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Autore: Andrea Venturo
Titolo: Piccola storia triste
Genere Narrativa
Lettori 124
Piccola storia triste

...di una persona triste e piccola.

Alt, lettore. Prima di cominciare sappi che quanto stai per leggere è frutto di invenzione. Il protagonista, i suoi insegnanti, i suoi compagni di classe, l'intero edificio scolastico nonché i fatti di cui si sono resi protagonisti non hanno alcuna attinenza con eventi accaduti e persone esistite se non per mera e involontaria coincidenza. I testi di canzoni e i marchi presenti nel testo sono di proprietà dei loro legittimi detentori e sono qui citati in virtù dell'articolo 70 L. 633/1941 e doverosamente citati in nota con autore, editore, titolo eccetera, eccetera. I nomi delle strade sono gli unici che effettivamente hanno una qualche attinenza con la realtà, ma confido che coloro ai quali sono state intitolate non si lamenteranno.
Detto questo: buona lettura.

Come tutto ebbe inizio

Ciao Maurizio, ho ricevuto con immenso piacere la tua email: dopo tutti questi anni pensavo che ti fossi completamente scordato di me. Per la rimpatriata ti dico subito di sì e nel frattempo ho scovato una chicca strepitosa, mentre sistemavo la cantina. La foto che vedi in allegato è stata scattata la famosa sera della cena a cui tu, bloccato in ospedale, non hai potuto partecipare. La vedi l'Innominabile? Quando abbiamo tirato fuori Il Morto è stata anche peggio di così: pareva che la sua sedia si fosse tramutata in un palo appuntito. Forse ti avranno raccontato qualcosa, ma... reggiti forte: ho il video. Come faccio ad averlo? Forse vorresti dire “Come faceva, nel 1991, uno studente sfigato e squattrinato a possedere una telecamera?” Ti assicuro che la risposta ti lascerà davvero sorpreso. No, non ho venduto la scuola come tentasti di fare tu e ho pagato caro l'aver girato il video, però devi credermi se ti dico che, se anche potessi rinascere, non cambierei una virgola di quello che accadde quella sera... e pure dopo. Non so quanto tu abbia potuto sapere di tutta la vicenda, ma mettiti comodo perché intendo raccontarti ogni cosa.

Tutto NON ebbe inizio nel 1991, ma forse a settembre 1989 quando io e lei ci incontrammo per la prima volta. Liceo Scientifico G. Leopardi, sezione M, classe III, prima ora di Italiano.
Stivale d'ordinanza al ginocchio, gonna di tweed, giacca con spalline degne di un giocatore di football americano, capello corto cotonato e tinto di biondo; sorriso a trecentosessanta denti.
- Buongiorno, ragazzi, io sono la vostra insegnante di Italiano e Latino - e tu mi dicesti - Non sarà un buon giorno - e, finita la lezione, aggiungesti - non sarà nemmeno un buon triennio: questa non sa un cazzo. - Avevi fatto centro, ma anche io. Soltanto che tu avesti il coraggio di dirlo senza peli sulla lingua. Io avrei impiegato molto più tempo.
Fosti sempre tu a coniare il nomignolo "Innominabile". Fino a dicembre '89 avevi addirittura affermato che portava sfiga, ma statistiche alla mano non si rivelò più porta-sfortuna della Lando, quella di Scienze, che vestiva sempre di nero, o della Castelnuovo che, se i libri della Rowling fossero stati pubblicati allora, si poteva far passare per la madre della Umbridge1 tanto era bastarda alle interrogazioni, ma la storia del maghetto più famoso del mondo non era stata ancora scritta... ci pensi? Ah, che tempi! Sai che l'anno successivo l'Innominabile se ne andò in pensione? Come vedrai aveva tutti i motivi per chiudere con l'insegnamento e pensare alla famiglia. Sono passati quanti? Quasi trent'anni da allora, ma la tua lettera e la videocassetta che ho ritrovato in cantina mi hanno fatto ricordare tutto come se fosse accaduto ieri.

Sto divagando. Ti ho promesso di parlare di quella famosa cena e di quel che accadde, ma ci sono dei retroscena che devi conoscere e la tua presenza a scuola è sempre stata un poco... aleatoria, in quinto poi ho passato più tempo al banco da solo che insieme a te. Ma del resto: ad aprile avesti l'incidente, tornasti a camminare solo a settembre, la Maturità l'hai passata in corsia. Do per scontato tu conosca i fatti di quel che è accaduto, magari riprenderò una cosetta o due giusto per fare chiarezza.

In quella fine di marzo del 1991 il sole riscaldava i tetti della città con i suoi raggi benevoli: la capitale d'Italia si stava avvicinando al “massimo tripudio climatico”. La Vita si respirava a pieni polmoni, potevo sentirla addirittura a livello fisico tanto era intensa. Di andare a scuola, e all'epoca ci andavo tutti i giorni senza sgarrare dal lunedì al sabato, avevo voglia quanta poteva averne un vampiro di starsene a crogiolarsi sotto a quel sole o un diavolo di fare il bagno nell'acquasanta. A ripensarci avrei fatto meglio a far filone ogni volta che ne avevo voglia, come facevi tu.
Speravo che il polverone sollevato con la messa in vendita del Leopardi si fosse finalmente calmato. Pubblicare, sul più seguito giornale di annunci, una cosa come: “Cedesi edificio interamente da ristrutturare sito in Monteverde, palazzina in cemento armato di cinque piani, ventidue servizi, cinquanta camere, roof garden e amplissima sala per ricevimenti. Per informazioni e prezzo telefonare...” seguita dai numeri di telefono della scuola proprio il giorno prima di partire per Parigi fu un'idea geniale. I telefoni del Leopardi furono sommersi per tutta la settimana. Le segretarie che tiravano giù moccoli ogni volta che arrivava una telefonata, il vicepreside che pareva la caricatura baffuta di Woody Woodpecker2 e l'Innominabile, che fino a quell'anno fu la cocca del preside, ad auspicare la crocifissione dei colpevoli sul piazzale della scuola... ogni accenno alla tempesta telefonica, che per tutta la settimana di Pasqua e quella successiva tenne occupate tutte le linee telefoniche del Leopardi, mi provocava degli accessi di risa pericolosi e potenzialmente rivelatori.
Ma, se ci penso, rido anche adesso.
Sapevo che eri stato tu, mi avevi detto che l'avresti fatto, ma ti promisi che non ti avrei mai tradito e, credimi, rischiai anche il fondo-schiena per mantenere la promessa che ti feci.
Il preside si comportò in modo intelligente: invece di minacciare punizioni esemplari spiegò, tramite una circolare, che la scuola non era mai stata in vendita e che, per quanto fosse stato divertente (e credo si sia divertito anche lui), era il momento di tornare allo studio, specie per le classi quinte ormai prossime agli esami.

Gli esami, che spasso... e che paura! Tu finisti contro un autobus col tuo motorino durante le vacanze di Pasqua, e io restai da solo al banco fino alla maturità. Ero talmente spaventato, convinto com'ero di non aver combinato nulla di buono in cinque anni, da voler scappare il più lontano possibile. Ti ho perfino invidiato: te ne stavi in una clinica con un numero imprecisato di ossa rotte, curato e coccolato giorno e notte da infermiere stupende. Comunque la bravata della vendita, per la quale mi sono sentito responsabile dato che l'avevamo progettata insieme, mi ha causato un mezzo infarto e ti ha fatto rischiare una sospensione “in contumacia”. Fortunatamente ben prima di vendere la scuola avevo gettato i semi per creare un'ombra di rispettabilità sulla mia figura di studente semi-nullafacente e questo, come vedrai, fu di grande aiuto.

Se vedessi com'è diventata la nostra scuola oggi! Forse l'hai vista anche tu, ci sarai passato davanti in questi anni. A ripensarci sarebbe stato meglio che qualcuno l'avesse comprata davvero e buttata giù per farne un condominio. Sarebbe stato un bel miglioramento per il quartiere. Le scale antincendio in acciaio zincato, orribili appena costruite, ora sono coperte da sbavature rugginose; il terrazzo del quinto piano non c'è più e sono state aggiunte altre aule; le ciminiere della centrale termica potenziata ora sono alte quanto la scuola stessa. Posso dire che appare ancora più orribile di com'era trent'anni fa, che pareva soltanto la versione “brutta” del Serpentone del Corviale3.
Entrare in quella scuola mi causava sempre un magone, un senso di oppressione affatto edulcorato dai numerosi murales che tentavano di ingentilirne il grigiore. Il grigio massiccio dei suoi muri è sempre stato superiore alle energie dei quasi mille e cinquecento ragazzi in forza all'istituto. Quello per me era il sesto e (speravo tanto) ultimo anno al Leopardi. A ripensarci adesso mi sarei fatto volentieri bocciare ripetendo un'altra volta il quinto, pure due, ma nel '91 pensavo solo a diplomarmi e andare all'università a studiare fisica. Ricalcare le orme di Fermi ed Einstein... o dello sfortunato Enrico Medi4, che scoprì le fasce di Van Halen prima di Van Halen stesso, ma che non fu creduto.
E pensavo a scrivere racconti e romanzi.
L'idea di fare lo scrittore mi frullava in testa da tempo, più o meno da quando avevo cominciato a leggere con assiduità. Avevo persino partecipato a un concorso letterario indetto dalla rivista “Millelibri” pubblicata da Mondadori e che aveva iniziato le pubblicazioni quell'anno. Parlava di libri a tutto andare: erano questi i semi cui ti accennavo. Il concorso si intitolava “Quel libro fatale che ti ha aperto le porte della lettura” ed era richiesto un racconto di massimo otto cartelle tutto incentrato sul “libro fatale”, quale che fosse stato.

Andrea Venturo
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