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Autore: Maria Gisella Catuogno
Titolo: D'amore e d'acqua
Genere Romanzo
Lettori 293
D'amore e d'acqua
Viaggi, avventure, passioni dei giovani Georges e Tigy Simenon.

Porquerolles, Costa Azzurra, maggio 1926

L'isola delle Hières li accoglie col suo abbraccio di luce: sbarcano incantati, sembra l'approdo alla Terra Promessa. Sul molo, oltre a Georges e Tigy, ci sono Boule, il micio Molécule e la cagnetta Jessie.
Per il capofamiglia ci vuole un periodo di riposo, lontano dagli assilli e dalla frenesia della capitale: per il troppo lavoro rischia infatti un esaurimento nervoso.
Porquerolles è la scelta giusta: come non rimettersi in forma alla vista del suo mare, di un turchese quasi cupo, delle calette inaspettate – nicchie dove si rifugiano le onde ─, delle spiagge di sabbia bianca, del profumo del rosmarino in fiore, del giallo delle ginestre?
La macchia lambisce la costa, le pinete incombono sul villaggio di casette colorate e il campanile della chiesa si erge fiero a guardare i tetti rossi.
I turisti sono pochi, anime erranti in cerca di solitudine, e gli abitanti appaiono sorridenti e ben disposti verso i primi ospiti
Ma gli unici due alberghi risultano meno accoglienti del previsto: malgrado le tendine provenzali alle finestre e il buganville arrampicato al muro, deludono i Simenon.
“Cerchiamo una soluzione per conto nostro...”
“Ma è tardi, signore, fermiamoci qui per stanotte!” si intromette Boule ma Tigy la fulmina con lo sguardo
“Nemmeno per sogno, non ho fatto un viaggio impossibile da Parigi con treno e traghetto, per fermarmi in un alberghetto sudicio!” ribatte lui con tono perentorio.
Allora Boule si morde la lingua per non replicare: non ha la saggezza, la pazienza e la diplomazia della signora, lei, e non ha nemmeno la sua età, ben ventisei anni, tre più del marito. Lei invece ne ha solo diciannove, ma viene dalla Normandia, discende da pescatori di Terranova, gente forte, indomabile, abituata a fronteggiare le tempeste del Mare del Nord, che non si fa mettere i piedi in capo da nessuno. Si chiama Henriette Liberge e da un anno fa la cameriera in casa di quella coppia stravagante. Ma il padrone le ha cambiato il nome, vedendola la prima volta, perché il suo visetto rotondo e pallido l'aveva fatto esclamare: “ Boule de gui!” e da allora, per quei due e tutti gli amici, era diventata Boule.
L'anno trascorso con loro era stato a dir poco burrascoso: le rimproveravano di essere testarda, indisciplinata, infantile, immatura, ribelle, ma non si sarebbero privati di lei, ne era sicura, perché lavorava come un mulo e soprattutto perché il padrone, quasi da subito, si era infilato nel suo letto e non se n'era più andato. La prima volta lei aveva opposto resistenza benché sapesse, da tutte le sue amiche cameriere nelle case dei signori, che quella era la regola e che bisognava rassegnarsi; ma poi aveva cominciato a prenderci gusto e ora, alle sue visite mattutine, mentre la padrona ancora dormiva, non ci avrebbe rinunciato davvero. Aveva solo il terrore di restare incinta e allora non si stancava di raccomandare: “Attention, s'il vous plaît!” ma, con l'usarla, questa era diventata un'invocazione eccitante per entrambi, tanto da costituire il leit motiv scherzoso dei loro incontri; anzi, lui la ripeteva, anche fuori dal contesto erotico, per stuzzicarla e metterla in imbarazzo: “Attention, s'il vous plaît!” le sussurrava ridendo, con la pipa fra i denti, magari alla presenza della moglie.
Boule non ci si raccapezzava: possibile che la signora non intuisse, non supponesse, non sapesse? O faceva finta di nulla per rassegnazione, pigrizia o quieto vivere?
Lei proprio non li capiva gli artisti, i ricchi, anche se i Simenon, in fondo, tanto ricchi non le sembravano! Tutti porci, comunque: ecco, cos'erano.
Forse la moglie sapeva, lui glielo raccontava e ridevano di lei a letto: della sua goffaggine, della sua inesperienza, magari proprio mentre a loro volta facevano l'amore!
“Monsieur, écoutez-moi, possiamo andare al Grand Langoustier, un capanno che vi piacerà...l'ideale per una vita all'aria aperta...i proprietari l'affittano e mi hanno dato la chiave per farlo vedere a chi arriva” si fa avanti un facchino, prendendo il bagaglio più pesante.
“Sì, Georges, è ragionevole. Proviamo al capanno!” interviene Tigy che preferirebbe un po' di comodità ma che, pur di vedere il marito tranquillo, non esita ad adattarsi a qualsiasi soluzione.
Così, seguendo l'uomo, attraversano praticamente l'isola, in silenzio, ciascuno seguendo il filo dei propri pensieri e lasciandosi cullare, quasi anestetizzare, dalla natura circostante: l'acqua marina, le barche dondolanti, la costa mutevole, i visi già cotti dal sole degli isolani che incontrano e che non si fanno scrupolo di mettersi la mano sulla fronte per farsi schermo alla luce ed osservare meglio quei forestieri.
Tigy è bruna, alta, formosa; una fascia le trattiene i capelli e le regala un'aria sbarazzina: ha un vestito di cotone colorato, già estivo, e le braccia tornite trasportano il bagaglio senza difficoltà; Georges ha un sigaro al lato della bocca, i capelli ricci e trascurati, camicia e pantaloni chiari, spartiglie ai piedi; Boule arranca dietro di loro perché ha le gambe più corte di tutti: indossa un vestito alla marinara, bianco e blu, con un baschetto di traverso sulla testa che valorizza il viso degno di una pittura.
Gatto e cane chiudono il corteo, allineati come soldatini.
Tigy confida in quella vacanza come un'anima devota in un miracolo: ha sempre pensato di avere una natura selvaggia, poco socievole, a suo agio più con gli animali che con gli esseri umani, ma deve riconoscere di essere cambiata negli ultimi tre anni; il matrimonio e la vita parigina l'hanno plasmata rendendola una moglie comprensiva e che sa stare in compagnia. Il pensiero vola alla ragazza che era, a Liegi, ai suoi genitori, al fratello, alla sorella, al suo amore per l'arte e poi a quello, più forte, per Georges.
Galeotto era stato il capodanno del 1921, quando era ancora Régine per molti, sebbene il nomignolo stesse per prendere il sopravvento, e la sua vita si dipanava senza scosse tra una tranquilla famiglia borghese, le lezioni all'Accademia delle Belle Arti e un atelier dove imbrattava le tele. Qui, nella notte di San Silvestro, dove era stata organizzata la cena con tutti i suoi, piombarono come un ciclone amici comuni, già avvinazzati e intenzionati a continuare la baldoria cominciata altrove. Tra di essi c'era un giornalista giovanissimo che si faceva chiamare Georges Sim.
Lei aveva notato il suo imbarazzo, all'inizio, per la presenza dei genitori, ma più tardi, quando loro si erano ritirati ed avevano lasciato liberi i giovani di divertirsi, lui si era rilassato ed aveva dato il meglio di sé: allegro, brillante, scanzonato. Tigy lo aveva trovato irresistibile, ma evidentemente anche lei aveva fatto colpo, complice il suo bel vestito rosa e grigio a piccoli volants, che valorizzava le sue morbide forme: Georges aveva cominciato a recitarle poesie e l'aveva fatta ballare stretta a sé. Così Tigy non aveva chiuso occhio per tutta la notte, soggiogata dall'odore di tabacco, alcol e focosa esuberanza che emanava da quel corpo maschile aderente al suo e di cui era rimasto l'aroma sulla sua pelle.
La mattina dopo Georges l'aspettava ad un angolo di strada con un mazzolino di violette in mano e la dichiarazione d'amore pronta.
“Mon chéri, dammi il tempo di pensarci, ci siamo conosciuti solo ieri!”
“Ieri era un anno fa! Non sono tipo da perdere tempo, Régine” − così l'avrebbe sempre chiamata nei momenti importanti − “fammi partire per il servizio militare e poi ci sposiamo. Sei d'accordo?”
“Ma come, mi parli già di matrimonio?”
“Che devo aspettare, lo sento che tu sei la donna della mia vita!”
E così, due anni dopo si erano sposati. Poi, partenza per Parigi. Gli ultimi tre anni erano stati convulsi e irripetibili: all'inizio la povertà, la vita da bohèmiens, buchi di appartamenti ma notti di autentica passione, in cui il giovane marito sembrava non saziarsi mai di lei; e lavoro, lavoro, lavoro per Georges: articoli di giornale, racconti, rapporti continui e spesso burrascosi con gli editori, un'attività febbrile e incredibilmente fertile. E ancora, tanti amici e tante amiche. Tigy si era ben presto dolorosamente accorta di quanto Georges piacesse alle donne – del resto, non se ne era subito innamorata anche lei? − e, purtroppo per lei, loro a lui.
All'inizio ne era rimasta sgomenta e come impotente ad arginare la piena di quel fiume; poi si era rassegnata, o meglio, adattata; aveva accantonato la sua morale borghese, il suo perbenismo e, come l'argilla nelle mani di un vasaio, si era fatta modellare da lui, per compiacerlo: non si era sottratta a baldorie che si protraevano per tutta la notte e in cui gli eccessi alcolici e l'eccitazione giovanile rimescolavano le coppie, anche se lei restava lucida e non riusciva mai a lasciarsi andare del tutto. Poi aveva dovuto chiudere non uno ma tutti e due gli occhi quando aveva notato il fascino che esercitava su Georges la regina dei balletti parigini, la mitica Joséphine Baker, che, con un gonnellino di sedici banane e un “culo che ride”, come lui stesso l'aveva battezzato, si esibiva, davanti al suo pubblico in estasi, in indiavolati charleston o in erotiche danze del ventre che elettrizzavano di spettatori. Aveva deciso di tacere, di far finta di non vedere, di inghiottire bocconi amari senza dare nell'occhio, perché aveva paura di perderlo e di vedere un'altra donna al posto suo.
Una volta, poco dopo il matrimonio, aveva tentato d'imporsi, ricattandolo:
“Georges, se mi tradisci m'ammazzo!”
“Che dici, Tigy? Anche se ti tradissi, lo farei solo con il corpo, nell'anima ci sei tu!”
“Non voglio nemmeno col corpo!” aveva ribattuto lei con la voce strozzata dalla rabbia e dall'indignazione
“Chiedi troppo, ma chérie!” aveva risposto con calma lui, improvvisamente gelido e distante, ficcandole negli occhi due pupille severe e nere come due pozze di catrame
“Come, chiedo troppo? Sono tua moglie, mi hai scelto, mi hai sposato!” aveva tentato una ultima disperata controffensiva lei, tremando
“Chiedi troppo, te lo ripeto. Ma ora basta, non voglio più parlarne!”aveva tagliato corto lui seccato e il discorso non era stato più affrontato.
Ora, nella luce e nel maggio di Porquerolles, Tigy confida di recuperare e tenere stretto a sé, almeno per un po', quel marito attraente e ingombrante al tempo stesso.
Arrivano al capanno: è piccolo, soltanto due locali, e decisamente sudicio, ma il posto è magnifico, in bilico tra cielo e mare, con il giardino esposto ad ovest e dunque gratificato ogni sera dal tramonto, un pagliaio a poca distanza, spazi aperti e totale libertà: il luogo giusto per rigenerarsi. Si accordano col facchino sull'affitto, ricevono le chiavi.
Le donne si mettono subito al lavoro e lo trasformano nel giro di qualche ore in un ambiente accogliente. Georges, da parte sua, riordina l'esterno: pulisce un tavolo, organizza l'angolo cottura con un barbecue mezzo arrugginito e un fornelletto di fortuna. C'è l'acqua, un pozzetto, una pergola, due amache... è contento. Molécule e Jessie gli girano intorno aspettando, tra un abbaio e un miagolio, che il padrone pensi a loro e gli dia da mangiare., oltre che un po' di considerazione, magari una carezza.
Lui canticchia, il sigaro tra i denti, il pensiero alla frenesia dello scrivere da tenere a bada, se non vuole ammalarsi: “Calma” si dice “non hai più l'affanno di crepare di fame, cominci a essere noto, apprezzato... rilassati, dedicati alla natura, a questo posto magnifico, a tua moglie, a Boule...”. Aveva avuto proprio ragione Tigy, come sempre del resto, quando gli aveva proposto, una settimana prima:
“Andiamo a Porquerolles?”
“Dove?” aveva risposto lui infastidito
“Porquerolles, in Provenza Ha la forma di un croissant, ma in mezzo al mare!”
“Ma perché?”
“Perché stai male, Georges, l'ha detto il dottore, hai troppi globuli bianchi, ti sei ammazzato di lavoro. Hai bisogno di staccare, di voltare pagina. Ho venduto un quadro a un collezionista armeno, ho ottocento franchi da spendere tutti per noi. Anche tu hai firmato qualche buon contratto ultimamente, se non sbaglio...”
“Sì, Tallandier e Ferenczi sono stati generosi”
“Allora che aspettiamo?”
“Ma come? Lasciare Parigi così....” e il pensiero era andato a Joséphine Baker che gli è entrata nel sangue
“Sì, la lasciamo per qualche settimana. Forse è una bella occasione anche per noi due, per recuperare!” e Tigy gli si era avvicinata, lo aveva guardato con quell'espressione che lui conosceva bene e che voleva dire Dai, facciamo l'amore!”
Così lui aveva ceduto, vinto da quelle argomentazioni e la sera stessa avevano cominciato a preparare le valigie. Poi c'era stato il Train de bleu fino all'imbarco e dopo il traghetto, con il mare che si apriva ai lati per lasciarli passare tra pennacchi bianchi, creste di schiuma, sbuffi di sale. E ora eccoli qui.
“Scriverò anche qui!” si dice lui per tranquillizzarsi “non ne posso fare a meno. Anzi, quest'isola mi intriga. Voglio visitarla in lungo e in largo perché sento che qui potrei inventare un racconto, un romanzo, vedremo.”
Intanto il sole tramonta, proprio davanti al capanno ed è uno struggimento di rosso e d'arancio che si smarrisce nell'acqua già cupa del mare.
“Venite a vedere, donne!” chiama Georges e tutti e tre rimangono immobili, in silenzio, ammaliati dall'ennesimo regalo di Porquerolles in quel primo giorno.

Il rosario del tempo anche a Porquerolles sgrana inesorabile le sue giornate, ma i ritmi sono molto più naturali e gradevoli: si fa quello di cui si ha voglia, si dorme finché si ha sonno, si pranza a qualsiasi ora. La mattina Tigy si sveglia tardi, Boule si alza almeno due ore dopo rispetto a Parigi, soltanto Georges è mattiniero.
Le ore dell'alba sono le più creative per lui, così sguscia in silenzio dal letto per non svegliare la moglie, si trasferisce in cucina e qui, dopo essersi bevuto un caffé scuro e forte all'italiana, si siede al tavolino davanti alla finestra e mette mano alla penna.
Evita la macchina da scrivere per il rumore dei tasti e verga le pagine bianche con la sua grafia snella e appuntita; la notte gli regala idee, situazioni, personaggi, trame complesse e fascinose: basta trasferirle su carta, al mattino.
Il cielo si scolora davanti ai suoi occhi: lentamente il buio si dissolve e il primo chiarore regala nuovamente i contorni agli alberi, ai cespugli, al pergolato, al mare poco lontano, mentre le stelle impallidiscono e gli uccelli sugli alberi salutano l'alba.
Rinunciare alla scrittura non può e non per motivi economici: si potrebbe permettere uno stacco, come gli suggeriscono il medico e il buon senso; ha anche provato e, in effetti, nel corso della giornata, ci riesce senza sforzo perché si dedica a mille attività.
Ma la mattina no: la scrittura è il suo atto creativo, la sua firma sul giorno che sta per iniziare; davanti a quel foglio bianco che riempie di segni si sente libero e infinitamente potente. Come un dio al cospetto della sua creazione.
Se vi rinunciasse sarebbe insoddisfatto e inquieto per il resto della giornata.
Ha accanto Jessie che l'ha subito seguito dalla camera alla cucina e che gli si è accucciata accanto, aspettando con pazienza il regalo a cui l'ha abituata da quando sono in vacanza: uscire e salutare la luce lungo la battigia, dove lei potrà correre e scorrazzare a piacimento dando sfogo alla smania che sente nelle zampe.
Il resto della mattinata sarà dedicato alla colazione, en plein air, con i biscotti bretoni profumati di burro che Boule non manca mai di portarsi da casa e che piacciono tanto ai suoi padroni. Poi ci si trasferirà sulla spiaggia e qui le donne, in costume e copricapo, trascorreranno ore a crogiolarsi al sole di maggio che accarezza e non morde, mentre Jessie non le perderà mai di vista ed anzi farà il bagno con loro.
A Georges invece non piace stare fermo: si tuffa subito, fa immersioni subacquee, sparisce con la maschera per un po', poi riemerge grondante e affannato gridando:
“Boule, vieni, ché t'insegno a nuotare!”
Ma dalla riva non giunge nessuna risposta.
“Boule, vieni in acqua, è un ordine!” insiste divertito
“Signore, non posso accettare quest'ordine. Imparerò quando ne ho voglia!”
Allora lui corre verso la battigia, l'afferra per le gambe e la trascina in mare mentre lei urla e si divincola. Tutte le mattine la scena si ripete. Tigy allora interviene con la sua solita saggezza:
“Georges, lasciala stare, non è così che imparerà, non ti darà mai questa soddisfazione, dammi retta!”. E la tragicommedia finisce lì.
Per lui comunque la passione vera è la pesca e, per praticarla, si adegua a mescolarsi ai pescatori locali: va nella piazzetta del villaggio, annusa gli umori, contatta le persone giuste, si mette d'accordo con qualcuno per calare le reti la sera e riprenderle all'alba.
I pesci e la loro lotta per la sopravvivenza lo affascinano e lo sgomentano allo stesso tempo, a volte passa ore sul moletto a guardarli: ce ne sono di tutte le forme e dimensioni, alla costante ricerca di cibo e evitando di diventarlo. I ghiozzi, poi, che sono i padroni dell'acqua limpida del porticciolo, hanno una bocca enorme, sproporzionata al corpo e si distinguono per l'aggressività. Ne parla con Tigy:
“Ma hai visto che vita fanno? Nessuno di loro può stare tranquillo a farsi cullare dalle posidonie sul fondale o a sperimentare le delizie del mare... se trovano un buco è per sfuggire ai predatori... sempre, da quando nascono, fino alla morte, non fanno altro che nascondersi o aggredire: mangiare o essere mangiati, questa è la loro legge, la legge del più forte!”
“Di che ti meravigli, Georges? Non sai che nel regno animale è così?”
“Ma a vederli così da vicino mangiarsi a vicenda fa un certo effetto, ammettilo!”
La notte il pensiero si tramuta in angoscia e lo fa sognare male e agitarsi nel sonno. Allora lei gli si avvicina, aderisce col suo corpo a quello di lui, gli sussurra all'orecchio:
“Calmati, non c'è nulla per cui agitarsi così tanto...” e lui riprende a dormire finalmente tranquillo.
Ma una volta la musica è diversa: Tigy si sveglia all'improvviso urtata da Georges che si dibatte nel sonno:
“Mi dici che stai facendo?” chiede spaventata
“Sto remando” risponde lui in pieno stato di sonnambulismo.
E, in effetti, muove le braccia come se stesse remando.
“Non credi d'aver remato abbastanza, mon cheri? Mettiti giù ora, siamo a letto ed è notte fonda!” tenta di persuaderlo lei
“No, non posso! Non vedi che la barca non riesce a staccarsi dal moletto?” e si mette seduto sul letto spingendo con le mani contro il muro, come se fosse il porticciolo da cui prendere il largo. Ecco allora che il letto, dotato di rotelle, comincia a mettersi in movimento, attraversando la stanza fino alla parete opposta.
A questo punto, finalmente si sveglia, sudato fradicio.
Tigy s'alza, prende una salvietta dall'armadietto, lo asciuga tranquillizzandolo.
Si riaddormentano abbracciati, rassicurando Boule che ha sentito un gran baccano e ha bussato alla camera dei padroni:
“Comment ça va, Monsieurs!?”
“Bien, ça va bien...bonne nuit!”
La ragazza non fiata ma si ributta sul letto inquieta, sperando in cuor suo in una visita del signore, all'alba, ma quella mattina anche Georges dorme di più e, quando si sveglia, non ha voglia d'alzarsi. Ripensa al suo incubo notturno, a quella barca che non prendeva il largo, ai pesci che si mangiavano tra loro sotto, finché non ne è arrivato uno enorme che sbatteva con la pinna contro il legno: occorreva allontanarsi perché scendere non era più possibile; l'enorme pesce s'affacciava già al bordo con la bocca spalancata e la fila di denti aguzzi in bella vista. Pensa anche allo spavento di Tigy nel vederlo in quello stato, allora le si avvicina, la guarda dormire intenerito: la pelle già baciata dal sole, i capelli liberi dalla fascia sparsi sul cuscino. Le prende un urgente bisogno di lei. Il rumore cadenzato delle onde sulla battigia sembrano invitarlo all'amore: le solleva la camicia, comincia ad accarezzarla sui fianchi, sulle cosce, sul ventre; le bacia il seno maturo, le succhia i capezzoli morbidi. Lei si sveglia stupita e contenta di quel dono mattutino inaspettato. E' già pronta, lo cinge con le gambe, gli si offre calda e accogliente. Il ritmo del mare diventa il loro, i giovani corpi si muovono all'unisono: il piacere, lungo e intenso, li coglie insieme.
Lei non riesce e trattenersi e grida, lui le tappa la bocca con un bacio, perché Boule non senta.
Ma quando si alza e va in cucina, trova la ragazza armeggiare con la caffettiera e il suo “Buongiorno, signore” ha il tono del rimprovero e della delusione.

Porquerolles è una falce di luna immersa in un mare incredibilmente azzurro.
Quando soffia il mistral, al colore dominante si associano creste di schiuma candida che gonfiano le vele delle barche all'orizzonte. Sulla spiaggia consueta è impossibile stare ed è l'occasione per girare l'isola in lungo e in largo. Riescono a procurarsi delle biciclette e con quelle percorrono settanta chilometri di sentieri praticabili. Quando anche la bici è di troppo, si affidano alle gambe: così raggiungono il Forte Sainte Agate dopo una salita mozzafiato. Qui, tra le mura della torre, si rendono conto di che cosa è capace il mistral quando soffia davvero: relitti di navi celtiche, etrusche, greche e saracene finite sugli scogli sono lì a ricordare agli uomini la loro debolezza e la forza implacabile della natura, quando si scatena.
“Georges, vieni a vedere!” grida Tigy, dal camminamento esterno, per superare l'urlo del vento.
Lui la raggiunge e insieme soffermano lo sguardo sul mare in affanno, cavalcato da onde rabbiose, sulle chiome agitate dei pini e dei lecci, sui lentischi, sui cespugli di ginestra e rosmarino.
Il fumo della pipa vola lontano, i capelli svolazzano scomposti.
Sotto di loro le casette del villaggio sembrano addossate per proteggersi, solo il campanile pare più spavaldo.
Tigy s'accosta di più al marito, l'abbraccia, cerca la sua bocca: ha bisogno d'essere rassicurata, protetta, amata. Vuole fugare tutte le nubi che fanno da corteo al suo matrimonio. Porquerolles deve essere la sua occasione.
“Continuiamo anche domani a esplorare l'isola?”urla Georges affascinato dagli spettacoli naturali che quello scoglio sa offrire
“Se vuoi, ne sono felice anch'io!”gli risponde lei
“Rientriamo e ti dico perché”
L'interno è un sollievo anche se il vento non tace nemmeno lì e, anzi, sibila sinistramente penetrando nelle fessure.
“Mi hanno detto che la parte meridionale è selvaggia, che ci sono strapiombi e falesie alte fino a cento metri e calanchi a picco sull'unica spiaggia che può definirsi tale, l'Oustaou, la “casa di Dio”; addirittura il paesaggio in certi punti è simile a quello scandinavo, con veri e propri fiordi, come l'incredibile Bregançonnet, di cui tutti parlano qui...” spiega Georges tutto compito.
“Ok, sono pronta!”
“Ma dobbiamo invitare anche Boule, non può stare sempre sola. Hai visto stamani come c'è rimasta male quando l'abbiamo lasciata a casa?”
“Ma allora non possiamo mai avere un po' d'intimità! Stiamo così bene da soli!” protesta lei delusa
“Ma mettiti nei suoi panni, ha solo diciannove anni, l'abbiamo portata in quest'isola sperduta, si annoia a morte...”
“Da dopodomani non più, avrà molto da fare...”
“Perché?”
“Vengono Roul e Alexandre da Parigi!”
“Ah, si sono decisi, poi! Come l'hai saputo, perché io non ne sono al corrente?”
“Volevo farti una sorpresa, ma non ho resistito, mi hanno spedito un telegramma, è arrivato ieri, quando eri a pesca”
“Per questo eri così indaffarata! Bene, non mi dispiace affatto, anzi. Mi sono quasi dimenticato le combriccole e la baldoria! Potremmo invitare anche qualcun altro nei prossimi giorni, per una cena; ho fatto varie conoscenze in paese, per esempio due marinai russi molto simpatici, Vladimir e Sacha, vivono a bordo dello yacht che è all'ancora al porto”
“Va bene, ma invitiamo anche qualche ragazza... facciamo una bella cena, balliamo, cantiamo al chiaro di luna!”
“Perfetto!”
“Sarà una serata da ricordare, ma promettimi che domani ce lo prenderemo tutto per noi!”
“Come faccio a dirti di no?”
Tigy lo abbraccia felice e cominciano la discesa, poi inforcano la bici e arrivano a casa infreddoliti e pieni di vento. Boule li accoglie con il muso per sottolineare il suo disappunto d'essere stata lasciata sola, però la bouillabaisse che ha preparato è così gustosa da meritarsi lodi sperticate: questo la rallegra e le fa passare il nervosismo dell'intera giornata.
La mattina dopo, all'alba, riceve la visita di Georges.
“Boule, Boule, che mi fai fare?...” ed entra nel suo letto, annusa i suoi odori e la prende d'impeto, senza quasi accarezzarla e baciarla.
Quella carne giovane e inesperta lo spinge subito dentro di lei con un'urgenza che non riesce a contenere. Lei comincia a muoversi sotto di lui, contenta di quella considerazione, dopo giorni di trascuratezza.
Si ricorda appena del consueto refrain, “Attention”, ma obbedisce al suo ritmo come una scolara obbediente.
All'improvviso lo sente ritirarsi, proprio quando il suo desiderio è più forte e un senso di frustrazione, quasi di rabbia, s'impossessa di lei.
“Ma, signore...”
“Attention, s'il vous plaît!... non mi dici sempre così, Boule? – le sussurra lui all'orecchio – vuoi forse restare incinta al posto di mia moglie?”
“Non sia mai, signore!” replica lei facendosi il segno della croce, ma la delusione resta, come quando la mamma le prometteva un vestito nuovo a primavera e poi glielo doveva negare perché non c'erano abbastanza soldi.
“ Lo so come ti senti ma non ti preoccupare... ti farò star bene comunque, avvicinati, dai, non farmi il broncio!”
E infatti poco dopo arriva per entrambi la conclusione desiderata del fugace incontro mattutino.
“Merci, monsieur...”
“Merci a vous, mademoiselle” ride lui levandosi dal letto.
Tigy ancora dorme: c'è il tempo per scrivere qualcosa, per accontentare Jessie, che è già sulla porta, pronta per scendere sulla battigia. Dopo verrà l'escursione senza Boule, ma lei non ci farà caso: la visita mattutina del signore le riempirà la giornata.
Spalanca la porta: il mistral è calato del tutto, Orione risplende, il mare è sempre arrabbiato, ma presto, anche lui, come la sua servetta normanna, si calmerà. Si avvia verso la spiaggia con la cagna che per la contentezza va avanti e indietro scodinzolando.
Il chiarore di minuto in minuto si fa strada sbiadendo le ultime ombre della notte: sta bene, in pace con se stesso. Dovrebbe non esserlo? Il pensiero si fa strada come una punzecchiatura fastidiosa: ha appena fatto l'amore con la sua domestica, mentre Tigy, ignara e innamorata, dormiva il sonno dei giusti, magari sognando proprio lui, nell'altra stanza. Secondo la morale comune questo è tradimento e lui un fedifrago. Perché allora non avverte il minimo senso di colpa? Perché, oltre al benessere fisico, legato alla soddisfazione del desiderio, sta così bene anche psicologicamente?. E' forse un amorale? Vuole sondarsi, capire i motivi dell'erotismo selvaggio che lo domina e che lo costringe a possedere fisicamente qualsiasi donna d'aspetto attraente che entri nel suo orizzonte visivo. Quando, all'amore romantico che lo ha spinto a corteggiare Tigy, si è sostituito il demone dell'ossessione sessuale? E' accettabile far soffrire sua moglie che lo ama e non lo tradisce? Perché lei non gli basta? Eppure è bella, calda, accogliente... e saggia... troppo saggia! Ecco, forse è questa la risposta.
A ben guardare, ha sempre ragione e inoltre è comprensiva, disponibile, generosa.
Forse è questo il motivo che lo spinge verso altre donne: il bisogno di irrazionalità, follia, fantasia, insomma una specie di rivincita sulla perfezione disumana di lei.
Lo sguardo si posa sull'acqua ancora agitata, sulla risacca che ha trasformato la riva in un immenso bagnasciuga, sui ciuffi di posidonia depositati in disordine qua e là, sulle tamerici finalmente tranquille.
Jessie corre, raccoglie legnetti, glieli porta fiera e affannata.
O forse copulo per fame di vita, per sentirmi vivo, per maledire e allontanare la morte. Il mio sperma contro il nulla.
Il cielo verso est si va tingendo di rosa e di glicine, il sole è pronto a fare la sua comparsa.
E probabilmente è anche curiosità: solo nell'intimità mi sembra che davvero si possa conoscere una donna! Mi autoassolvo? Non so, so soltanto che a Boule non ci rinuncio né a Josephine... Tigy dovrà farsene una ragione, è così brava che ci riuscirà!
Maria Gisella Catuogno
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