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Autore: Marco Moretti
Titolo: Occhi dal passato
Genere Noir
Lettori 91
Occhi dal passato

Una mattina di Luglio, oggi. Ore 8.
Spiaggia di Varigotti

La sabbia fresca cede sotto i piedi nudi accarezzati dal brivido leggero delle onde, mentre cammina lento sulla battigia che il mare cristallino avanza timido a baciare, retraendosi subito dopo. Massaggia il mento e sfiora con prudenza lo zigomo destro, ancora dolorante; non gli serve uno specchio per vedere la guancia gonfia e l'occhio pesto. Fanno male entrambi, non certo quanto i lividi coperti dai vestiti; non quanto le ferite nascoste, quelle profonde, le più scure. Fanno male sul serio anche le stesse cicatrici che saranno comunque un segno del tempo e forse questo avrebbe sbiadito i ricordi, schiarito le tracce.
Il numero che lampeggia improvviso sul display del cellulare lo distrae dal film delle ultime settimane, dai volti e dalle voci che affollano la mente. E'un prefisso estero, lascia suonare a lungo e poi, non senza esitazione, sfiora il touch-screen.
- Ciao finalmente ti sei deciso, stavo per riattaccare.
Un accenno di sorriso tenta di rallegrare il viso pesto, la voce che non ti aspetti è una spugna fresca sui lividi.
- Non pensavo di sentirti, temevo fosse un'altra persona.
- Lo posso immaginare, ma non penso si farà viva. Non hai visto il prefisso?
- Certo, non lo conosco ma riesco a intuire. Come te la passi là?
- Bene, siamo al mare, per la precisione in un'isola. Non ha importanza il nome, ma è bella e la gente del posto è simpatica.
- Lei come sta, ha assorbito la botta?
- La conosci, ha dovuto cambiare vita ed è ossessionata dal passato.
- E tu dal futuro.
- Non più, cerco solo di capire il mio presente.
- Hai trovato quello che cercavi?
- No, ma non mi manca il tempo per cercarlo. E tu come va?
- Sopravvivo, sono in spiaggia e penso che farò un tuffo.
- Sempre il solito, ma sei quello che sei e va bene così. Ti abbraccio.
- Anch' io, forte. Chissà che non venga a trovarti.
- La Grecia ha centinaia di isole, fai il pieno di pazienza. Ciao.

Milano.

Il diario è tornato a riposare in un cassetto, chiuso nell'oscurità e nel silenzio. Prima di riporlo lo ho accarezzato e domandato in cuor mio come sarebbero andate le cose, nel passato e nel presente, se l'avessi sfogliato con più attenzione. Se avessi letto tra le righe il messaggio che i protagonisti avevano dapprima sussurrato, poi urlato a squarciagola pur di essere ascoltati: un colonnello delle SS e il capitano con cui aveva condiviso gioie e dolori, una famiglia vera e una ideale, un sogno malato con un germe di verità, la fine di un Reich millenario in un crepuscolo di pochi dei spogliati di tutto.

E, oggi, ancora la famiglia e la bellezza, il denaro e il profitto unico dio da onorare, la rabbia e i rimpianti. E come sarebbe finita se altri avessero ascoltato messaggi e allusioni, avvertimenti e morti ammazzati; persino lei, la adoravo e la rimpiango, ma l'ingranaggio era in moto e la macchina doveva travolgere tutti gli ostacoli per continuare a correre e alimentarsi, vorace, di un carburante sempre più costoso.
Quando scrivi la fine di una storia, di solito ne conosci l'inizio: spesso ciò che ti manca è il percorso, non conosci ancora la strada da seguire per arrivare alla conclusione.
Anche per me è andata in questo modo e il diario ha fatto luce su cose che neanche immaginavo.
Tutto ha un prezzo, ma io pago il tributo più alto: più del medico crociato e di quello rapace, di una vecchia illusa e della sua famiglia, di un commissario single e di un pugile di colore. Ho rischiato di perdere ogni cosa: denaro, casa di lusso e bellezza. Mi ritrovo senza amore e senza amici, una vita incerta davanti, lontano da qui guardandomi le spalle e fuggendo. In cerca di un futuro da ricostruire, in compagnia di un presente che ancora fatico a comprendere.
Adesso mi imbarco per un altro volo, che non sarà l'ultimo, in cerca di una nuova vita: mi controllo allo specchio del bar e sbircio la nonna accanto a me, alta, elegante e fredda. Abbozzo un sorriso mentre beve il caffè, ma non lo nota, annegata nei pensieri; non vede i mei occhi, dietro cui le lacrime spingono invano.

Fronte russo, autunno 1942

Il Capitano entra nella tenda del Comando, il braccio teso nel saluto nazista. Il superiore è chino su cartine del fronte, imbrattate di tracce colorate rosse e nere. Parla con voce dura a sovrastare il sottofondo sempre più vicino dell'artiglieria nemica.
- Com'è andata là fuori?
- I Russi hanno picchiato duro, le perdite sono ingenti.
- Mi spiace per i ragazzi e le famiglie, ma la cosa da domani non ci riguarda.
- Rientriamo a casa? - spalancando gli occhi.
- Solo pochi giorni per salutare, poi si va in Polonia.
La pausa di pochi attimi affonda nel pantano dell'imbarazzo.
- Che farò io, Colonnello?
- Tu vieni con me, non si discute.
- Grazie, ma so fare solo il soldato. Come potrò esserle utile?
- Da Berlino non sono soddisfatti dei risultati della campagna e inviano nuovi ufficiali e truppe fresche. E'il momento adatto per avviare il mio progetto e la tua esperienza sarà utile.
- Sa che può contare su di me, come sempre.
- Non dubitavo, qui è l'inizio della fine e noi saremo l'unica alternativa possibile.
La stretta di mano muta suggella il patto tra uomini che hanno condiviso dolore e morte in tutta Europa, inizio di un viaggio contro il tempo e la storia.


Genova, prima settimana di giugno
Mercoledì, ore 12.20.

Genitori e parenti siedono in sala d'attesa, nessuno sorride o scherza nell'aria immobile come un pantano. Niente sirtaki o tzatziki, abbracci e risate: il ragazzino è in sala operatoria da cinque ore e ancora non filtrano notizie. La giornata è stupenda, gemella di quella in cui nacque dieci anni prima: cambia solo il mare, manca il viola che circonda la sua isola nell'Egeo. Manca tutto in realtà: il profumo dei pini e del mirto, il suono delle onde e la vista su un drappo di seta blu che si sposa all'orizzonte con la tela celeste del cielo.
Un uomo si avvicina ad una donna che guarda verso il nulla.
- Cerca l'amico di tuo cugino, magari si informa.
- Voi uomini, vacci tu: lo conosci bene, sta lavorando, come il chirurgo al di là di quella porta chiusa.
- Ma si tratta di Niko, tu sei la madre e la mattinata ormai è finita.
Improvviso si apre il sipario ed esce il protagonista: il pubblico è muto mentre l'attore avanza. In attesa della battuta finale che chiuderà comunque l'atto, che siano applausi o grida, sorrisi o lacrime.
L'attore li guarda, è stanco e gli occhi non parlano, tace anche il volto: la mascherina in mano, si toglie il berretto. La statua nella divisa da chirurgo si anima, la mano destra riavvia i corti capelli neri, poi scende a stringere il mento accentuato: profondi occhi verdi cercano un bersaglio mentre le labbra si muovono.
- Chi è il padre?
- Io, Stavros Papas. - la destra aperta batte sul petto.
- Le piace pescare?
- Nnon...capisco.
- Niko vuole una canna da pesca o un fucile subacqueo: a lei la scelta.
L'uomo fissa il chirurgo con la bocca aperta e gli occhi di un pesce bollito, mentre la madre gli butta le braccia al collo e lo bacia.
- Signora, ci guardano tutti! – un mezzo sorriso con occhi sereni.
- La sposerei, se non avessi già una palla al piede come marito!
- Cucina bene?
- Sono la migliore, nella nostra isola.
- Niente matrimonio allora, ma accetto una buona mussaka.
La gioia composta contagia il gruppo: qualcuno ride e si abbraccia, altri piangono mentre un anziano telefona ad altre sponde del Mediterraneo e la giornata si fa più luminosa.
Un' ora dopo Mario Pinozzi è seduto alla scrivania dello studio, beve una tonica e ascolta Johnny Winter; un uomo entra senza bussare e gli sorride, robusto, un metro e settanta, biondo, pelle abbronzata e occhi chiari, sorridenti.
- Sei stato in gamba là dentro.
- Ho avuto fortuna, tutto è girato bene.
- Non dire cazzate, sei il migliore. Gli altri giocano in serie B.
- Intendi usare questo tono elegante anche in corsia?
- Sai che lì ti do del lei e ti chiamo “Professore”.


- Cosa che non sono, come dovresti ricordare.
- Che palle, alla gente piace, dà sicurezza e incute rispetto.
Mario posa il bicchiere e stoppa la musica: Jorge adesso mostra anche i denti, bianchissimi.
- Finalmente, non lo sopportavo più quell'albino rauco.
- Sei senza speranza, con la musica come con le donne; ma che succede, qualche problema con Niko?
- Tutto bene, il braccio è okay e non ha febbre.
- Che vuoi allora?
- C'è di là una tizia dal nome straniero che chiede di te in maniera pressante.
Prima di altre spiegazioni una donna con i capelli bianchi irrompe dalla porta socchiusa, in compagnia di una ragazza bionda. La prima trascina la giovane e le stringe il braccio destro, impedendo un suo dietrofront: si rivolge a Pinozzi.
- Buongiorno, è lei il chirurgo estetico?
- Signora, come si permette di entrare così e...: - l'abbozzo di reazione da parte di Jorge è timido.
- Tu zitto, specie di infermiere in vacanza!
- Le va bene che è una donna, razza di scopa alla rovescia.
Mario e la ragazza osservano il duello con occhi diversi: lei osserva un punto imprecisato, oltre la parete, lui studia i due cercando di prevedere la prossima battuta. La spettatrice dell'ennesima replica e il pubblico di una prima. Il medico si alza, chiude la porta e si mette tra i contendenti come prosciutto tra due fette di pane.
- Sono Mario Pinozzi e faccio il chirurgo plastico, lascio l'estetica a chi ama l'arte.
- Mi hanno detto che è esperto in problemi alle braccia e alle mani, specie nei giovani.
- Ho maturato qualche esperienza in proposito.
- Non andiamo per le lunghe, se mette la catena al botolo le spiego perché sono qui.
Jorge abbozza una risposta, ma gli occhi di Mario lo implorano di uscire. Girando sui tacchi si dilegua sbattendo la porta alle spalle. Il medico approccia le due con calma.
- Accomodatevi e spiegatemi perché siete qui.
La donna esibisce un' eleganza altera: di un magro robusto, alta e con le curve del corpo ancora in evidenza. Gli occhi sono nascosti da eleganti occhiali scuri, sotto capelli bianchi e su zigomi spigolosi con efelidi che tradiscono origini dal nord del mondo; difficile darle un età, anche se è chiaro che non può avere meno di settant'anni.
Mario cerca di far entrare in gioco l‘oggetto della questione, rimasta ai margini del match. Si rivolge a lei, fissandola in attesa: delicata, pelle di luna, capelli lunghi. E gli occhi.
La sua risposta, se c'è stata, non è chiara: le parole nella stanza sono note distorte e le immagini hanno i contorni sfuocati, il calendario alla parete è stracciato e annerito, il volto di Mario nel vetro della finestra quello di dieci anni prima.

Marco Moretti
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