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Autore: Diego Venturi
Titolo: Ariel e Azra
Genere Autobiografia
Lettori 106
Ariel e Azra

Ai miei piccoli.

Vi voglio raccontare una storia meravigliosa...
La leggerete quando sarete più grandi, perché, adesso che la scrivo, siete ancora piccoli.
Questa storia, anche se sembra una favola, è vera e parte da lontano, tanto tempo prima che voi nasceste.
Quando vostro papà era molto giovane.
Nella narrazione conoscerete culture e modi di vivere particolari, e se ancora non potete comprenderli bene, se ancora non sapete come apprezzarli, non vi preoccupate: conoscerli ve lo permetterà.
Vi parlerò di ebrei e di zingari e del loro splendido mondo.
Della religione, dello stile di vita e delle vicende di queste comunità così apparentemente diverse tra loro, ma che in realtà hanno condiviso molti eventi nel proprio passato.
Scoprirete che questo mondo in parte vi riguarda, appartiene anche a voi.
Spesso mi domandate cosa facevo da giovane, come ho trascorso la mia infanzia e come fossero i luoghi dove ho vissuto, che di frequente sono argomenti della vostra curiosità.
Ebbene, tutto questo ha a che fare con l'essere ebrei e, come vedrete, con l'essere zingari; due cose che ancora oggi possono risultare una complicazione nella vita.
Si possono ricevere insulti, ingiurie, provocazioni e anche umiliazioni.
Si può essere definiti “diversi” in modo dispregiativo.
“Diverso” è colui che si presenta con una identità, una natura nettamente distinta rispetto ad altre persone che, in qualche modo, hanno dettato, in un certo luogo e in un certo tempo, un canone di “normalità”.
E invece, sapete?, essere “diversi” è un patrimonio, una ricchezza, non qualcosa di cui vergognarsi.
Io spero che voi siate fieri delle vostre origini e della vostra “diversità”.
Parte delle vostre radici risiede in una certa area geografica, l'Europa dell'Est: un territorio in cui, nel passato, di frequente ebrei e zingari hanno patito soprusi, privazioni e mancanza di libertà.
Oggi si vive molto meglio, grazie a chi si è sacrificato per combattere quelle ingiustizie.
Voi che siete giovani, crescendo, dovrete continuare a lottare, proseguendo l'opera di chi vi ha preceduto.
Dovete studiare, conoscere tutto ciò che vi circonda e anche ciò che vi è distante, ma soprattutto dovete rispettare chi non la pensa come voi, chi viene da un altro luogo, vicino o lontano che sia, chi ha una fede diversa dalla vostra, o chi ha un corpo con caratteristiche differenti dal vostro.
Ascoltate, leggete questa meravigliosa narrazione continua del mondo. Fatene parte e abbiate voi stessi la vostra saga da narrare.
Io vi racconterò delle nostre tradizioni, che a vostra volta dovrete raccontare ai vostri figli e poi ai vostri nipoti, in modo che non vadano mai perse.
Questo è quello che vi lascio:
Un racconto.
Proseguite voi il mio viaggio...
Vi amo,
Papà

La prima volta che vidi Azra rimasi folgorato dai suoi vestiti: colori accesi, luce, riflessi.
Non avevo mai visto degli zingari da vicino: in Israele non ce n'erano, o, forse, semplicemente, non mi era mai capitato d'incontrarli.
Fino a qualche settimana prima vivevo a Tel Aviv.
Non ero mai stato lontano dal mio Paese.
E all'improvviso, eccomi qua: in una terra straniera, in mezzo a persone straniere, circondato da gente che parlava una lingua straniera.
Straniero, io stesso.
Mio padre Benjamin, funzionario del Governo israeliano, era stato trasferito a Roma.
Per la prima volta da quando lavorava alle dipendenze del nostro Governo, dopo una brillante carriera militare, aveva deciso di portarsi dietro tutta la famiglia: mia mamma, Judith; il mio fratellino, Isaac; e il sottoscritto, Ariel.

Andavo spesso al ghetto: al Portico d'Ottavia, alla scuola israelitica.
Prendevo anche lezioni d'italiano dal nipote del Rabbino. Avrei dovuto imparare la lingua in fretta perché la scuola era già cominciata.
In Israele studiavo sia francese che inglese, ma l'italiano era una lingua completamente nuova per me. Nuova e complessa.
Mio padre mi aveva raccontato che nel 1555 papa Paolo IV, ovvero Gian Pietro Carafa, interruppe il tradizionale rapporto di tolleranza tra la Chiesa cattolica e gli ebrei: con la bolla Cum nimis absurdum (“Poiché è oltremodo assurdo”) revocò tutti i diritti concessi agli ebrei romani ordinando l'istituzione del ghetto (il cosiddetto “Serraglio degli ebrei”). All'epoca sorgeva nel rione Sant'Angelo, accanto al Teatro di Marcello, una zona abitata, fin dall'età classica, in prevalenza da ebrei.
Mio padre mi disse anche che, secondo i dettami della bolla papale, gli ebrei potevano risiedere esclusivamente nel ghetto e dovevano portare un distintivo grigio che li rendesse sempre riconoscibili. Inoltre, veniva loro proibito di esercitare qualunque tipo di commercio, eccezion fatta per quello degli stracci e dei vestiti usati.
Ecco perché, in tempi recenti, molti ebrei commerciano nel campo dell'abbigliamento.
Inizialmente nel ghetto c'erano due porte. Esse venivano chiuse al tramonto e riaperte all'alba. Poi, con l'aumentare della popolazione, aumentarono di conseguenza gli accessi: prima le porte furono tre, poi cinque, infine otto.
Così, se inizialmente il ghetto storico era molto ristretto ed era situato tra il Portico d'Ottavia, piazza delle Cinque Scole e il Tevere, ora la zona era diventata ben più ampia ed era compresa pressappoco tra via Arenula, via dei Falegnami, via de' Funari, via della Tribuna di Campitelli, via del Portico d'Ottavia e Lungotevere de' Cenci.
Fu quello il motivo per cui incontrai Azra.
Stavo passeggiando per via de' Funari, dopo l'uscita dalla scuola, quando la vidi per la prima volta.
Avete presente quando il sole vi abbaglia e dovete mettervi un palmo davanti agli occhi per schermare la luce?
Avete presente quell'attimo strano in cui vi sembra che il mondo si fermi, perché tutto, di colpo, cambia: la luce, il silenzio, i suoni, la grana stessa delle cose?
Ecco, la sensazione fu più o meno questa.
Un abbaglio. Un colpo al petto. Un cambiamento radicale.
Tutto in un battito di ciglia.
Azra era bellissima: una cascata di capelli corvini, lunghi fino a metà schiena, sui quali spiccava una fascia rossa di velluto che li fermava sopra la fronte; gli occhi scurissimi, quasi neri, profondi e brillanti come il cielo notturno, così brillanti che risaltavano come stelle scure sulla carnagione chiara. E poi i colori! La sua pelle, così meravigliosamente in contrasto con le tinte accese dei suoi abiti. Indossava una camicia rosa sgargiante di tessuto lucido, probabilmente raso. Mandava riflessi e barbagli. Tutto era luce nei suoi abiti. Una gonna giallo limone con stampati sopra dei fiori estivi si increspava alla brezza leggera.
Era bella, quella fanciulla. Bella da togliere il fiato.
Gli abiti le stavano molto larghi, sicuramente erano di una taglia o due in più. Ma non fu certo questo a colpirmi.
Non capivo bene cosa ci facesse una ragazza vestita in modo così curioso in quella zona.
Non capivo, e non potevo staccare gli occhi da lei.
Quel momento di sguardi incrociati durò una manciata di secondi. Eppure a me sembrò un'eternità.
Avevo la saliva azzerata, gli occhi sgranati per cercare di assorbire più informazioni visive possibili. Il cuore mi batteva in petto accelerato.
Poi, di colpo com'era iniziato, il sortilegio s'interruppe. Un ragazzetto mi si avvicinò con la mano aperta, in attesa di qualche cosa. Di un'elemosina, forse.
Ma a quel punto lei lo richiamò subito indietro. La bocca di Azra si aprì e parlò una lingua strana, che lì per lì non compresi.
Una lingua sfumata di cadenze insolite, soffiate, quasi cantate.

La prima volta che vidi Ariel rimasi colpita dal suo bizzarro copricapo.

Non avevo mai visto un ebreo da vicino, e non mi sembrava ve ne fossero mai stati a Skopje, in Macedonia, la città dove sono nata.
I miei genitori erano morti in un terribile incidente stradale.
Con questa ferita che bruciava, insieme agli zii e ad altri familiari, avevamo deciso di trasferirci in Italia per cercare fortuna.
Nel nostro girovagare per arrivare fino a Roma, attraversando i Balcani, abbiamo visto tante città e tanti popoli diversi, ma nei posti in cui abbiamo fatto sosta prima di arrivare in Italia, non ho mai incontrato un ebreo.

Siamo arrivati a Roma in una luce fosca, accaldata.
Sensazioni vaghe di libertà, paura, smarrimento mi hanno stretto il petto.
È sempre così quando arriviamo in un posto nuovo.
Viviamo di queste emozioni, noi.
Una caligine di sentimenti sparsi.
Io, in particolare. Perché non ero pronta per un cambiamento.
Ma ci saremmo adattati facilmente alla capitale italiana.
Ci siamo adattati, com'è nella nostra indole.
Anime di vento, noi. Senza radici. Anzi, con radici sottili, superficiali.
A forza di essere vento.

Ogni mattina iniziavamo, di rito, la nostra giornata.
Tutta la famiglia lasciava il campo nomadi di Tor Vergata. Ognuno di noi veniva “smistato” e “distribuito” nei luoghi nevralgici della città, laddove brulicava il turismo, o dove, semplicemente, c'era più flusso di gente.
Lì chiedevamo l'elemosina, oppure improvvisavamo qualche lavoretto.
Ad esempio la zia, che era un'abilissima cartomante ed esperta di arti esoteriche, offriva ai turisti la lettura della mano. Questo avveniva per lo più nelle vie del centro e nei luoghi più frequentati. Lo zio e i miei cugini invece facevano i lavavetri: offrivano il loro servizio di lavaggio del parabrezza in cambio di una mancia alle auto ferme ai semafori.
Con il mio fratellino di cinque anni Django, io giravo in lungo e in largo la città per chiedere qualche spicciolo alla gente di passaggio.
Non abbiamo mai rubato, noi. Né alle persone, né dentro le case. Mai.

Ariel non era il solito gagio che fermavamo per la strada per farci dare qualche moneta.
No.
Lui aveva qualcosa di diverso.
Di particolare.
Di ipnotico, persino.
Il suo sguardo, sì. Così fermo, attento.
Ma la cosa che mi colpì più di ogni altra fu il suo aspetto, in generale: serio, sospettoso. Dignitoso, soprattutto. Esatto. Quel ragazzo trasudava dignità. E pareva più adulto della sua età.
Non sembrava italiano. Ma nello stesso tempo non pareva nemmeno un turista. Era vestito in modo sobrio. Colori a tinte unite, tendenti al monocromo.
Ma indossava uno strano copricapo. Una specie di zucchetto. Sulla testa, sopra i capelli, peraltro tagliati molto corti.

Era un lunedì di ottobre, la temperatura era mite e un pallido sole si affacciava sulle strade di Roma, giallo come un limone sbucciato.
Il clima era tendenzialmente buono, ma completamente diverso da quello in Israele.
Nello stesso periodo, a Tel Aviv, faceva ancora molto caldo e si poteva tranquillamente andare al mare, persino fare il bagno.
Spesso, dopo la scuola, con i compagni facevamo un salto alla spiaggia vicina a Hayarkon Street, dove abitavo con i miei. Adoravo tuffarmi tra le onde cristalline, sguazzando, schizzando, e facendo bracciate. Mi sentivo bene. Mi sentivo libero. Poi si giocava a calcio. Sudati, allegri, sorridenti, a palleggiare sulla sabbia. Sollevando nuvole di polvere. Disputando il nostro derby tra tifosi del Maccabi e quelli dell'Hapoel.
Poi, dopo questo dolce svago, tornavo a casa – felice e soddisfatto – a fare i compiti.

Hayarkon Street era una delle strade principali di Tel Aviv. Essa correva grosso modo parallela alla costa. Era molto elegante, piuttosto trafficata.
Non molto lontano dalla casa dove vivevamo c'era l'Ambasciata degli Stati Uniti.

Ero triste perché avevo lasciato i miei amici in Israele, i compagni di scuola, i professori, le mie abitudini: tutta la mia vita era rimasta a migliaia di chilometri da lì. La mia vita conosciuta, quella piena e vera. Quella fatta di piccole e grandi cose. Di gesti minimi, quotidiani. La vita che amavo. Quella in cui avevo trovato il mio posto, il mio incastro.
Quella mia, insomma. Su cui mi ero plasmato.
Ero in un luogo nuovo adesso. Diverso, “alieno”.
Soprattutto, un luogo in cui ogni aspetto della vita quotidiana era distante anni luce da ciò che avevo conosciuto fino a quel momento.
Mi sentivo diverso.
Da tutto.
Da tutti.
Straniero. Non solo nella lingua, nelle abitudini e nei costumi.
Straniero nell'anima.
Straniero nella carne, nei pensieri, nel cuore.
Un po' come Meursault, il personaggio di un libro di Camus che mio padre mi aveva costretto a leggere tempo prima.
Mi sentivo straniero, sì.
Esterno.
Estraneo, più precisamente.
Al mondo.
Soprattutto a me stesso.
Mi ripetevo incessantemente una frase di quel libro di Camus che mi era rimasta conficcata in testa: davanti a quella notte carica di segni e di stelle, mi aprivo per la prima volta alla dolce indifferenza del mondo.

Diego Venturi
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