle noie con Eros. Per fortuna al-meno Aurora le era accanto sempre. Luna provò mille volte a spiegare ad Eros che lei amava stare in mezzo alle persone, ma lui, che aveva un carattere diverso e molto selettivo, non capì. Jessica e Maya crescevano a vista d'occhio, erano una più bella dell'altra e Luna cucinava con loro e per loro ogni genere di ma-nicaretto. Maya era ancora piccola, ma aveva preso la passione e la fantasia di Ines in cucina; sin da piccolissima era una valida aiutante ai fornelli. Erano una famiglia strana, ma molto unita e Luna provava a compensare l'assenza della nonna Ines nella vita dei suoi nipoti dando loro tutto l'amore ed il tempo possibile. Li aiutava a fare i compiti la sera dopo il lavoro, giocava con lo-ro. Creavano insieme decorazioni fatte a mano diverse di anno in anno per Pasqua, Natale ed Halloween.
Era trascorso in fretta il tempo, Luna aveva ora ventidue anni ed Eros ne aveva ventisei. Avevano vissuto esperienze ed eventi insieme per più di sei anni, erano praticamente cresciuti insie-me. Da anni egli le parlava della meravigliosa azienda dove la-vorava, del personale preparato, simpatico, giovane che la carat-terizzavano e Luna affascinata da quelle belle parole quasi per gioco inviò un curriculum. La contattarono per un colloquio, andò bene e le fecero una proposta per una collaborazione di sei mesi. Luna era attratta da un lavoro che le permettesse contatti con così tanti paesi del mondo; quindi accettò. Luna ed Eros a breve sarebbero diventati colleghi.
Iniziò la formazione di Luna presso la nuova azienda e fu chiaro immediatamente che le belle parole di Eros su quel posto erano supportate dai fatti. L'azienda era ben strutturata, dinami-ca, formata da personale giovane e competente. Luna si sentì subito a suo agio e ben accolta in quel posto. I colleghi erano professionali e gentili e tutto stava andando per il meglio. Eros era sempre un po' geloso, l'azienda era a prevalenza maschile, ma i due ragazzi lavoravano su stabilimenti diversi, non s'incrociavano nemmeno durante la giornata né avevano alcun contatto lavorativo, quindi tutto proseguiva nel migliore dei modi.
Passò qualche mese ed un venerdì sera il ragazzo sui trenta-cinque che stava formando Luna era intento ad organizzare un aperitivo tra colleghi dopo il lavoro, era una pratica carina ed aggregante per concludere la settimana e scrollarsi di dosso i pensieri. Invitò tutti i presenti, quindi anche Luna. Lei accettò di buon grado e terminato il lavoro avvertì con un messaggio Eros della cosa. Lui provò a chiamarla, ma nel bar dove si erano dati appuntamento tra colleghi il telefono faticava sempre ad avere campo. Il telefono di Luna andò in segreteria ed Eros pensò che Luna lo avesse spento di proposito. Montò la rabbia negli occhi del ragazzo che si recò rapidamente al bar che conosceva, arrab-biato, accecato dalla gelosia. La trovò lì con il gomito appoggia-to sulla spalla di un collega, mentre sorseggiava un calice di vi-no. Fece una scenata, poi le disse che non voleva più stare con lei e la piantò lì, senza parole, davanti a tutti i suoi nuovi colle-ghi. Luna in quel momento desiderò sprofondare. Era ovvio che Eros stava vedendo o immaginando cose che non esistevano nemmeno lontanamente nel cuore della ragazza. Era già succes-so altre volte che lui preso dalla rabbia la lasciasse, per poi tor-nare una volta raffreddati i bollenti spiriti sui suoi passi. Lei lo amava con tutto il cuore e finiva sempre per perdonarlo anche se la cosa la faceva soffrire. Si sarebbe gettata tra le fiamme per lui, avrebbe scalato montagne, ma detestava vedere che tutto quell'amore passava in secondo piano di fronte ad un momento di immotivata gelosia. Lei non voleva una vita così. Quell'ennesima scenata, fu la famosa goccia che fa traboccare il vaso.
Luna, triste ed arrabbiata decise in quel momento che per quanto amore provasse per Eros, non sarebbe più tornata sui suoi passi. Capì in quel momento che non vi era vero amore nel-la limitazione dell'altro e che anche il sentimento più forte, come un fuoco che arde, necessita dell'ossigeno della libertà.

L'esatto opposto


Non giudicare sbagliato ciò che non co-nosci, cogli l'occasione per comprendere.

Pablo Picasso


“Ti piace il prosecco Luna? Ne vuoi un calice?”
La voce di un collega del quale non ricordava nemmeno il nome spezzò il momento d'imbarazzo e silenzio che aveva se-guito la scenata di Eros nel piccolo locale.
“Sì, grazie mille”
Rispose Luna a testa bassa. Poi prese il calice, fece un brindisi con il collega e ne bevve un sorso cercando di non pensare alle cose poco carine che aveva appena sentito, alla tristezza mesco-lata alla rabbia che provava ed al suo cuore ferito ancora una volta da qualcosa che esisteva solo nella mente di Eros. Terminò quel vino in compagnia dei colleghi, poi, senza farsi notare troppo, salutò tutti ed uscì dal locale. Pochi passi la separavano dalla sua auto, lì sarebbe stata lontana da tutti, in pace. Sentì, però, in quel momento una voce che la chiamava.
“Ehi tu...! Ti chiami Luna vero?”
Luna si voltò anche se non riconosceva quella voce. Un ra-gazzo mai visto prima, alto circa metro e ottanta, la stava chia-mando. Aveva vispi occhi nocciola, capelli castani e ricci che sfioravano le spalle larghe coperte da un giubbottino in pelle nero. Si stava ora avvicinando a lei con passo spavaldo ed un ca-lice in mano.
“Sì, sono Luna, ci conosciamo?”
Rispose lei, cercando di nascondere il fastidio di essere stata fermata, mentre desiderava solo andare a casa.
“Io sono Mirco, sono un tuo collega!”
Nel mentre un gruppetto di altri ragazzi che lei conosceva di vista, incrociati qua e là tra i corridoi dell'azienda, stavano avanzando incuriositi accanto a quel giovane: dovevano essere i suoi amici. Luna se li trovò rapidamente intorno.
“Voci ben informate mi riferiscono che sei single ora. Ti va di passare con me questa notte?!”
Incalzò impavido il ragazzo, con un'aria da playboy tra le ri-sate divertite dei suoi amici.
“Ecco, perfetto, sempre migliore questa serata...” pensò Luna tra sé e sé.
Cosa poteva desiderare di meglio in quel momento di scon-forto che un collega sconosciuto, farfallone e fin troppo sicuro di sé?! Poi chi era mai costui per permettersi di parlarle così? I pensieri scorrevano rapidissimi nella mente della ragazza, che pensò subito dopo che aveva già dato fin troppo spettacolo e che, in fin dei conti, lei era nuova e lui era un collega. Non lo avrebbe trattato troppo male, anche se la tentazione di risponde-re per le rime dopo una serata del genere era davvero forte. Lo guardò dritto negli occhi e si limitò a dire:
“Anche no, grazie!”
Il gruppetto di amici attorno a Mirco scoppiò a ridere frago-rosamente per la risposta secca di Luna. Lei si girò di spalle e salutò con la mano defilandosi rapidamente verso la sua auto. Finalmente verso casa. Il pensiero continuava a cadere su Eros, su tutti gli anni trascorsi insieme caratterizzati da amore, tene-rezza, risate, completandosi l'un l'altro. Doveva sforzarsi di pensare ad altro, ma non riusciva a smettere di piangere. Salita in auto, i suoi occhi gonfi di lacrime rifrangevano le luci dei lampioni e dei fanali delle auto che giungevano in senso oppo-sto, dividendole in tante scie di luce che le facevano distinguere a fatica le linee bianche della carreggiata.
Giunse a casa finalmente, si chiuse in camera sua ed accese della musica al violino: da sempre quel suono la aiutava a ritro-varsi. Accese il getto della doccia per far intiepidire l'acqua e quando vide il vapore che si sollevava, entrò cullandosi sotto a quel tepore mentre i violini continuavano a suonare in sottofon-do. Aveva bisogno di pace; per un po' tutto il mondo doveva starsene fuori. Rimase lì, quasi sperando che quell'acqua facesse scivolare via anche tutti i suoi pensieri. S'infilò poi il pigiama più caldo e soffice che aveva ed andò sotto le coperte fino al na-so. Si sentiva sola. Da quando aveva conosciuto Eros non si era più sentita sola. Lui era diventato la sua gioia più grande, il suo appiglio, la sua visione del futuro. Non aveva mai davvero im-maginato il domani senza di lui. Era in ogni pensiero, in ogni idea, in ogni progetto, di lì a cent'anni. Il corpo della ragazza sfiancato dal pianto e rilassato dall'acqua calda scivolò rapida-mente tra le braccia di Morfeo.
Il weekend trascorse in una lentezza infinita. Il tempo che so-litamente volava sembrava scorrere in un modo completamente diverso, rallentato, pesante. Non c'era nessuna delle piccole dol-ci abitudini che aveva con Eros.
Arrivò finalmente il lunedì, Luna in cuor suo sperava che nel frattempo i colleghi distratti da un intero weekend avessero ri-mosso la triste scenata di quel venerdì. Per fortuna ora era torna-ta al lavoro, il tempo aveva ritrovato il suo scorrere abituale nel-la routine di quell'impiego, che lei amava tanto proprio perché era diverso ogni giorno. Arrivò senza troppi intoppi l'ora di an-dare a casa ed appena fuori dalla porta dello stabilimento Luna sentì una voce nota che la chiamava.
“Ciao Luna! Ti va di venire a prendere un aperitivo con me?!”
Luna si girò di scatto: era ancora Mirco. Luna non voleva ri-sultare poco gentile, guardandolo bene con la luce del giorno quel ragazzo un po' scanzonato aveva gli occhi buoni.
“Ti ringrazio Mirco, ma devo andare a fare la spesa ora. Buo-na serata” rispose dolcemente dirigendosi verso la sua auto.
Trascorsero un paio di giorni. A Luna mancava Eros come manca l'acqua potabile ad un superstite in una zattera in mezzo al mare, ma sapeva che chiamarlo, fare pace, sarebbe stata solo una soluzione temporanea. Lei voleva accanto a sé qualcuno che potesse comprendere il suo bisogno di stare tra le persone, che condividesse con lei la vita senza farla sentire chiusa in una bel-lissima gabbia dorata. Decise così di distrarsi, trascorse il tempo facendo le cose che da sempre amava, giocò con le sue nipotine, preparò torte ed ogni ghiottoneria per loro e per Duccio che ne approfittò per ottenere ogni genere di piatti tradizionali. Luna solitamente si opponeva a quelle richieste, proponendo piatti un pochino più innovativi ed i due iniziavano allegramente a battibeccare finché Duccio non giocava il suo asso nella manica:
“Tua madre lo cucinava così, buono e tradizionale!”
Luna, a quel punto, alzando gli occhi al cielo si arrendeva e lo accontentava. Ora invece no, lei stava accettando di buon grado ogni richiesta senza opporsi, le andava bene fare qualsiasi cosa pur di non pensare. Un altro giorno era iniziato e Luna si sentiva sempre più triste. Sembrava che persino il suo corpo fosse di-ventato più pesante. Le mancavano le carezze, i baci, le battute pungenti di Eros e le lotte a cuscinate sul divano. Le mancavano i bigliettini di Eros sparsi per la stanza, ma non era il caso di pensarci. Si preparò rapidamente, infilò un paio di jeans, un maglioncino ed andò al lavoro: lì di certo con tutto quel lavoro da fare avrebbe staccato la spina da ogni altro pensiero. La mat-tinata trascorse tra telefonate ed e-mail, in un lampo arrivò l'ora di pranzo. Luna adorava quella mensa. Lì c'era veramente ogni ben di Dio. Da molti anni Luna era abituata a prepararsi da sola da mangiare; trovare un piatto caldo ad attenderla era veramen-te una gioia. Com'era fastidioso attendere che bollisse l'acqua per la pasta quando la fame reclamava. Ora invece, davanti a lei c'era una scelta strepitosa di primi, secondi e contorni, caldi e già pronti, doveva solo scegliere. Una vera gioia per gli occhi e per il palato. A volte aveva sentito dei colleghi lamentarsi, men-tre lei non si capacitava del fatto che in mezzo a tutta quell'abbondanza qualcuno avesse da ridire. Lei cucinava da quando Ines se n'era andata e sapeva bene quanto tempo, amore e dedizione comportasse la preparazione di ogni singolo piatto; per questo ogni giorno era davvero un regalo per lei. Prese delle lasagne con gli asparagi verdi, una tagliata di pollo alle noci e dei carciofi. Divorò con gli occhi tutto e poi lasciò che il palato si godesse lentamente il sapore di ogni portata. Terminato il pran-zo si diresse verso l'uscita e sentì ancora una volta la voce ormai nota di Mirco che la chiamava.
“Ehi Luna, aspetta! “
“Ciao Mirco!”
“Ciao Luna, come sei bella oggi! Ti andrebbe di venire a prendere un aperitivo con me questa sera? C'è un locale carino a dieci minuti da qui”
Luna pensò brevemente che gli aveva già detto di no due vol-te. Lui non era certo il suo genere di ragazzo, ma era un collega e non era carino comportarsi così. Lei detestava le ragazze che facevano le altezzose trattando male i ragazzi. Decise, quindi, che avrebbe accettato l'invito, avrebbe preso un aperitivo con lui in amicizia, si sarebbe comportata con gentilezza verso quello strano collega, per defilarsi dopo un po' verso casa.
“Ok Mirco, volentieri”
“Allora ci vediamo qui fuori dopo lavoro!”
Luna era contenta della sua scelta. Non aveva nessuna voglia di uscire in quei giorni ma era certa che le avrebbe fatto bene.
I ragazzi s'incontrarono al parcheggio.
“Luna lascia l'auto qui, andiamo con la mia!”
Luna non era solita salire in auto con sconosciuti, ma alla fine era un collega, cosa avrebbe mai potuto capitare? Così accettò anche se si sentiva un pochino a disagio in quella decapottabile così appariscente.
“Potevamo andare con la mia...quest'auto è bassa!”
“Bassa? Questa è un'auto sportiva!” rispose lui tra l'offeso e lo stupito
“Non ti piace? Di solito piace a tutte le ragazze!”
“Veramente non mi interessano le auto. Anzi se posso essere sincera attira un po' troppo l'attenzione per i miei gusti...”
Mirco era sempre più basito. Di solito la sua bellissima due posti decapottabile nera faceva sempre molta presa sulle donne. Arrivarono al locale, si accomodarono in un piccolo tavolo e presero due calici di vino. Chiacchierarono del più e del meno, anche lui lavorava alla Innovation da pochi mesi come lei, quin-di avevano diversi argomenti di discussione. Erano entrambi parte del post vendita, lui si occupava dell'installazione e della riparazione in loco dei grandi macchinari che l'azienda produ-ceva ed esportava nel mondo.
“Non ti ricordi di me perché sono quasi sempre in giro per il mondo per lavoro”
Luna scoprì presto che quello strano ragazzo era in realtà molto simpatico, sportivo come lei e con i piedi ben saldi a ter-ra. Il tempo trascorse in fretta, i due ragazzi chiacchierarono vo-lentieri senza alcun momento di silenzio o imbarazzo. Luna pensò ben presto che per quanto fossero diversi sarebbero potu-ti diventare buoni amici. Mirco ordinò altri due aperitivi ed in modo del tutto naturale iniziò a raccontare di una ragazza che aveva amato profondamente, qualche tempo prima. Erano stati insieme qualche anno, lui immaginava tutto il suo futuro con lei. Lavorava il più possibile, faceva straordinari e lavoretti extra il sabato e la domenica per far crescere quel gruzzoletto che sta-va mettendo da parte per acquistare un appartamento per loro due. Tutto sembrava andare per il verso giusto, non c'erano liti, non si vedevano problemi all'orizzonte. Quando era ormai certo che quella che stava percorrendo fosse la strada giusta, lei, forse impaurita dalla determinazione di Mirco, gli mentì prima e lo tradì poi con una persona a lui molto cara. Mirco si sentì ferito ed umiliato da entrambi e non volle mai più tentare di ricostrui-re qualcosa con la ragazza quando lei poco dopo tornò pentita sui suoi passi. Mirco raccontò a Luna di aver sentito qualcosa cambiare in profondità dentro di sé in quel momento e di non essere più stato in grado di vedere le donne allo stesso modo. Decise quindi di lasciare il suo lavoro come elettricista e di se-guire il suo sogno di vedere il mondo. Trovò impiego come tec-nico alla Innovation. Quell'impiego lo avrebbe portato a viag-giare in moltissimi paesi. Usò i risparmi che aveva messo da parte per acquistare una bella automobile sportiva: se non pote-va creare una famiglia, se non riusciva più a guardare una don-na con fiducia, tanto valeva vivere senza legami. Si sarebbe go-duto la vita con relazioni poco impegnative, in fondo poteva avere una donna diversa ogni sera.
Luna ascoltò colpita quel racconto, sentì a tratti la rabbia cambiare la voce calda di Mirco, mentre raccontava di quella che sembrava essere una ferita ancora aperta. Era così diverso da lei quel ragazzo, così lontano dal suo il modo di pensare, di vivere, di reagire. In qualche modo, però, lei riusciva a comprendere quel suo punto di vista, quella reazione rivoluzionaria di man-dare tutto all'aria; l'impeto di stravolgere ogni cosa e seppellire tutta la tristezza alle spalle.
Quegli occhi nocciola ora non erano più così impavidi e la stavano guardando ora incuriositi, quasi a voler capire meglio chi avessero davanti. In qualche modo Luna ne percepiva la fra-gilità, la dolcezza.
Chi avrebbe mai detto che quel ragazzo così spavaldo, così diretto, quasi rude al primo impatto fosse in realtà il risultato di una così pesante esperienza. Com'era diverso poi, da Eros. Il primo scriveva poesie, odiava lo sport, si fidava di pochi sele-zionati amici, aveva un modo delicatissimo di porsi con le per-sone ed era il tipico ragazzo da famiglia, da matrimonio. Il se-condo, invece, era il suo perfetto opposto. Quasi rude nei modi, amante di ogni genere di sport, espansivo ed estroverso, single e libertino per lucida e convinta scelta. Ad un tratto Mirco si al-zò dalla sedia davanti a Luna e prese posto accanto a lei chie-dendole se poteva vedere la sua collana. Luna scostò legger-mente i boccoli per mostrare il piccolo pendente d'acciaio che riportava un simbolo giapponese.
“Significa amore” disse prontamente la ragazza
In quel momento Mirco con un gesto rapido, inaspettato e dolce diede un bacio sul collo a Luna, che ne rimase pietrificata. Perché mai quel ragazzo sconosciuto la stava baciando sul col-lo? Subito il pensiero andò ad Eros. Si erano lasciati da poco, ma lei lo amava ancora. Aveva deciso lucidamente di non tornare a quella vita, bellissima certo, piena di amore, ma nella quale non si sentiva più libera di decidere, di scegliere, di essere se stessa. In un flash pensò che se Eros avesse saputo di quel bacio, si sa-rebbe arrabbiato tantissimo e se lei avesse mai baciato un altro non avrebbe mai più voluto vederla. Mirco notò lo sguardo im-merso tra i pensieri della ragazza.
“Non ti piacciono i baci sul collo?”
“Io adoro i baci sul collo...ma...”
Non fece nemmeno in tempo a finire la frase, Mirco ritornò rapidamente ad appoggiare le sue labbra morbide sul suo collo. Luna era frastornata. Era bellissimo dopo tanti giorni ricevere quell'inaspettato calore. Mirco le accarezzò il viso e guardando-la dritto negli occhi si avvicinò, appoggiando delicatamente e dolcemente le labbra alle sue. Lei lasciò che accadesse, non si scostò. Nella sua mente c'era Eros, ma non voleva tornare indie-tro. Qualche frazione di secondo prima che quelle labbra la toc-cassero aveva pensato lucidamente che forse quella era l'unica strada per non ritornare nei suoi passi. Avrebbe fatto in modo così, che lui non la volesse più, perché lei di dimenticarlo non era capace. Avrebbe ceduto mille volte a quegli occhi, a quel vi-so meraviglioso, alle sue dolci parole se lui fosse tornato da lei. Lo avrebbe accolto ancora, fino alla successiva lite, finché l'asticella delle cose che lo facevano ingelosire si sarebbe nuo-vamente abbassata. Era successo altre volte ed il copione non era mai cambiato. Stavolta però non sarebbe andata così. Quel bacio aveva certamente cambiato tutto. I due ragazzi si salutaro-no e Luna tornò a casa con la consapevolezza di aver fatto una scelta. Aveva deciso di andare oltre, di chiudere una porta, di non concedersi ripensamenti. Mirco, poi, era un donnaiolo per antonomasia, non c'era alcun pericolo quindi che si affezionasse e lei men che meno visto che era ancora innamorata di Eros. Quando aveva accettato l'invito di Mirco non aveva nemmeno lontanamente pensato che la serata potesse prendere una tale piega, ma forse la strada più semplice per lasciarsi tutto alle spalle era proprio quella.
Un amico di Eros, si trovava casualmente nel locale e lo av-vertì immediatamente di ciò che aveva visto. Luna tornò a casa e, dopo giorni di totale assenza, trovò Eros sotto casa sua, arrab-biato, chiedendo spiegazioni. Luna non negò nulla. Gli occhi di Eros erano lucidi e feriti, se ne andò senza dire una parola. Luna guardò l'auto di Eros lasciare lentamente il vialetto di casa sua per l'ultima volta, consapevole della sofferenza che gli stava procurando, con il cuore a sua volta in frantumi. Lui era stato il suo principe per tutti quegli anni ed ora il loro castello di sogni e progetti si era sgretolato rovinosamente a terra. Una parte di lei, però, era certa che anche se provava un fortissimo dolore, quella era la strada giusta da percorrere.

Lara Tonello
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