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Autore: Stefania de Girolamo
Titolo: Insieme ce la faremo
Genere Narrativa
Lettori 384
Insieme ce la faremo

La guerra è una e una soltanto, e si ripete, sempre uguale, nei libri di storia.
Nomi, date, battaglie, schieramenti, alleanze, clave, bastoni, frecce, spade, fucili, pistole, cannoni, bombe, bombe a mano, bombe sempre più devastanti, bombe chimiche, bombe H, bombe intelligenti.
Chi vince e chi perde.
Ma la stessa guerra ne contiene in sé milioni, ognuna diversa dalle altre, una guerra per ogni uomo, donna o bambino che l'ha vissuta, patita, subita, dalla quale è stato violato, schiacciato, umiliato, mortificato, ucciso nel corpo e ancor peggio nell'anima.
Ognuna col suo pesante macigno da portarsi dietro per il resto della vita.
La guerra non è dei nomi scritti sui libri di storia.
La guerra è della gente.
Di chi l'ha vissuta al fronte.
Di chi ha sganciato le bombe.
Di chi ha fucilato il prossimo.
Di chi è stato passato per le armi, per essersi rifiutato di fucilare il prossimo.
Di chi ha aiutato il vicino di casa.
Di chi, alla fine del bombardamento è corso a scavare nelle macerie per trarre in salvo un essere umano. Di chi ha scavato nelle macerie per trarne fuori i cadaveri.
Di chi, pur non essendo soldato, ha scelto comunque di sparare e la sua vita è finita lì, nel ricordo, nel rimorso, nella sorpresa, forse, che non è poi così facile uccidere.
La guerra è degli uomini che per difendere la patria non hanno potuto difendere le proprie famiglie.
La guerra è delle donne che tutto hanno saputo fare.
La guerra è delle madri che hanno perso i loro figli al fronte.
È delle madri che nel più grande gesto d'amore, si sono lasciate derubare dei loro bambini, solo per la promessa che avrebbero avuto da mangiare.
La guerra è di chi in trincea sopravvive, di chi in trincea muore, di chi in trincea uccide, che poi non è tanto diverso.
La guerra è dei bambini.
Per tanti, inverosimilmente tanti, la guerra è la fame, niente paura, niente sogni, niente giochi, niente da piangere o rimpiangere: anche a distanza di settanta, ottant'anni, a chieder loro della guerra parlano della fame, soltanto della fame.
E per la gente la guerra è sempre uguale, non cambia, non diventa mai intelligente, perché le armi intelligenti uccidono allo stesso modo, e il prezzo viene pagato da loro, sempre da loro, dalle persone.
Scesero con poco, risalirono con nulla.
Giovanni aveva deciso.
Nanda aveva paura.
Troppi i pericoli che avrebbero incontrato sul cammino, sarebbero stati soli, a piedi, i gemelli erano ancora piccoli.
Si narrava che le valli e i monti nascondessero i nemici, che i boschi celassero gli amici, la tensione era tanta, armati tutti.
Come potevano fare un simile viaggio, da soli?
Ma Giovanni aveva deciso, cosa poteva esserci di peggio di quello vissuto fino a quel momento?
Si misero in cammino la mattina, pochi stracci indossati uno sull'altro, niente mulo coi materassi, qualche stoviglia, le due pentole di rame erano state donate alla Patria bisognosa, insieme alle cancellate e agli atri metalli dei cittadini.
Ersilia e Paolo muti e spaesati più che mai.
I gemelli ancora piccoli davano una certa aria di normalità alla famiglia che sembrava passeggiare e non scappare.
Macinarono i metri lentamente.
Attraversarono una città distrutta esattamente come lo era il quartiere dove avevano abitato quei pochi anni.
Rimasero persino sorpresi da tanta devastazione.
Gli spostamenti da un quartiere all'altro non erano certo frequenti, e la loro guerra si era svolta tutta lì, fra quelle case e palazzi che avevano imparato a conoscere; il marciapiede dove stazionava Giovanni con il suo sgabello da lustrascarpe, il porto, la scuola, l'Abbazia, il bottegaio, il trippaio, la galleria.
Ai loro occhi sembrava che la guerra e i danni da essa provocati, fossero di una portata già gigantesca, per quello che avevano potuto e dovuto vedere nel loro quartiere; quasi erano convinti che si fosse svolta tutta lì.
Camminavano con gli occhi sbarrati, pensando o sperando di girare un angolo e trovare la fine di quella devastazione.
Ma non c'era una fine.
Attraversarono strade vie e vicoli fino a giungere alla piazza, quella stessa piazza dove avevano visto gente allegra, lanciare monetine in una vasca; la vasca c'era, la piazza parve stranamente intatta, ma lungo tutta la strada percorsa prima di arrivarci, i bei palazzi storici, le abitazioni, i monumenti: tutto era distrutto, a ogni angolo transenne e macerie polverose, talvolta macchiate del sangue delle vittime, macerie in ogni strada, improvvisate impalcature a sostenere le mura rimaste in piedi.
Un muro lungo diversi metri si innalzava verso l'alto, via via divenendo sempre più piccolo, sembrava una piramide; in cima un mattone, che pareva ridersela ed essere più credibilmente attaccato ad un filo legato al cielo, che ancora appoggiato a quelli sottostanti.
Era un mondo intero ad essere stato distrutto, non solo il loro quartiere.
Nonostante le notizie sui bombardamenti negli altri rioni cittadini arrivassero, nonostante le cronache dei giornali dessero notizie su quali case, quali palazzi, quali monumenti venivano distrutti a ogni bombardamento, navale o aereo, da parte di quello o quell'altro nemico, amico, chi lo poteva sapere.
Nonostante ne avessero avuto personale esperienza, non avevano saputo immaginare una cosa simile, una devastazione così immane.
Giovanni sentiva in sé un'unica certezza o, forse, speranza.
La campagna.
Il casolare.
Il paese sarebbe stato l'ultima possibilità di salvezza da quell'inferno.
Gli sfollati, privilegiati, erano tutti andati a cercare rifugio in campagna, loro no, troppo poveri. Paradosso estremo della guerra che trasforma l'abbandono delle proprie case in una sorta di lusso per pochi.
Loro adesso non avevano altra scelta. Male per male era doveroso fare un tentativo, l'ultimo.
Sì, dovevano solo restare uniti e ce l'avrebbero fatta.
Arrivarono alla sera sul lungofiume, il sole stava per calare, così il coprifuoco.
Trovarono rifugio per la notte in un vecchio capanno abbandonato. Si divisero quel poco cibo a disposizione, e subito dopo i bambini caddero addormentati.
Giovanni e Nanda stettero ancora un po' svegli, senza riuscire a parlarsi, ammutoliti dalla paura e dalla speranza, l'ultima.
In lontananza le sirene.
Furono svegliati a notte fonda dal devastante frastuono degli aerei che vomitavano sulla città distrutta, altra distruzione, ogni tanto qualche lampo di luce filtrava dalle fessure fra le assi del capanno.
Niente galleria stavolta.
Niente chiacchiere, niente giochi con i compagni.
I bambini si svegliarono.
Tutti e sei rimasero seduti ad ascoltare, ad attendere che il suono della devastazione diventasse assordante così come lo conoscevano, ma rimase in lontananza, piano piano si affievolì fino a smettere del tutto.
Erano lontani, lontano dal centro cittadino, lontani da quel porto martoriato per anni.
Si stupirono di quella lontananza così sconosciuta.
Quasi erano spaventati da quello che parve più solitudine che salvezza. Spaventati da qualcosa di sconosciuto. Abituati come erano al suono delle sirene prima delle incursioni, alla galleria, la loro galleria e di tutto il quartiere in cui vivevano, abituati al conforto della vicinanza di tanta altra gente, altre mamme, altri uomini, anziani, bambini, chiusi soli in quel capanno si sentirono più sperduti e meno protetti.
Il silenzio quasi inquietante lì intorno, il tranquillo e indifferente scorrere dell'acqua del fiume, e i suoni lontani del bombardamento li spaventarono come mai era accaduto in quegli anni.
Rimasero ancora svegli per qualche ora in attesa del frastuono conosciuto, quasi come se fosse stato l'unico momento dopo il quale avrebbero potuto dirsi:
“Ecco, ora è finita, ora siamo salvi, anche questa volta”.
Ma caddero addormentati con quel vuoto dentro gli animi.
La mattina presto furono svegliati da Giovanni che aveva portato una bella e ricca porzione di fichi per tutti e anche un pezzo di pane: aveva barattato uno dei pezzi migliori fra i suoi arnesi da calzolaio, con abb ...




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