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Autore: Ettore Ezio Pantaleone
Titolo: Pubblica Amministrazione
Genere Umorismo
Lettori 103
Pubblica Amministrazione

Ovvero come sono sopravvissuto al posto fisso.

C'e' una cosa che mi divide dalla maggioranza degli italiani. E' un dettaglio minuto, sottile, un solo tratto marcato con la mia pessima calligrafia: è la firma sul documento che mi ha reso un dipendente pubblico.
In realtà, di firme ne ho messe tante: una su ogni contratto che ho firmato nei tanti anni di precariato. Ma, per tutti quelli che statali non sono, è bastata la prima firma a mettermi fuori gioco, a farmi diventare statale per sempre.
Non mi fraintendete: non è poi così male. Sarebbe sicuramente meglio se i pregiudizi con i quali devo convivere fossero motivati fino in fondo. Non mi dispiacerebbe, per esempio, essere lo statale dal posto sicuro che tanti additano. Sfortunatamente, non è questo il mio caso visto che della precarietà degli anni 2000 ho visto il peggio, anche dalla mia supposta posizione privilegiata di pubblico dipendente.
Eppure, nel mio piccolo ho avuto tante fortune. Per esempio non sono mai stato, prima di quella benedetta firma, oggetto di particolari pregiudizi: sono bianco, sono uomo, sono eterosessuale, sono di sinistra, ma non comunista, e comunque non amo parlare di politica. Non sono meridionale, non appartengo a religioni di minoranza, ho avuto un'educazione Cristiana ma, pur non essendo praticante, non sono ateo. Non sono ricco e nemmeno povero, non sono troppo basso, né alto. Col tempo ho messo su un po' di pancia, ma non sono obeso. La mia fronte si è stempiata, ma non sono pelato.
Sono un individuo medio sotto molti punti di vista. Direi sotto tutti i punti di vista che fanno la differenza quando è arrivato il momento di dare il tormento a qualcuno e si cerca la vittima ideale.
Non ci sono particolari motivi per molestarmi, per additarmi, per prendermi di mira, perché qualcuno se la prenda con me e mi insulti, mi maltratti, cerchi di umiliarmi: non faccio parte di nessuna minoranza.
A parte, forse, quella grande minoranza degli Statali.
Questo sì, e non posso farci nulla.
Ricordo quando sono stato assunto la prima volta. Con l'entusiasmo di chi inizia un nuovo lavoro e si appresta ad entrare in una nuova vita, rivelai ad alcuni amici la novella. Mi guardarono con aria strana e severa, e con un semplice “Ah, si?”, cancellarono ogni entusiasmo e mi prepararono a quello che sarebbe accaduto. Non mi sentii più nuovo, rinnovato, proiettato verso il futuro stabile e radioso di chi si accoccola nelle braccia protettive dello Stato. Mi sentii solamente diverso.
Col tempo mi sono abituato a queste situazioni leggermente imbarazzanti e, soprattutto, ho abbandonato l'abitudine di accennare al mio lavoro. Quando arriva il momento delle presentazioni, quando a tavola tutti raccontano la propria giornata, le vicissitudini, il capo antipatico, il principale incontentabile, il collega tirchio, io sorrido. E me ne sto zitto.
Tanto, a nessuno interessa la mia vita lavorativa.
Perché? Gli statali ne hanno una?

Marco è il mio collega preferito.
Questo non vuol dire che andiamo d'accordo. I peggiori litigi li ho avuti con lui.
E' testardo, a volte si chiude a riccio e si vede che non è disposto a modificare la propria posizione. Diventa una questione di principio: ha preso una decisione e sarà inamovibile.
Con Marco posso parlare di storia, di aerei da combattimento, di carri armati, di legioni romane, di politica, di attualità e, già prima che Benigni iniziasse ad insegnarlo in TV, anche di Dante. Ha fatto solo le medie, ma la sua cultura è spesso superiore a quella della maggior parte dei laureati che conosco. Lo è soprattutto di quella parte che frequento grazie al mio lavoro.
Marco ha uno strano senso dell'umorismo: ride degli statali, anche se fa parte della categoria.
Scherza sul dipendente pubblico; eppure non è esente da alcuni difetti che nota negli altri e che deride.

Io ho classificato gli statali in tre grandi categorie.
Lo so, non si fa. Classificare vuol dire mettere delle etichette alle persone. E' l'anticamera del pregiudizio anche se, in questo caso, si potrebbe parlare di postgiudizio nel senso che si giudica ogni azione, ogni pensiero, ogni parola futura di una persona, per quello che ha fatto fino ad ora e che ha portato a classificarla in un certo modo.
Non si fa, ma aiuta. E' nella natura umana cercare un modo per semplificare il mondo, per ridurlo a categorie. Io sono stato ridotto alla categoria statale. Questo in un certo senso mi autorizza a fare altrettanto con chi mi circonda.
Ci sono gli statali che non si arrendono, quelli che si sono arresi e quelli che si sono sistemati.
Le prime due categorie non sono esclusive: uno statale può migrare da un gruppo all'altro in base al periodo dell'anno, del mese, all'orario e all'ordine di servizio appena ricevuto. Anche il meteo ha la sua parte, ma introducendo troppe variabili in questo sistema si ottiene una complessità che non riuscirei a gestire.
La terza categoria è esclusiva. Chi vi appartiene si è sistemato, e' arrivato dove voleva arrivare. Può mostrare qualche spunto d'iniziativa, qualche repentino e inatteso lampo d'attività. E' come quando nei film horror usano la corrente elettrica per stimolare la contrazione dei muscoli di un cadavere. Quella non è vita e lo statale che si è sistemato, anche quando sembra improvvisamente attivo, non lo è realmente.
Marco è uno statale che ancora ci crede, anche se è allo stato terminale. Per arrivare dove è giunto ha dovuto sopportare anni di logorio, anni di Pubblica Amministrazione.
A volte mi chiedo come sarò io quando avrò la sua anzianità.
Ci separano quasi tre decenni di servizio, eppure iniziamo già ad essere simili.

Nel cortile del nostro Ente c'è una replica della statua del Pensatore di Rodin.
Quando la Direttrice Fusetti ci chiama per il discorso di Natale, quel povero blocco di pietra maltrattata dalle intemperie e abbandonata al pubblico ludibrio diviene la vittima dei crudeli scherzi di Marco.
“Hai visto?” chiede indicandola.
“E' il pensatore”, annuisco io
Marco scuote il capo. Ho detto la cosa sbagliata. Succede sempre. Lo scherzo si ripete ogni anno da quando sono in servizio. Quando non l'ho sentito ero ammalato o in ferie. Ma se si va in sede, se c'e' Marco, la battuta arriva.
“No, è lo Statale. Sembra riflettere, sembra concentrato. In realtà aspetta la l'ora di timbrare il cartellino.”
Quante volte l'ho sentita? Eppure fa ridere e il divertimento che provo non è di cortesia.
Povero Rodin. La sua statua più famosa è stata presa in giro in tutti i modi. Ma anche questo?
Il pensatore, lo statale.
Siede malinconico sul suo blocco di pietra, sorregge il capo pesante con il pugno chiuso. Sembra riflettere, in realtà oziosamente attende la fine della giornata.
Ma se è uno statale, a quale categoria appartiene?

La statistica

Quando sono stato assunto, ero ebbro di iniziativa. Mi sembrava di essere il protagonista di “Straniero in terra straniera” di Heinlein. Ero come un marziano con poteri speciali e unici in mezzo a gente normale e un po' depressa. Sì, perché lo statale ha la depressione e la malinconia nel sangue.
Ero assunto con un contratto precario e per qualche strano motivo mi ero messo in testa che mostrare iniziativa, abilità e impegno, in qualche modo avrebbe aumentato le mie possibilità di trovare un impiego stabile e di ridurre al minimo il periodo necessario per “mettermi a posto”.
Così, sfruttai ogni occasione per mostrare le mie abilità: mi misi a sistemare computer che mal funzionavano e assistere i colleghi con i proprio problemi informatici. Inizialmente era andato tutto bene: i responsabili informatici – ben contenti di avere meno grattacapi e uguale stipendio a fine mese – mi avevano lasciato fare, più ignorandomi che tollerandomi.
Poi mi spinsi oltre e feci notare al Direttore, Dott. Lamaroni, che alcune procedure potevano essere snellite con un utilizzo più efficace dell'informatica. Il Dirigente mi diede carta bianca e a tempo perso, tra una pratica e l'altra, mi misi anche a migliorare gli strumenti tecnologici dell'ufficio, per automatizzare dei procedimenti che erano rimasti fermi al secolo precedente.
Ne ricavai una pacca sulla spalla da parte di Lamaroni e molto astio da parte di alcuni colleghi. Per il resto, riscossi solo tanta indifferenza.
Ma, nel frattempo, il mio superiore aveva finalmente potuto toccare con mano le mie qualità. Almeno ai suoi occhi, mi sentivo speciale. E quel che accadde poi, in qualche modo, incoraggiò in me la falsa convinzione che forse la meritocrazia non era così introvabile nella Pubblica Amministrazione.
Un giorno venni chiamato dal Dirigente e ottenni l'incarico di curare la statistica annuale.
Non mi spiegò molto. Mi diede il prospetto che doveva essere compilato e una scadenza non proprio lontana. “E' appena giunto dalla Sede”, disse notando il mio sguardo perplesso.
Mi misi subito all'opera.
Usando gli strumenti informatici che avevo predisposto, eseguii conteggi, feci query, calcoli, medie, mode e mediane. Controllai tutto più volte e poi scrissi i dati in ordine sull'apposito prospetto.
Ero pronto e, foglio in mano, feci per tornare da Lamaroni, pieno di orgoglio, con la verità in pugno, imbrigliata nei numeri perfetti che avevo calcolato.
Sulla strada venni fermato da Lucia, l'impiegata che spesso finiva per fare la segretaria del Dirigente.
“Che fai?”, mi chiese con aria allarmata.
“Ho pronta la statistica”, risposi con un certo orgoglio.
“Di già?”, replicò con aria contrariata. Mi aspettavo ammirazione e qualche cosa mi diceva che avevo nuovamente sbagliato le mie previsioni. “Fammi vedere”, aggiunse.
Prese i fogli e li guardò velocemente. Li sfogliò più volte, come se si fosse resa conto della mancanza di qualche cosa, come se stesse cercando quello che non c'era.
“E quella dell'anno scorso dove e'?”
Scossi il capo: “Non lo so. Non me l'ha data. Ho solo questo.”
“E come fai a fare quella di quest'anno senza quella dell'anno scorso?”, chiese nuovamente, confermando la mia prima impressione: c'era davvero qualche cosa che mi sfuggiva.
“C'e' il prospetto..” risposi timidamente
“Si ma come fai a sapere che questa è giusta?”, domandò ancora mettendo una certa enfasi sulla parola “giusta”.
“Ho fatto le dovute verifiche. Le cifre sono corrette”, risposi prontamente sentendo nuovamente i piedi su un terreno solido: la statistica, la matematica, la certezza dei numeri e la precisione dei miei conteggi.
Lei alzò gli occhi al cielo e sbuffò come se si rendesse conto della mia difficoltà di comprensione.
“Intendo dire: come fai a sapere se questi numeri andranno bene?”
Raggelai: “In che senso?” chiesi di rimando.
“Nel senso che potrebbero essere inferiori a quelli dell'anno scorso!” rispose esasperata. Poi mi restituì i fogli con aria scocciata, come se si fosse resa conto di aver perso il proprio tempo cercando di farmi capire qualche cosa che, evidentemente, era al di là della mia comprensione.
Mi lasciò lì, in mezzo al corridoio, a un passo dalla porta del Dirigente con i miei fogli pieni di numeri e conteggi precisi e il sospetto di aver fatto più di un errore. Il più grave era, certamente, quello di essermi esposto al punto di ricevere quell'incarico.

Marco è nella PA da tanto tempo. Ha girato tanti uffici, ha visto tante persone, ha conosciuto tanti Dirigenti.
E – tra le altre cose – ha fatto parecchie statistiche.
“Fare una statistica richiede qualche cosa di più della precisione e, sicuramente, qualche cosa di meno della conoscenza della matematica”, cercò di spiegarmi.
Prese i miei fogli in mano e li guardò con attenzione.
“E' un bel lavoro”, iniziò, come suo solito, con una captatio benevolentiae. “Ma non credo vada bene”, concluse.
“Per prima cosa”, spiegò, “devi sapere che la statistica è lo strumento nelle mani dei Dirigenti per provare la propria abilità. Anche loro, per i premi e gli incentivi, hanno bisogno di una valutazione e questa dipende dal raggiungimento degli obiettivi. Per questo serve la statistica.”
E fin qui, tutto era chiaro.
“Non si tratta quindi di contare e basta. Se queste cifre fossero esatte..”
“Lo sono!”, intervenni punto nell'orgoglio.
“..allora questo significherebbe che l'ufficio ha elaborato meno pratiche dell'anno scorso.”
Marco attese un attimo, come per far risuonare l'eco della sua ultima parola.
Poi concluse: “E questo non va bene.”
Iniziai a capire. Ma era ancora forte la pulsione ad obiettare: “Ma la legge è cambiata. Non si può paragonare i risultati dell'anno scorso con quelli di quest'anno. Non numericamente.” Probabilmente, senza accorgermene, diedi fiato alla bocca, cosa che mi fece subito sentire stupido. Capitava spesso, davanti a Marco e alla sua esperienza nella PA.
“E come allora?”, chiese beffardamente.
“Non solamente dal punto di vista numerico”, mi corressi incerto.
Marco sorrise con il sorriso che assumeva tutte le volte che iniziava a frugare nella memoria per cercare qualche aneddoto divertente e adatto alle circostanze.
“Ricordo un mio vecchio Dirigente, il Dott. Rigotti. Era molto attaccato alla statistica. La faceva personalmente, invece di delegare. Ma non sapeva usare la macchina da scrivere e quindi doveva dettare. Lo ricordo con il foglio della statistica dell'anno procedente in mano, intento a darmi i nuovi numeri. - L'anno scorso abbiamo fatto 1853 pratiche. Quest'anno ne avremo fatte di più, no? - , chiedeva. E, senza aver avuto una risposta, annuiva e mi dettava il nuovo numero: 2037. Così faceva le statistiche: aumentando i numeri dell'anno precedente.”
Inorridii.
“Non ha senso. E da dove salta fuori il numero 2037?”
“Deve aver maggiorato il risultato dell'anno precedente di un 10%. E' un buon risultato per la PA. Ottimo per un Dirigente dell'Ente.”
Marco continuò a parlare, ma non lo stavo più ascoltando. Rimasi a fissare il foglio di carta che avevo in mano, pieno di cifre giuste e allo stesso tempo sbagliate.

Ricontrollai la mia statistica confrontandola con quella dell'anno prima.
Alcune cifre erano corrette e sarebbero andate bene al Dirigente. Altre no. Le corressi.
Invece di andare dal superiore, tornai da Marco. Per sicurezza.
Lui guardò i miei fogli e annuì. Con la penna segnò alcune cifre cerchiandole.
“Queste non vanno bene”, mi disse riconsegnandomi la statistica della quale ormai iniziavo ad essere poco orgoglioso.
“Sono giusti e sono superiori all'anno scorso.”, protestai.
“Non lo metto in dubbio. Ma sono numeri troppo tondi.”
“Prego?”
“Guarda qui. Come possiamo essere credibili se diciamo che abbiamo servito 5600 utenti? E che abbiamo spedito 3150 lettere raccomandate?”
“Sono le cifre giuste!”, obiettai con puntiglio. Poi pensai che il numero di utenti reali era stato di 5076 ma, visto che l'anno prima avevamo servito 5091 utenti, avevo applicato un aumento del 10% per correggere la statistica. Ah, al diavolo! Non erano giuste davvero, ma le avevo corrette con gli standard che mi aveva appena insegnato. Eppure erano ancora sbagliate, in tutti i sensi, sia matematicamente che politicamente.
“Sono numeri troppo tondi. Non vanno bene.”
“5599 potrebbe andare bene?”
Marco si prese qualche secondo per riflettere. Poi scosse il capo.
“No, è come quando vai al supermercato e vedi un articolo in vendita a 55 euro e 99 centesimi e pensi che avrebbero potuto prezzarlo direttamente 56 euro. Non va bene nemmeno 5599.”
“Cosa può andare bene allora?”, chiesi disperato.
“La cosa giusta da fare è chiederti cosa non va bene. Non vanno bene le cifre tonde. 1000, 5600, 2200 e così via.”
“I multipli di 100..”
“Si, ma anche i multipli di 10. Meglio evitare anche i multipli di 5.”
Rimasi zitto. Allibito.
“Già che ci sei evita anche i numeri pari. Il numero dispari nella statistica è buono.”
Prese una pausa. Stava sicuramente pensando qualche cosa.
Poi sorrise, come se fosse giunto, lì per lì, ad un'illuminazione, a comprendere un meccanismo intimo della PA che per anni gli era sfuggito, nonostante l'esperienza, i Direttori che si erano avvicendati alla guida del suo ufficio e le loro piccole manie e stranezze, le consuetudini nate dalla pratica, gli insegnamenti dei fallimenti e degli errori, la perfezione che nasce dagli insuccessi.
“Il numero primo è perfetto!”, esclamò.
Io, però, lo avevo perso nel suo ragionamento e arrancavo qualche passo indietro, ancora intendo a formulare obiezioni e difendere la mia logica ormai vacillante: “Anche 5 e metà dei suoi multipli sono dispari”, protestai sempre meno convinto.
Marco rise. E' uno statale che ancora ci crede. Ma a volte varca la sottile linea che lo separa da quelli che non ci credono più, che hanno rinunciato.
“Concentrati sulla cifra che identifica le unità. Non può essere uno 0, un 2, un 4, meglio evitare un 5, assolutamente no 6 e 8.”
“Insomma vanno bene solo l'1 il 3 e il 7.”
Marco rise ancora.
“Sarebbe interessante controllare nelle statistiche degli ultimi anni quanti conteggi hanno la cifra delle unità diversa da 1, 3 e 7..”
“Insomma io devo dare un numero che sia superiore a quello dell'anno prima, però non può essere tondo, deve avere un 1 o un 3 o un 7 come unità...”
“Evita numeri che hanno troppe cifre uguali.”, aggiunse con tono sornione.
Stava scherzando?
Non lo chiesi.
Rimasi in silenzio.
In mano avevo i fogli che avrei dovuto riscrivere. Il risultato mi avrebbe fatto inorridire, ma era troppo tardi per tirarsi indietro. La statistica avrebbe portato il mio nome. Sarebbe stata frutto della mia creatività, invece che della mia perizia.
“La morte di un uomo è una tragedia, quella di milioni è statistica.”, citai.
Questa volta fu Marco a puntualizzare:
“Questa frase è erroneamente attribuita a Stalin. Probabilmente non l'ha mai pronunciata”
Frugai nella memoria per una risposta. Non la trovai.
Camminai mesto verso il mio ufficio, mi sedetti alla scrivania e, finalmente, fui folgorato dalla giusta citazione.
“Ci sono tre tipi di bugie: bugie, dannate bugie e statistiche.”
Ma ormai era tardi: per disimpegnarsi da quella statistica, per eludere l'attenzione del Dirigente, per uscire dall'abbraccio soffocante della PA.
E per rispondere a tono a Marco.

Ettore Ezio Pantaleone
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